NOTTURNO
 
di Ailinn di Mordenshire
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...Dopo il giorno arriva la notte. Il giorno dell'uomo passerà, ed Essi domineranno dove una volta hanno dominato, e come l'abominio tu li conoscerai...
Al Azif, Abdul Alhazred, Damasco 730

Il labirinto di vicoli che attorniavano la sua dimora si estendevano chiari, quasi luminosi alla sua vista, l'alta finestra da cui ogni sera osservava l'universo, da cui ogni sera giungeva l'alato messaggero del sogno, era aperta al gelo della notte, alla soffusa azzurrina luce lunare, accolta nel grembo dell'immensa distesa nevosa. Il suo sguardo era aperto a quell'immensità.
Amava la notte con passione. L'amava come si ama il proprio paese natale o il proprio amante, d'un amore istintivo, profondo, invincibile. L'amava con ogni singola parte di se stessa, con tutti i suoi sensi, con gli occhi che la osservano, con l'olfatto che la respira, con le orecchie che ne ascoltano il dolce silenzio, con le membra martoriate dal giorno e frementi alle carezze delle tenebre.
E mentre gli uccelli diurni cantano al sole, all'aria celeste e chiara del mattino, il gufo fugge nella notte, macchia nera che solca lo spazio nero, e inebriato dall'oscurità smisurata lancia il suo grido, vibrante e sinistro. Forse essa stessa era un gufo, o uno di quegli animali feriti dal giorno che solo nella segretezza della notte trovano un rifugio, una dimora, poiché il mattino l'affaticava, rendendole ogni gesto pesante e vuoto, e il sole quasi l'imbarazzava, obbligandola ad una finzione che disprezzava profondamente, ad indossare maschere per essere uguale agli altri, per nascondere la sua natura.
Troppi pensieri si affollavano nella sua testa quella sera, troppe preoccupazioni sulla vita diurna che odiava così visceralmente, troppi strascichi di quell'orrore vuoto che l'oscurità copriva, rendendolo non altro che un ombra. Liberò allora la mente dai ricordi del giorno e si lasciò pervadere dal gelo che ormai dominava completamente la sua stanza buia.
Chiuse gli occhi. Una leggera brezza mosse i suoi capelli, solleticandole la pelle del viso e svelando un ombra di sorriso sulle sue labbra fredde, il corpo si mosse istintivamente, la nuca accarezzò le spalle e la schiena si inarcò con movimenti lenti, eccitata dai brividi che l'oscurità le regalava, donandole nuovo vigore.
Era pronta per uscire.
Le strade scivolavano lentamente dietro la sua figura ammantata di nero, le pietre secolari racchiudevano il suo cammino e la neve fresca cedeva dolcemente sotto i suoi piedi, tutto era pervaso da un perfetto silenzio, e l'unico essere vivente in quella bianca desolazione sembrava essere lei.
Il paese possedeva un fascino tutto particolare, chiunque lo visitasse non poteva fare a meno di notarlo, un'atmosfera mistica ed inspiegabile che di notte si manifestava in tutta la sua potenza; la piazza si aprì davanti a lei, nella luce arancione e fredda dei lampioni moderni che ne intaccavano la medievale bellezza, la deserta distesa di neve era dominata dall'imponente figura della Collegiata, chiesa romanica che ad un occhio esperto svelava successive incursioni gotiche, e le cui mascherine, simbolo del teatro (o della finzione), dall'alto degli ordini superiori irridevano gli ignavi fedeli di quel culto bugiardo.
La chiesa sembrava illuminata all'interno, nonostante l'ora tarda, e infatti il rosone, occhio della ciclopica facciata, proiettava sulla neve candida i colori smerigliati degli antichi vetri. Si avvicinò allora a quel luogo in cui così di rado si era avventurata, e vide molte donne piegate dalla vecchiaia sedute sui banchi scuri, tutte con una candela in mano, e vide il ministro di quel culto in piedi sul presbiterio, salmodiare con voce sommessa parole incomprensibili che un tempo avevano avuto il senso di una preghiera.
