SANATARIUM
 
di Ailinn di Mordenshire
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Nessuno mi tirerà mai fuori di qui.
I fogli su cui qualcuno, un giorno lontano, leggerà il mio racconto sono stati acquistati con gli ultimi soldi che ero riuscita a nascondere, e allo stesso modo, clandestinamente, mi sono procurata la penna per vergare queste mie parole, poiché a detta dei medici, nella mia condizione un oggetto di tale fattura potrebbe essere pericoloso.
Sono rinchiusa tra queste mura ormai da mesi, ma il tempo è diventato per me un'entità di scarso interesse, poiché non sono il giorno e la notte a susseguirsi e a influenzare le funzioni del mio corpo e della mia mente, cielo per quanto potrò ancora vantarmi di possedere una mente?
La vita qui è scandita dalle urla disumane che echeggiano incessanti per ore tra i corridoi, nelle lunghe camerate, penetrando persino nella solitudine di questa mia stanza-prigione, che grazie alla mia posizione sociale e alle pressioni della mia famiglia non divido con nessun'altra degente.
Quelle grida non si ammutoliscono mai, nemmeno nell'ultimo spiraglio di libertà che mi è ancora concesso, nemmeno nei miei sogni, so scrollarmi il peso dell'angoscia che mi provocano; i primi tempi, come ho già detto non saprei quantificare, non riuscivo neanche a dormire a causa di quegli spasimi animaleschi, di quegli ululati indistinti, di quelle cantilene agghiaccianti che stregano la mia mente, riposavo qualche ora appena, e spesso sotto il pesante ausilio dei farmaci che le suore mi somministrano.
Ora so che mi rimane poco tempo ancora prima di diventare come loro, ho imparato a evitare i farmaci e centellinare i miei momenti di lucidità per scrivere questi fogli, presto.. quanto ancora? le loro urla non mi faranno più paura, diventeranno poco più che una mera abitudine, e nel vuoto incalzante dei miei giorni, nel silenzio dei miei pensieri giungerò ad attendere quell'orrore con impazienza.
L'angoscia scivolerà lentamente verso il dubbio, il dubbio in paura, ed infine in certezza, e anche ammettendo di mantenere la salute del mio corpo, la giovinezza che tanto amavo è ora la mia peggiore condanna, un giorno non sarò più in grado di distinguere se quelle urla provengano da loro.. o da me.
E il mio terrore si trasformerà oh dio ancora più terribile in speranza. Ad intervalli abbastanza regolari, almeno da ciò che posso giudicare, i medici vengono ancora a visitarmi e a pormi delle domande sul mio stato, alla questione ricorrente se io ricordi come mai mi trovi in questo sanatorio, tolta la confusione dei primi giorni, continuo a rispondere negativamente, nella speranza ma ormai anche questa mi abbandona che la mia tranquillità e la sconferma del mio racconto iniziale convincano i medici a farmi uscire di qui, o almeno a concedermi maggiori libertà.
Ma niente di ciò che è accaduto potrà mai essere dimenticato, lo rivivo quasi ogni notte nei miei incubi, ciò che ho narrato alle autorità non è il frutto della mia supposta pazzia e, che dio mi protegga poiché per puro egoismo vorrei essere io morta al posto suo, io non ho ucciso Matthew Reaper.
Ricordo ancora con certezza quasi maniacale, che la mia insanità cominci davvero a prendere forma?, l'inizio del susseguirsi di eventi che hanno portato alla morte violenta del mio migliore amico e che mi hanno condotta qui. Era una domenica di marzo, da poco era passato il venticinquesimo compleanno di Matt, e come spesso accadeva fin da quando eravamo ragazzi, io e lui stavamo studiando nell'antica biblioteca della sua famiglia.
C'era un odore così ancestrale in quel luogo che distrarsi poteva considerarsi perfino un delitto, e i busti dei suoi avi, tutti lo sguardo fiero e il naso pronunciato del mio giovane amico, sembravano avere un'aria di rimprovero nei vuoti occhi marmorei se si alzava la testa dai tomi prima di aver terminato almeno un capitolo.
