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- L'APPESO
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Lo sfondo è un'enorme parete di piastre d'acciaio rivettate tra
loro da bulloni ossidati. Il metallo è scuro e non riflette luce.
Al centro del tutto c'è la clessidra, immane strumento di cristallo
opaco e ottone verde. Non si riesce a distinguere bene il contenuto,
ma sembra che all'interno ci siano grigie anime inquiete. La clessidra
è bloccata da decine di catene arrugginite che l'avvolgono in
un ruvido abbraccio e si perdono in lontananza, infinitamente, nell'oscurità.
Una nebbia giallastra avvolge lo strumento, sfocando la visione, ma
si notano tra le catene forme che suggeriscono decine d'ingranaggi bloccati
dalla ruggine e dal grasso indurito. Alcune ruote dentate sembrano lame
di seghe circolari.
La clessidra si rovescia lentamente, smuovendo i metalli con un assordante
frastuono e facendo schizzare via migliaia di schegge e polvere marrone.
C'è un uomo a testa in giù inchiodato alla clessidra per
il piede sinistro: tiene le braccia spalancate e la gamba destra ripiegata
ad angolo dietro alla sinistra.
Io sono l'Appeso. Io sono l'ostacolo.
Non se ne distinguono i lineamenti, anch'essi avvolti dalla nebbia.
Sebbene abbia i palmi devastati da chiodi ricurvi, tra le mani tiene
due catene, facendole oscillare nel vuoto finché non serra i
pugni e le tira con forza. Gli ingranaggi dell'enorme parete si muovono.
Le ruote dentate si mordono tra loro e le lame circolari si avvicinano
all'Appeso, sporche, spuntate... ma feroci come demoni incatenati per
troppo tempo.
Una lama sfreccia verso la clessidra, lasciando dietro di sé
delle scie argentee, come quelle dei fari delle auto in un giorno piovoso.
Il vetro va in mille pezzi, i frammenti cadono nell'Abisso e non toccheranno
mai fondo, la nebbia giallastra si tinge di migliaia di gocce cremisi.
Il sangue cola dal petto alla bocca dell'Appeso, per poi sgocciolare
verso il buio, migliaia d'anni più in fondo, lungo le lastre
d'acciaio della parete. Le anime fuoriescono dal vetro infranto della
clessidra inghiottendo il sangue che spilla nella nebbia: sono come
visi allungati, diafani, feti bianchi che svaniscono nell'oscurità,
e mentre fuggono si lamentano disperate. Ci si allontana dalla parete,
e la clessidra rimpicciolisce nella carrellata consentendoci di notare
quanto sia sterminata la parete d'acciaio che si perde nel nero.
2
Nella pioggia tutto è grigio. I profili dei grattacieli sono
sagome indistinte nell'atmosfera plumbea, slavate alla vista come uno
schizzo a carboncino lasciato sotto l'acqua corrente.
Al centesimo piano, si nota attraverso il vetro la silhouette, grigia
anch'essa, di un uomo in piedi di fronte ad una scrivania. I risvolti
del suo impermeabile dipingono figure gotiche. Sulle spalle gargoyles,
le cui ombre disegnano incubi sulla parete quasi bianca. Primissimo
piano sul profilo dell'uomo, calvo e con la mascella appuntita e il
naso prominente, con un pizzo che sembra disegnato con la china nera.
Non si vedono gli occhi, grigi nella penombra dell'ufficio. La bocca
è una fessura che si contrae verso il basso, ma quasi non si
vede persa nelle ombre che si annidano tra i lineamenti duri. Una voce
cavernosa e lenta come uno smottamento. - Il prezzo è elevato.
E non ti farò sconti, Monroe.
Vediamo dall'alto l'altra persona, anziano ingobbito sulla scrivania,
sembra pregare sul piano di cristallo come un business-imam.
- Non faresti sconti neanche a tua madre, eh, Pecado? - dice l'anziano.
