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AUTORI
ED EDITORI
Cosa possiamo imparare dai casi di Kafka,
Morselli, Svevo e Musil?
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C'è
un mio amico che fa l'idraulico. È piuttosto bravo, un vero maestro
della giratubi da otto... Per il resto è un simpaticone punk
che vive a El Paso, la versione subalpina del più famoso Leoncavallo
di Milano.
E' un idraulico serio, lui. Di quelli che mettono i bigliettini nelle
buche delle lettere condominiali. Un vero mago nell'arruffianarsi le
vecchie signore, col berrettino da Supermariobros calcato sul cranio
per non sconcertare l'attempata befana di turno con il suo spettacolare
taglio verdeacqua. La dolce ragazza di ieri ha sicuramente una cognata,
una zia, una nipote col cesso rotto, e sarà lieta di presentare
l'aitante giovanotto dal sorriso smagliante e la parlantina sciolta
perché rovisti nella sacra Tazza alla ricerca dell'ingorgo.
Il mio amico si è anche messo sulle pagine gialle. Ha un'amica
carina che risponde al telefono, tutta tette e sorrisi. Il mio amico
lascia i biglietti da visita al bar. Il mio amico si è dipinto
il numero di telefono sul Fiorino.
Il mio amico sarebbe un grande scrittore.
Cosa possiamo imparare da Kafka, Morselli, Svevo e Musil?
Niente, almeno per quel che riguarda i rapporti col mondo dell'editoria.
Cosa possiamo imparare dal mio amico idraulico?
A farci furbi e a non farci prendere per il culo.
Il mio amico idraulico non sarebbe mai così fesso da pensare
che, visto che lui è un dio dello sciacquone, il piccolo mondo
condominiale non aspetti che Lui. Lo sa benissimo che girar di chiave
inglese è solo una parte, importante ma non principale, di quell'affascinante
e difficile arte che è l'idraulica. Sa anche benissimo che in
giro ci sono piombatori meno bravi ma più ricchi di lui: perché
son più furbi, non c'è che fare. Magari si fanno vedere
alle riunioni della cassa artigiana, e chiacchierando tra un panino
e l'altro nascono alleanze. Magari hanno un accordo con l'elettricista,
o con il piastrellista. Conoscono tutti gli amministratori di condominio
del circondario e a Natale gli mandano il panettone.
Conoscono il loro ambiente, e ci girano sornioni come grassi gattoni
d'appartamento: morbidi e affabili, ma vigili e astuti. Rassicuranti
e domestici, ma nel cuore felini tutti unghie e denti. Mica aspettano
la manna dal cielo.
Sono professionisti.
La triste storia di Kafka, ovvero Fantozzi colpisce ancora.
Franz Kafka ha scritto storie bellissime. Il suo universo immaginario
era dominato dall'inferno della burocrazia, descritta con un senso del
grottesco e una sottile ironia, degni di un vero gigante della letteratura.
L'universo di Kafka non si discostava poi molto da quello di Paolo Villaggio.
Ma la classe di Franz, senza nulla voler togliere a Paolo, era veramente
smisurata. Eppure Franz non riuscì a pubblicare quasi niente,
se non su una misconosciuta rivista letteraria ungherese. Perché?
Boh?
Franz lavorò per tutta la vita in un ufficio pubblico, a mettere
timbri sulle carte bollate. E ci viveva di questo lavoro, probabilmente
in modo dignitoso.
Però io mi chiedo: possibile che mettere timbri sia più
redditizio di scrivere Metamorfosi?
Il mio amico idraulico fa l'idraulico.
Prima faceva le consegne col mototaxi.
C'è stato un periodo in cui guadagnava più col vespino
che con il sifone. Ma voleva fare l'idraulico.
Per un po' di tempo è stato un pony express con l'hobby dell'idraulica.
Ma credeva in sé stesso e nelle sue capacità. Si è
fatto conoscere, prima nel caseggiato, poi nel quartiere. Coi primi
guadagni si è fatto il Fiorino.