Avevamo riso molte volte di quella sensazione di reverenzialità istintiva che entrambi provavamo per quelle sale a volta, dalle finestre ampie e dalle pareti coperte di antichissimi volumi, ma nessuno dei due in venti anni di amicizia aveva mai osato rompere il tacito patto della biblioteca.
Il sole concedeva ormai gli ultimi raggi di luce diurna quando finalmente terminai il trattato che stavo leggendo, alzai gli occhi verso il mio avo tutelare, il busto che mi guardava dall'altro capo della sala era il generale Lorence Reaper, bisnonno di Matthew, e poiché mi concedeva la sua benevolenza avevo terminato lo studio di quella giornata.
Il mio compagno, invece, era ancora immerso nelle pagine di un immenso volume che si estendeva per la stessa lunghezza del lato corto del tavolo da studio, e che aveva l'aria di essere estremamente antico e delicato.
Mi alzai senza rompere il silenzio e mi avviai alla finestra per godermi il tramonto in quel luogo magico, e stavo ancora contemplando il giardino dei Reaper inondato dai rossi flutti solari quando Matthew ruppe l'incanto facendo cadere la pesante sedia da lettura ed esclamando:
- Santo cielo che scoperta!! Presto vieni a vedere!
Ciò che si presentò ai miei occhi profani era chiaramente un memoriale militare, pagine di testo vergate da una mano incerta e in un corsivo assai poco leggibile si alternavano a carte del territorio tracciate con grande precisione e ad alcuni disegni che non ero in grado di codificare e che forse erano schemi di battaglia, ma ciò che invece, almeno inizialmente, sfuggì alla mia lettura era l'antichità di quel manoscritto.
Matthew aveva un'espressione esaltata in volto quando alzai gli occhi dalla pagina e lo guardai con perplessità.
- Non hai letto? - Mi chiese non dissimulando la sua delusione per come avevo reagito alla sua scoperta.
- Risale al XII secolo e con tutta probabilità, a giudicare dalle carte disegnate, si tratta di una cronaca scritta da un mio avo, nessuno era mai andato oltre il XIV secolo nel ritrovamento di fonti genealogiche sulla mia famiglia! - Esclamò concitato.
Accendemmo un lume, poiché la scarsa luce serale non permetteva più di leggere agevolmente, e ci sedemmo entrambi al tavolo della biblioteca, esaminando quell'antico scritto che forse costituiva davvero un'importante scoperta storica, e cercando di decifrare la stentata grafia di quel lontano antenato. Molte ore più tardi eravamo entrambi ancora con il volto chino su quel sorprendente volume, l'unica pausa che ci eravamo concessi era stata per procurarci un taccuino e un lapis, che io stavo usando per trascrivere la difficile traduzione di quel latino incerto e complicato da frequenti abbreviazioni che non sempre ero in grado di sciogliere.
In realtà ciò che avevo per le mani dopo ore di lavoro erano solo frasi staccate, non un solo periodo intero, e alcune mie ipotesi di congiunzione tra le preposizioni scritte tra parentesi, le mie capacità di latinista e paleografa ne uscivano rovinosamente sconfitte. Mostrai a Matthew il magro risultato del mio lavoro, ma con mio grande stupore egli ne fu notevolmente soddisfatto, mi spiegò allora che la mia traduzione confermava le sue ipotesi sulle carte geografiche tracciate, e che certamente Gropius, questo era il nome del cronista, descriveva le tattiche difensive di una loro postazione militare molto importante, anche se non aveva ancora capito dove questa si trovasse.
Aveva gli occhi lucidi, e alla luce calda del lume avevano assunto una tonalità di colore più piena, un verde intenso molto diverso dal grigio abituale.
- Te la senti di continuare ancora un poco? - Mi chiese senza troppa convinzione. Sembrava nuovamente sorpreso quando io annuii sorridendo, ma in realtà quell'antico testo aveva svegliato anche in me una profonda curiosità. Mentre io procedevo, non senza difficoltà, nella lettura di quelle pagine, Matthew era intento a confrontare le carte di Gropius con le moderne carte geografiche della regione circostante, cercando in ciò che avevo tradotto degli indizi di dove si trovasse l'avamposto difensivo descritto.