Gli occhi di Monroe sono gonfi e supplichevoli, mentre nelle lenti bifocali
dei grossi occhiali di tartaruga si riflette l'immagine fantasma di
una ragazza bionda sorridente: è la stessa immagine che c'è
in una cornice d'argento tenuta tra le sue mani. Si nota l'alone sudato
delle impronte digitali sul vetro, sulla guancia della ragazza.
- Non me ne frega un cazzo se sei il capoccia di questa fogna di città,
Monroe. Io sono oltre. - continua Pecado - Una volta che ti sei gettato
nelle mani dell'Apk-lypse, dipendi da me. Non hai alternative, se ci
tieni veramente.
L'uomo alla scrivania stringe con forza la foto. Del viso vediamo i
capelli bianchi, curati e tagliati recentemente, i denti serrati che
stridono. Il suo viso disperato è illuminato da un fulmine azzurrognolo,
che elettrifica tutto l'ufficio. - All Purpose Killing. - Urla - Siete
niente più che strozzini. Non ho soldi. Capisci? Oh, la mia Juliet...
- Probabilmente è già morta! - grida Pecado. Per un attimo
il suo sguardo urla la sua dipendenza da assassinio, la stessa impellenza
che nota nell'anziano commissario che lo sta supplicando tenendo in
mano la reliquia portafoto. La sua testa è avvolta da spirali
di fumo grigio e pensa: Messo in croce tra la vita e la morte.
Stringe tra il pollice e l'indice, bianchi per la contrazione, una carta
dei tarocchi che riporta sul dorso il simbolo della Golden Dawn. Il
verde, il giallo, il blu e il rosso della croce sono gli unici colori
che spiccano nel grigiore. L'uomo pensa: Frustrazione, Sacrificio
forzato. Con un gesto da prestigiatore lancia la carta sul piano
di cristallo: nel volo sembra moltiplicarsi in milioni, come nell'effetto
specchio contro specchio, finché s'infila nella fessura della
cornice, tra il vetro e il bordo d'argento. La carta continua ad oscillare,
proiettando sul viso della ragazza la croce, che si allunga e si ritrae
su di lei come fosse indecisa se darle o no l'estrema unzione. Il fronte
della carta rivela la figura di un uomo nudo e senza volto, grigio,
appeso per il piede sinistro a testa in giù davanti ad una sterminata
parete d'acciaio azzurro. Tiene le braccia spalancate. Sotto a lui,
poco sotto la sua testa senza fisionomia, è accovacciato un serpente
pronto a mordere e mentre la carta oscilla sembra prima invitare ad
un abbraccio, poi tentare un'aggressione da cobra. E' la carta dell'Appeso.
Vediamo l'Appeso a testa in giù, crocifisso tra la vita e
la morte.
- Ti prego accetta, Pecado. La rivoglio. E voglio lui morto. - Monroe
ha le mani protese in una supplica. Il suo badge d'oro della Polizia
Cittadina non riluce sul piano di cristallo della scrivania. - Si chiama
Nauthiz Hangatyr.
Dell'uomo in impermeabile nero si vede solo la parte superiore del viso,
sfocata e in penombra: il naso sembra uscire da una striscia nera, ombra
viscosa che ne copre gli occhi, e la bocca sottile è severa e
sadica come una terrificante maschera kabuki. Appeso. Ostacolo. Nauthiz,
"Gran difficoltà" e Hangatyr, "Il dio impiccato
e rinato". Mordal Pecado si volta per uscire, smuovendo i demoni
annidati che stridono tra le pieghe del suo impermeabile: un lembo del
soprabito copre il campo visivo rendendolo nero.
Un fulmine fotografa la stanza proiettando i disegni di milioni di gocce
sui visi grigi dei due uomini. Per un attimo l'ambiente è troppo
bianco, in negativo, e le sagome dei due si assottigliano fino a diventare
ombre di fantasmi neri. - Accetto l'incarico. - dice Pecado. - Hangatyr
mi sta aspettando.
