01 - IL MAGO
 
di Filippo Bertoni

Il vento, che per tutto il giorno era stato caldo, ora spirava freddo, sfogliando le pagine del pesante libro che Erasmus teneva sulle ginocchia.
Il sole era già tramontato e quei pochi momenti di pace erano ormai giunti al termine; da un momento all'altro sarebbe arrivato il Maestro.
Le fronde gemmate degli alberi si muovevano dolcemente, cullando i pensieri del giovane apprendista. Il cielo già scuriva e le poche nubi si accendevano del rosso fuoco tipico del tramonto; quei colori riportarono la mente del ragazzo indietro.
Non era passato molto tempo da quando aveva iniziato i suoi studi, eppure gli sembrava che tutti i ricordi precedenti si stessero allontanando sempre più.
La Luna era alta in cielo, quando un lieve fruscio seguito dal rumore metallico del cancello risvegliò il ragazzo dai suoi pensieri. Erasmus ripulì rapidamente il desco e ripassò mentalmente il discorso preparato per ricevere quello che sarebbe diventato il suo Maestro.
Questi era un uomo dal fisico molto slanciato, completamente coperto da un leggero manto color del ghiaccio. Dall'ombra del cappuccio spuntavano i bianchi zigomi del vecchio mago, sopra i quali brillavano due occhi grigi come il mantello.
Sotto lo sguardo del mago, il giovane apprendista non riuscì a reprimere un piccolo brivido. Subito temette il peggio.
- Non temere apprendista - disse invece il vecchio - pochi hanno il coraggio di resistere al mio sguardo.
Il giovane parve sollevato e fece accomodare il vecchio mago su di una sedia. Mentre stava per afferrare il lungo bastone del Maestro, però, il vecchio urlò: - No! - ed allontanò il bastone dalla mano di Erasmus. - Ricorda: non devi mai toccare niente di tutto quello che è mio senza prima avermi chiesto il permesso.
- M… mi perdoni, Signore.
- Non ti preoccupare, capisco che il tuo era un gesto cordiale…- a sentire questo il ragazzo si rincuorò, ma il mago proseguì: -…cordiale, ma sciocco.
Il giovane non toccò mai più nulla che appartenesse al mago senza aver chiesto il permesso. Mai tranne che per una volta.
- Ebbene, tu vuoi diventare mio apprendista? - il ragazzo annuì. - Sai che non ho mai accettato alcun giovane, non è vero?
- Sì… - disse timoroso Erasmus.
- Allora cosa ti fa credere che tu sia migliore di tutti quelli che ho rifiutato? C'erano ottimi maghi tra loro!
- Non ho mai voluto insinuare di essere migliore rispetto agli altri…
- Però l'hai fatto! - disse il mago in tono di scherno.
- …Solo, credo che lei dovrebbe accettarmi… non so perché, me lo sento…
- Cosa senti? - indagò il mago incuriosito.
- Sento… percepisco… che lei sarà il mio Maestro…
- Sì, l'ho percepito anche io - disse il mago appoggiandosi allo schienale, come fosse deluso - Per questo sei ancora qui.
Il giovane fu attraversato da un brivido gelido.
- Fa freddo… entriamo. - e così dicendo il vecchio mago si alzò dallo scranno e, appoggiandosi al bastone, si avviò verso l'abitazione. Erasmus raccolse i suoi libri e lo seguì.
All'interno la casa sembrava molto più piccola, stipata com'era di librerie e scaffali pieni di barattoli dal contenuto misterioso. Il vecchio prese posto su di una logora poltrona di fronte ad un caminetto, nel quale si accese magicamente un fuoco bluastro.
- Siediti. - disse poi facendo un cenno verso uno scranno che era apparso nel frattempo.
Erasmus non era mai stato nella dimora del mago prima di allora, eppure lì si sentiva a suo agio. Presto avrebbe imparato a conoscere ogni singolo oggetto.
