LA STORIA DI MARCO VALERIO TERENZIO
parte 1
 
di Andrea Nicosia
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Un vento freddo spazzava i tendoni del mercato. I pochi che osavano sfidarlo, per lo più schiavi, camminavano ammassati per cercare di scaldarsi e di sostenersi a vicenda e per non scivolare sui ciottoli, ancora bagnati dopo la pioggia della notte.
I mercanti osservavano da dietro i loro banconi i clienti che gettavano occhiate veloci sulle merci, desiderosi di concludere in fretta i loro giri per poter tornare al calore del fuoco.
L'autunno stava cedendo il passo all'inverno. I sacerdoti avevano letto le viscere di colombe e agnelli e le previsioni erano chiare: inverno lungo e freddo mandato dagli Dei come monito per gli uomini.
Il mercato era un luogo triste e silenzioso. Privo delle grida dei mercanti che tessevano le lodi delle loro merci, privo del brusio di clienti e curiosi che vagavano di banco in banco. Quasi privo di colore, grigio come le nuvole basse nel cielo.
Due figure si guardavano attorno, ferme nel viale principale del mercato. Si tenevano distanti dai banchi e dalla massa infreddolita che vi si affrettava intorno.
Una delle due figure, la più piccola, infagottata in pesanti mantelli, si strinse ancora di più nei suoi vestiti, lanciò una veloce occhiata al suo compagno e soffiò una nuvola di vapore nell'aria gelida.
- Maledizione, che freddo! - Sibilò stizzita. - Sto morendo di freddo, tu non hai freddo?
La seconda figura continuava a guardare la folla. - No. Ho vissuto inverni ben peggiori.
- Già e intanto vai in giro con addosso più pelli di un orso delle montagne.
La figura più piccola guardò ancora il suo compagno, scrutandolo dalla testa ai piedi. Era molto alto, almeno una testa più alto di tutti quelli che avevano attorno. Quindi almeno due teste più alto di lei, forse anche di più.
Nonostante indossasse un mantello, una tunica e dei pantaloni di spessa pelliccia, la sua muscolatura imponente era perfettamente delineata sotto gli ampi abiti. I lunghi capelli rossi e la folta barba spuntavano dal cappuccio che si era calcato in testa. Gli acuti occhi azzurri osservavano la folla.
Un barbaro del nord. Non era una vista inusuale nella grande capitale, ciò non di meno, in molti gli lanciavano una rapida occhiata, per distogliere subito lo sguardo.
- Se non arriva subito me ne vado! - Esclamò la prima figura, tremante. - Senti, se hai vissuto inverni peggiori, perché non mi presti il tuo mantello, eh?
- No. - Il barbaro abbassò lo sguardo sorridendo: - Cosa farai quando arriverà l'inverno per davvero?
- Ah! Tornerò a casa mia, a Calpe, dove l'inverno è dolce e le estati miti. Sulla riva del grande mare! - Rispose la piccola figura, con una voce sognante che usciva dalle profondità dei mantelli nei quali si stringeva. - Mi lascerò alle spalle questo posto triste e freddo! - Concluse, tirando un calcio ad un sasso.
- Il clima di Roma è mite, d'inverno, e non piove poi così spesso.
- Per forza ti pare mite, sei abituato alla neve, la pioggia, il fango, i ghiacci eterni.
Il barbaro scoppiò in una fragorosa risata: - Non ci sono i ghiacci eterni a Vindobona!
- No, e i datteri sono sempre in fiore. Beh, io me ne vado!
- Aspetta, ecco che arriva.
Un uomo si avvicinò alle due figure, barcollando sotto il peso di alcune pentole di rame e orci di coccio. Era alto, anche se non alto quanto il barbaro, con corti capelli neri e una mascella forte e volitiva. Era avvolto in un mantello di pelliccia, come il barbaro, ma sotto indossava vestiti di tipica foggia romana.
- Aiutami, Wulfgar. - Disse, rovesciando addosso al barbaro parte del suo carico.
- Pentole? - Urlò la figura più piccola. - Mi stavi facendo morire di freddo per delle stupide pentole?
- Eh? - Chiese perplesso il nuovo arrivato, guardando i suoi amici con aria interrogativa.
- Giulia era stufa di aspettarti al freddo, Caio. - Rispose Wulfgar, bilanciandosi tra le braccia il carico di pentole. - Stava appunto per tornarsene al caldo in Iberia.
- E' un lungo viaggio da fare a piedi in questo periodo. - Sorrise il nuovo arrivato.