Monroe sorride ironico - Cosa te lo fa pensare?
Uno scheletro nero e stilizzato, metallico, avvolto in un saio anch'esso
nero posa la sua falce in trasparenza sul volto di Pecado. Sulla fronte
dell'uomo imperlata di sudore si legge il numero tredici. Lo scheletro
scruta i due uomini dalle sue orbite vuote, alle quali si sovrappongono
lentamente gli occhi neri e feroci di Mordal Pecado. - Perché
se lui è la dodicesima carta, l'Appeso, allora io sono la numero
tredici.
- Vale a dire? - le lenti appannate del commissario sembrano cancellargli
gli occhi. Non sorride più.
- La Morte - ghigna Mordal.
3
Forti correnti ascensionali creano mulinelli nella nebbia gialla, investendo
l'Appeso con fetore d'ossa bruciate. Le catene arrugginite si agitano
irrequiete, e su ogni anello si riflettono gli occhi gialli del Serpente,
le cui pupille sono falci di luna nere.
L'Appeso si sgancia dalla clessidra d'ottone e plana nel buio, radente
alla parete di lastre d'acciaio, seminando dietro di sé rubini
di sangue: un rosario emorragico che dipana dal suo costato e, stazione
dopo stazione, lo porterà alla gnosi. Mentre cade nell'Abisso
le piastre d'acciaio assumono la forma di tanti fotogrammi d'epoca,
e l'Appeso guarda rapito il film che si crea.
Titolo: Vita e opere di Rickard Semenkov. Scorrono immagini di turpe
violenza e di torture ad animali. La pellicola è sgranata e ingiallita,
con capelli e polvere che spesso si sovrappongono alle scene di efferati
delitti. Foto in b/n di donne adagiate sul ventre, gonfie e sventrate
come roadkills. Spesso compaiono fantasmi di altre trasmissioni dall'etere
che assistono increduli al lavoro di bisturi del protagonista. La colonna
sonora è un mix industrial-metal di ingranaggi di fabbrica, grida
di dolore e guaiti orgasmici di attrici porno.
Il fondo dell'Abisso è una distesa di vetri rotti e siringhe
usate che non conosce confini. I miliardi di vetri riflettono il luccichio
di fuochi fatui, diventando un tappeto di stelle. C'è una forma
rosa. Polsi ammanettati e sanguinanti. La visuale si allarga fino a
comprendere le curve della schiena e delle natiche, delle caviglie legate
con filo spinato. Una ragazza bionda adagiata su un fianco in una distesa
di preservativi e aghi. I capelli lunghi, sporchi e bagnati, si arrotolano
sul pavimento come serpi morte.
4
I dati si susseguono veloci su un muro d'ossidiana come insetti verdi
fosforescenti che fuggono verso il battiscopa. Pecado ha già
da tempo perso l'attenzione, e il suo sguardo fissa un punto distante,
mentre la sua mente cerca ricordi che non lo facciano patire. Si alza
e torna a guardare la parete-monitor. L'interfaccia emula perfettamente
l'output MS-DOS di un Olivetti M24 di settant'anni prima. Le parole
colorano il volto di Pecado di un alone verde, e il semplice cursore
quadrato lampeggia illudendo la stanza di essere illuminata.
- Query: Semenkov, Rickard. - dice Mordal alla parete.
Lo schermo torna nero, attraversato da un finto tremolio RGB, mentre
il processore da cinque Terahertz cerca dati in rete.
Mordal Pecado raccatta l'impermeabile dallo schienale della sedia: le
gocce moltiplicano la pena dei suoi occhi migliaia di volte, restituendogli
il suo sguardo di basalto nero amplificato in quello di mille persone
che lo odiano. Una goccia segue lentamente la curva del suo collo, lasciandogli
una scia come la traccia di una lumaca e solleticandogli la nuca.