Ricordo che ad un certo punto ci fu servita una cena calda e birra chiara, la bevanda preferita da Matthew, e che entrambi continuammo nel nostro lavoro anche durante il veloce spuntino, inoltre, andando avanti con la traduzione, alcune delle abbreviazioni che inizialmente non avevo capito risultarono essere ricorrenti, e utilizzando un metodo comparativo-ricostruttivo trovai la chiave di alcune di esse.
Molte delle domande che ci eravamo posti trovarono risposta, e quando i miei occhi non riuscirono a vincere la stanchezza incalzante, e l'odore familiare della pergamena accolse il mio sonno, provavo un'intensa soddisfazione.
Mi svegliai il mattino successivo in un letto che non era il mio, inondata dalla luce grigia del giorno e da un rumore che proveniva dalla mia destra, la sorella minore di Matthew sedeva ai piedi del letto e mi guardava sorridente. Clara era una splendida adolescente, aveva una carnagione rosea e sana, era già molto alta per la sua età e vantava un fisico asciutto e perfettamente modellato, i capelli castani avevano la stessa tonalità di quelli del fratello, ma i suoi occhi scuri da cerbiatto, assai diversi anche nel taglio dal grigio penetrante di Matthew, venivano dalla linea femminile della sua famiglia.
- Spero che tu abbia dormito bene - mi disse ammiccando ed evidentemente divertita dal fatto che una ragazza aveva passato la notte a casa sua, presumibilmente in compagnia del fratello.
- Matthew mi ha chiesto di svegliarti e di dirti che lui sta facendo colazione in biblioteca e che ti aspetta lì - continuò quasi cantilenando le parole, e mostrandomi come, nonostante avesse già un corpo da donna, in realtà fosse ancora molto bambina. Annuii ringraziandola e mi alzai in cerca dei vestiti, pensando solo dopo che se ne era andata che in realtà non avevo idea di come si raggiungesse la biblioteca da dove mi trovavo.
Matthew era seduto dove lo ricordavo la notte precedente, il libro aperto sopra al tavolo, il taccuino spaginato, le carte geografiche sparse tutto intorno, l'unico cambiamento era l'intenso odore di the al bergamotto che riempiva la stanza, e un invitante vassoio colmo di cose da mangiare di ogni sorta. Ancora adesso ricordo il mio stupore nel vedere quanta frutta fosse stata preparata per la colazione, frutta che non avrebbe dovuto essere sugli alberi prima di giugno e che invece era lì, dolce ed invitante, in un vassoio d'argento nella biblioteca dei Reaper. Non pensavo spesso alla ricchezza della famiglia di Matthew, ma sapevo che era il casato più potente della regione, che controllava numerosi mercati, che non aveva rivali politici, e che praticamente dominava la cittadina di campagna dove anch'io avevo sempre vissuto, e con essa l'intera contea; nonostante frequentassi quel palazzo fin da piccola solo allora avevo veramente realizzato quale fosse la posizione dei Reaper, anche se in questi giorni di prigionia ho spesso ripensato anche a questo.
Mi sedetti al tavolo, e mentre versavo il the per me e per il mio ospite, Matthew interloquì:
- Spero che tu abbia dormito bene stanotte, sei crollata come un sasso dopo aver fatto quel miracolo con la traduzione, sei stata splendida.
Una nuova ondata di soddisfazione mi pervase, poi mi rammentai che non mi era piaciuto il suo comportamento.
- Perché non mi hai svegliata? Avrei potuto ritornare a casa per la notte, i miei staranno in pensiero - dissi con tutta l'aria di rimprovero che riuscii ad assumere, anche se in realtà non riuscivo ad essere arrabbiata con lui, come lui, entrambi lo sapevamo bene, non era mai stato adirato con me.
- Era molto tardi, aveva cominciato a piovere e non ti avrei voluto svegliare comunque dopo tutto quel lavoro, ho inviato un servo a casa tua ieri notte, così che non si preoccupassero.. e poi oggi abbiamo molto da fare - terminò con entusiasmo addentando un fetta di pane bianco tostato.