- Ah, che divertente! - Esclamò Giulia, tirando indietro il cappuccio che le copriva il volto, rivelando un piccolo viso ovale dalla carnagione scurissima, quasi nera, incorniciato da capelli lisci e corvini con dei riflessi blu in cui fiammeggiavano due occhi da gatta marroni. La ragazza si girò e fece per andarsene offesa quando qualcosa attirò la sua attenzione.
- Credo che ci stiano cercando. - Disse, indicando in mezzo alla folla.
Gli altri due guardarono nella direzione mostrata da Giulia. Due legionari stavano risalendo lungo il viale del mercato scrutando le facce delle persone che incrociavano. I soldati portavano le insegne di novizi della loro pretura di appartenenza, insegne che non erano familiari come quelle delle altre preture dell'Imperatore. Le insegne della Coorte Ausiliaria Arcana.
I tre amici si mossero vero i legionari.

Aveva ripreso a piovere. Una pioggerella leggera e fastidiosa che si insinuava tra i vestiti e arrivava a bagnare l'anima. Alcuni vigiles presidiavano un edificio appena fuori delle mura settentrionali della città. Si trattava di un palazzo marrone di due piani, decoroso senza essere ricco, di mattoni e legno.
Un ampio portone si apriva sulla strada, delle strette finestre illuminavano il primo e secondo piano.
All'esterno del palazzo sembrava che la vita trascorresse al rallentatore. I vigiles impedivano a chiunque percorresse la strada di avvicinarsi all'edificio mettendo solerzia nel loro lavoro più per evitare di pensare al terzetto che avevano alle spalle che per senso del dovere.
Le tre figure si curavano poco degli uomini di guardia. Si erano stretti sotto il portone e stavano cercando do ripararsi dalla pioggia. Dei tre, uno attirava l'attenzione più degli altri. La sua carnagione scura e i suoi modi tradivano la sua origine egizia, anche se vestiva secondo gli ultimi gusti della moda romana. Aveva piccoli occhi vispi e intelligenti e una corta barba a punta spruzzata di grigio. Si appoggiava ad un lungo bastone che terminava in un'aguzza punta metallica. Il secondo uomo era chiaramente un patrizio, il lusso nel vestire e la nobiltà del portamento non lasciavano dubbi. Erano entrambi intenti ad ascoltare il terzo uomo. Un ragazzo in realtà, ancora imberbe, alto e magro, con lunghi capelli biondi che gli cadevano scomposti sul viso magro, che scostava con un gesto nervoso. Il ragazzo parlava sottovoce, ma in modo concitato, indicando spesso il tetto del palazzo.
Dall'interno del palazzo giungevano pianti e grida di disperazione.
Vennero distratti da un nitrito. Videro Wulfgar, Giulia e Caio sopraggiungere lungo la strada, a cavallo. Il patrizio ordinò ai soldati di lasciarli passare.
Anche i tre nuovi arrivati si rifugiarono sotto il portone.
- Maledetta pioggia! - Esordì Giulia, - E maledetti cavalli. Stupidi animali. Non volevano camminare, è stata un'impresa fargli fare gli ultimi metri!
- Potrebbero essere meno stupidi di quanto pensi. - Sussurrò il ragazzo.
Un brivido percorse le schiene dei nuovi arrivati.
- Ave Magister. - Disse Wulfgar con voce profonda. - Di chi è questa casa, chi è che piange?
Il patrizio rispose al saluto e domandò a sua volta: - Conoscete Aulo Terenzio?
Giulia, Wulfgar e Caio si scambiarono occhiate interrogative, Caio rispose per tutti: - No, Magister.
- Questa, - riprese il patrizio, - E' la sua casa, i pianti che sentite sono di sua moglie e delle serve. E sua è la morte che piangono.
- Omicidio? - Chiese Wulfgar. Il nobile si limitò ad annuire.
- Un omicidio strano e misterioso, no? - Si intromise Giulia.
Sapeva già la risposta. Non sarebbero stati chiamati altrimenti. Gli omicidi normali erano compito dei vigiles. Il fatto poi che insieme a loro erano stati chiamati anche Aulete, l'egiziano ed Ecateo, voleva dire che il mistero doveva essere veramente fuori dal comune.
Manlio Giulio Perrone, Magister della Coorte Arcana, condusse i cinque compagni all'interno dell'edificio e su per le scale.
- Aulo Terenzio era un liberto. - Iniziò Perrone. - La generosità del suo dominus gli ha permesso di mettere in piedi una discreta attività mercantile. Non era ricchissimo, ma poteva permettersi tutto questo. - Continuò, mostrando ai cinque legionari le stanze accanto cui passavano.
- Un gran lavoratore, onesto, sinceramente affezionato al suo dominus, grato e riconoscente. Da qualche tempo era sorvegliato. - Concluse, abbassando la voce mentre passavano davanti alla stanza in cui le donne si erano riunite a piangere e pregare. Un miliziano presidiava la porta e proibiva alle donne che volevano salire a ricomporre il cadavere di uscire.
