13 - LA MORTE
 
di Sergio Unia

Era una bella giornata, per fortuna, di quelle rare in un fine estate nel nord e non faceva troppo caldo per godere dei raggi del sole né troppo freddo per rimpiangere gli indumenti autunnali che dopo un'esitazione mattutina si era preferito non indossare.
Non era tardi, mi sembra, saranno state le nove quando cominciò ad aspettarla nella piazza dove si erano dati appuntamento, quella domenica mattina. Anzi, lui era in anticipo e sperò che lei non indulgesse a quel un vezzo, un tempo ritenuto squisito, di ritardare per il capriccio o la malintesa eleganza di lasciarsi aspettare.
Nove e mezza, si erano detti con un sorriso di intesa, sai l'edicola all'angolo di via...
Seduto nell'auto attendeva che i minuti passassero con calma ostentata ed emozione nascosta, intorno a lui gente intorpidita cominciava a popolare la scena con fare tranquillo, era domenica, appunto, domenica mattina.
Una coppia di cittadini ben vestiti attraversò la strada a pochi metri da lui, lei aveva in mano un mazzo di fiori, l'uomo parlava e sembrava molto allegro.
Buon segno, si disse, e gli tornò alla mente un gioco antico, giocato o raccontatogli durante l'infanzia: trarre facili oracoli dall'aspetto o dai modi dei passanti, dalle frasi spezzate carpite casualmente dai loro motteggi quando una stasi del traffico o un vento propizio ce li lascia ascoltare.
Un cane che passa vuol dire fedeltà (scagionando fidanzati o coniugi sospetti), per contro un gatto è chiaro segno di tradimento e richiede attenzione; un motivo fischiettato è soggetto ad interpretazioni diverse a seconda del caso, ma una coppia allegra di persone per bene non lascia spazio a dubbi di interpretazione: buon segno senz'altro.
Sorridendo si rilassò sul sedile ed accese la radio, musica, la voce anfetaminica di un D.J. Cercò altre stazioni, erano le nove e venti, occhio e croce.
Gli passò davanti un furgone nero, aveva una croce d'argento sul tetto, ma non pensava più a quella cabala alla buona che una volta aveva imparato, mancavano cinque minuti e pensava a quanto fosse carina, a quale sorriso gli avesse lasciato negli occhi quando l'aveva salutata con il bottino ricco e promettente di quell'appuntamento festivo.
Nove e trenta, precise. Eccola. Dio se è puntuale, Dio com'è bella.
Indossava un abito a fiori non certo di moda, un pallore leggero ospitava l'iride di un sorriso festoso di bimbo.
Lui non seppe dire frasi che non gli sembrassero sciocche e lei non disse parola che a lui non sembrasse soave. Quell'arcana dolcezza e quella mite allegria mentre lo affascinavano e lo assolvevano, gli parve, dalla sua stessa goffaggine e così, ripreso coraggio, si dispose anche lui alla più serena allegria.
Mentre l'auto si muoveva dolcemente lui le promise una bella giornata in un posto che senz'altro le sarebbe piaciuto. Fra i passanti distratti che li videro andar via c'era un uomo anziano, che notò la luce dei loro volti e sorrise con rimpianto svogliato, portando in un gesto d'ormai antica abitudine le dita all'addome a comprimere un seme oscuro che lento germinava.

Non ci misero molto, la strada era libera e lui la conosceva bene. Meta di tante sue escursioni adolescenziali e rifugio in momenti peggiori, il paese di *** non offriva in fondo molte attrattive per un incontro galante, ma quella ragazza più che all'amore lo faceva pensare alla vita, e ad una vita entusiasta, prorompente, infantile. Per questo, forse, se prima era stato incerto sulla destinazione, nel vederla non aveva avuto più dubbi ed era andato spedito fino a ***.

L'aria era immobile, una mosca insisteva.
Parcheggiata l'auto fuori dal borgo si avventurarono fra carruggi e medioevo di un minimo cosmo sociale dove una voce suonava richiamo ed un altra larvata ed incompresa minaccia fra colori potenti, insistenza del vivere. Un grosso automezzo, tentato il groviglio di stradine, vi era rimasto bloccato, incapace di avanzare o fuggire, come una belva presa al laccio, un grosso cane legato. Più rombava, più l'autista si sentiva circondato e deriso da bambini festanti per la novità dell'evento, deprecato dai vecchi, rampognato dall'unica guardia comunale.
Il carroccio arenato paralizzava il paese e la sua rarefatta circolazione veicolare, sfuggirono per un vicolo stretto alla fine del quale una scala portava più in alto, verso la chiesa, già oltre l'ingorgo.