Durante la colazione mi spiegò come le mie scoperte gli avessero svelato molto, praticamente tutto ciò che gli serviva veramente, anche se buona parte dell'inizio era rimasta celata dalla grafia di Gropius e dalle sue abbreviazioni, in queste ora vuote sono giunta a concludere che l'incipit fosse una sorta di intestazione in cui diceva chi fosse l'autore e a quale famiglia appartenesse, e che fosse stato scritto di getto, quindi con molte legature, perché si trattava di una convenzionalità, una formula che sapeva a memoria, mentre il resto del commentario era stato meditato e quindi scritto con maggiore calma e chiarezza.
Gropius, antenato della sua famiglia, era preoccupato per un imminente attacco di una guarnigione di guerrieri abilissimi, nel manoscritto erano definiti "infernali", appartenenti ad un casato vicino che voleva impadronirsi di una postazione difensiva chiamata la Torre, e da lì di tutta la contea. Questo edificio difensivo sembrava avere un'importanza non esclusivamente strategica e militare nelle parole di Gropius, che spesso ne parlava come la "fonte del loro potere" e che in un'unica oscura frase sembrava lasciar presagire che "qualcosa" di importantissimo e vitale per le loro difese fosse celato nell'avamposto. Questo era ciò che anch'io ricordavo di aver scoperto nel latino stentato del militare, ma Matthew aveva continuato le sue ricerche anche dopo che mi aveva messa a letto, e adesso riteneva di sapere dove la Torre si trovasse.
Mi spiegò che buona parte delle informazioni militari che avevo traslato in inglese moderno, e che io non ricordavo per via della mia ignoranza in materia, unitamente al confronto delle carte, gli avevano finalmente svelato dove sorgesse questo misterioso luogo che era stato la "fonte del potere" della sua famiglia, e che lui era intenzionato ad andarci, quel giorno stesso. Non fu difficile capirlo nemmeno a me non appena Matthew cominciò a descrivere le caratteristiche fisiche del luogo: era una collinetta molto alta, e scoscesa verso nord, che si trovava sulla sinistra della strada principale uscendo dalla porta settentrionale delle mura cittadine, ora era completamente coperta di querce secolari, e di rovi che impedivano il passaggio e che ne nascondevano la cima da qualsiasi posizione, poiché era un'altura che sovrastava una piccola valle e nessuna postazione attuale avrebbe potuto svelare cosa si trovasse sulla sua impervia sommità.
L'idea di scoprire se la Torre fosse ancora lì, anche se solo in rovina, eccitò molto entrambi, era da quando eravamo bambini che non facevamo più escursioni esplorative, e quel gioco, ora trattengo a stento le lacrime per ciò che è accaduto e lotto contro la follia, ma allora pensavamo che fosse soltanto un gioco, riusciva a incuriosire tanto la nostra componente adulta quanto quella infantile.
Partimmo dalla tenuta dei Reaper a mattina inoltrata, e dopo una breve pausa a casa mia, nel centro della cittadina, continuammo il nostro cammino fino intorno all'ora del pranzo, quando ci trovammo alle pendici della collinetta che si stagliava scura contro il cielo plumbeo.
Ci sedemmo a riposarci e mangiare per qualche ora, studiando vari modi per addentrarci all'interno di quel labirinto di spine e alberi nodosi e giganteschi, che con ogni probabilità, per via dei rovi, avevano molte delle ingombranti radici in superficie. Immagino che fossero le due post meridiem quando finalmente ci incamminammo in quel groviglio infernale, e nonostante la nostra energia e i molti passaggi che ci eravamo aperti con la forza, fendendo i rovi, impiegammo diverse ore ad arrivare in cima.
Quando le ultime piante lasciarono libera almeno la nostra vista, se non ancora i nostri corpi, verso la radura circolare che costituiva la sommità della collina, il respiro affannato cessò improvvisamente, e dovetti ricordarmi di respirare tanta era la sorpresa che mi aveva sopraffatto.