La parete monitor si riempie di nuovo di dati, in un boato di fotoni
verdi che accecano per un istante Pecado. Ora egli sa, perché
al suo Echelon III non sfugge niente sulla Terra.
Rickard Semenkov. Tossicomane, stupratore, folle.
Pecado esce, o forse fugge.
La sagoma dell'impermeabile è l'unica cosa nera nell'esplosione
di luci: circondato da kanji e ideogrammi al neon che aleggiano nelle
oscurità dei vicoli della Città, Mordal Pecado avanza
tra centinaia di volti senza occhi, nel mare di corpi e odori che è
la strada. Le pareti degli edifici sono umide e sbrecciate, ma anch'esse
sono ipocrite esplosioni di spray colorati e insegne a fibre ottiche.
Piove, e minuscole particelle di acqua rimangono sospese a mezz'aria,
rendendo tutto poco nitido e riducendo le luci dei negozi e delle bancarelle
a fantasmi rossi, gialli, bianchi, di ogni forma e colore ma statici
nelle loro posizioni.
Lo stivale nero di Pecado s'immerge nel rivolo d'acqua scura che scorre
frettoloso di fianco al marciapiede, deviando la rotta di relitti fatti
di carta di giornale, lattice, plastica.
Ci risiamo, Rickard Semenkov. Adesso Nauthiz Hangatyr.
Pecado da dietro, è un rettangolo nero che attraversa la strada
verso un vicolo buio, mentre un cinese armeggia nel cofano di una Toyota
verde degli anni venti. La parete che fa da sfondo è di mattoni
rossi, con una finestra chiusa da inferriate di ghisa, i cui fregi sembrano
un anacronismo circondato da graffiti di vernice fosforescente gialla.
Primo piano del profilo sinistro di Pecado, le ciglia aggrottate su
caverne buie, il cranio rasato che riflette la scritta azzurra "Sony"
di una bancarella di antichità elettroniche arroccata sulla parete
di un vecchio edificio.
Ho sbagliato, pensa Mordal, più di altre volte.
Nella pupilla abissale di Pecado il riflesso della pioggia riporta il
tempo indietro e in una dissolvenza incrociata nasce un ricordo. Il
cerchio nero della pupilla diventa l'agghiacciante apertura della canna
di una pistola, ed è Pecado che ce la punta contro. La prospettiva
ruota alle sue spalle e di fronte a lui si prostra un uomo biondo, scheletrico,
dagli occhi azzurri e le mani lorde di sangue.
Dovevo sparare, quel 29 febbraio di quattro anni fa dovevo ucciderlo.
La sagoma nera di Pecado scompare nell'ombra di una tettoia di metallo
ondulato, roso dalle intemperie. Passa accanto ad un enorme pilastro
d'acciaio cosparso di pustole e bulloni arrugginiti.
La pioggia rintocca sul tetto di lamiera: una specie di musica tribale,
non più suono della natura ma cacofonia rubata e restituita dalle
strutture metalliche elevate dall'uomo a proprio formicaio. Da una miriade
di fessure nella tettoia grigia filtrano rivoli d'acqua piovana, stranamente
scintillanti nell'oscurità del capannone: le luci al neon si
riflettono dall'esterno nell'acqua, e creano come cascatelle di finte
fibre ottiche liquide.
Primo piano di Mordal Pecado, strane sagome antropomorfe che si riflettono
sul suo cranio ancora bagnato dalla pioggia. Le sagome assumono le fattezze
di Juliet.
Ed ecco che mi apparve un cavallo verdastro.
Mordal Pecado solleva gli occhi e ha di fronte a se un'enorme porta
d'acciaio brunito, attraversata da una maniglia addentata dalla ruggine.
Colui che lo cavalcava si chiamava Morte
Afferra con forza la maniglia e decine di piccole scaglie acuminate
gli fendono le carni del palmo. Apre la porta e dietro c'è il
buio.
e gli veniva dietro l'inferno.
