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SEAGULL*
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Il
marinaio si guardò negli occhi. Il suo riflesso riempiva uno specchio
ossidato, illuminato da una lampadina al tungsteno che oscillava a destra
e a sinistra. Guardò fuori dall'oblò. Le sagome dei palazzi della Metropoli,
avvolti nella foschia azzurrina delle albe invernali. La Seagull* stava
penetrando nella baia.
Il marinaio aprì un cassetto arrugginito; c'erano solo un paio di lunghe
forbici da cucito ed un tubetto che aveva l'aria di essere stato tenuto
li per un sacco di tempo. Prese il paio di forbici in mano. Le passò
vicino alla sua barba lunga, venata di leggere strisce bianche, come
le venature d'oro della valle di McHenna. La luce, basculante, disegnava
ombre sempre nuove sulla sua faccia rugosa. Divaricò le forbici, raccolse
una ciocca di quella barba che lo faceva sembrare così vecchio, e la
tagliò.
UN GIOVANE MARINAIO.
- Tu sei McBride? - Chiese retoricamente il giovane, scostandosi con
una mano i capelli lunghi che il vento gli soffiava in fronte, reggendosi
con l'altra alla balaustra del ponte superiore. La grande nave ondeggiava,
il mare era grosso ma il sole illuminava il ponte facendo scintillare
il suo pavimento bagnato.
- Così dicono. - Rispose il marinaio, passandosi una mano nella barba
lunga, immobile, controvento, fermo come se la Seagull* fosse ferma
anch'essa, sospesa a mezz'aria dieci metri sopra le onde.
- Dicono che vuoi lasciare, sei stufo di essere un marinaio?
- Quando saremo nella baia scenderò.
- Un grande giocatore di poker in meno.
Il marinaio sorrise sotto i suoi baffoni.
- Cosa farai nella Metropoli?
- Sopravviverò, navigherò, anche se non per mare. Non serve il mare
per essere un marinaio. - Il ragazzo rimase perplesso. - Lo capirai
quando sarai tu a scendere.
- Io non scenderò mai! - Disse il giovane col tono di chi recita una
preghiera senza capirne le parole.
- Lo dicevo anch'io, un'alba di quindici anni fa.
Il vento spazzava il ponte, faceva muovere il bavero del cappotto del
ragazzo, mentre il giubbotto lacero di McBride rimaneva diligentemente
al suo posto.
- Sei mai stato nella metropoli, Giovane?
- É il mio primo viaggio. Com'é? Non vedo l'ora di esserci.
- Un casino. La gente è tanta, e stressata. Basta che ti muovi fuori
dalla fascia verde che vedi i grandi quartieri popolari. Le periferie
M e W, case lineari. Quelli che abitano lì ci mettono ore per arrivare
in centro con la macchina. Quelli che abitano lì e che hanno un lavoro.
- E cosa fanno in tutto quel tempo?
- Dormono, guardano i canali TVL, fanno colazione, parlano al VTS con
persone che si trovano due macchine più in là. Pilotati dai satelliti,
chiusi in draghi meccanici apparentemente senzienti, con un proprio
carattere, più forte, per altro, di quello di chi li usa.
Il giovane era rimasto sbalordito. I due rimasero in silenzio, a godere
dell'aria di mare che li investiva. Poi il giovane, divorato dalla curiosità,
si decise a chiedere ancora: - E la sera? Non vedo l'ora di gettarmi
nel divertimento notturno.
McBride sorrise: - Un casino. La gente, quella che conta, va a St. Anton,
nei locali. Lì trovi tutto. Teatro, Donne, Poker, Soldi, Tutto.
- E i palazzi? - il ragazzino ormai era con la testa già nella Metropoli,
- Sono alti?
- Dipende. Nella City sono altissimi. Ogni edificio é una piccola città.
nelle periferie M sono lunghi. Muraglie abitate di chilometri.
- E come si vive nella metropoli?
- É un inferno. Mi piace da morire!
ANNETTE.
Posò le forbici sul ripiano di ferro situato alla destra del lavandino.
La luce le illuminava ad intermittenza. Si guardò nello specchio ossidato.
Ora la sua pelle faceva la sua comparsa sotto ai peli corti. McBride
dimostrava qualche anno in meno. Aprì il rubinetto dell'acqua calda.
Il vapore lo avvolse in breve, lo specchio si appannò, da prima in basso,
poi, in modo lento e graduale, fino in cima.