- Sorvegliato da noi? - Chiese Giulia. - Qualche oscuro segreto?
- No. - Rispose Manlio. - Nessun segreto e non eravamo noi a sorvegliarlo, anche se l'ordine veniva comunque dalle stanze dell'Imperatore.
Arrivarono in cima alle scale, all'ultimo piano della costruzione, davanti ad una porta chiusa. Perrone non fece cenno di aprirla, ma riprese a parlare.
- Avrete sentito parlare del Senatore Marco Valerio Terenzio. Pur non essendo un membro di spicco del Senato, ha comunque una certa fama, per la sua generosità, correttezza, giustizia, fedeltà all'Imperatore e a Roma. Eppure, da circa tre mesi, nel Palazzo ha iniziato a girare la voce, fondata a quanto sembra, che Valerio Terenzio abbia iniziato ad ordire un complotto per rovesciare l'Imperatore e prendere per se il trono di Augusto.
"Aulo Terenzio era uno dei liberti di Valerio, forse quello che gli era più sinceramente devoto e intimo. Sapendo di questa intimità, Aulo era stato messo sotto sorveglianza, sperando che potesse fornire qualche indizio, qualche prova. A quanto pare, invece, anche lui era all'oscuro di tutto, ma deve aver intuito qualcosa. Negli ultimi tempi aveva detto a più di una persona di non riconoscere più il suo Dominus. Due giorni fa aveva anche detto pubblicamente di pensare che Valerio fosse impazzito o fosse preda di qualche spirito maligno che ne offuscava i pensieri. Stamattina è stato ucciso. Il servo che aveva il compito di sorvegliarlo ha collaborato con me in passato e ha pensato di avvertirmi.
- Perdonami, Magister. - Disse Caio, - Ma questi sono affari di politica interna, cosa hanno a che fare con noi?
Perrone sorrise un sorriso triste e aprì la porta.
La stanza era uno studio. Ai due lati della porta c'erano due piccole statue raffiguranti Mercurio e Venere. Sulle pareti di destra e di sinistra c'erano numerosi scaffali con sopra rotoli e tavolette. Sulla parete di fondo si apriva un'ampia finestra che dava sul balcone. Verso il fondo della stanza, sotto la luce della finestra, c'era un tavolo ingombro di carte con vicino un piccolo scranno.
La pioggerellina fredda e fastidiosa entrava nella stanza da un buco nel tetto di legno e catrame. Il buco aveva contorni irregolari, pezzi di assi mezzi rotti pendevano ancora dal soffitto come rami morti. Era come se qualcosa di grosso e pesante fosse caduto sul palazzo, ma avesse arrestato la sua caduta prima del pavimento dello studio.
La stanza era nel caos. Suppellettili e pergamene erano sparse dappertutto, alcuni scaffali erano crollati.
La pioggia stava impregnando tutto, dava a tutto un'informe colorazione grigia.
Il cadavere di Aulo era a terra accanto al tavolo. Il suo corpo era piegato in una posizione innaturale, la schiena si era spezzata e il tronco era quasi separato dalle gambe. Il colpo che lo aveva ucciso era stato di una violenza tale che parte della cassa toracica era stata strappata via ed era volata dall'altra parte della stanza, ai piedi della statua di Venere. La Statua e la parete di destra erano coperte di sangue e il corpo straziato era immerso in un lago di sangue che la pioggia stava già diluendo. Il volto di Aulo era contorto in un'espressione di puro terrore. Gli occhi erano fissi, spalancati, le pupille due puntini appena visibili.
L'unico che trovò la forza di parlare fu Aulete.
- Eh sì, è affare nostro. - Mormorò con un filo di voce.

Sedici anni prima, nel 1229 a.u.c., l'imperatore Teodomiro, conscio dei pericoli derivanti dalle sette e culti che nascevano ovunque e dagli eventi di natura misteriosa che iniziavano a minacciare l'Impero di Roma dall'esterno e dall'interno dei suoi confini, restituì alle Coorti Pretoriane uno dei loro compiti storici, lo studio di tutti i fenomeni magici. Egli sapeva che questo non sarebbe stato sufficiente a garantire la sicurezza dell'Impero. Decretò quindi la creazione di una nuova Coorte Pretoriana, la Cohors Auxiliaria Arcana, ai cui membri, i Custodes, era affidato il compito di affrontare eventi di carattere magico.

Poco meno di un'ora dopo, i cinque Custodes e il Magister erano nuovamente riuniti, nell'ufficio di quest'ultimo nel Palazzo Imperiale.