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La parete d'acciaio muta la sua forma e sfuma gradualmente in un immane
schermo al plasma. Si forma un'immagine, all'inizio spixellata, poi
sempre più nitida. Colori tenui, pastello, si formano alle spalle
dell'Appeso. E' un quadro di seicento anni prima, "La derisione
di Cristo" di Matthias Grunewald. Le figure che lo compongono sono
continuamente attraversate da scariche elettriche e drop-out e l'insieme
traballa sullo schermo.
L'Appeso si avvicina alla ragazza, sdraiata sulla distesa di vetri rotti
e siringhe, e le sfiora delicatamente la spalla nuda.
Gli occhi di lei si sbarrano, e il bianco e l'azzurro contrastano ferocemente
con i cerchi neri che macchiano le sue orbite. Sente una fredda corrente
tra le gambe e dal solletico che l'aria le fa si rende conto di essere
nuda. E' legata.
Di fronte a lei è acciambellato l'Appeso, ma non la sta guardando.
E' concentrato sulla parete-schermo: Cristo viene deriso, battuto e
schernito da una popolazione di uomini goffi e deformi. Cristo ha le
mani legate e gli occhi bendati, ma nel suo volto non c'è né
rabbia né paura, solo accettazione. Come per l'Appeso.
- Perché - sussurra l'Appeso alla ragazza tremante - Lui è
come me. La forca sulla quale sono sempre stato appeso è il simbolo
della conoscenza interiore, ed è molto simile alla croce sulla
quale fu messo Cristo.
La ragazza vorrebbe chiedere perché si trova lì, perché
proprio lei, ma l'Appeso l'anticipa. - Ti faccio soffrire perché
la sofferenza in apparenza insensata può portare attraverso l'accettazione
del fato ad un'esperienza di conoscenza umile.
Lei non capisce. E' solo terrorizzata. Guarda lo schermo, e le figure
mutano: Cristo si libera delle corde ed afferra una lancia. Mentre la
infila nella gola di un popolano il suo volto è deformato da
un ghigno satanico. Lo schermo si riempie di sangue, e la parete diviene
una sterminata distesa cremisi.
Compare un bisturi arrugginito e incrostato tra le mani dell'Appeso.
- Mi aggrappavo alla mia stessa paura, - dice chinandosi sulla ragazza
- rigettandola sarò libero.
6
La porta d'acciaio arrugginito spalanca le sue fauci marce per ingoiare
Pecado ed accoglierlo nella propria navata di cattedrale industriale.
L'enorme capannone è immerso nell'oscurità, se non fosse
per le finestre che, come una corona di luce sporca, si snodano infrante
lungo tutto il soffitto. Mani di bambini ormai morti di vecchiaia hanno
lanciato i sassi che le hanno deflorate. I fumi della città le
hanno rese grigie e polverose.
Un lampo gela la scena, illuminando derelitti nascosti sotto il soppalco
arrampicato lungo le pareti di mattoni rossi. Mordal Pecado raggiunge
la scala metallica e schizza di sopra, lanciando i lembi dell'impermeabile
dietro di sè. Un faro che brilla dall'esterno illumina per un
attimo qualcosa di argenteo nella mano destra di Pecado, una forma regolare
e lucida che avvolge il polso in un abbraccio ergonomico. Primo piano
sulla canna dell'arma: Beretta enforcer.
Da sotto il soppalco si sentono i gemiti degli esseri che si nascondono
nelle ombre: sono simili a miagoli di gatti in calore, intervallati
da grugniti di piacere animalesco. Pecado illumina con il mirino laser
tra i suoi piedi, cercando di fare luce tra il reticolo d'acciaio. Qualche
metro più sotto ci sono i reietti: malati terminali del Morbo
di Creutzfeldt-Jakob. Sono quelli che restano della pandemia del trentasei.
I loro occhi sono biglie bianche, spugnose come i cervelli che li comandano.