Cosa possiamo imparare da Kafka? A mettere i timbri sulle carte bollate.
Cosa possiamo imparare dal mio amico idraulico? A essere progettuali
e propositivi sulla nostra scrittura. A pubblicare su una rivistina
ungherese son capaci tutti. Per fare un salto di qualità, bisogna
investire tempo e risorse per farsi conoscere. Il nostro è un
mestiere con cui si può vivere solo se si è noti, almeno
nel proprio ambiente. Scrivere racconti è un bell'hobby, ma se
si vuole qualcosa di più bisogna saper proporre progetti editoriali:
raccolte di racconti, antologie, romanzi, trilogie, saghe
Sapersi
presentare a un editore o a un agente letterario coi racconti già
editi sulla rivista ungherese ed in mente un bel progetto di romanzo
è già un punto di partenza.
Ma forse Franz era contento così. A lui piacevano i timbri.
La triste storia di Morselli, ovvero Ma Io Che Cazzo Scrivo?
Guido Morselli è uno dei miei autori preferiti. Il suo romanzo
più bello a mio parere è "Contro-passato prossimo",
pubblicato da Adelphi. Ho un enorme debito di riconoscenza verso Morselli:
è stato lui che mi ha ispirato "I Biplani di D'Annunzio",
il romanzo con cui ho vinto il premio Urania nel '95 ed ho venduto oltre
35.000 esemplari, che in Italia sono davvero un mucchio di copie. Ora
i biplani sono pubblicati anche in Francia.
"I Biplani di D'Annunzio" è un romanzo abbastanza buono,
forse merita un 6+.
"Contro-passato prossimo" invece è un capolavoro.
Ma I Biplani è stato pubblicato un paio di mesi dopo che ho finito
di scriverlo.
"Contro-passato prossimo" è uscito solo parecchio tempo
dopo che l'autore era tragicamente scomparso (non voglio pensare che
Guido si sia ucciso perché non riusciva a pubblicare i suoi meravigliosi
romanzi, sarebbe troppo triste). Guido era un artista vero, uno dei
più grandi del nostro Novecento.
Scriveva ottima fantascienza.
Ma forse non lo sapeva. Il suo genere era l'Ucronia, cioè romanzi
in cui uno si fa domande del tipo:
"...E se l'Austria avesse vinto la Grande Guerra?" (Morselli
e il sottoscritto).
"...E se Roma fosse senza Papa?" (Morselli).
"...E se Garibaldi avesse combattuto a Gettysburg?" (P. Prosperi,
edito da Editrice Nord).
"...E se i nazisti avessero trionfato?" (P. K. Dick, La Svastica
sul Sole, uno dei massimi della fantascienza mondiale).
Morselli era bravo, molto bravo. Ma la fantascienza è una bestia
nera da pubblicare: ci sono pochi editori che hanno delle collane specializzate.
E ci sono anche pochi lettori, ma questo è il problema minore.
L'importante è rompere il ghiaccio, uscire col primo romanzo,
poi si vedrà. Evangelisti, il massimo autore della fantascienza
italiana, è uno scrittore professionista stimato in tutta Europa.
Ha vinto premi prestigiosi, vive della sua arte (un privilegio concesso
a pochi), è stimato. Guido, concedimi una piccola ucronia:
"...E se tu avessi contattato Urania, o gli editor delle collane
della Editrice Nord?"
Il mio amico idraulico ha sempre saputo di essere un idraulico, non
ha mai pensato di essere un elettricista.
Cosa possiamo imparare da Morselli? Niente.
Cosa possiamo imparare dal mio amico idraulico? A capire che cosa siamo.