- Penso che ti accetterò. - nel sentire queste parole il giovane sembrò entusiasta, ma tentò di frenare la sua gioia
- Oramai sono vecchio, e dovrò lasciare a qualcuno le mie conoscenze…
- Devi solo dimostrarmi di essere tu quel qualcuno - aggiunse poi il vecchio guardando bieco il giovane.
Il ragazzo parve rilassato, e stava per lanciare l'incantesimo che aveva preparato con cura, quando il vecchio lo fermò: - No ragazzo. Non quell'incantesimo.
- Allora… cosa?
- Seguimi.
Il mago si alzò faticosamente e si diresse verso il camino. Ad un suo cenno della mano una porta si aprì dietro alla fiamma blu che stava svanendo.
Il vecchio s'incamminò lungo il buio tunnel al di là della porta segreta. Erasmus lo seguì, inquieto. C'era qualcosa in quel tunnel che non gli piaceva.
- Dove porta? - domandò intimorito.
- Dove? Ovunque! Quando? In qualunque tempo! Perché? …Questo sta a te deciderlo!
La risposta del mago non fece che accrescere la preoccupazione del giovane.
All'improvviso il tunnel si aprì, e divenne un ponte che passava sopra un abisso nero. Dal fondo dell'abisso proveniva una luce arcana.
Il mago si voltò un momento verso il giovane che lo seguiva e gli disse: - Non credere mai a ciò che vedi con gli occhi; ancor meno quello che vedi con la ragione. - poi riprese a camminare.
Delle ombre passavano rapide nell'aria, ma Erasmus non faceva mai in tempo a vederle. Era molto inquieto, e si voltava freneticamente da una parte e dall'altra, quando all'improvviso un'enorme figura alata gli fu addosso.
L'apprendista si gettò a terra sconvolto, chiamando aiuto. Smise solo quando si accorse che il capo del vecchio passava attraverso l'incorporeo torso del mostro e lo guardava con aria annoiata.
- Ti avevo detto di non fidarti degli occhi… - gli tese la mano ed il giovane allungò la sua. L'aria si colorò di un blu elettrico, e il ragazzo cadde a terra contorcendosi.
- Ti avevo anche detto di non fidarti della tua ragione… - si voltò e proseguì con fare irato.
Erasmus si sollevò da terra e riprese a camminare, prestando meno attenzione alle creature che gli sfioravano i capelli.
- Cosa… cosa sono? - chiese dopo un po' non riuscendo più a trattenersi.
- Aria. Di qui passano molte cose orribili, e l'aria le teme. Per questo si tramuta in ombre… - spiegò rapidamente il vecchio che evidentemente non amava che i suoi pensieri fossero interrotti.
Il giovane fu nuovamente percorso da un brivido, ma il mago non ci fece caso.
Senza preavviso alcuno una nuova creatura sopraggiunse dall'abisso e volò verso il mago, con gli artigli pronti a ghermirlo.
Il ragazzo si gettò sul vecchio per proteggerlo dalla presa del mostro. I due rotolarono per circa un metro e poi si fermarono.
- Cosa hai fatto! Pazzo! Non hai ancora capito la lezione!? Quella non era… - ma la sua voce si spense al vedere che il punto dove prima si trovavano entrambi era ora un buco nero nel ponte. Il vecchio si rialzò rapidamente e si guardò attorno con affanno.
- Com'era fatta?
- Cosa?
- La creatura? Com'era fatta? A che somigliava?
- Era molto simile ad una grossa arpia… Eppure era nera come la pece, tutta nera tranne gli occhi rossi…
- Un'arpia… Eccola! - ed indicò un punto buio nell'aria.
Erasmus non riuscì a vedere niente, ma evidentemente il Maestro vedeva qualcosa, poiché stava lanciando un incantesimo proprio in quella direzione.
Mentre le arcane parole dell'incantesimo risuonavano, una luce sempre più forte si sprigionava dalle mani del mago.
Quando si udì l'ultima parola un lampo improvviso si scagliò crepitando contro la creatura, che fu illuminata dalla luce bluastra per un istante. Si stava scagliando all'attacco, ed era ormai molto vicina.