Era il 2 febbraio, ora lo sapeva, il giorno della Candelora.
Alla destra della chiesa si apriva però un nuovo percorso da seguire, e le litanie vuote di quelle vecchie la mettevano a disagio, oltrepassò così il minuscolo arco e si infilò nel breve tunnel dalla volta a botte che la separava dal cielo invernale, continuando poi a camminare per lo spiazzo desolato che d'estate, alla luce giocosa delle fiaccole, ospitava una delle molteplici feste religiose del paese.
Pensò a com'era diverso quel luogo in quel periodo dell'anno, e come la notte fosse diversa in estate, perdeva il silenzio e la solitudine, si animava di creature diurne che non ne comprendevano il significato, che non ne ascoltavano il potente incantesimo.
Nel frattempo il suo passo incessante aveva violato la candida verginità dei sentieri che si insinuavano nei giardini del paese, nella sognante contemplazione degli alberi piegati dal peso del loro gelido fardello, dell'acqua gelata nella pietra delle fontane, della leggera nebbiolina azzurra che avvolgeva le sue gambe.
Quello spettacolo la commosse, e per un lungo attimo lasciò che le lacrime scorressero sul suo pallido viso illuminato dalla luna, per poi sparire nella bruma che nascondeva i suoi piedi, e forse trasformarsi in minuscoli cristalli.
Il paesaggio notturno riusciva ad affascinarla più di qualsiasi altra cosa, niente le donava gioia, eccitazione o sgomento più della notte invernale, inghiottita dalla volta stellata sotto lo sguardo benigno della luna.
Camminava ancora, i vicoli lasciavano spazio a suggestivi scorci di campagna imbiancata che le segavano il fiato più del gelido vento che la investiva, gli slarghi culminavano nella visione trasversale di imponenti templi religiosi, torri altissime e chiese.. il suo paese ne aveva innalzate più di cento nel corso dei secoli, ma ciò non l'aveva salvato dalla distruzione, né dall'abbandono.
Era ancora presa dall'idiozia di quella falsa religione quando, con sorpresa mista a sgomento, la via che stava percorrendo le sembrò sconosciuta. In realtà aveva molti tratti familiari con le stradine che conosceva a memoria, percorse quasi ogni notte negli ultimi anni, ma allo stesso tempo era diversa da qualsiasi altra avesse mai visto.
Si spaventò. Era come in quei sogni in cui l'inconscio mesce sapientemente la realtà quotidiana con la nostra fantasia, dando vita a luoghi immaginari simili a quelli che ben conosciamo, e nei quali, benché intuendone il carattere paradossale, ci sentiamo al sicuro.
Non si sentiva al sicuro. C'era qualcosa di innaturale in quella scena, era tutto molto tranquillo ma le luci, gli odori, lo stesso silenzio che aveva ascoltato rapita tante volte non pacificavano i suoi sensi, li mettevano in allarme, trasmettendo al cervello quell'inquietudine onirica che chiamiamo presagio.
Il suo corpo finalmente si mosse di nuovo, ma aveva bisogno di un preciso impulso dal cervello per farlo, in quanto ogni singola parte di lei gridava disperatamente di andarsene da quel luogo malvagio…
La strada era piuttosto larga, dominata ai lati da immense dimore signorili e da grandi giardini aperti, con alberi alti ed erba ben tagliata, le magioni si susseguivano l'una dopo l'altra, manifestandosi nella loro mole e nascondendo quale fosse il loro volto, poiché, per quanto si sforzasse, non riusciva a vederne altro che l'ombra imponente. Il disagio aumentava ad ogni passo, e quando la linea ininterrotta di giardini contornata da scure siepi lasciò il posto al muro di cinta di una villa ancora più grande ed oscura delle altre, la viaggiatrice finalmente si voltò indietro ad osservare attonita il cammino percorso.
