COME UN SOGNO
 
di Andrea Nicosia
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Il suo corpo è caldo e sudato sotto il mio, geme, mugola, invoca il mio nome, mentre mi stringe, forte, con le braccia e le gambe serrate attorno a me. Ormai non c'è più spazio per le parole e le tenere carezze, siamo due animali che si amano, come se non ci fosse più altro da fare.
Mi muovo, fuori e dentro di lei, come un ossesso, come se fosse l'unica cosa che mi mantiene in vita, che mi fa respirare, che pompa il mio sangue nelle vene, l'amplesso è il mio cuore, la mia religione.
Fuori e dentro, non penso più, non penso più, fuori e dentro, mentre nelle mie viscere si scatena un'eruzione.
Lei geme, più forte, mi stringe, più forte, mi invoca, più forte.
Il suo corpo sudato scintilla, brilla, sempre più caldo, sempre più brillante, il sudore evapora e siamo avvolti da un impercettibile vapore.
Sempre più forte, l'eruzione è sempre più forte.
Non geme più, urla, brilla, il suo corpo è caldo, brilla.
Brilla.

Spalanca gli occhi, spalanca la bocca, una intensa luce rossastra la illumina dall'interno, lame di luce rossa le escono dagli occhi spalancati, dalla bocca spalancata. Mi stringe sempre più forte, urla sempre più forte.
Brilla. Brilla come se avesse un sole dentro, come se il vulcano che sento dentro eruttasse dentro di lei, urla, un grido animalesco, selvaggio, un grido di dolore, di morte.
Mi rendo conto che qualcosa non va, che qualcosa è tremendamente sbagliato, mentre il suo corpo sembra bollire sotto di me e io entro ed esco da lei, sempre più forte.
E con immenso orrore, il vulcano erutta dentro di lei, il suo corpo brilla di una luce abbagliante e caldissima, il suo urlo è carico del dolore dei dannati.
Il vulcano erutta dentro di lei, il suo corpo esplode, dall'interno, divorato da un inferno di fiamme.
E io continuo ad entrare e uscire da lei, da quello che rimane del suo corpo, bruciato e lordo di sangue.
Incapace di fermarmi.


Un urlo mi lacera i timpani, parte basso e profondo, scuotendo il mio diaframma e poi sale, sale, sale fino a perforarmi il cervello. Un urlo antico, primordiale, l'urlo della bestia, il richiamo del terrore.
Un grido lacera il velo della notte.
Scatto a sedere sul letto, madido di sudore, terrorizzato, incapace di pensare, con la visione di quel tizzone, bruciato e sanguinolento, che era un corpo incisa a fuoco nella mente.
Un urlo angosciato, disperato e continuo.
Un brandello della mia mente ancora funziona e mi avverte che sono io, che è dalla mia bocca che emerge, per cantare la mia paura. Con la volontà che mi rimane, aiutandomi con le mani, mi serro la bocca, e l'urlo finisce.
Un sogno. Un incubo.
Balzo, cado, dal letto, attraverso la stanza travolgendo le sedie. Un sogno, che mi ricorda altri sogni. Cado davanti al computer, faccio per accenderlo, mi blocco. Un riflesso, due riflessi. Rossi, dal monitor, come due occhi maligni che mi scrutano e mi deridono. Tocco il monitor, nulla, e mi rendo conto che tutta la stanza è pervasa da un bagliore rossastro, come se…
Mi alzo, corro, urto qualcosa, la scrivania, una sedia, la rovescio, in bagno, accendo la luce e mi ripiego su me stesso, con un grugnito, come se la luce, solida, mi avesse colpito, ferito. Riapro gli occhi, dopo lo shock per la luce improvvisa.
E mi guardo allo specchio.
I miei occhi risplendono di una luce rossa, una luce innaturale e cattiva che mi scava ombre inquietanti sul viso.
Apro il rubinetto, con due mani, tremo troppo per riuscirci con una sola. Il getto d'acqua gelata scroscia con un rumore che promette pace, è un inganno. Metto le mani sotto l'acqua, esplode.
A contatto con le mie mani, più calde di una fornace, l'acqua si trasforma in vapore, con una violenza che spazza tutti gli oggetti che si trovano attorno al lavandino e mi scaraventa contro la parete alle mie spalle.
Furioso, dolorante, i miei occhi risplendono ancora più violentemente.
Corro, forse urlo, apro, scardino, l'inferriata che chiude la terrazza, mi precipito fuori, l'umidità della notte evapora a contatto con me. Afferro un vaso, pesante, ma non importa, lo sollevo sopra di me e lo scaravento contro un altro vaso, più forte di quanto ritenessi possibile, cozzano, esplodono, cocci, terra, piante, che volano nella notte, che dovrebbe essere nera, ma che io vedo rossa. Un altro vaso, un altro volo, ancora, ringhiando, ancora, distruggendo. Per fortuna, non c'è nessuno in casa, non saprei cosa inventare. Quando torneranno, dirò che è stato il vento, se oseranno chiedermi qualcosa, dirò che è stato il vento.
Le piante, sparse a terra, con le radici fuori dalla terra che le nutre. Le guardo. Non mi basta, mi avvicino, le mie mani risplendono della stessa luce rossa che brilla nei miei occhi. Mi avvicino e quasi sento la paura delle piante.

Un'ora dopo, ho rimesso a posto quel che potevo, e mi sono preparato una tazza di latte. Mi sono calmato. Fingo di crederci.
Cerco di non pensare, finalmente accendo il computer e cerco tra i vecchi messaggi quelli che parlano di sogni. Eccoli. Il capitano Sharpe, sono sogni o deliri? Roberto Voce, guarito dopo Perugia. Io avrei votato per il templare. Poi? Gli incubi sulle dita mozzate.
Strani, ma solo sogni. Solo sogni. Anche il mio era solo un sogno? O un avvertimento? O uno scherzo, di qualcuno che può fare scherzi del genere? Mi vengono in mente un paio di nomi, ma perché dovrebbero?
Ripenso al sogno. Chi era? Nel mio sogno, l'avevo vista bene, ma ora il suo volto è un ricordo vago, sfuocato. Capelli… Neri? O rossi? Lisci, ricci? No, non ricordo. Non ricordo nulla, tranne l'orrore e il suo urlo. Mi collego, per scaricare la posta, vedere se ci sono novità. Faccio finta di non accorgermi del fatto che ho sbagliato due volte a scrivere la password, sono calmo, calmo.
Ecco, compone il numero. Occupato! A quest'ora! Mando un impulso di odio al provider, attraverso il monitor, per le linee del telefono. Riprovo, libero, ecco, collegato, scarica, ecco, spam, altro impulso di odio, e questa? No, ci penserò dopo. Pathosnet, eccole, Buonarroti, Programma 2000, altre lettere. Le leggo velocemente, no, niente, farfugli, ripicchine stizzite, niente.
E questa? Arrivata mentre leggevo le altre. Oh? Cosa può volere la mia nipotina a quest'ora?
Rimango un momento con il mouse fermo sulla lettera. Cosa…? Spunta sempre fuori quando sta per accadere qualcosa. Sin da quella sera in cui mi ha chiamato… A proposito, devo farmi dare quel medaglione.
Clicco sulla lettera, che male può farmi?
La leggo.

***

Questo racconto è stato ispirato dalla partecipazione al gioco di ruolo dal vivo Pathos. Uno degli scopi di Pathos è la creazione di "letteratura interattiva".
Se volete maggiori informazioni su Pathos e magari siete interessati a giocare, visitate questo indirizzo: http://www.pathos.it

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