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LE
FRONTIERE DELLA FANTASCIENZA
La fantascienza è ancora una letteratura di frontiera,
o è stata superata dalla realtà?
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La
fantascienza, quando è buona fantascienza, diventa lesplorazione
letteraria del divenire, cioè mette al centro quello che succede
nel mondo in cui viviamo, come cambia il nostro ambiente sociale, culturale
e tecnologico e come in questo contesto cambiamo noi, visto che siamo
il prodotto del nostro ambiente.
Questa è
la sottile linea che divide la fantascienza in senso proprio dal fantastico
più in generale; la fantascienza è figlia della rivoluzione
industriale, che per la prima volta nella storia dellumanità
ha fatto sì che lambiente artificiale, che poi in fondo
è lambiente naturale delluomo, cambiasse così
freneticamente che nella vita di ogni persona si attraversino ere totalmente
differenti, che prima dellindustrializzazione avrebbero richiesto
secoli; chi oggi ha novantanni ha attraversato lepoca degli
imperatori novecenteschi, letà della meccanizzazione, la
breve e nefasta era atomica, letà dellesplorazione
dello spazio vicino, la caduta delle ideologie, letà del
Silicio, ha visto nascere la globalizzazione e sta per entrare nellEra
del Dna.
La fantascienza
ha sempre commentato ognuna di queste fasi, ne ha proposto lestetica,
ne ha esplorato i rischi attraverso le utopie negative, talvolta ne
ha sciaguratamente esaltato le presunte conquiste, sempre ha cercato
di immaginare la vita di tutti i giorni in uno scenario continuamente
in movimento. E ha anche cercato di ricucire il passato col divenire,
fotografando attraverso le avventure nel tempo il momento
esatto in cui il presente sta per diventare futuro. Letteratura di frontiera
per eccellenza, la migliore fantascienza sa vedere meglio di ogni altro
dovè per lappunto la frontiera; che oggi è
anche allinterno del corpo umano, o meglio, nel nucleo delle cellule,
dove si nasconde il patrimonio genetico che lindustria si appresta
a trasformare in patrimonio e basta, da brevettare, modificare, vendere
e comprare. Chi la fantascienza ce lha nel sangue, che questa
fosse la frontiera lha capito da molto: sia pure ingenuamente,
lo stesso Asimov lo colse in epoche non sospette, col suo viaggio allucinante.
Cè
poi la frontiera della globalizzazione, della difficile integrazione
con laltro; non più ridotto a puro simbolo, come i troppi
ometti verdi della fase infantile dalla fantascienza, ora prende corpo,
sangue, emozioni e soprattutto una precisa identità culturale
e politica, come per esempio accade in "Jihad" di Jean Marc
Ligny (Fanucci).
Passata nel
dimenticatoio lincubo di un ormai estremamente improbabile conflitto
nucleare, la fantascienza si sposta su unaltra frontiera, altrettanto
crudele e molto più cinica, quella delle guerre a senso unico,
tipo io ti bombardo, tu morendo fai audience alla Cnn come
ho cercato di fare io con il racconto Povero angelo, o i
conflitti locali come la guerra nellex Jugoslavia (Vedi I
Biplani di dAnnunzio (Todaro), perdonate le autocitazioni,
non ce ne saranno più). Le nuove frontiere prendono il posto
di quelle ormai vetuste; la frontiera non è più nello
spazio, la space opera è superata, e non convince più
neppure come fucina di metafore; a mio parere, il canto del cigno di
questa ormai arcaica forma di fantascienza è I reietti
dellaltro pianeta di Ursula Le Guin, due pianeti simbolo
dei due lati della cortina di ferro, che ha segnato insieme il punto
più alto e la morte per vecchiaia della space opera.
Altre frontiere
si evolvono, specialmente nella fantascienza sociologica; al potere
che si autoalimenta del controllo delle informazioni tracciato da 1984
di George Orwell si affianca il potere che le informazioni le crea e
le spettacolarizza, una delle intuizioni più geniali della "Mater
Terribilis" di Valerio Evangelisti (Mondadori).
Talvolta la
frontiera va persino più veloce della fantascienza, e ne travolge
gli aspetti apparentemente più innovativi, lasciando dietro di
sé una preoccupante afasia. È stato il caso del cyberpunk,
che ha cercato soprattutto di creare lestetica dellera dei
bit, ma levoluzione tecnica nel mondo reale è stata così
veloce da prenderla in contropiede, la Matrix ora è in casa di
tutti, si è ridotta a un elettrodomestico e la sua estetica la
fa la gente, senza bisogno della mediazione di intellettuali come Gibson
e soci, che si sono trovati senza parole e sono svaniti nel nulla, salvo
ogni tanto cercare di dimostrare di non essere ancora morti, anche se
le ultime paginette già puzzano di cadavere.
Come puzzano
di marcio i tentativi di accanimento terapeutico su tecnologie che si
sono dimostrate fuffa nei fatti, per esempio lintelligenza artificiale,
buona solo per i filmetti holliwoodiani pieni di buoni sentimenti. E
chiedo scusa allamico Jean Michel Truong, autore di Le Successeur
de pierre, probabilmente il miglior romanzo sullintelligenza
artificiale mai scritto. Ma è proprio lI.A. a essere una
bufala, qui non si esplora il divenire, si gioca col Golem. Che è
materiale straordinario per la letteratura fantastica, ma va trattato
come un simbolo e non come una concreta possibilità.
In conclusione,
le frontiere ci sono eccome, e sono come sempre il sangue e il sale
della fantascienza. Che oggi come ai tempi di Flash Gordon le riveste
di metafore e suggestioni, ci gioca e le esplora. Ma sono frontiere
sfuggenti, vere e proprie sabbie mobili, e non tutti gli scrittori sono
in grado di maneggiare un materiale così evanescente. Per un
Evangelisti che le centra tutte (quella sociale, quella dellincontro
con laltro, quella genetica, quella politica e molte altre ancora)
e le intreccia strettamente tra loro, esplorandone tutte le possibili
relazioni in un canovaccio credibile e soprattutto letterariamente affascinante,
vedi "Metallo Urlante" (Einaudi) o il già citato "Mater
Terribilis", ci sono troppi lavori approssimativi, legati a frontiere
ormai superate dai fatti; cè chi la frontiera si ostina
ancora a cercarla oltre Plutone, chi trova (probabilmente nella cenere
del narghillé o sul fondo della bottiglia) ometti verdi che fanno
disegnetti nei campi di grano, chi riscrive Pinocchio dandogli un cervello
elettrico invece che un cuore di segatura. La fantascienza non è
veramente in crisi di identità, è che la sua identità
è difficile da trovare, sepolta comè da strati di
fuffa che rischiano di soffocarla. Ma la qualità alla lunga viene
a galla. Le recente riscoperta di Dick, il maestro della scollatura
tra realtà e apparenza, ne è un esempio; e anche la nuova
generazione di autori europei fa ben sperare, come Andreas Eschbach,
che con "Dieci miliardi di tappeti di capelli" (Fanucci) la
sua strada lha trovata tra le catene delle tradizioni millenarie
accettate acriticamente, che impediscono alla gente di essere libera.
Un tema di attualità dirompente, una vera e propria ultima
frontiera in un mondo globale dove le più crudeli tradizioni
tribali stanno diffondendosi nelle nostre città, portandoci lo
shock culturale di dover fare i conti con bambine che in nome della
tradizione subiscono mutilazioni ben più dolorose e permanenti
che la rasatura dei capelli per fare tappeti a un imperatore lontano
nello spazio e nel tempo.
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