Se scriviamo gialli, presentiamoli al premio Tedeschini. Se il nostro
genere sono le storie per i ragazzi, seguiamo il premio Calvino. Io
ho proposto, tanto per provare, il mio nuovo romanzo di fantascienza
a un grande editore italiano. Forse non volevo davvero fare le corna
alla Mondadori, magari volevo solo vedere che cosa succedeva... O forse
volevo davvero provare a cambiare, non ha importanza. L'editor di quella
casa editrice conosceva il mio libro precedente, e quindi con grande
disponibilità ha accettato di leggerlo. E poi me l'ha rispedito
indietro, perché quella casa editrice non ha collane di fantascienza.
Non avrebbero saputo che farsene.
Le tristi storie di Svevo e Musil, ovvero: ragazzi, se siete così
pigri pigliatevi un agente letterario, cazzo!
Tutti i romanzi di Svevo ("Senilità", "Una vita",
"La coscienza di Zeno") sono considerati, chissà perché,
un buon esempio di letteratura italiana. A me non piacciono, ma naturalmente
è un parere personale. Del mio stesso parere era l'editore Treves,
uno dei massimi editori del periodo in cui i romanzi sono stati scritti,
che rispedì al mittente i manoscritti.
Questo bastò a spingere il nostro a rivolgersi a pagamento ad
un piccolissimo editore (l'editore triestino Vram). "Una vita"
sarà pubblicato nel 1892 da tale editore in mille esemplari,
a totali spese dell'autore.
E provare a guardare al di là del proprio naso? Il mondo mica
finisce con la Venezia Giulia! Pubblicate le creature a sue spese, Svevo
attese la manna dal cielo: si aspettava che la critica letteraria gridasse
al miracolo e lo trascinasse agli altari della notorietà letteraria.
E naturalmente rimase in attesa, senza fare assolutamente nulla perché
ciò accadesse.
Ovviamente i critici avevano ben altro da fare che scartabellare tra
i cartami della Vram, così nulla accadde. Anche "La coscienza
di Zeno" venne rifiutata da Treves, e il nostro se ne lagnò
con Joyce, che era amico suo. L'altro gli rispose: "...Perché
si dispera? Deve sapere che è di gran lunga il suo miglior libro.
Quanto alla critica italiana non so. Ma faccia mandare degli esemplari
a stampa a M. Valery Larbaud, M. Benjamin Cremieux, Mr.T.S.Eliot, Mr.
F.M. Ford".
Visto come si fa? Chi se ne frega se Treves non lo vuole? Cazzo, amico,
ma prenditi un agente letterario! Meno male, per Svevo, che Joyce sapeva
come si fa a fare lo scrittore, sennò chissà quanto si
sarebbe lagnato ancora Svevo. La colpa era naturalmente sua, solo ed
esclusivamente sua.
Il mio amico idraulico mica sta a piagnucolare se la vicina di sotto
si fa riparare il bidet da un altro! Lui ragiona in termini cittadini,
e sta cominciando ad allargarsi a livello regionale. Ah, a proposito:
uno scrittore che non viva solo d'aria e d'amore, è meglio che
cominci a ragionare almeno in termini europei. Va bene cominciare dall'editore
sotto casa, ma può benissimo darsi che la prima occasione di
pubblicazione sia più lontano di quello che immaginiamo... Conosco
(giuro che è vero!) uno scrittore di fantascienza genovese che
ha pubblicato i suoi romanzi solo in Bulgaria! (...ecco, però
non gli ho chiesto quanto gli danno di diritti d'autore, in verità).
Quanto a Musil, pubblicò il primo volume di "L'uomo senza
qualità" nel 1931 da Rowohlt, ed il secondo volume nel 1933.
Morì nel '42 poverissimo e completamente sconosciuto. Nel '49
due coniugi inglesi, Wilkins-Kaiser, pubblicarono, anonimo, un articolo
sul "Times Literary Supplement" proclamando che quest'uomo,
completamente dimenticato, era uno dei massimi scrittori del Novecento.
Non so se avessero ragione i Wilkins-Kaiser ad incensarlo o i suoi contemporanei
a snobbarlo, ma quel che è certo è che Musil aveva un
ufficio stampa che faceva schifo e un agente letterario incompetente.
