02 - LA PAPESSA
 
di Rosalba Boncompagni

Un altro giorno iniziava, il Palazzo si svegliava, la luce entrava dalle finestre colorate, un piccolo esercito di esseri rassettava ogni stanza; la Sacerdotessa guardava il suo corpo allo specchio; era ancora giovane.
Erano trascorsi quindici anni dalla sua venuta al Palazzo, allora era solo una bambina; fu il giorno del suo decimo compleanno, sua madre la chiamava dal cortile: - Saba, Saba vieni qua, è ora.
Saba; nessuno l'aveva chiamata più così, ora lei era la Papessa.
Ma oggi, era un giorno come gli altri, e, come ogni mattina accadeva; mentre i suoi aiutanti si preparavano a ricevere i pellegrini, lei trascriveva le visioni della notte.
Tutto ciò che accadeva, dentro i confini del Lant, ogni giorno, era contenuto nei sogni della Papessa; questa sua capacità non era così particolare; i sogni di ogni abitante del Lant, erano pieni di verità; ma solo poche persone riuscivano a svilupparne di così assidui e precisi, e solo lei, nella sua generazione, era stata in grado di raggiungere il controllo dei confini. Si, perché, i sogni non hanno confini, i comuni abitanti del Lant visitavano luoghi lontanissimi e sconosciuti, ogni notte, senza una regola; tutti tranne lei che di regole ne aveva fin troppe.
Una Papessa deve saper limitare le sue percezioni al Lant e ai suoi abitanti; perché siano ogni giorno chiare e dettagliate.
Una Papessa deve vivere al Palazzo; non può distrarsi, uscire, non può che vedere i pellegrini, e ad occuparsi del Palazzo, sono solo esseri provenienti dalle terre fuori dei confini del Lant. Queste erano le leggi dell'Ordine del Palazzo; da dieci generazioni le Papesse si succedevano, e in più di seicento anni queste erano state.
La mattina era trascorsa, il libro dei sogni era stato aggiornato, Saba si preparava, finito il suo pasto, ad incontrare e consigliare i pellegrini. Un giovane elfo toglieva ciò che rimaneva sul tavolo; era Vel; cinque anni prima in un giorno come quello, Saba, stupita della sua presenza, gli aveva chiesto cosa ci facesse un Elfo al Palazzo.
Vel, aveva abbassato lo sguardo e poi risposto: - Ho sbagliato, ho gravemente offeso la gente ai confini delle mie terre; credevo che solo gli Elfi avessero valore, così la mia gente ha dovuto punirmi e mi hanno mandato qui; dove, gli esseri di ogni luogo vengono ha lavorare, quando diventano anziani e non si sentono più utili nei loro villaggi; anche se questo agli elfi non capita mai.
Effettivamente da allora, esteriormente, Vel, bello come solo un elfo può essere, non era cambiato affatto, se non per un impercettibile crescita dei capelli, pensò Saba, quando lo hanno spedito qui fu perché imparasse l'umiltà, come in una prigione, gli elfi non si sbagliavano mai, questa è una prigione, la mia però.
- Giovane Vel, domani la tua punizione finirà e potrai far ritorno alle tue terre, sei felice?
- Non so, Papessa, mi avranno perdonato?
- Caro Vel, in cinque anni non mi hai mai confessato ciò che hai commesso per essere spedito qui; ma se la metà delle cose che mi hai raccontato della tua stirpe e di tuo padre sono vere, sulla loro saggezza, vedrai che saranno felici di riabbracciarti e di scoprire quanto umile si è fatto il tuo cuore.
- Mi parlate come se fossi uno dei vostri pellegrini del Lant; ma nei vostri sogni non c'è posto per gli elfi, come potete sapere?
- Ricorda la tua lezione Vel; nel nostro mondo ci sono popoli di razze molto diverse, ma i loro cuori sono uguali, la tua storia e simile a mille che ho visto nel Lant.
Ed il giorno dopo Vel partì.
Due estati erano trascorse, nella terra del Lant, ed il mattino, al Palazzo, era iniziato allo stesso modo. Saba, finito il pranzo era tornata nelle sue stanze per indossare la sua veste ufficiale; pronta a ricevere i pellegrini, ad aiutarla c'era Chia, una fata di origini nobili, ma innaturalmente invecchiata a causa di un maleficio di una rivale.
Aveva scelto il Palazzo come rifugio dalle risa delle sue sorelle fate e per continuare a vivere in un luogo che assomigliasse ad una corte. Saba l'aveva scelta come sua damigella, perché riusciva ad infondere, comunque, un aria di novità e giovinezza alle stanze del Palazzo, era di sicuro meglio della solita gnoma decrepita, e, in qualche modo, l'aveva consolata della partenza di Vel.
- Allora Chia, dimmi, cosa mi aspetta? Quante madri che hanno smarrito i loro figli ci sono, e quanti mercanti, che non sanno dove devono comprare le migliori stoffe, devo sopportare oggi?
- Beh, Papessa, non so… oggi …insomma…sa non è per impicciarmi degli affari del Palazzo, e forse dovrebbe prima parlare con Stlano, lo gnomo che prepara le lista dei ricevimenti, ma ecco…
