0 - IL MATTO
 
di Paola Fantaguzzi

Frank Drummer

Da una cella a questo luogo oscuro -
la morte a venticinque anni!
La mia lingua non poteva esprimere ciò che mi si agitava dentro,
e il villaggio mi prese per scemo.
Eppure all'inizio c'era una visione chiara,
un proposito alto e pressante, nella mia anima,
che mi spinse a cercar d'imparare a memoria
l'Enciclopedia Britannica!

Edgar Lee Master
(da L'antologia di Spoon River)

Ore 8.30 del mattino. Lunedì. La tesserina magnetica scorre nella sua fessura producendo un piccolissimo Bip.
Alle spalle tre quarti d'ora di viaggio allucinante, nel traffico della città, schiacciato come una bestia su un autobus strapieno. Occhi ostili che tengono d'occhio le mani altrui. I corpi si strusciano, si premono, ma egli avverte nitidamente il campo di forze che tutti hanno attivato per proteggere il prezioso contenuto di borse e tasche. E quel contatto forzato lo invade. Un'angoscia profonda. Come la sensazione di essere violentato nell'anima e nei pensieri.
Ore 8.30 del mattino. Lunedì. Bip.
C'è ancora da percorrere il lungo corridoio che va dall'ascensore alla porta, protetta da un sistema di sicurezza, del centro di calcolo. Molti uffici si affacciano sul corridoio. Molte facce.
Nelle prime stanze ci sono persone che incontra solo al mattino, compiendo il tragitto obbligato dall'ascensore al ced. Da quelle porte sporgono sorrisi e saluti. Mano a mano che procede, i sorrisi sfumano in saluti sempre più asciutti.
In fondo, il corridoio è chiuso da una porta di vetro. Occorre ancora una volta far scorrere la tesserina magnetica nella fessura perché la porta si apra con un lieve ronzio. Al di là, l'open space dove trascorre tutta la sua giornata lavorativa.
-Ciao a tutti.
Silenzio assoluto. I vicini di scrivania distolgono lo sguardo.
A tratti piccoli gruppi si alzano per andare a prendere il caffè. Lui aspetterà che tutti siano ritornati, poi ci andrà da solo. Guardingo, sperando di non incontrare nessuno.
Gli viene improvvisamente in mente che Venerdì ha incontrato sull'autobus il suo vicino di scrivania. L'ha salutato. L'altro ha semplicemente girato la testa dall'altra parte. E' perfettamente abituato al fatto che questo avvenga in ufficio, ma lo stesso episodio, reiterato fuori dal contesto lavorativo, lo ha ferito profondamente.
Basta modificare lievemente la cornice perché l'abitudine perda la sua potenza protettrice.
In ufficio, lui fa finta di non esistere. Lavora, quando ne ha voglia. Per il resto del tempo scrive. Tanto normalmente riesce a svolgere in poche ore il lavoro che gli è stato assegnato per l'intera settimana.
Sente, alle sue spalle, i commenti sulla partita di ieri, i racconti della giornata in montagna con moglie e figli. Ricorda, vagamente, quando ancora tentava di partecipare. Ma ci deve essere qualcosa di spezzato nel suo modo di comunicare. Anche i primi giorni, quando ancora tutti lo salutavano, le sue frasi provocavano sguardi vuoti.
Talvolta è necessario, assolutamente necessario, parlare con un collega per risolvere un problema di lavoro o per ottenere informazioni. Allora toglie dalla tasca una maschera e parla. File, vista logica, allocazione di disco, job description, flusso operativo, diagramma, chiave d'accesso.
Sono momenti felici, sporadici, fugaci.
Sa di non poter pronunciare altre parole. Anche se sono le stesse che usano gli altri provocano sempre quel senso di straniamento, di separazione, di alienazione.

Otto ore. Poi il percorso inverso. E lungo il corridoio i saluti secchi sfumano nuovamente in sorrisi ma, ogni giorno, il punto dove fiorisce il primo sorriso si fa sempre più vicino all'ascensore.
17.30. Lunedì. Bip.
E davanti tre quarti d'ora di carro bestiame e di corpi invadenti e di campi di forze, violenti in modo sconcertante.
Poi la porta di casa chiude fuori il mondo, lasciando penetrare solo il rumore nevrotico della strada.
Dentro, solamente un urlo inespresso. Qualcosa che potrebbe trapelare da ogni parola.
Per questo non ha il telefono.

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