- ...Quindi, dopo aver visto il cadavere, Giabico, il servo, ha richiuso la porta e è venuto ad avvertirmi. Naturalmente quando sono arrivato con i vigiles abbiamo dovuto dare la notizia alla moglie, ma per fortuna nessuno ha visto il corpo. Poi vi ho mandato a chiamare. Ora abbiamo chiuso la stanza e proibito l'accesso dicendo che è piena di influssi nefasti. Che è anche vero, per dirla tutta.
Manlio concluse il suo racconto, distolse gli occhi dal giardino che aveva fissato per tutta la durata del suo racconto e si voltò a guardare i suoi uomini.
- Questo è quanto. Mancano ancora alcuni particolari, ma li avremo appena mi saranno consegnati i rapporti su Valerio Terenzio stilati in questi mesi.
- Come mai veniva sorvegliato un liberto di Terenzio e non direttamente lui? - Chiese Aulete.
- Da quando il Senatore Valerio ha iniziato il suo disegno è diventato inavvicinabile. Prima era un uomo molto aperto, facile da avvicinare. Ora si mostra raramente in pubblico, interviene solo alle sedute più importanti del Senato, ascolta senza mai intervenire e poi rientra nella sua villa fuori città. Anche la moglie è tagliata fuori da questa sua nuova vita. Lei è rimasta ad abitare nel loro palazzo qui in città, insieme alla maggior parte della servitù. Pare che lui abbia tagliato i contatti con tutti, si è rintanato a Pirgy, ha assunto nuova servitù e ha spostato lì tutti gli schiavi. Si è anche circondato di una scorta, altro fatto inusuale per lui.
- Pirgy? - Chiese Ecateo.
- E' lì che ha la sua villa, nei pressi dell'antico porto, sulla Via Aurelia.
- Era una zona etrusca quella, un posto strano. - Concluse il ragazzo, scostando una ciocca di capelli dal viso. Gli altri lo osservarono per un po', ma lui non aggiunse altro.
- Esce dalla villa solo per andare in Senato? Non va da nessun'altra parte? - Riprese l'egiziano.
- No, sembra che non esca mai.
- Riceve visite?
- No, a quanto pare non riceve visite. Non invita nessuno e non riceve chi si presenta, compresi i suoi liberti, non solo Aulo, ma anche gli altri.
- Questa villa potrebbe avere ingressi e uscite nascosti?
- Non lo so. Potrebbe averli, ma non ne so nulla.
- E non c'è modo di sapere cosa avvenga all'interno.
- Chi si è occupato della faccenda prima, non ha trovato alcun sistema.
- E dove trovano da mangiare? - Tutti gli sguardi si spostarono su Giulia. - Beh, - si schermì lei. - Dovranno pur mangiare, no?
- Ogni due, tre giorni alcuni schiavi e un servitore vanno al mercato fanno provviste e rientrano immediatamente. Alcuni uomini della scorta li accompagnano per assicurarsi che non parlino con nessuno.
Caio si grattò il mento pensieroso. - Tutto sommato penso che sia più semplice provare ad avvicinare i servi, come prima mossa.
Wulfgar annuì: - Non mi vengono in mente altre idee. Dovremmo sbarazzarci della scorta, però.
- Oh, - sorrise Aulete, - Penso di avere un'idea, per quello...

Due giorni dopo il tempo non era affatto migliorato. Il mercato di Pirgy, però, era in piena attività. Dai banchi si levavano le grida dei mercanti e dei pescatori, che giuravano sugli dei la bontà della loro merce. I clienti erano numerosi e rumorosi, si spostavano da un lato all'altro del mercato alla ricerca dell'offerta migliore.
Aulete e Wulfgar osservavano tutto questo dall'ombra di un vicolo che sbucava sulla strada del mercato.
- Eccoli. - Disse il barbaro.
Dalla folla emerse un piccolo gruppo di persone. I Custodes avevano passato il giorno precedente a informarsi discretamente. Non ebbero difficoltà a riconoscere l'uomo che apriva la fila. Timoteo, il capo della servitù di Terenzio. Gettava rapide occhiate alla merce esposta e faceva cenni ai quattro schiavi che lo seguivano. Gli schiavi caricavano gli acquisti nelle larghe borse che portavano a tracolla e Timoteo provvedeva a pagare. I cinque uomini erano controllati da vicino da tre membri della scorta di Terenzio.
Erano tutti e tre alti e robusti, con facce truci e poco raccomandabili. Forse ex legionari, forse criminali a cui era stata fatta una buona offerta. I loro ordini erano chiari, impedire a chiunque di avvicinarsi ai servi e impedire che i servi parlassero con chiunque al di fuori dello stretto indispensabile.