Il marinaio raccolse un po' di acqua calda nelle mani e se la gettò
in faccia. Poi prese il vecchio tubetto dal cassetto arrugginito, montò
la crema da barba e se la spalmò in faccia. La sirena della Seagull*
suonò, facendolo sobbalzare.
Tuuuuuu. Il suono della sirena annunciava l'ingresso di una nave nel
porto di Marsiglia. Un paio di occhi neri. La Seagull* rallentava, iniziava
la procedura di ormeggio. Piccoli occhiali spessi.
"Le 7eme paradise" era una vecchia bettola gestita da un marinaio di
stampo antico, di quelli con due braccia così grandi che sembravano
quelle di Popeye. Era un posto stretto, ricavato da una sorta di cantina
con le volte a botte, usata un tempo per costruire le piccole imbarcazioni
di legno con cui salpavano i pescatori. Piccoli faretti rossi davano
alla volta un aspetto strano.
McBride era seduto ad un tavolo, con la schiena appoggiata ad un muro
bianco.
L'uomo dai grandi muscoli delle braccia gli sistemò il coperto facendo
roteare coltelli e forchette tra le dita.
McBride osservava, coi suoi occhi penetranti, il luccichio dei riflessi
sulle posate che roteavano tra le mani di Popeye. La porta del locale
si aprì per far entrare, insieme all'umidità del porto, due persone.
Lui era un ragazzo sulla trentina, faccia spigolosa, occhi vacui, un
giubbotto di pelle da camionista e dei riccioli voluminosi. Lei era
sull'uno e sessanta, infreddolita e stretta in una sciarpa bianca, con
occhiali piccoli ma spessi, capelli neri che le scivolavano sulle spalle,
un naso tozzo. Il marinaio li scrutò per qualche minuto. I due presero
solo una birra al bancone, poi tornarono nel buio umido del porto. Era
ora di tornare alla Seagull*, prima di sperperare quello che aveva vinto
a poker la sera prima. Chiese il conto. Popeye lo fece attendere in
piedi vicino alla cassa per qualche minuto. McBride si distraeva guardando
lo scarno arredamento e grattandosi la barba, lunga di qualche giorno.
Il freddo si era sposato alla nebbia nel porto di Marsiglia, il risultato
era un umido che ti entrava dentro. Gli scarponi del marinaio calpestavano
pozzanghere d'acqua sempre diverse. I viottoli scuri e fumosi del porto.
Ad un tratto si udì un gemito, un debole miagolio che si sovrapponeva
a suono dei suoi passi. Il marinaio si fermò.
Un uomo alto e spigoloso incombeva su una ragazza bruna, sdraiata per
terra, in lacrime, con una piccola mano bianca posata sulla guancia
destra. La luce cascava sui due da dietro, illuminando il viso di lei
ed una gomma da autocarro disegnata sul giubbotto di lui. Un'ombra nera,
lentamente, le coprì il viso, tolse luce al pneumatico. L'ombra di un
uomo che si metteva tra i due ed il lampione. Il camionista si girò
e blaterò qualcosa al marinaio in una lingua che lui non conosceva,
ma che intuì potesse essere francese. Poi tirò fuori un piccolo oggetto
di plastica nera e premette un piccolo pulsante srotolando il lungo
filo MMW. Con un movimento del braccio lo scagliò verso il marinaio
che, si abbassò schivando il colpo. Non era la prima volta che fronteggiava
uno di quei giocattoli. Quel colpo lo conosceva bene. Il giovane aveva
colpito per uccidere. McBride non si fece problemi e lo centrò in pieno
volto con un pugno che lo fece finire a gambe all'aria. Il filo MMW
rotolò sull'asfalto umido e si fermò in una pozza d'acqua, cancellando
in un attimo, il riflesso di un uomo scuro compiaciuto di se stesso.
Anche grazie ad un altro paio di calci ben assestati, il giovane dagli
occhi vacui fu messo in fuga.
- Stai bene? Parli la mia lingua?
- Sì, un poco.
- Io mi chiamo Andrew - le disse porgendole la mano affinché si rialzasse.
- Il mio nome é Annette.
I giorni con Annette furono tra i più belli della vita del marinaio.
Furono giorni vissuti con intensità, tra i paesaggi del porto e la città
vecchia. Lei era raggiante, lui si sentiva finalmente a casa, dopo dieci
anni di mare.
