LA STORIA DI MARCO VALERIO TERENZIO
parte 2
 
di Andrea Nicosia
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Poche ore dopo erano nuovamente nella capitale. Prima di raggiungere il palazzo della Cohors Auxiliaria Arcana, ognuno di loro si recò nella propria abitazione per rinfrescarsi e cambiare le bende alle ferite.
Caio arrivò per primo davanti al palazzo imperiale e si fermò ad attendere gli altri, godendosi il timido sole dopo tanti giorni di brutto tempo.
Il secondo ad arrivare fu Aulete.
Parlarono del più e del meno per un po'. Alla fine l'esploratore non riuscì più a trattenersi.
- Aulete, posso chiederti una cosa?
- Certo. - Rispose l'egiziano.
- Tu conosci Ecateo da più tempo di tutti noi. Io... Non l'ho mai visto come ieri... Così sconvolto, terrorizzato.
- Eravamo tutti terrorizzati.- Sorrise il sapiente. - Almeno, io dovevo concentrarmi per non farmela nei pantaloni.
- No, Aulete, sai cosa intendo dire.
Aulete non rispose subito. Lasciò spaziare lo sguardo sulla piazza gremita di persone che andavano e venivano dal centro del potere del mondo.
- Vuoi sapere perché Ecateo aveva tanta paura di quelle... Creature?
- Sì.
- Ebbene... Attenzione, io non ti sto dicendo nulla, eh? Ebbene. Penso che abbia paura di diventare come loro.
- Come loro?
- Come loro. Un cadavere che vaga per il mondo senza un'anima nel proprio corpo.
- Perché ha questa paura?
- Oh, credo che dipenda dal fatto che la sua anima non è nel suo corpo.
Caio guardò il suo compagno ammutolito, stordito.
- Cosa? - Gridò Caio, attirando l'attenzione delle persone intorno a loro. - Cosa stai dicendo? - Ripeté con un tono di voce più controllato, ma sempre incredulo, - Stai dicendo che Ecateo non ha un'anima?
- No, non ho detto questo. Il nostro amico ha un'anima, come tutti noi. Solo... La sua non è nel suo corpo.
- Non capisco. Non ci credo!
- Conosci Beneventum? - Chiese Aulete.
- Certo.
- Sai dell'albero di noce che cresce presso quella città?
Caio aggrottò la fronte. Tutto quello che sapeva di Beneventum è che un tempo si chiamava Maleventum e il nome fu cambiato dopo la grande vittoria su Pirro.
Ora che ci pensava c'era anche qualcos'altro, proprio riguardo un albero. Qualcosa che gli avevano detto durante il duro addestramento per entrare nella Cohors Arcana. Ma non riguardava né le arti del combattimento, né il suo campo, le arti dell'esplorazione.
- Non ricordo. - Disse alla fine.
- Presso la città di Beneventum cresce un rigoglioso, enorme albero di noci. E' più grande di un palazzo di tre piani e le sue fronde gettano ombra su una zona vasta quanto uno stadio. Di notte sotto i suoi rami imponenti si incontrano le streghe per compiere i loro rituali. Per questo la città si chiamava Maleventum. Gli abitanti del luogo sono spaventati dalle streghe, naturalmente, ma pur temendole non fuggono davanti a loro. Diciamo che le rispettano, temono e rispettano il loro potere. E quando hanno una preghiera che gli dei non ascoltano, si rivolgono a loro.
- Cosa c'entra questo con Ecateo?
- Ci sto arrivando. Una delle tante persona che pregavano gli dei ma non venivano ascoltati era il padre di Ecateo. Sua moglie era incinta del loro primo figlio, ma la gestazione era difficile, la donna gracile e debole. Il padre di Ecateo vedeva la donna che amava morire di giorno in giorno e con lei il figlio che portava nel grembo. L'uomo, disperato, chiese aiuto alle streghe dell'albero di noci e queste esaudirono la sua preghiera. Il figlio nacque e la madre si salvò.
L'augure tacque per un momento, osservando le reazioni sul volto del suo amico.