Il primo degli sgherri superò il vicolo. Poi passò Timoteo. In quel momento, si sentì un rumore di creta che andava in frantumi e dal fondo della fila partì un grido di dolore seguito da una serie di imprecazioni. Uno dei due sgherri era inginocchiato e si stava massaggiando una caviglia, bestemmiando sonoramente. Sparsi a terra intorno a lui c'erano i resti di una grossa giara. L'altro stava cercando di afferrare un ragazzo alto, magro, biondo che si guardava attorno con aria assente. Un contadino cercava di fermarlo: - Ti prego... Perdonalo dominus... Gli Dei non sono stati benevoli con lui... Non è molto sveglio...
L'uomo della scorta che aveva superato il vicolo fece per tornare indietro, ma venne urtato da qualcuno. Si girò di scatto e rimase immobile ad occhi spalancati.
- Oh, scusami... - Davanti a lui c'era una piccola donna dalla carnagione scura e dagli occhi brillanti, affascinante. La grande differenza di altezza gli permetteva di avere una buona panoramica sulla generosa scollatura della ragazza.
Timoteo guardava perplesso le due scene e non si avvide della braccia muscolose che si tesero dal vicolo e lo afferrarono alle spalle. In un attimo, sparì.
Si ritrovò con la schiena premuta contro il muro e una mano premuta contro la bocca, i suoi piedi penzolavano nel vuoto. A poca distanza dal suo viso c'era l'enorme faccia di un gigante dai capelli e la barba rossa. Il gigante gli stava sorridendo, ma non era un sorriso amichevole.
- Vorremmo farti alcune domande, se possibile. - Disse una voce cordiale che proveniva dal basso. - Annuisci, se intendi rispondere.
Gli occhi di Timoteo erano fissi sul sorriso del gigante, la sua fronte era imperlata di sudore.
- Prima che il mio amico si spazientisca, per favore. - Aggiunse la voce.
Timoteo annuì freneticamente, per il poco movimento che gli concedeva la mano che il gigante gli premeva sul viso. La mano si spostò, il gigante continuava a tenerlo sollevato. Con un braccio solo.
- Quante persone ospita la villa del tuo padrone?
- Ve ... Venti. - Balbettò il servo.
- Compresi gli schiavi?
- Trenta, con gli schiavi...
- E dei venti che non sono schiavi, - continuò la voce con tono gentile, - Quanti sono servitori?
- Cinque... Io, mia moglie e altri tre.
- Ne rimangono quindici... Il Senatore Terenzio e altri quattordici bruti come quelli che vi accompagnano, forse?
- Sì.
- Sì, bene. Ora una domanda un po' strana... C'è qualcuno che veglia sulla vostra incolumità di notte... Delle ronde di guardia?
- No.
- No? - Incalzò la voce gentile.
Il gigante allargò ancora di più il sorriso, scoprendo i canini.
- Non lo so! Non lo so!
- Non lo sai?
- Abbiamo l'ordine di chiuderci nelle nostre stanze la sera e non possiamo uscire fino al sorgere del sole.
- Davvero?
- Vi prego! Ho detto la verità!
- Tu gli credi? - Chiese la voce dal basso.
- No. - Ringhiò il gigante.
- Vi prego! Vi ho detto la verità! Il padrone vuole che ci chiudiamo nelle stanze e non usciamo fino all'alba. Vi prego! E' la verità!
- Ma sì, penso che possiamo credergli. Puoi farlo scendere.
Wulfgar lasciò la presa e Timoteo cadde pesantemente a terra. Si rialzò con uno scatto e fece per correre fuori dal vicolo, ma il barbaro lo bloccò serrandogli una spalla in una morsa d'acciaio.
- Naturalmente avrai il buon gusto di non rendere pubblico questo nostro piccolo incontro, - disse la voce, - Non è vero?
Timoteo aveva le lacrime agli occhi: - Eh?
- Ha detto di non dirlo a nessuno! - Ruggì il gigante.
- No! No! A nessuno. Non dirò niente a nessuno!
- Bravo giovane, puoi andare.
La mano lasciò la presa e Timoteo si lanciò sulla strada. In quel momento la ragazza stampò un bacio sulla guancia della prima guardia, mentre il contadino e il ragazzo dall'aria ebete si allontanavano nella folla, continuando a chiedere umilmente scusa.
I tre sgherri e i servi ripresero il loro giro. Poco dopo Giulia, Caio ed ecateo raggiunsero gli altri due Custodes nel vicolo.

- Strano, mi sarei aspettata degli uomini di guardia. - Disse la ragazza al termine del racconto di Wulfgar.
- Non ha detto che non ce ne sono, ha detto che non lo sa.