Prima di partire le promise che sarebbe tornato, che la amava e che
non l'avrebbe tradita. Ma lui stesso si rendeva conto che quello che
un marinaio promette sui seni di una donna é, per una strana convenzione,
non valido. Così due settimane dopo era tra le braccia di un'altra,
a cui forse aveva promesso lo stesso qualche anno prima.
Ma Annette era diversa. Quando si trovava per qualche giorno in un porto
vicino, a Genova come a Rotterdam, allora si infilava in un maglev ed
andava da lei. Dormiva nel piccolo appartamento di lei, a Marsiglia.
Era un piano terra con un soggiorno, arredato con un divano nero alto
pochi centimetri ed un tappeto su cui stendersi, una cucina piccolissima
ed una stanza da letto, carina e piena di libri vari.
Ogni tanto le telefonava con il VTS, si guardavano negli occhi e si
sentivano intrappola, come i prigionieri di Midnight Express, che non
possono toccarsi. Ogni tanto pensava a lei, pensava che era bello che
ci fosse qualcuno da qualche parte del mondo a cui importava di lui.
McBride ci teneva ad Annette. Le voleva bene. Per questo, in una calda
estate di un anno dopo la lasciò.
Non si sarebbe fermato, non era tipo da fermarsi. Non poteva legarla
ad un paletto come si fa per una bicicletta parcheggiata fuori da un
drugstore, in attesa del suo ritorno.
Tuuuuu. La sirena della Seagull* annuncia l'entrata nel porto di Marsiglia.
Annette si è sposata. Un agente immobiliare. Ti amo pensò McBride mentre
la nave salpava verso chissà dove, guardandola sul molo, avvolta nella
sua sciarpa bianca e nel suo giaccone a righe. Annette.
GLASGOW, ORE 6:00.
McBride si passò la mano in contropelo sulla guancia sinistra. Liscio,
come non lo era più stato da molti anni. Ora sembrava più giovane, anche
se dimostrava qualcosa di più dei suoi trentanove anni. Sorrise.
Era giorno ed i grattacieli della City si stagliavano lontani, oltre
la città vecchia, oltre i palazzi di dieci piani di St.Anton, oltre
i clubs sopraelevati che stavano chiudendo, come lo Stuyvesant. Oltre
i camerieri, esausti, che ripiegavano le ultime tovaglie. Il marinaio
uscì sul ponte con una sacca bianca di tela consunta a tracolla. Guardò
i grattaceli, poi si girò a sinistra. Vide le colline su cui sorgevano
i quartieri di Wonder Land e New Town, le zone eleganti. Si immaginò
in pantofole in una delle ricche ville di collina, di quelle con gli
impianti di sicurezza ed i vigilantes armati. Si vide vecchio, attorniato
dai nipoti, mentre un paio di ragazze DRM gli rassettavano la casa,
spolveravano i suoi mobili '700 e pulivano i tappeti persiani. Gli sembrò
buffo, e poi non ci si vedeva come sfruttatore di una DRM.
Ebbe la consapevolezza fisica, percorrendo la passerella che lo portava
sul molo, di tutta la strada che avrebbe dovuto percorrere per portare
a termine la sua nuova avventura. Più miglia di quelle che aveva fatto
in quindici anni di viaggi per mare.
Il suo piede destro toccò terra. La Seagull* era un passato alle sue
spalle. Non si voltò indietro.
- È una bella nave, figliolo, la Seagull*. Ricca di comfort per i marinai.
È la tua prima? - Chiese un uomo anziano ad un giovane che aspettava
il tender per imbarcarsi. L'alba era ancora lontana, alle sei di una
mattina invernale, sul porto di Glasgow. La luce gialla dei lampioni
rendeva la sottile foschia ancora più opprimente. La luce delle navi
in rada erano batuffoli di vapore. Glasgow alle sei del mattino.
- È la mia prima nave. Ho lavorato sulle piattaforme.
- Una nave è un'altra cosa, figliolo. Sai giocare a poker?
- Conosco appena le regole.
- Imparerai a giocare. Sei un ragazzino in gamba. E sei bello. Avrai
una donna in ogni porto. Ricordati sempre: non meno di tre, non più
di trentatré!
Risero.
Il tender arrivò ed il giovane saltò sopra, tirandosi dietro il suo
sacco bianco di tela a tracolla. L'anziano marinaio dietro di lui.
- Io sono Brown, - disse il marinaio anziano. - Tu come ti chiami, figliolo?
- Io sono Andrew McBride. Navigherò per sempre!
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