- Ma tutto ha un prezzo... - Riprese. - Al compimento del sesto anno le streghe vennero alla casa di Ecateo e lo portarono via con loro. Questo era il prezzo per la sua vita. Lo portarono con loro nelle loro buie caverne e qui lo usarono come loro servo, mentre loro si dedicavano alla ricerche di nuovi malefici. Ma Ecateo non era stupido allora come non lo è ora. Osservò le streghe, carpì i loro segreti e imparò con pazienza le arti oscure. Quando ritenne di essere pronto le sfidò e le uccise. Le sorelle delle streghe quando seppero ciò che era accaduto decretarono la sua morte e, ancora oggi, se si recasse da quelle parti la sua vita sarebbe in pericolo. Naturalmente fu presto notato da un osservatore della Corte, e oggi è uno dei nostri migliori auguri. Il resto lo sai.
- Non mi hai ancora spiegato la storia dell'anima.
- E' vero. Bene. Immagina di dover affrontare i tre guerrieri più potenti che tu conosca utilizzando le loro armi e le loro tecniche di combattimento, che hai appreso da solo, studiando in segreto. Avresti paura?
- Sì, Aulete, avrei paura.
- Ma ti puoi concedere di avere paura in combattimento?
- No. Devo essere prudente, conoscere i miei limiti, ma non posso permettere alla paura di intralciarmi.
- Bene, Ecateo era in questa situazione. Doveva affrontare tre grandi avversari, sfidandoli con armi che conosceva a malapena. Aveva paura, ma non poteva permette che questo disturbasse la sua concentrazione. Aveva paura di morire, aveva paura che le streghe sprofondassero la sua anima nell'Averno.
Aulete inspirò profondamente e poi, come se le parole gli bruciassero in bocca, raccontò la fine della storia in un rapido soffio.
- Gli venne in mente una sola soluzione al suo dilemma e la mise in pratica. Nel cuore di una note senza luna, ad un crocicchio sotto i piedi di un impiccato, strappò la sua anima dal suo corpo e la racchiuse in un piccolo uovo d'oro. Nascose l'uovo d'oro in un uovo d'argento, l'uovo d'argento in un uovo di ferro, l'uovo di ferro in un uovo di legno e sotterrò tutto in un luogo segreto. Se anche le streghe fossero state più potenti di lui non avrebbero potuto ucciderlo, perché non si può uccidere chi non ha un'anima. Alla fine Ecateo riuscì a sconfiggere le tre streghe e a fuggire. Dissotterrò la sua anima, ma la lasciò chiusa nelle uova. E ancora oggi la sua anima è nascosta da qualche parte, custodita dentro un uovo d'oro. Non so perché. Forse questa specie di immortalità, o invulnerabilità, in qualche modo, è un bene a cui non riesce a rinunciare. Forse passata la disperazione del momento si è reso conto di quale incredibile impresa ha compiuto, che grandioso e complesso incantesimo è riuscito a tessere e ha paura di non riuscire a ripeterlo.
Caio Valerio era sconvolto. Non riusciva a credere che quell'incredibile vicenda fosse la storia di uno dei suoi più cari amici. Quanto volte si erano salvati la vita a vicenda durante il loro servizio come Custodes della Cohors Arcana. Quante imprese avevano festeggiato ubriacandosi in qualche locanda? La voce di Aulete lo distrasse dai suoi pensieri.
- Capisci ora perché ha avuto quella reazione? Quelle tristi creature che abbiamo visto non sono, in fondo, molto diverse da lui: corpi senz'anima che camminano tra i vivi. Certo, lui ha ancora la sua ragione e i suoi sentimenti a guidarlo, mentre loro sono burattini privi di volontà in mano a chissà quale tremendo potere. Eppure...
- Tu sai dove ha nascosto la sua anima?
Aulete non rispose subito, guardò ancora una volta la grande piazza che si apriva davanti a loro. Tra la folla poteva distinguere Ecateo e Giulia che si avvicinavano parlando allegramente tra loro, come se l'orrore della notte prima non fosse mai accaduto.