E quindi?
In conclusione, è troppo facile per gli scrittori prendersela
con gli editori e con i critici. Sembrano i salumieri che se la prendono
col governo per le tasse.
Gli editori fanno il loro mestiere, che è abbastanza un casino.
Possono pubblicare bei libri che vendono. Oppure brutti libri che vendono.
Oppure bei libri che non vendono. Non possono pubblicare brutti libri
che non vendono. Non spetta a loro coccolare e incoraggiare gli autori
in crisi mistica. Se uno vuole attenzione da parte degli editori, se
la deve conquistare sul campo. Vincendo un premio letterario, per esempio.
Oppure pubblicando racconti e saggi su riviste fino a farsi conoscere
nell'ambiente. O come diavolo gli pare, purché si muova un po'.
La quantità di fuffa che arriva alle grandi case editrici è
impressionante. È ovvio che non possono leggere tutto. Devono
fare una preselezione per isolare quello che potenzialmente può
essere interessante, e soprattutto utile e in linea con i progetti culturali
e industriali della casa editrice.
Siamo noi autori a dovere aiutarli, dandogli gli strumenti per farsi
un'idea chiara di che cosa stiamo proponendogli. Identificando la collana
giusta, per prima cosa. Una collana che dovremo conoscere bene, dovremmo
aver letto tutto quello che ha pubblicato negli ultimi tempi. E poi
facendo delle sinossi intriganti e brevi dei nostri lavori, magari con
immagini e brani di dialogo, ben impaginate e piacevoli, che potremo
anche pubblicare su Internet. Se volete ispirarvi, le mie sinossi sono
qui:http://www.masali.com/Romanzi/index.htm
Per quanto riguarda i critici, il discorso è proprio lo stesso.
Sembra che alcuni autori pensino che la critica letteraria sia una specie
di servizio sociale di supporto psicoanalitico al romanziere in crisi.
Ma chi l'ha detto? Chi cazzo l'ha detto, che i critici debbano essere
una specie di cani da tartufi intellettuali, col naso a terra per trovare
il prezioso tubero sotto il letame? Il loro mestiere è analizzare
i libri che la gente legge, non si capisce perché dovrebbero
fare un cattivo servizio ai loro lettori andando a pescare chissà
che roba pubblicata al piccolo editore misconosciuto in 500 copie.
Quando uscirono "I biplani di D'Annunzio", non rimasi certo
ad aspettare l'ufficio stampa Mondadori: non sono così ingenuo
da pensare che il colosso di Segrate si sarebbe mosso per me. Così
ho preparato un pacco per i giornalisti contenenti le sinossi, una copia
del libro, un articolino già scritto in formato Word per fare
il copia-e-incolla, i file della copertina del libro in formato TIF,
a 300 punti per pollice, in modo che fosse già pronto per la
pubblicazione e le fotocopie delle recensioni già uscite. Ho
fatto una letterina d'accompagnamento un po' spiritosa e ho inviato
il tutto a tutte le redazioni possibili e immaginabili, cercando però
di non rompere i maroni a chi ci lavora. Chi ha mai frequentato una
redazione sa bene che razza di casino sia il lavoro del redattore. Trovarsi
la pappa fatta, le immagini già a posto, e un pizzico di ruffianaggine
ha fatto miracoli: il mio romanzo è stato recensito da decine
e decine di riviste. Una massa critica che ha fatto sì che del
mio lavoro si interessassero anche i grandi quotidiani e le riviste
di critica letteraria. Ho fatto un ottimo lavoro, tutto sommato. Grazie
agli insegnamenti del mio amico idraulico, naturalmente: lui quando
non ha clienti se li va a cercare, non aspetta la manna dal cielo. Un
lavoro che mi è costato soldi e fatica, ma ne è valsa
la pena.
Come disse Kim a proposito del mestiere del mendicante
"Chi in silenzio chiede, in silenzio muore".
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