La luce blu si spense con il grido strozzato dell'arpia che cadde verso il fondo dell'abisso.
Per molto tempo nessuno si mosse.
- Non è possibile… - disse poi il mago. - Come hai fatto ad accorgerti che quella creatura era vera? Che trucco hai usato?
- Non ho usato nessun trucco… l'ho percepito.
- Se ciò che mi dici corrisponde al vero, allora… - disse il mago con uno sguardo vacuo, assorto nei suoi pensieri - No, no. Proseguiamo! - e riprese a camminare.
Passato il ponte si ritrovarono in una grande sala. All'estremità più lontana si scorgeva un sottile filo di luce.
Camminarono fino alla porta socchiusa da cui essa filtrava, ed il mago si fermò sull'uscio.
- Questa sarà la tua prova. - disse indicando col bastone la porta - Qui mi dimostrerai di essere veramente all'altezza del tuo Maestro.
Il giovane apprendista si avvicinò alla porta in silenzio. L'aprì e fu inghiottito dalla luce.

Passarono due settimane, ed il vecchio mago non si mosse da davanti la porta.
- Ormai è passato troppo tempo; neanche io resistetti così a lungo. È inutile aspettare. - disse poi il quindicesimo giorno, e voltando la schiena si incamminò verso il ponte da cui era venuto.
- Peccato, sarebbe stato un buon apprendista… - pensò tra sé il mago.
D'improvviso s'udì uno scricchiolio. Il mago si voltò. La porta era aperta, e nel mezzo si trovava l'apprendista.
Aveva il volto smunto e pallido, gli occhi gonfi, gli abiti laceri e lerci ed il corpo pieno di graffi. Ma sorrideva.
Il mago, stupito, non riuscì a dire niente. Poi il ragazzo cadde a terra privo di forze.

Fu curato dal mago che dal quel giorno lo portò sempre con sé in tutti i suoi viaggi verso la Sala delle Porte. Infatti in quella sala non c'era solo la porta che il ragazzo aveva attraversato, ma molte altre simili che portavano ognuna ad un piano dimensionale differente.
- Le esplorerai tutte, - gli disse un giorno il vecchio - ma ognuna a suo tempo…
Spesso il mago metteva alla prova il suo apprendista mandandolo da solo attraverso una porta, ma il giovane tornava sempre.
Lui poteva entrare ed uscire da tutte le porte; tutte, tranne una.
Era una porta dalle ante pesanti, forgiate in un metallo assai particolare, interamente decorate con macabre scene di mostri orrendi nell'intento di divorare le anime degli uomini, rappresentate come pesci che nuotavano in un mare di lava. Ogni volta che il vecchio mago ribadiva al giovane di non entrare, lui pensava che mai e poi mai avrebbe desiderato entrare in quella porta.
Mentre studiava, il giovane pensava al passato. Pensava a tutti i momenti felici della sua vita. Gli sembrava tutto così lontano…
Presto il ragazzo capì che in ogni viaggio il rapporto tra la sua mente e quella del suo Maestro diventava sempre più solido. Non avevano più bisogno di parlare, poiché riuscivano a comunicare utilizzando solo la mente.
Una mattina si svegliò di soprassalto. Terribili incubi lo avevano tormentato da quando era entrato in quella porta, e si chiese se mai avrebbe smesso di avere quelle visioni.
- No, non finiranno mai. Mai.
Il vecchio mago era seduto sulla stessa poltrona logora della prima volta, girato in modo da dare le spalle al ragazzo. - Per questo imparai a non dormire.
Poi si alzò dalla poltrona e si diresse verso un armadio. Di lì trasse un manto color del ghiaccio che diede al ragazzo.
- Mettitelo. Ora non sei più un apprendista. - ed uscì dalla stanza.
Il suo Maestro lo stava attendendo davanti al camino da cui si accedeva al lungo tunnel.
- Vieni, giovane mago. Oggi apprenderai molte cose… - disse facendo cenno al giovane di entrare.
Egli esitò al ricordo di ciò che era avvenuto tempo addietro. Erano passati mesi, ma non si era ancora rimesso del tutto.