- Sì. Diventammo buoni amici quando terminai l'addestramento. Una notte venne da me sconvolto, aveva fatto qualche sogno o avuto una visione, non ricordo. Era terrorizzato e mi raccontò tutto, forse per tranquillizzarsi e scacciare gli incubi della notte davanti ad un volto amico e un bicchiere di vino addolcito con miele.
Caio annuì pensieroso. Poi realizzò interamente le parole del suo amico.
- Quando tu hai finito l'addestramento? Ma è stato più di dieci anni fa!
- Esatto, amico mio. All'epoca Ecateo aveva già una fama consolidata come augure al servizio della Cohors Arcana.
- Ma ha poco più di vent'anni!
- Ha l'aspetto di un ventenne. Era l'età che aveva quando compì il rituale.
- Ma come è possibile?
- Hai mai visto un morto invecchiare?
- Ma lui non è morto!
- No, certamente non lo è. Il suo cuore batte, il sangue scorre nelle sue vene come nelle tue. Eppure, ricorda, non c'è un anima in quel corpo.
- Quanti anni ha, veramente?
Aulete non rispose. Si alzò dal gradino su cui lui e Caio erano seduti e andò incontro ai suoi amici, salutandoli con un largo sorriso. Pochi minuti dopo li raggiunse Wulfgar e insieme si recarono dal Magister per il loro rapporto.

- ... E siamo tornati qui per riferire e vedere se tu hai novità, o Magister. - Concluse Aulete.
Il Magister Perrone aveva ascoltato tutta la storia in silenzio e con attenzione. Con un certo disappunto di Wulfgar e Giulia non ebbe alcuna particolare reazione al racconto del combattimento contro i morti viventi. Si era invece dimostrato più interessato alle scoperte fatte da Ecateo davanti al tumulo dei Valerii.
- Questo mi fa venire in mente una cosa, una traccia forse. - Disse, alzandosi dal suo tavolo e iniziando a misurare la stanza a lunghi passi.
- Come sappiamo il Senatore Terenzio ha iniziato a comportarsi in maniera strana da circa tre mesi a questa parte. Dunque. Il senatore aveva un figlio, Flavio Valerio Lieto, il suo unico figlio. Flavio era in forze ad una delle nostre legioni in Siria. E' morto circa quattro mesi fa, durante uno scontro con alcuni briganti. Una morte da eroe, a quanto pare. Si è sacrificato per permettere ai suoi compagni di salvarsi da un'imboscata.
- Una buca piena di sangue e un altare, - sussurrò Ecateo, - Possono essere usati per richiamare sulla terra l'ombra di un morto.
- Cosa può succedere, - si intromise Giulia, - Se qualcuno tenta una magia come questa e sbaglia qualcosa?
- Potrebbe non accadere niente. - Rispose Ecateo.
- Potrebbe volerci un altro rituale, per chiederlo all'officiante. - Concluse l'augure, scostandosi i capelli dal volto e rivelando un sorriso.
- Bene, - attaccò Wulfgar, che era rimasto in silenzio per tutto il tempo, - Potrebbe essere impazzito per la perdita del figlio, potrebbe volersi vendicare dell'Impero per cui ha sacrificato la sua vita.
- Questo non spiega il rituale e soprattutto i morti viventi. - Rispose Perrone. - Qui c'è qualcosa che va ben oltre il semplice complotto, oltre la semplice vendetta. Oltre la pazzia.
Caio osservò l'amico barbaro. Il guerriero non temeva nulla di ciò che camminava alla luce del sole, ma l'atavica paura dei morti che camminano del suo popolo era qualcosa che il duro addestramento della Corte non era riuscito a sradicargli.
- Cosa possiamo fare? - Chiese.
- I morti non mentono. - Rispose semplicemente Ecateo.
- Che vuoi dire? - Chiese brusco Wulfgar.
- Quello che ho detto, i morti non mentono. - Ripeté l'augure stringendosi nelle spalle. Ogni tanto era sconvolto da un brivido e si riaggiustava il mantello.
Eppure, la stanza era riscaldata da un allegro fuoco e non c'era un alito di vento.
- Possiamo cercare altre informazioni, fare altre indagini. - Borbottò Wulfgar, a cui non piaceva la piega che stava prendendo la situazione. - Interrogare altre persone. - Concluse.