- Forse non ci sono perché hanno altri sistemi per assicurarsi che non ci siano visite indesiderate. - Mormorò Ecateo.
- Tipo? - Chiese Caio.
- Non saprei. Non lo so. Nessuno dei rituali che ho tentato in questi giorni mi ha permesso di vedere cosa accada là dentro, o cosa ci aspetti. Forse sono solo preoccupato per questo.
- Bene, - concluse Caio. - A questo punto c'è solo un modo per saperlo, entrare. Stanotte.
- Quattordici combattenti sono molti. - Disse pensieroso Aulete.
- Non credo che saranno tutti svegli, - rispose il giovane esploratore, - E noi abbiamo Giulia e Wulfgar che valgono ognuno quanto cinque dei più forti gladiatori.
- Ecateo? - Chiese Aulete, inarcando un sopracciglio.
- Non mi viene in mente altro. - Rispose il ragazzo, scrollando le spalle.
Poco prima del tramonto lasciarono la città. Mentre il sole stava finendo la sua corsa nel mare uno stormo di uccelli si levò stridendo da una macchia di bosco. L'augure li osservò con attenzione.
- Cosa vedi? - Gli chiese Caio.
- Morte.
- La nostra? - Non c'era una reale preoccupazione nelle parole dell'esploratore.
- Non so. Ma sicuramente è accanto a noi. - Sussurrò Ecateo quasi impercettibilmente.
Si fermarono lungo la strada, poco distante dalla villa. Consumarono una cena frugale e attesero qualche ora. Quando la luna scomparve dal cielo e le nuvole oscurarono le stelle si mossero.

La villa di Marco Valerio Terenzio era circondata da un alto muro che delimitava l'ampio giardino. Al centro del giardino sorgeva la costruzione principale, formata da un corpo centrale alto due piani e due ali che si protendevano in avanti, delimitando un giardino interno. A poca distanza sorgevano le stalle, il casolare degli schiavi e i recinti per gli animali. I Custodes superarono il muro e si diressero silenziosamente verso l'abitazione di Terenzio.
- Niente cani? - Si domandò vagamente perplesso Caio. Aveva portato con sé delle polpette di carte mista ad assenzio. La notte era completamente buia, gli edifici erano masse scure appena distinguibili. Solo una debole luce proveniva dal giardino interno.
- Fa freddo... - Commentò fra sé e sé Ecateo.
Si diressero verso la villa. Nel buio potevano distinguere le forme indistinte di statue, cespugli e bassi alberi, in distanza sentivano lo zampillare di una fontana. Alle pareti erano fissate ad una certa distanza l'una dall'altra delle lanterne schermate. Ognuna di queste proiettava un'isola di luce, illuminando una zona di un paio di metri, poi di nuovo il buio, fino alla macchia di luce successiva.
Sotto una lanterna c'era un ampio portone in legno.
- Bene, - sussurrò Aulete, - Non sappiamo come sia fatta dentro la casa, quindi un ingresso vale l'altro.
In silenzio si avvicinarono alla porta. Caio le si inginocchiò davanti e iniziò ad armeggiare più silenziosamente che poteva per alzare il saliscendi.
All'improvviso udirono un rumore. L'esploratore si rialzò portando la mano all'elsa del gladio. Prima ancora che avesse terminato il movimento, mentre il rumore era ancora sospeso nell'aria, Giulia con un unico gesto fluido aveva già estratto una sica dalla bandoliera che portava dietro la schiena e l'aveva scagliata nell'oscurità.
Udirono un rumore sordo, bagnato.
Una figura emerse dall'oscurità ed entrò barcollando nella zona illuminata.
Era un uomo dalla pelle bianchissima, nudo, eccetto per un perizoma attorno ai fianchi e un cappuccio che gli copriva il volto. Il petto, le braccia e le gambe erano coperte di disegni fatti con una pittura verdastra: spirali, cerchi, altri simboli mistici. Il pugnale di Giulia era profondamente conficcato nel suo petto. Fece un paio di passi incerti e crollò in silenzio, lasciando cadere sull'erba soffice il gladio che aveva in mano.
Dietro di lui emersero dalla notte altri quattro uomini, identici, anche loro armati. In un silenzio irreale avanzarono verso i Custodes.
Nel vederli Ecateo inspirò violentemente e con uno scatto si addossò alla porta ancora sprangata, gli occhi fissi sui misteriosi aggressori. Gli altri prepararono le loro armi. Le figure avanzavano lentamente, preparandosi a colpire, senza emettere un suono.