I loro corpi nudi, fiume di carne pallida, si torcono in spasmi incontrollati
nell'attesa che il cervello dica morte.
La pioggia continua a corrodere la lamiera che copre il capannone, al
piano superiore il rimbombo è simile al passare di un treno.
Quando un bidone d'acciaio nero viene solleticato da qualche goccia
infiltrata, cerchi concentrici increspano la tensione superficiale dell'acqua.
Il riflesso di Pecado che avanza pistola alla mano si scompone in onde
veloci.
L'amaro tanfo di carne putrefatta s'addensa tra le travi d'acciaio,
e Semenkov è in fondo al soppalco annidato tra i propri escrementi
e mucchi di siringhe raccattate in qualche discarica.
7
La Morte avanza sghemba, scheletro nero che semina con la propria falce
arti mozzati di uomini donne e bambini. I resti dei suoi fendenti cadono
sulla distesa di vetri, impregnandone le trasparenze con sangue nero.
L'Appeso la vede arrivare. L'immagine si sovrappone, in una dissolvenza
incrociata, all'uomo calvo con l'impermeabile nero che sta correndo
verso di lui.
L'uomo calvo/la Morte sta gridando qualcosa: alza la sua falce e lo
minaccia.
Perché? Si chiede l'Appeso, Per la ragazza?
Tutto qui?
Sta per allungare la mano con il bisturi verso la ragazza. La Morte
grida qualcosa.
8
La forma rosa acciambellata nell'angolo destro del capannone è
la figlia di Monroe. E' nuda e sporca, adagiata su mucchi di siringhe,
i cui aghi acuminati e infetti di veleno scintillano nella penombra.
I denti di Pecado sono serrati in uno spasmo di furore. Dettaglio della
mano nodosa e salda che stringe il calcio della pistola con tutte le
sue forze. A pochi metri da Pecado c'è Rickard Semenkov, come
l'aveva lasciato quattro anni prima: biondo, magro e con occhi azzurri
che gridano pazzia. Si è fatto crescere una lunga barba rossiccia
ed è nudo. Ha il costato ricoperto di lunghe cicatrici e due
ferite recenti spiccano nerastre tra le costole. Bizzarro, pensa
Pecado mentre prende la mira, come assomiglia a un Cristo.
Poi nota che il pazzo ha un vecchio bisturi in mano.
- Non toccarla. - grida Pecado tenendo Semenkov sotto tiro. - Getta
quella lama. - la sua voce è secca di stanchezza. Un cerchio
rosso di puntamento disegna un sole accecante sulla fronte dell'Appeso.
Dammi un pretesto. Un flash di una scena di stupro. Fuoco nello
stomaco di Mordal.
Dammi un pretesto, Semenkov. La foto di una ragazza sventrata.
Lava nell'inguine.
Dammi un pretesto.
9
- Tutto ciò che distruggo sono meccanismi di comportamento emozionali
sbagliati, la visione del mondo in generale è sbagliata. - grida
l'Appeso. Ma la Morte non l'ascolta: sta ferma e lo fissa nell'attesa.
- Devo farlo. - Il bisturi insanguinato scatta verso la gola della ragazza
rannicchiata. Serpente d'argento e sangue che morderà tenere
vene blu.
Tutto viene illuminato da un lampo bianco e un devastante boato scuote
il tetto del capannone. Polvere d'asbesto piove come manna velenosa.
Che tuono, pensa l'Appeso.
10
La bocca nera della Beretta enforcer fuma ancora dopo aver sputato un
railbullet corazzato. Un fulmine rende la scena l'incisione quattrocentesca
di una Danse Macabre, per Mordal Pecado è invece solo la conclusione
di un'altra schifosa giornata di lavoro.
Mordal abbassa il braccio destro e rimane immobile, come una Morte nera
e ingobbita sul cadavere decapitato di Rickard Semenkov e sulla fredda
nudità di Juliet.
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