- Possiamo evocare lo spirito di Flavio Valerio Lieto e chiedere a lui cosa sia successo. - Tagliò corto Il ragazzo.
Wulfgar cercò qualcosa da ribattere, ma lo sguardo deciso di Perrone gli fece capire che sarebbe stato inutile.

Poche ore dopo erano nuovamente ai piedi del tumulo della famiglia dei Valerii. Oltre ai cavalli avevano portato con loro un carro, di cui Caio Velario aveva provveduto a far sparire ogni traccia.
L'esploratore era ora intento a scavare una buca insieme al barbaro, mentre Ecateo li guardava assorto e Aulete e Giulia parlavano a bassa voce, seduti ai piedi di un alto pioppo. Poco distante da loro, legati ad un paletto, c'erano due agnelli dal vello nero e accanto una gabbia con alcune colombe bianche. Gli animali ogni tanto emettevano un debole gemito, come se avessero capito cosa aveva in serbo per loro il destino.
- Non capisco! - Sbuffò Wulfgar rivolgendosi all'augure. - Prima ci hai fatto coprire la buca e rimuovere la pietra, ora ce ne fai scavare un'altra e hai con te una pietra identica. Non potevamo risparmiarci la fatica?
Era evidente che il guerriero era a disagio e non gli piaceva assolutamente quello che stava per accadere.
- Mettiamola così, - gli rispose Ecateo sorridendo. - Supponi che qualcosa sia andato storto perché gli strumenti erano imperfetti. Vorresti veramente che io tentassi un sortilegio tanto complicato con degli strumenti difettosi?
Il barbaro riprese a scavare con maggior vigore, imprecando a bassa voce. Ecateo e Caio si scambiarono un sorriso.
- Tutto questo mi ricorda qualcosa. - Stava dicendo Giulia ad Aulete.
- Hai mai assistito ad una cerimonia di questo genere?
- No, mai. Solo a funerali. Però mi pare familiare... La buca, gli animali... Forse un racconto?
- Ah, mia piccola, tu ricordi l'Odissea, il mio caro Omero!
- L'Odissea?
- Ricordi? Ad un certo punto Ulisse decise di interrogare l'indovino Tiresia, ma questi era morto. Allora, ne evocò lo spirito con un rituale. Con questo rituale, per la precisione.
- Ma quella è solo una storia! - Esclamò sorpresa la giovane guerriera.
- Mia scura bellezza, imparerai che i più grandi segreti sono nascosti nei posti più impensabili, spesso sotto gli occhi di tutti. - Concluse l'egiziano con un largo sorriso.

Verso il tramonto tutti i preparativi erano conclusi. Ecateo e Aulete rivolsero preghiere agli dei e agli spiriti dell'oltretomba, bruciarono incenso e compirono i rituali di purificazione. Ecateo estrasse dalla sua sacca un corto pugnale di pietra estremamente affilato. Prima di cominciare il rituale si avvicinò a Wulfgar.
- E' indispensabile che il rito si svolga nella massima tranquillità, nulla mi deve distrarre. Vai al limitare del bosco e assicurati che nessuno esca dalla villa e venga qui.
Il barbaro scrutò a lungo il volto incavato del suo amico, capì che non c'era alcun bisogno di sorvegliare la villa. L'augure sapeva della sua paura e gli stava offrendo una via di fuga onorevole. Gli appoggiò una grossa mano sulla gracile spalla e un sorriso gli apparve in mezzo alla folta barba.
- Grazie, - rispose, - Ma il mio posto è al vostro fianco.
Ecateo ricambiò il sorriso e strinse forte la mano dell'amico.
La notte era limpida, fredda e senza luna. Milioni di stelle brillavano silenziose in cielo. Un piccolo fuoco ardeva a poca distanza dalla pietra che Ecateo aveva eretto come altare accanto alla buca.
- Cominciamo. - Disse semplicemente il giovane augure.
Wulfgar e Caio spostarono a fatica la grande pietra che chiudeva l'ingresso del tumulo. Un soffio di aria gelida e polverosa investì i cinque Custodes e si perse nella notte.