La Torre era là, nascosta agli occhi dei mortali per secoli, attorniata da un cerchio di querce secolari, che così contorte e malformi la rendevano ancora più spaventosa e spettrale. La pietra era scurissima e nonostante il logorio del tempo era ancora praticamente integra, stranamente priva di piante rampicanti o altro genere di parassita, se non fosse stato ridicolo pensarlo, e ora, benché niente mi risulti ridicolo, so che non lo era, avrei giurato che stavamo osservando la Torre come l'aveva vista Gropius l'ultima volta. Impiegammo ancora qualche tempo prima di liberarci completamente dai rovi, entrambi fissi con lo sguardo su quell'edificio circolare che dominava la collina, stagliandosi contro lo spento cielo pomeridiano, e quando finalmente ci trovammo nella radura, ai piedi di quella potenza del passato, nessuno dei due osò parlare.
L'erba non era molto alta, ed emanava un intenso odore di mentuccia, una pianta bassa che veniva usata in erboristeria e in cucina, e tutti i miei sensi ora erano all'erta, poiché la vista era catturata dalla torre, l'olfatto era inebriato da quel profumo medicinale, e l'udito era intimorito dal silenzio quasi innaturale che regnava sulla sommità della collina, alla presenza della Torre.
Ci avvicinammo all'entrata, e con grosso stupore Matthew ruppe il silenzio e osservò come la porta di legno, che era appena socchiusa, fosse integra a distanza di più di otto secoli, in realtà i saggi carpentieri medievali utilizzavano, per infissi, serramenti e strutture portanti, legno di quercia o di leccio che oltre a essere robusto non veniva intaccato dalle malattie né dai parassiti, ma certamente quella porta era stata esposta alle intemperie di secoli, e le sue condizioni davano la stessa impressione del resto della costruzione, niente era mutato dal XII secolo.
Provai un brivido che mi scosse nel profondo quando finalmente ci decidemmo ad entrare nella Torre, non solo perché la temperatura interna era più fredda, bensì a causa di quell'inquietudine che provavo da quando l'avevo vista e che non riuscivo in nessun modo a vincere.
"..Sia benedetto questo luogo, e ancora
Più benedetta sia questa torre,
Una potenza arrogante e sanguinaria
Sorse da questa razza,
Esprimendola e dominandola,
Simile a queste mura, sorse.."
I versi evocati ad alta voce da Matthew mi rassicurarono, ora so che furono assai più ispirati di quanto immaginassi, e che, ma forse è tutto davvero frutto della mia follia, gli furono suggeriti dall'essenza della torre, da ciò che dimorava in essa, e l'aver rotto quel silenzio che ormai pesava su di noi da diversi minuti sciolse entrambi da un impercettibile senso di angoscia.
L'interno della costruzione era scarno e triste come il suo esterno, la pietra era liscia e levigata sulle pareti, mentre il pavimento era di terra battuta, in quella stanza al pian terreno regnava la desolazione più totale e l'unico elemento che attirò la nostra attenzione fu la ripida scaletta a chiocciola che saliva nell'oscurità, verso i piani superiori della Torre.
La scala era di legno di quercia come la porta e le travi, ma ciononostante non eravamo sicuri della sua stabilità e fui io la prima ad avventurarsi sugli scalini traballanti, con passo incerto ed attento al minimo cedimento. L'idea di salire verso l'oscurità in quel luogo che mi inquietava, di restare da sola nella stanza che si sarebbe presentata alla mia vista, mentre Matthew avanzava piano sugli scalini che forse non avrebbero retto il suo peso, mi terrorizzava e rallentava ancora di più la mia andatura circospetta.
Il buio scese sempre più velocemente su di me, e in un tempo che non saprei descrivere mi ritrovai al secondo piano della torre.
Un grido provenne dal basso:
- Tutto bene? Cosa c'è di sopra?
La voce di Matthew mi aveva distolto dal terrore ancora una volta, e mentre gli dicevo che la stanza era immersa nella più totale oscurità cominciai a sentire gli scricchiolii della scala gravata dal peso del mio amico.
Ebbi di nuovo la sua presenza rassicurante accanto a me nel giro di qualche minuto, e fui contenta quando si mosse alla cieca esplorazione di quel luogo oscuro e silenzioso, poiché io non ero riuscita a muovere un singolo muscolo da quando avevo raggiunto quel piano della torre, come se l'inquietudine che mi dominava si fosse trasformata in paura, o peggio, in un panico che quasi mi paralizzava.