In un lampo Giulia lanciò un altra sica e colpì un altro avversario. Il primo coltello era ancora in volo che ne aveva già estratto un altro. Avanzò con una piroetta aggraziata e infilò la sica nel collo di un secondo nemico. Un secco movimento del polso e anche questo cadde con la gola squarciata.
Caio evitò il goffo assalto dell'uomo che aveva davanti e lo colpì allo stomaco. La larga spata di Wulfgar si abbatté sulla testa del quarto assalitore, che crollò a terra con gli altri suoi compagni.
- Tutto qui? - Si chiese incredulo Aulete, allentando la presa sul suo bastone.
Come risposta altre cinque figure identiche alle prime entrarono nella zona illuminata, anche loro senza fare alcun rumore.
- Ma chi sono? - Mormorò Wulfgar, preparandosi a sostenere un nuovo attacco.
Con la coda dell'occhio notò Ecateo: si era accasciato a terra, con le spalle alla pesante porta di legno. Aveva gli occhi sbarrati, fissi sul primo cadavere. Non era da lui, pensò il guerriero, mentre con un passo laterale schivava l'assalto. La sua risposta invece fu micidiale. Anche i suoi compagni ebbero facilmente la meglio sugli uomini che avevano davanti.
- Sono...Morti... - Piagnucolò l'augure.
- Certo che sono morti! - Rispose Giulia, anche lei a bassa voce.
Poi, capì cosa intendeva.
Il primo uomo, quello che aveva colpito con quel lancio così preciso, ebbe un sussulto.
E si rialzò, con il pugnale ancora profondamente conficcato nel cuore. Dalla ferita usciva a mala pena una goccia di sangue. Il cadavere si rialzò, recupero la sua arma e avanzò verso i Custodes subito imitato dagli altri. I Custodes fecero appello al loro addestramento e relegarono nel profondo della loro mente l'urlo di terrore che quella vista provocava in loro.
I primi cinque cadaveri avanzarono e attaccarono, sempre in un silenzio spettrale. Quello che era stato colpito in testa da Wulfgar aveva perso il cappuccio, la metà del volto che non era stata straziata dal colpo rivelava un occhio spento, incavato, completamente nero e le labbra erano stirate in un sorriso o in un ringhio silenzioso, scoprendo denti marci e gialli.
I quattro compagni si strinsero spalla contro spalla e affrontarono il secondo attacco. Anche questo scontro avvenne in un silenzio irreale, gli assalitori furono sopraffatti facilmente e caddero in silenzio, ma già i secondi cinque cadaveri si erano rialzati e attaccarono a loro volta.
Il combattimento continuò ancora per pochi minuti, o forse per un eternità, in un silenzio irreale.
Caio abbatté per l'ennesima volta il suo avversario e guardò rapidamente i suoi compagni, mentre un nuovo nemico gli si faceva incontro per l'ennesima volta. Aulete non era un combattente, aveva ricevuto un profondo taglio su un braccio. I suoi attacchi e la sua difesa erano sempre più imprecisi e non avrebbe potuto resistere ancora per molto. Wulfgar stava iniziando ad accusare la fatica, aveva due strisce cremisi sul petto e gli occhi pieni delle più terribili leggende del suo popolo. Anche lui era stato ferito ad un braccio e stava cominciando a sentire che si intorpidiva. Solo Giulia era ancora sana, troppo agile per i lenti morti viventi, affrontava gli attaccanti con le ultime due siche che le erano rimaste. Avrebbe potuto combattere ancora per molto, ma non poteva certo combattere da sola contro tutti. Ecateo era fuori combattimento, a terra in stato di shock.
Non lo aveva mai visto così. Bisognava trovare una soluzione.
- Cosa fate dalle tue parti quando siete in una situazione senza vie d'uscita? - Chiese sottovoce al barbaro.
Questi aggiustò la presa sull'elsa della spada e rispose solenne: - Moriamo con onore.
- Altrimenti?
- Creiamo una via d'uscita, preparatevi a correre!
Wulfgar allontanò con una spinta il suo avversario, ruotò su se stesso e con tutta la forza che aveva in corpo colpì la porta con la spata. In quel silenzio irreale il rumore dell'impatto ebbe il fragore di una valanga. Con un poderoso calcio sfondò la porta, afferrò l'augure inerte e urlò: - Correte! - Lanciandosi nel corridoio. I Custodes scattarono dietro di lui, troppo veloci per i goffi morti viventi. Ma il rumore stava svegliando tutta la casa, potevano udire il trambusto e le grida tutto intorno a loro. Percorsero tutto il corridoio, attraversarono una sala, girarono per un altro corridoio, poi girarono ancora. - La porta! - Sbuffò Aulete a corto di fiato, indicando il portone sul retro della casa, in fondo al corridoio. Erano a pochi metri dalla porta quando dal fondo del corridoio, davanti a loro, sbucarono due guardie. Giulia si fermò e lasciò partire i suoi coltelli. Il primo uomo cadde con un occhio trafitto, il secondo si accasciò contro la parete, lasciando cadere la sua spada e fissando con orrore l'impugnatura del coltello che spuntava dal suo ventre e la macchia di sangue che si stava allargando sulle sue vesti.