Con gesti rapidi e precisi, recitando antiche formule, Ecateo recise la gola degli animali sacrificali e lasciò che il loro sangue riempisse la buca, poi poggiò il pugnale di pietra sull'altare. Giulia distolse lo sguardo.
Un altro soffio d'aria uscì dal tumulo, stavolta sembrava un respiro caldo.
Ecateo immerse una coppa di legno nella buca e la pose sull'altare, accanto al pugnale. Caio Valerio e Wulfgar erano accanto a lui, con le armi in pugno, Giulia e Aulete si tenevano più indietro. Tutti avevano lo sguardo fisso sulla macchia buia all'interno della tomba. Pareva che la luce del fuoco non riuscisse a varcarne la soglia. Eppure, iniziava a intravedersi una vaga luminescenza.
- Come le ossa dei morti sugli antichi campi di battaglia... - Mormorò Wulfgar, teso e sudato. Non sentiva più il freddo della notte.
Ecateo continuava a recitare le sue invocazioni. Erano in latino, ma in un latino molto più antico di quello che veniva parlato abitualmente. Solo Aulete riusciva a capire tutto ciò che diceva l'augure, gli altri riconoscevano solo pochi termini.
Un altro soffio caldo uscì dalle tenebre e li investì.
All'improvviso Caio si rese conto del silenzio. Era un silenzio totale, non udiva più i versi degli animali notturni, era sparito anche lo scoppiettare del fuoco. L'unica cosa che riusciva a sentire erano le formule recitate da Ecateo.
Anche lui iniziò ad avere paura. Guardò di sfuggita il barbaro accanto a lui. Si stava sforzando per non tremare.
D'un tratto, l'augure ammutolì. Aveva lo sguardo perso all'interno del sepolcro e sembrava che stesse ascoltando qualcosa che solo lui poteva sentire.
- Salute a voi, tre Signore! - Esclamò, come rispondendo ad un saluto.
Rimase in silenzio per qualche momento, intento ad ascoltare voci che poteva udire solo lui.
- Al contrario, Tre che siete Uno, è mia intenzione vendicare dei torti e permettere ai defunti di riposare in pace.
Ancora una pausa.
- E così anche a voi, addio! - Concluse.
I suoi compagni si scambiarono sguardi interrogativi, ma rimasero in silenzio.
- Arrivano. - Sussurrò Ecateo.
Aguzzando la vista Caio e Wulfgar potevano vedere che stava succedendo qualcosa all'interno della tomba.
La debole luminescenza tremolava e si coagulava in masse informi di luci e vapori. Un suono, una bassa vibrazione, iniziò a spargersi nell'aria.
La massa luminosa strisciò lentamente fuori dal sepolcro. Wulfgar sussurrò tra i denti alcuni scongiuri e una preghiera ai suoi dei.
- Ascoltatemi, - disse Ecateo, con gli occhi fissi sul vapore luminescente, - Le ombre dei morti sono confuse e intangibili, non possono farvi nulla e le vostre armi sono inutili contro di loro. Ma bere sangue gli ridà forza e sostanza. Allora dovrete colpirli con le spade e allontanarli dalla pozza. Dobbiamo permettere solo a Flavio Valerio Lieto di dissetarsi, gli altri li dovrete ricacciare indietro. Non fatevi spaventare dalle loro maledizioni, né impietosire dalle loro suppliche.
Caio e Wulfgar annuirono in silenzio.
La massa informe delle ombre dei morti strisciò sempre più veloce verso la pozza, attratta dal richiamo del sangue fresco. Era sempre più vicina, i Custodes iniziavano a distinguere i singoli corpi, i volti vuoti e disperati, gli occhi spenti.
I primi spiriti si riversarono sulla pozza. Istintivamente Caio vibrò dei colpi alle ombre che gli passarono più vicino, ma la lama attraversò le forme trasparenti.
Le ombre iniziarono a bere avidamente e man mano che bevevano i loro corpi diventavano sempre più tangibili, più colorati.
- Ecco! - Esclamò l'augure. - Ora sono vulnerabili, ricacciateli indietro!