Intanto Matthew stava seguendo le pareti circolari, così da scoprire eventuali feritoie o addirittura finestre che potessero fornire una qualsiasi fonte di luce, una sua improvvisa esclamazione di gioia rivelò che aveva avuto ragione, e in pochi attimi i contorni di una finestra bucarono l'oscurità, e mentre, finalmente libera dal terrore, mi stavo avvicinando al suono della voce di Matthew una luce improvvisa riempì la stanza e accecò la mia vista. Mi servirono alcuni istanti prima di riabituare i miei occhi all'intensità di quel grigio accecante che mi aveva travolto, e che ora svelava la stanza al nostro sguardo. Era un ambiente grande quanto quello sottostante, aperto a nord dalla finestra che avevamo liberato dalle ragnatele e dal sudiciume di secoli, alle pareti di pietra scura erano appese numerose rastrelliere, e alcuni cassoni erano accostati alla meglio a quei muri che così poco si adattavano agli angoli. Un'altra scala, stavolta a pioli, saliva verso l'alto in un buco scuro tra le travi del soffitto, un'apertura che rivelava un terzo piano della torre prima della sua sommità merlata.
La pioggia ci sorprese proprio quando i miei nervi, grazie alla diffusa luminosità di quel grigio lattigginoso e all'interesse per gli oggetti della stanza, cominciavano appena a calmarsi. Ci accasciammo su due delle cassepanche di legno e osservammo il cielo scurirsi velocemente mentre il vento si alzava facendo mormorare gli alberi tutt'intorno a noi, la pioggia cadeva ora con maggiore intensità, e le nubi si addensarono fino quasi a diventare nere ed oscurare nuovamente la torre.
Matthew sembrò allora accorgersi per la prima volta dell'inquietudine che mi turbava, e che non mi abbandonava neanche cercando rifugio nello sguardo dolce e rassicurante del mio amico, abbozzò un sorriso e poi saltò in piedi, afferrò una delle spade arrugginite sulle rastrelliere, la soppesò, e poi me la puntò contro esclamando: - In guardia marrano! - con aria molto divertita.
Scattai di lato, ne afferrai una anch'io e facendola roteare con aria minacciosa ribattei: - Ve ne pentirete fellone, sul mio onore.
Mi sentii pervasa da una gioia infantile che spazzò via l'angoscia di quel luogo, eravamo di nuovo uniti come quando eravamo bambini e niente avrebbe potuto farci male. Ora, in questa solitudine che corromperà presto la mia mente, so che quello è stato l'ultimo attimo di felicità concesso al mio essere, so che niente mi ridarà indietro Matthew, né la mia vita, e che forse la verità sulla sua morte non sarà mai svelata, che nessuno saprà mai quanto l'amassi.
Il nostro gioco continuò per diverso tempo, anche perché epiteti scherzosi e volgari si univano alle finte stoccate, e spesso venivamo travolti entrambi dall'ilarità. Fu appunto dopo un momento in cui avevo abbandonato la lotta per riprendermi da una sua battuta che Matthew mi appoggiò gravemente una mano sulla spalla e mi chiese di tacere, facendomi segno di ascoltare: nonostante noi fossimo immobili riuscivamo a percepire distintamente il cozzare delle lame, era un rumore lontano, leggermente ovattato, che forse proveniva dall'esterno, o che forse era solo nella mia testa?
Poi al rumore delle armi si unirono delle urla di dolore, lo scalpitio dei cavalli, gli ordini imperiosi di voci lontane, una lievissima melodia da battaglia suonata con tamburi e corni e cornamuse.. e tutto questo, ora lo sapevamo, proveniva dalla finestra. Ciò che si presentò alla nostra vista incredula, nel vano della finestra aperta verso nord, fu una scena di battaglia campale nella vallata sottostante, il sangue di mille uomini lordava già il terreno mischiandosi con la pioggia battente ed il fango, frecce infuocate trafiggevano il cielo per poi cadere come una pioggia infernale su intere legioni di fanti inermi, al centro della battaglia erano i cavalieri, che si fronteggiavano trattenendo appena i potenti destrieri sul terreno limaccioso, e alle due estremità del campo le legioni che si fronteggiavano, facendo sventolare gli stendardi.