Fu allora che capì. La strada di pietra era sgombra e pulita, illuminata dalla luce di un astro indifferente, i giardini avevano alberi, e siepi verdi, ed erba, e la stessa aria che respirava era fresca, ma non gelida, non carica di neve... non si trovava più in quella notte d'inverno da cui era partita, ma nella Notte. In un momento eterno che le racchiudeva tutte.
Il muro di pietra che la separava dalla dimora che dall'alto della strada in salita dominava quello scenario irreale era spesso, levigato ed estremamente alto: non sarebbe riuscita a scalarlo neanche se avesse voluto, neanche se avesse superato quell'irrefrenabile repulsione che il tatto le comunicava.
La risposta le si presentò solo pochi metri più avanti, come sarebbe stato in un sogno in cui le coincidenze costituiscono il susseguirsi degli eventi, una porticina di legno si apriva alla sua sinistra, tra quelle pietre chiare che la ripugnavano, si apriva all'immensità di un giardino onirico, gigantesco.
Era in realtà più che gigantesco, perché sembrava estendersi molto oltre il limite della sua vista, con misure che evidentemente non erano umane; si sviluppava, almeno nella prima parte, su un declivio ampio e dolcemente in discesa su cui erano stati costruiti quelli che a lei sembravano terrazzamenti agrari, ma che in realtà, la sua mente rifiutò a lungo questa intuizione, erano un'immensa scalinata. Alla fine di questa si estendeva un lago dall'acqua scura, attorniato da rovine di edifici che in passato avevano costituito la villa e che, anche se le distanze e la luce ingannevole tradivano i suoi occhi, dovevano avere anch'esse proporzioni tali da provocare in lei orrore, panico, una fobia che la immobilizzava e allo stesso tempo le impediva di distogliere lo sguardo.
Allora nella sua mente, così diversa da quella degli esseri diurni, si insinuarono considerazioni che la salvarono dalla forma di protezione di cui altrimenti sarebbe stata vittima, la salvarono dalla pazzia in cui gli esseri diurni si rifugiano. In lei crebbe per la prima volta la consapevolezza del sublime, di quel sentimento romantico di cui tanto si era scritto e che nessuno, forse, aveva assaporato come lei in quel momento eterno. Bellezza, orrore, incommensurabile grandiosità scorrevano ora nelle sue vene, mentre percorreva quella distanza abissale di scalinate aliene, perché niente del genere avrebbe mai potuto essere concepito da mente umana.
Il suo essere era pervaso da quell'immensità, dal brivido che scuote l'anima e che è il più grande, e l'ultimo, privilegio concesso al genere umano. Sull'ultimo gradone della scala, i suoi occhi ora le percepivano, si trovavano altre figure umane, o comunque umanoidi, ombre scure che si agitavano confuse intorno ad un cerchio di pietre, quattro, le cardinali, erano grandi e posizionate nelle direzioni dei quattro venti, e sigilli erano incisi a lettere di sangue sulla loro superficie, poi erano disposte le sette pietre di coloro che vagano per i cieli, nella traiettoria delle pietre interne e attraverso le loro influenze, altre costituivano un cerchio esterno al di fuori del quale le ombre danzavano alla luce degli astri, con il sole in acquario e Mercurio in trigono...
"per formare la porta attraverso la quale Essi si manifesteranno dal Vuoto Esterno…"
Un'eco carica di orrore si propagò velocemente nella sua mente, lei sapeva cos'erano quelle pietre, sapeva cosa le ombre stavano invocando con voce soffocata, danzando con impeto parossistico, sapeva finalmente di chi era la dimora in rovina, e in quell'ultimo brivido che la sua umanità le concesse, non ebbe nessun dio da invocare.
Era la notte della Candelora, era la Notte. E lei non tornò a casa quella notte, né in nessun altra notte.

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