I due uomini raccolsero tutto il loro coraggio e si avvicinarono alla buca, colpendo gli spiriti che sembravano più solidi. Le lame passavano ancora attraverso i corpi, ma stavolta Caio sentiva una resistenza. Le ombre si ritraevano doloranti, come se avessero ricevuto ferite profonde. Alcuni piangevano, altri pregavano per avere ancora un sorso di sangue, un assaggio di vita. Altri ancora lanciavano maledizioni e minacce, si lanciavano in vuoti attacchi contro i due Custodes. Per ogni ombra che si ritraeva, un'altra si faceva subito avanti per cercare di abbeverarsi alla fonte di vita, ormai un flusso continuo di spiriti fluiva dalle tenebre del tumulo dei Valerii.
Wulfgar e Caio continuavano ad agitare le spade e a colpire, cercando di ignorare le voci dei morti che rimbombavano nelle loro teste. Wulfgar agiva meccanicamente, il suo corpo era sconvolto dai brividi e preda di paure ancestrali. Caio sudava vistosamente, il freddo morso del terrore gli comprimeva il petto impedendogli di respirare, aveva la vista velata dalle lacrime. Era vagamente conscio del mormorio che aveva alle spalle: Giulia e Aulete continuavano a recitare le formule augurali che Ecateo aveva insegnato loro durante il viaggio.
L'augure era in piedi, silenzioso, dietro il piccolo altare. I suoi occhi erano fissi sul fiume di anime, scrutando alla ricerca di un segno.
- Lui! - Urlò all'improvviso. - E' lui, lasciatelo avvicinare! - Esclamò, indicando uno spirito in mezzo ai tanti che si agitavano per raggiungere la pozza di sangue. Immediatamente il guerriero e l'esploratore si mossero verso l'ombra additata da Ecateo e iniziarono ad aprirle un varco fino alla buca. Lo spirito era una forma indistinta, appena umanoide. Il barbaro si chiese come avesse fatto l'augure a riconoscerlo tra tutti gli altri.
L'ombra di Flavio si accasciò accanto alla buca e iniziò a bere, acquistando sempre maggior consistenza e colore, mentre le altre anime intorno ululavano la loro rabbia.
Quando Ecateo giudicò che avesse raggiunto abbastanza solidità lo chiamò con voce imperiosa: - Alzati, Flavio Valerio Lieto, accetta questo sangue, bevanda di vita, per parlare con chi è vivo! - Prese con entrambe le mani la coppa ripiena di sangue che aveva poggiato sull'altare e la porse allo spirito. Questo ubbidì agli ordini dell'augure, si alzò e bevve avidamente dalla coppa.
Il corpo di Flavio era ormai quasi completamente solido, sebbene ancora vagamente trasparente. La sua carnagione e i suoi vestiti avevano ripreso colore, seppure fossero molto sbiaditi. Era un ragazzo giovane alto e forte, dall'aspetto nobile e fiero. Indossava ancora la corazza con i simboli dell'Impero. Un profondo squarcio sul petto e una ferita sulla tempia lasciavano pochi dubbi sulla causa della sua morte.
Flavio lasciò cadere la coppa e parlò, con una voce bassa e piena di echi: - Chi siete, voi che mi richiamate dalla mia triste dimora? Chi siete, voi che mi illudete con pochi momenti di vita rubata a creature innocenti?
Ecateo non rispose, ma domandò a sua volta: - Sei tu quello che era conosciuto come Flavio Valerio Lieto, figlio di Marco Valerio Terenzio, della famiglia dei Valerii?
- Quello era il mio nome.
- Io sono colui che ti ha richiamato, io ti farò delle domande, e tu mi devi rispondere il vero. Queste sono le regole e questo dicono le leggi.
- Ti risponderò per quanto conosco. I morti non conoscono fatti a loro non noti in vita.
- Quello che ti chiederò riguarda fatti che ti sono accaduti dopo la morte.
- Non mi è accaduto nulla, mago. Dopo la morte c'è il nulla.
- Lascia che sia io a fare le domande, - ribatté seccato Ecateo, - E giudicherò io le risposte.