- Oh su, Chia lo so che, quando non hai problemi con la schiena, svolazzi per tutti i corridoi per origliare ad ogni porta. Quindi se c'è qualcosa di diverso, non farmi aspettare o ti faccio mandare nelle cucine!
Chia sapeva che non era una vera minaccia, e Saba sapeva, che la fata le avrebbe spifferato tutto comunque; ma entrambe, nella loro prigione, si divertivano a giocare, come le due giovani che in realtà erano.
- Insomma..se proprio lo vuole sapere, stamattina, tre elfi sono giunti, dopo l'alba, nelle terre del Lant; stando bene attenti a non arrivare prima, così che lei non potesse sognarli e sono arrivati al palazzo, un ora fa, non so con quale delle loro diavolerie volanti; per chiederle udienza!
- Elfi?
- Si, uno di loro dice di chiamarsi Vel, di aver lavorato al Palazzo, dice che è una cosa importante e che solo lei può capire; ma il vecchio Stlano non accetta scuse e sta ancora cercando di rispedirli a casa loro; dico io, ma se sono così perfetti come dicono, perché non se li risolvono da loro i problemi?
- Svelta! Và da Stlano, di che è mia intenzione dare udienza agli Elfi; che siano messi in cima alla lista dei pellegrini, vola, fata pettegola!
Seduta sul suo trono, contornata dal drappeggio decorato coi melograni, Saba osservò schierati, nel grande salone, tra le colonne di marmo nero del Lant del nord e quelle bianche del Lant del sud; i rappresentanti dell'Ordine del Palazzo, coloro che dovevano salvaguardare, le regole della divinazione dei sogni; pensò tra se a come fossero accorsi frettolosamente al Palazzo, ma fu distratta dall'ingresso dei tre elfi, tra loro riconobbe subito il suo Vel.
- Dimmi giovane Vel, cosa ti porta ancora al Palazzo?
- Papessa, ho raccontato al mio popolo, quale meravigliosa dote voi possediate e il nostro consiglio, ha deciso di chiedervi aiuto; ormai da tre giorni un orrendo maleficio grava sul popolo degli elfi; tutti i figli della mia gante sono ammalati, di un male che non siamo in grado di curare; il Nuckelavee del mare del nord, ne è il responsabile.
Dalla sala si levò prima un brusio e poi una voce: - E' impossibile, nessun Nuckelavee è così potente da soggiogare un elfo, neanche bambino, figuriamoci tutti!
- E' il sortilegio che lo rende più forte, si nutre dell'energia vitale dei piccoli elfi; essi sono prossimi alla morte, e noi abbiamo bisogno di sapere dove si trova quel mostro e come sconfiggerlo; il mare del nord è troppo vasto impiegheremmo troppo tempo per esplorarlo e… intanto, il Nuckelavee avrà acquistato l'energia di tutta una generazione di elfi, diventerà un pericolo anche per voi.
- Papessa, non possiamo permetterlo: questo costituirebbe un precedente; come faremo, quando emissari di ogni dove, verranno a chiedere una notte di sogni?
Saba riflettè un attimo e disse: - Io so che il popolo degli elfi è saggio e confido nelle loro promesse, così chiedo a questo giovane, Vel, che egli abbia rispetto del mio popolo e della nostra cultura, e mai proferisca a nessuno ciò che io, la Papessa del Palazzo del Lant, farò per aiutarlo nella ricerca del Nuckelavee. Puoi promettere questo Vel?
- Papessa, io venni qua, dopo aver offeso il popolo dei Sani; calpestando e insozzando un terreno a loro sacro, per una stupida bravata infantile. Ora chino il capo di fronte a lei e a voi tutti, abitanti del Lant; perché il mio essere un elfo, senza il vostro aiuto, non mi permette di salvare il mio popolo. Rispetterò il silenzio che mi chiedete, ma tramanderò alla mia stirpe, un debito, verso di voi, inestinguibile; lo prometto.
Fu così che dopo seicento anni, di regole mai infrante, l'Ordine del Palazzo, rinunciò ad una notte di sogni; chiunque avrebbe accettato, in cambio di un debito inestinguibile dal popolo degli elfi.
A sera, Saba si recò nelle sue stanze per dormire, avrebbe dovuto fare una preparazione diversa, focalizzare i suoi sogni sul mare del nord e si sentì, libera.
L'indomani, nel salone dei ricevimenti, consegnò una pergamena al giovane Vel e ai suoi due compagni.
- Fate attenzione, qui è riportato il luogo dove, stanotte, Nucklavee si è rifugiato dalla pioggia, che tanto teme, e che imperversa su tutto il mare del nord. Vi aspetta una dura lotta, non potrete ucciderlo, se non prima di aver spezzato l'incantesimo: intorno al suo orribile corpo, ho sognato una corda: è fatta con i capelli dei piccoli elfi, uno stolto folletto ogni notte gliene procura qualcuno; dovrete spezzarla e il legame tra Nucklavee e i piccoli si spezzerà con essa. Ora andate, mi farò raccontare le vostre gesta, da qualche servitore proveniente dal mare del nord; la vostra avventura è appena iniziata, la mia si ferma qui; vi seguirò nei miei sogni stanotte, finché rimarrete dentro i confini del Lant.

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