Poi il mago ripeté il gesto di invito, ed il giovane entrò nel tunnel. Dopo che anche il mago fu entrato la porta si richiuse alle loro spalle.
-Questa sarà una lezione molto importante. L'ultima- disse il mago, e si incamminò verso il ponte.
La strada parve al giovane molto più breve di come gli sembrava di solito.
Nessun ombra solcava l'aria né sopra, né sotto il ponte. Lo percepiva.
Le sue percezioni erano molto aumentate da quando era tornato dal viaggio.
Presto si ritrovarono nella Sala delle Porte. Il mago si fermò proprio di fianco alla porta che l'apprendista non aveva mai potuto attraversare.
- Ora non sei più un'apprendista. - ripeté il mago, e così dicendo aprì la porta. Una luce rossa si sprigionò ed i due ne furono inghiottiti.

Prima ancora che Erasmus aprisse gli occhi, che aveva chiuso per proteggersi dalla luce rossa, il Maestro gli disse: - Non aprire gli occhi. Guarda con la mente…
Il giovane obbedì, e vide intorno a sé immensi palazzi bianchi, vie larghe e spaziose, alberi fioriti a non finire e il cielo limpido sopra la testa. Il sole splendeva e c'era un caldo piacevole.
Il vecchio mago guidò il ragazzo fino ad una splendida piazza, dove una enorme fontana spruzzava acqua. Poi il mago si allontanò, lasciando il giovane che osservava attorno a sé estasiato.
Erasmus non si era mai sentito così in vita sua: il posto era stupendo e la bellezza del luogo lo inebriava. Non riusciva a smettere di guardare, era come una droga.
Anche il clima era perfetto: il caldo del sole sulla pelle, l'aria profumata, un fresco venticello… Sentendo l'aria che spirava fresca intorno a lui i suoi pensieri si liberarono, e tornò con la mente alla sua infanzia, dimentico del luogo stupendo in cui si trovava.
Vedeva la sua casa natale, i suoi amici, i suoi amati genitori e Eika. Sì c'era anche lei. Ma, insieme a lei c'era anche lui stesso…
Riprese il controllo della sua mente e si accorse che niente di tutto ciò che vedeva era reale. Neanche le case bianche, e nemmeno la fontana…
Lentamente aprì gli occhi.
Dapprima non vide nulla, ma man mano che i suoi occhi si furono abituati alla luce si delineò di fronte a lui un paesaggio oscuro e desolato. Un forte senso di oppressione gl'invase l'animo, e si voltò, senza volerlo, in direzione della porta.
Vide due figure che parlavano tra di loro sottovoce. In una riconobbe il Maestro. L'altro era uno strano essere; era un punto nero nell'oscurità, e all'altezza della testa, brillavano due orride fiamme rosse come lava.
Innumerevoli crepe si aprivano attorno ai due ed una luce rossastra ne usciva. Subito il ragazzo riconobbe il paesaggio inciso sulla porta.
Si accorse che i due uomini non erano poi così lontani come gli era sembrato, e capì di poter udire i loro discorsi. I due stavano evidentemente parlando già da un po' di tempo.
- È giovane, sì, ma è forte nella magia… Ha anche percepito ciò che io non avrei potuto… È stato nella Porta per quindici giorni…
- Potrebbe essere pericoloso… Lo sai che questo posto deve rimanere segreto…
- Sì, lo so. Ma non temere, guarda come contempla estasiato tutto … - disse il mago, ed il giovane vide che faceva un cenno nella sua direzione. Lui stava fingendo di prestare attenzione a tutte le belle cose che aveva attorno.
- Hai ragione… Eppure c'è qualcosa in lui… Noi stiamo ricostruendo ciò che fu distrutto… Non ci possiamo permettere di sbagliare un'altra volta! Questa è la nostra ultima possibilità.
- Sì, sì, lo so… anche io l'ho percepito. È un pericolo… - ma poi aggiunse, scosso da un brivido - per me, il suo Maestro…
- Già… ed è perché… Lui è più potente di te.
