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03
- L'IMPERATRICE
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Ed
ecco sulla riva del Dia fra scrosci di onde
Arianna vede fuggire Teseo all'orizzonte
sulla nave che veloce s'allontana e il cuore
presa dal delirio non vuol credere ai proprio occhi,
ora strappata alle illusioni del sonno
si ritrova abbandonata sulla spiaggia deserta.
Batte coi remi il mare, l'ha dimenticata, fugge,
lasciando che i venti disperdano le sue promesse.
E con sguardo disperato la figlia di Minosse
lo segue da lontano, tra le alghe, una baccante
di marmo, travolta da un'ondata d'angoscia;
lo segue, i biondi capelli scomposti, senza nastri,
il petto scoperto, senza che lo veli una veste,
senza un laccio che leghi il suo seno di latte:
scivolate dal corpo quelle vesti giacciono
sparse ai suoi piedi: un gioco per le onde del mare.
Ma lei non si cura di nastri o di veli che cadono:
a te con tutto il cuore, Teseo, con tutta l'anima,
a te con tutta la sua mente si avvinghia perduta.
Sventurata: con le sue continue torture,
seminandole il cuore di spine, Ericina
l'ha fatta impazzire il giorno che Teseo, lasciato
il golfo del Pireo, giunse arditamente
a Gortina nel palazzo del re iniquo.
Caio
Valerio Catullo
Le pareti di questo corridoio sono altissime.
Cammino lentamente. Sfiorando le pietre con le dita. Attraverso un passaggio.
Un altro corridoio. I muri sono sempre identici, lisci, scuri. Senza
segni.
In fondo, un'apertura. Dà su una stanza perfettamente quadrata
su cui si aprono varie porte. Ne scelgo una e cammino ancora per un
corridoio. Cieco questa volta. Torno indietro per scegliere, nella stanza
quadrata, un nuovo varco. Ma quando riattraverso il passaggio, la stanza
è perduta.
Non ho idea di come sono capitata qui dentro. Mi sono svegliata ed ero
qui. Forse sono nata qui. Non ho nessun ricordo nitido di qualcosa di
diverso. Solo vaghe sensazioni. Tracce. Forse sogni o desideri. Non
ricordo cosa sia un ricordo, né il mio nome, il mio volto, la
mia storia.
So solo che non dovrebbe essere così, che questa prigione angosciosa
è la condanna per chi ha fatto molto male, ma io non so a chi
ho fatto del male, né in che modo.
Mi siedo, appoggiandomi alla parete, per aspettare il culmine del giorno.
L'unico momento in cui, se sono fortunata, riesco a scorgere qualche
raggio di luce. L'unico momento in cui mi raggiungono vaghi ricordi
di un passato che forse fu il mio. In un tempo lontano. In un luogo
lontano.
Perché saranno almeno mille anni che vago per questo labirinto.
Ecco,
in un rapido bagliore, l'immagine di un corridoio diverso. Una porta
di vetro sul fondo che può essere aperta solo con una chiave
magica. Con tracciati simboli di cui non ricordo il senso. Possedevo
quella chiave, che permetteva di entrare ed uscire, la possedevo.
Le alte pareti hanno permesso al raggio di luce di fare un'apparizione
fugace. E' già andato via. Io ricordo, ancora per qualche istante,
di aver ricordato. Poi più nulla. Solo pareti e aperture in cui
vagare nuovamente. Ma perché continuo a camminare? Perché
non rimango semplicemente immobile? Perché non riesco ad arrendermi
all'idea che non esista una via d'uscita? E quand'anche trovassi l'uscita?
Saprei sopportarla? O forse l'ho già trovata molte volte e sempre,
terrorizzata dalla luce, mi sono rituffata nei dedali infiniti della
prigione?
Mezzogiorno è terminato e con esso i pensieri.
Cammino
lungo un corridoio. E svolto, cammino. Trovo stanze e porte e lunghi
camminatoi. E passaggi e gallerie. Cammino. Ancora. Da sempre. Cammino.
Mentre fuori il pomeriggio sfuma lentamente in sera e la sera in notte.
Poi la notte si stempera nel mattino. Ma io non lo so. Percepisco solo
l'incipiente arrivo di un nuovo mezzogiorno e mi siedo ad aspettarlo.
Ed ecco, all'apparire del sole, il tuo volto amato che si allontana.
Ti vedo raccogliere la spada e allontanarti da me per raggiungere il
mare.
Io ti restituii la vita perduta ma mi abbandonasti in questo luogo di
dolore e solitudine. Lacerata, folle d'angoscia, condannata a peregrinare
nei meandri oscuri del dolore.
Guardo
tutti coloro che vagolano. Tutto è predisposto affinché
non vi incontriate mai. Sono colei che tu devi cercare. Sono la via
per uscire dal labirinto, sono la luce assoluta. Sono colei che ha le
ali.
Già una volta in un tempo passato, fosti la mia sacerdotessa.
Non lo ricordi?
Allora fu più facile, per te, trovare la porta. Ma a ben altro
destino sei chiamata, adesso. Da mille anni, tu credi, stai vagando
per il labirinto ma io ti dico da molto più di mille vite. E
vi rimarrai. Vi rimarrai ancora perché non sai vedere. Cerchi
i ricordi nei bagliori del mezzogiorno, ma non ti servono. Ti illudi
che ti consolino, invece ti legano sempre di più alla tua agonia.
Cerca altro, nel lieve baluginio dei raggi di sole.
Non ti rendi conto? Passo dopo passo, una storia dopo l'altra, una vita
dopo l'altra, il labirinto si è fatto sempre più complesso.
Questo è l'ultimo. Tutto ti può accadere. Può essere
che tu debba rimanere qui ancora per altre mille vite, può essere
che nel prossimo bagliore tu percepisca la scala.
Qui, oggi, tu sei chiamata a scorgere la luce sfolgorante della tua
verità.
Io, incessantemente, ti parlo e ti guido, ogni giorno quando il sole
raggiunge l'apice del cielo.
Tu non ricordi il tuo nome ma io te lo dico Hai-agne, pura al sommo
grado, Adriela, molto luminosa. Annapurna, vetta di luce. Anche se le
storie che narrano di te, semplicemente ti chiamano Arianna.
Tu sei perduta nei meandri dell'angoscia perenne perché hai permesso
che l'amore per un uomo ti portasse lontano dalle sfere celesti cui
eri chiamata. Di questo oceano luminoso io sono l'imperatrice e ti chiamo.
Sulle tue spalle, coperte da lunghi capelli, anche tu hai ali adatte
a raggiungere il luogo del tuo destino.
Abbandona il dolore e alza lo sguardo.
Io sono qui.
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