La pieve dominava una povera piazza dove un monumento ad alcuni caduti ed al più ignoto dei possibili militi verdeggiava al sole, con la sua cute di bronzo ossidata e la lista alfabetica di morti ammazzati una o due guerre fa', le indicò un nome nel bronzo corroso da escrementi di uccello, il suo stesso cognome, forse un parente del quale, a rigore, avrebbe potuto vantarsi, lei sorrise ancora più teneramente e inopinatamente fece un cenno di saluto militare verso la stele, poi per mano corsero via a esplorare altre viuzze e case di pietra, e quel vicolo stretto che non ci si passa in due... proprio lì incontrarono un giovane che si addossò al muro come a voler scomparire nel lasciarli passare, nascondeva la sua polo macchiata con le pagine consunte di un giornale romano.
Una bottega di falegname, chiusa nel giorno festivo, sembrò interessarla più delle altre e volle sbirciare oltre i vetri polverosi di una finestra, annusando l'odore di colla e vernice, di tempo e lavoro. Lui, che del paese sapeva ogni cosa, di ogni cosa voleva parlarle e narrarle i momenti sereni trascorsi in quei luoghi, in un tempo più ricordato che lontano, bastando l'alibi della memoria imperfetta a perdonare quei ritocchi di stile, quei tamponi di colore coi quali di tanto in tanto arrotondava i racconti. Nulla si può meglio inventare dei propri ricordi e più son veri più è bello immaginarli, più son falsi, più serve credere in essi.

Poi tutto di nuovo era fermo, una foto sbiadita, rappresentazione sospesa, un'ansia affilata come un coltello gli rubava un sorso di fiato per farlo aspettare, tremare d'un brivido strano.

L'hatu che volle e che seppe giocare per completare d'un tocco di mito quella sorta di presepe che le andava presentando fu la vecchia osteria dove un tempo, con tasche disadorne lui, e i suoi amici racimolavano di che bere un bicchiere e mangiare qualcosa. E con quale successo, con quale insperato tempismo si sentì salutare con un nomignolo antico da un oste ancora più antico che riconoscendolo quasi l'avrebbe abbracciato se un arto offeso da una paresi non fosse rimasto inerme a pendergli dalle spalle ricurve, la mano era chiusa ed appassita come un attinia essiccata, il sorriso vagamente distorto da un tirare dei nervi, come se si fosse fermato quando il tempo maligno gli aveva lampeggiato nel cranio un magnesio tremendo. Sopravvissuto ora brontolava contro tempo e parenti lo scandire di quello e l'egoismo di questi, lui che aveva fatto tanto per loro, lui che li aveva nutriti....
- Ma ti vogliono bene, Pierone, tutti ti vogliono bene...
Il vecchio alzava disordinatamente le spalle e faceva segno di no senza poter smettere il suo sorriso improbabile.
Bandita la tristezza eccoli seduti ad un tavolo solido e vecchio come la quercia da cui proveniva, con un vino buono, anzi quello migliore che uccide i dispiaceri e con quel piatto speciale, con quella tovaglia di carta da cui grattare via con l'unghia, mentre si discorre, un lembo ogni tanto dove una goccia di vino disfa la fibra in un'impronta molle.
Il viso di lei era sempre più bello, o almeno così gli sembrava mentre il pasto proseguiva dolcemente e quel formaggio speciale, quel salume nostrano.
Stava per bere ancora quando vide nel disco del bicchiere fremere un insetto caduto nel vino, la mosca annegava mentre tutto il suo corpiciattolo, in uno sforzo finale, cercava di risolvere il rebus di quel veleno incompreso, fatale. Ripose il bicchiere cercando di volgere lo sguardo altrove, lei l'aveva notato e guardava ora senza sorridere la lenta agonia dell’insetto.

Riscesero il borgo ed il grosso automezzo era ancora bloccato ma ora l'autista più calmo, in compagnia di una decina di paesani ben disposti masticava un panino; chiacchieravano fitto fitto, ogni tanto si passavano una fiaschetta di vino, due o tre si erano procurati una sedia e tutti discutevano con grandi gesti teatrali su come risolvere lo stallo: smontare il camion, abbattere un paio di pareti? cosa costerà di più? uno diceva che era successo una volta e c'eran voluti dei giorni per portar via pezzo a pezzo una vecchia corriera che aveva sbagliato strada...

Li lasciarono al loro discutere e fuori dal borgo trovarono attive le giostre che in quella stagione itineravano la provincia come ogni anno, anche lì lo riconobbe qualcuno, la donna del tiro a segno gli chiese di un amico del quale non ricordava più il nome, ma sapeva sparare ed era un gran bel ragazzo, il venditore di olive sembrava lo stesso di quando ...
Giocarono e provarono tutto quel che si poteva provare in un'iconografia di provincia assolata e tranquilla, ora su ora scandendo il procedere lento del giorno, in un pomeriggio aranciato, nella sera violacea. Infine fu l'ora promessa, la fatidica ora alla quale si era impegnato di riaccompagnarla, gli sembrò che il giorno fosse trascorso in un solo momento.
Propose due o tre alternative, qualcosa che non avevano ancora veduto… ma lei voleva tornare e sembrava farsi più seria. Quando furono in auto era triste e mormorava qualcosa, forse canticchiava a bassissima voce. Lui sentiva qualcosa sfuggirgli e con un'inutile lucidità cercava argomenti per trattenerla, ma ormai non le rispondeva più se non con lo sguardo dolcissimo dei suoi occhi lucenti.
Lasciandola la voleva baciare ma lei si ritrasse, gli sfiorò la fronte con due dita e scese in fretta dall'auto. Era ormai buio e cominciava a far freddo.
Lui la guardò fare qualche passo poi riavviò il motore, l'auto si mosse piano fra ombre e lampioni lungo il muro alto e scuro del cimitero.

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