Il mostruoso essere si avvicinò, imponente, al mago, protendendo un artiglio rosso come il fuoco.
- Cosa…. Cosa vuoi fare? - disse il mago spaventato, indietreggiando. - Lo sai che senza di me non Lo puoi riportare in vita…
- Io no, ma il tuo discepolo sì. Ti ho osservato, in tutti questi anni, ed ho imparato molte cose. Io controllerò il giovane, e lui farà per me quello che dovevi fare tu …
- No, non puoi farcela senza di me! Sei un folle!
Il Maestro indietreggiava spaventato, mentre il mostro avanzava sempre più. Alla fine il mago ricorse alla sua ultima arma mentre il demone saltava all'attacco.
Un bagliore blu riempì tutto lo spazio circostante con la sua luce. Quando i raggi che partivano dalle mani del mago incontrarono la pelle del mostro si sentì un odore di carne bruciata, ed esso cominciò a strillare per il dolore.
Ma presto il grido di dolore si tramutò in urlo di rabbia.
La creatura, noncurante dei dolorosi colpi del mago, saltò verso di lui con gli artigli protesi.
Mentre i due si stavano per scontrare, Erasmus lanciò un incantesimo che neanche lui sapeva di conoscere.
Gridò parole sconosciute, e dalle sue mani si sprigionarono due enormi sfere di luce che colpirono insieme il mago ed il demone, avvinghiati nella lotta.
Tutto fu invaso da una fortissima luce, ed Erasmus rimase per un lungo attimo accecato. Quando riaprì gli occhi, vide che i due corpi giacevano a terra uno di fianco all'altro.
Mentre passava vide il demone che, spirando, lo guardava con orrore.
- Non… non ti rendi conto… di ciò che hai… impeditoooo... - l'ultima parola terminò in un gorgoglio, e la creatura si sciolse.
Il Maestro, che aveva raccolto le sue ultime forze, stava strisciando disperato verso il suo apprendista supplicando aiuto.
- Sei sempre stato… un bravo apprendista… ti ringrazio di avermi salvato… da quel… …mostro… ora, aiutami ad alzarmi…
- Tu, tu … mi volevi tradire. Io mi ero fidato di te, avevo dato tutta la mia vita a te, ma tu hai fatto la mossa sbagliata.
- No, non è come credi… Io… e te, Noi… avremmo regnato sovrani su questa… terra… Avrei ucciso io stesso Kalgaroth… al momento debito.
- Ho udito tutto ciò che hai detto!
- Io… io ti servo… tu hai bisogno della mia conoscenza…
- Hai commesso un solo errore: ti sei dimenticato che IO sono un uomo. Il tuo potere e la tua conoscenza non mi interessano più. Tieniteli, insieme a questa "terra"! È tua, visto che la volevi. Te la lascio. - e mentre diceva questo lanciò uno sguardo verso la distesa di lava e roccia che lo circondava. Poi raccolse il bastone del mago che giaceva in terra accanto al vecchio.
- No, non ti permetto di prenderlo!
- Non ho chiesto il tuo permesso. Ora non sono più un apprendista. - disse, e poi aggiunse - Addio, Maestro. - e colpendo con il bastone l'aria dinnanzi alla Porta l'aprì e vi entrò.
Le pesanti ante si richiusero dietro di lui.
L'ultimo ricordo di quella dimensione fu il grido del vecchio mago che supplicava il suo aiuto. Dopodiché Erasmus ritornò alla sua casa d'infanzia, dove aveva lasciato la sua famiglia. Ritrovò tutti gli amici che lo avevano sempre aiutato, e rivide Eika.
Era stata lei a far nascere in lui il desiderio di diventare mago, poiché desiderava il suo amore.
Ma studiando magia presto si era dimenticato dell'Amore, e nella sua mente c'era stato spazio solo per il Potere e la Conoscenza.
Ora era tornato, forte, vigoroso ed adulto. Non gli servì alcun incantesimo per avere il cuore della sua amata, ed il desiderio di potere scomparve dal suo cuore, sospinto via dal vento.

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