Wulfgar e Caio li superarono e con una spallata sfondarono la porta. Attraversarono il giardino di corsa, mentre le finestre dietro si loro si illuminavano.
Arrivarono al muro di cinta. Caio e Giulia ci saltarono agilmente sopra e insieme sollevarono Aulete. Wulfgar lanciò l'augure dall'altra parte e si issò sulle braccia possenti. Corsero intorno al muro fino al punto in cui avevano lasciato i cavalli. In distanza potevano sentire dei nitriti. Balzarono a cavallo.
- Non lungo la strada, nel bosco! - Disse Caio ai suoi compagni, mentre si lanciava al galoppo verso una collina boscosa.
Dopo pochi metri li fece fermare, scendere da cavallo e rimanere immobili. I cancelli della villa si spalancarono e una decina di cavalieri uscirono nella notte portando delle torce. Quando giudicò che erano sufficientemente lontani risalirono a cavallo e raggiunsero il bosco.
Si inoltrarono in profondità tra gli alberi. In silenzio scesero da cavallo e si appoggiarono agli alberi medicandosi le ferite, cercando di venire a patti con l'orrore che avevano appena affrontato. Caio si allontanò brevemente per nascondere le tracce che avevano lasciato entrando nel bosco.
Ecateo si sedette alla base di un albero e si rannicchiò, cantilenando una nenia sommessa. Ogni tanto un brivido lo scuoteva, come se il vento invisibile che sentiva solo lui si fosse fatto più freddo del solito.
Passarono qualche ora senza rivolgersi una parola. Poi, quando l'alba stava iniziando a colorare di rosa il cielo sopra le montagne, Ecateo parlò con voce stranamente salda e sicura: - C'è qualcosa, qui.
- Certo, - rispose sbuffando Giulia, - Morti che camminano!
- No, qui, vicino.
Istintivamente si guardarono attorno, stringendo le armi.
L'augure invece si alzò a fatica e iniziò a camminare deciso verso l'interno del bosco.
- Ecateo, dove vai? - Lo chiamò Aulete, - Ecateo!
Ma lui non rispose. Si alzarono e lo seguirono.

La luce del sole filtrava tra le foglie. I piccoli abitanti del boschetto, uccelli, conigli, scoiattoli, uscirono allo scoperto riempiendo l'aria dei loro richiami, mentre continuavano i preparativi per il lungo inverno.
I Custodes seguirono Ecateo, incontrarono un sentiero che saliva verso la cima della collina e lo percorsero. Arrivarono ad una radura tra gli alberi.
La radura era delimitata da un cerchio di alti pioppi. Al centro si ergeva un tumulo, una bassa costruzione cilindrica sormontata da un tetto conico schiacciato. Alcune scritte consumate dal tempo ornavano lo stipite della porta e le colonne scolpite nel muro, ai due lati della porta stessa.
Ecateo, come in trance, iniziò a girare attorno alla tomba, mentre Aulete si avvicinò alla porta, una grossa lastra di pietra incastrata nell'apertura.
- Il sepolcro della famiglia Valeria. - Disse, dopo aver letto le scritte. - Da almeno trecento anni.
Ecateo concluse il suo giro e si fermò accanto a Aulete. Chiuse gli occhi per un momento e poi si rivolse ai suoi amici.
- E' successo qualcosa di terribile qui. Qualcuno ha violato la pace di questo luogo, ha infranto il silenzio della Morte. Guardate! - Esclamò, indicando a terra, davanti all'ingresso del sepolcro. - Qui è stata scavata una buca. E questo, - continuò mostrando una pietra posta accanto alla buca, - Questo è un altare.
Si chinò accanto alla buca, prese una manciata di terra dal fondo e se la mise in bocca. Rimase immobile per qualche secondo, poi la sputò.
- Sangue, sangue di capretti e colombe. Qualcuno ha richiamato gli spiriti che dimorano nel regno dei morti.
Rimasero tutti in silenzio. Un silenzio scomodo che alla fine fu rotto da Giulia: - Non c'è più niente che possiamo fare qui. Torniamo a Roma.
In silenzio si prepararono al viaggio di ritorno. Mentre lasciavano il bosco risuonò un tuono lontano.
- La Morte è ancora tra noi. - Sussurrò l'augure, senza rivolgersi a nessuno in particolare.

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