La scena mi aveva rubato il respiro, non riuscivo neanche a pensare per quanto i miei occhi e la mia mente fossero stati rapiti da quell'incredibile spettacolo, me ne stavo lì, immobile, ad assistere alla morte violenta di quei combattenti, alla morte che non avevo mai conosciuto.
La notte stava forse calando, o la pioggia greve che frustava la vallata e lo sciame di frecce sibilanti stavano oscurando la poca luce che il cielo denso e plumbeo sapeva ancora concedere, ma la battaglia andava avanti, mietendo vittime e straziandomi con quelle urla disperate, con quelle musiche incessanti che mi paralizzavano.
Poi improvvisamente qualcosa sembrò mutare, l'esercito di cavalieri dalle casacche blu e oro si arrestò, e altrettanto fecero gli assassini in armatura nera, l'esercito che, ora lo so con certezza , stava assaltando la Torre di Gropius. Al centro dell'immensa radura si aprì un varco tra gli uomini, e ben presto fu chiaro che i due comandanti si sarebbero affrontati in singolar tenzone per l'esito della battaglia, gli uomini della contea, ora la contea aveva però uno stendardo verde in campo nero e non blu e oro, contro le armate infernali di quel cavaliere nero.
Il duello durò a lungo, e poi che i destrieri da guerra furono entrambi colpiti a morte, i due comandanti si affrontarono corpo a corpo, spada contro spada, finché improvvisamente la figura blu e oro, che fosse proprio lui Gropius?, dall'armatura lucente, sembrò prendere il sopravvento sull'avversario e dopo numerosi fendenti che fecero arretrare l'uomo in armatura nera, questi fu costretto a capitolare a terra, scoprendo così le proprie difese, il comandante della contea alzò allora lo spadone sopra la sua testa, e vibrò un poderoso colpo contro il petto inerme dell'avversario, trafitto a morte.
Dalle file schierate a sud, a protezione della Torre, si alzò un grido di vittoria e di esultanza, grido che si spense in un rantolo di paura quando davanti agli sguardi increduli il cavaliere nero si rialzò da terra, sfilò lo spadone dal proprio ventre e con un terribile scatto colpì a morte l'avversario.
Da sotto quell'elmo infernale sembrò levarsi una risata diabolica, quasi incorporea, e mentre una leggera nebbiolina sorta dal campo insanguinato si insinuava tra i combattenti, il terrore mi raggelò il sangue alla vista dei soldati assassini trucidati alzarsi dal loro giaciglio di morte e impugnare di nuovo le loro spade di tenebra. Anche il destriero del cavaliere nero si rialzò al tocco della nebbiolina, lanciando un nitrito che si unì alla risata agghiacciante del suo signore, e che scosse a tal punto il mio essere da svegliarlo dall'incantesimo che mi teneva prigioniera di quella visione infernale. Il cavaliere nero allora montò in sella, e lanciando un ultimo eloquente gesto ai suoi soldati nonmorti, si avviò al galoppo verso la torre, verso di noi.
Matthew si riprese allora dall'orribile visione che ci aveva stregato e si voltò ansimando verso di me, aveva gli occhi impietriti, e il respiro rotto dalla paura.
- Sta venendo qui! - Sussurrò terrorizzato. - Viene a prendere la fonte del potere, viene a prendersi la Torre! - Continuò sempre ansimando.
Dalla finestra aperta soffiava ora un vento gelido e impetuoso che portava con se gli echi del massacro.
- La spada....porterà via la spada! - Gridarono alcuni soldati prima di morire miseramente sotto i colpi di quelle armi di tenebra.
- La spada! - Esclamò Matthew allucinato. - La spada, la spada.. deve essere qui, da qualche parte! - E così dicendo salì la fragile scala a pioli che conduceva al piano superiore.
Io ancora non riuscivo a muovermi, avrei voluto urlare dal terrore, fuggire veloce attraverso il muro di rovi, ferendomi tutta piuttosto che essere lì immobile in attesa che il cavaliere infernale arrivasse a prendere la spada, e noi con essa. Il mio respiro ansante mi riempiva le orecchie, tutto era ormai precipitato in una notte gelida ed innaturale, sentivo che i miei occhi non trattenevano più le lacrime e che il mio viso era bagnato mentre io non ero in grado di controllare il mio corpo, né la mia mente in preda al panico, in attesa che il rumore di quegli zoccoli riempisse la radura, in attesa dei passi sordi del cavaliere nero che saliva verso di me.
Era lì, ciò che avevo temuto più della morte stessa in quei momenti d'orribile attesa, era lì. Mi aveva raggiunto senza il minimo rumore e adesso era lì, nero nell'oscurità di quella torre maledetta, e si avvicinava a me con una calma che stava distruggendo la mia mente, magari fossi impazzita davvero!
Poi improvvisamente un tonfo alla mia destra sviò l'attenzione del cavaliere infernale, Matthew si era lasciato cadere dal soffitto, e impugnava una spada nera con la mano sinistra, fronteggiando l'imponente figura in armatura. Non riuscii a vedere la loro colluttazione, che durò per un tempo che non saprei definire e in cui un barlume di speranza dentro di me combatteva contro l'angoscia e la disperazione.
So di aver gridato quando il corpo ormai senza vita di Matthew è capitolato a terra, spargendo sulla pietra scura un rivolo di sangue dal quale a stento riuscivo a distogliere lo sguardo. La mia vista era annebbiata da un fiume di lacrime, ma vidi il cavaliere rialzarsi, impugnare la spada della Torre e alzarla verso il cielo, seppi allora che non avrebbe tardato ad occuparsi anche di me, ed era ciò che volevo, porre fine a tutto quell'orrore e alla vista di Matthew esanime che mi straziava il cuore, era ciò che volevo, morire il più velocemente possibile.
Il cavaliere di tenebra si voltò verso di me, e con una calma mortale si tolse l'elmo nero che celava il suo volto, due occhi grigi trafissero allora l'oscurità e quell'ultimo barlume di lucidità che mi era rimasto, il viso dell'amico che avevo amato sopra me stessa mi scherniva con un ghigno infernale che deformava i bei lineamenti, non poteva essere, non poteva essere lui!!!
L'orrore prese completamente possesso di me, la ragione mi abbandonò e nell'estremo tentativo di non impazzire di fronte a quel volto, distolsi i miei occhi da lui, la finestra dava ora su una valle di morte e desolazione insozzata dal sangue di innocenti, la finestra era aperta, la finestra era lì per me.. e finalmente il corpo si mosse.
Ciò che è accaduto in seguito, il nostro ritrovamento, le accuse, ed infine la mia dichiarata follia, è tristemente noto. In questi interminabili giorni di disperazione gli unici miei pensieri sono andati a Matthew, nella speranza che il mio dolce amico sia davvero morto in quel giorno di marzo, e al vano tentativo di trovare un senso a ciò che è realmente accaduto, a ciò che i miei occhi hanno visto quella notte alla Torre. I medici non mi lasciano andare in biblioteca, non so neanche se in questo sanatorio dimenticato da dio esista un luogo simile, e non posso comunicare in alcun modo con i miei familiari per condurre le ricerche che potrebbero dimostrare la verità.
Ma se qualcuno si prendesse il disturbo di controllare scoprirebbe che Gropius non era un antenato di Matthew, come io e il mio perduto amico avevamo creduto, bensì l'ultimo discendente del casato che governava la contea prima dell'avvento dei Reaper, alla fine del XII secolo, un casato che con molta verosimiglianza aveva uno stendardo blu e oro e che era stato violentemente usurpato in una sanguinosa battaglia per il controllo territoriale, e per la "fonte del potere" naturalmente.
Io so che tutto questo è vero, come so di non aver ancora ceduto alla follia di questo luogo che mi imprigiona come ero imprigionata nella Torre, ma se qualcuno di coloro che in un tempo lontano leggeranno queste mie pagine avrà il coraggio di compiere le ricerche che a me sono negate, troverà finalmente il significato di ciò che è accaduto, e risponderà alla domanda che mi tormenta in questi ultimi, ormai so che manca così poco, infelici giorni di lucidità.
Poiché io non so fare a meno di chiedermi se i sani siano coloro che conoscono la verità, e i pazzi coloro che la ignorano, o viceversa.

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