- Cosa vuoi sapere?
- Ti domanderò di tuo padre, Marco Valerio Terenzio.
- Cosa vuoi sapere? - Ripeté lo spirito. Qualcosa tremava sotto i suoi occhi. I fantasmi possono piangere, si domandò Giulia.
Ecateo cominciò il suo strano interrogatorio: - Tuo padre non si è rassegnato alla morte del suo amato figlio. Tre mesi fa, ha compiuto un rituale simile a questo che sto officiando io ora per parlare di nuovo con te. E' vero?
Flavio chiuse gli occhi, sul suo viso martoriato apparve una smorfia di profondo dolore e tristezza.
- E' vero. Come tu oggi, mio padre mi richiamò dalla mia tomba.
- Che cosa è successo quella notte, Flavio? - La voce dell'augure non era più altera e imperiosa, aveva parlato con un tono dolce, amichevole.
- Quando caddi sotto i colpi dei nemici di Roma i miei uccisori offrirono la mia morte allo spirito malvagio che adoravano. Un demone orientale il cui nome viene sussurrato di notte in quelle terre lontane per spaventare i bambini, il cui nome viene urlato per dare forza alle più tremende maledizioni. Quando morii la risata di scherno del demone risuonò nelle mie orecchie e la sua ombra è sempre stata dietro di me, un riflesso fugace alle mie spalle, il suo alito pestilenziale sul mio collo.
"Quando il mio amato genitore mi richiamò dalle terre senza sole, lui venne con me. I suoi incantamenti non erano forti come i tuoi, il suo animo era indebolito dal dolore. Quando mi richiamò, il demone emerse con me dalla mia tomba, si nutrì del sangue sacrificale e divenne forte. Uccise i nostri schiavi e il loro sangue lo rese ancora più forte. Stava per uccidere anche mio padre quando la sua malizia ebbe la meglio sulla sua fame. Vide nella sua mente sconvolta dal terrore la grandezza dell'Impero e decise di prenderla per se. Entrò con violenza nel suo corpo prendendone il controllo e intrappolò la sua anima nei recessi del suo cuore. E ora, insozza la nostra casa con la sua presenza e trama per conquistare la Città che io e tutta la famiglia dei Valerii abbiamo giurato di difendere fino alla morte e oltre.
Lieto concluse il suo racconto, la radura tornò al suo silenzio irreale.
- Lascerai ora che io torni nelle tenebre, al risposo, finalmente?
- No. - Rispose semplicemente Ecateo, con una voce che non era la sua.
I suoi compagni lo fissarono come se fosse impazzito.
- Cosa? - Esclamò Aulete.
- Non è ancora giunto il tempo del tuo riposo, Flavio Valerio Lieto. Il tuo giuramento di fedeltà a Roma ti vincola ancora e le Erinni camminano al tuo fianco. Tu dovrai portare vendetta e giustizia. - La voce dell'augure era un ruggito, basso e profondo, sembrava che tre voci uscissero all'unisono dalla sua gola, aveva gli occhi sbarrati e un'espressione di grande dolore sul viso.
- Vendetta e giustizia. - Ripeté quasi ipnotizzato il fantasma.
Improvvisamente la luce del giorno esplose nella radura. I raggi del sole si riversarono come un fiume in piena sui cinque Custodes abbagliandoli, travolgendo e spazzando via i segreti i misteri e le paure della notte. Quando riacquistarono la vista, non c'era più traccia delle ombre dei morti, né dello spirito di Flavio. La pesante pietra che chiudeva il tumulo era di nuovo al suo posto.
Aulete balbettò qualcosa di incoerente, poi fece presa su se stesso e ripeté con tono più chiaro e voce più ferma: - Ecateo, con chi hai parlato, prima che le ombre uscissero dalla tomba?
L'augure era caduto a terra, come se i raggi del sole che lo avevano investito fossero una cosa solida che lo aveva colpito con violenza. Si rialzò, con uno scatto della testa si scostò un ciuffo di capelli dal volto e guardò prima i suoi compagni e poi il tumulo.
- Vendetta e giustizia. - Ripeté con voce sognante, in qualche modo diversa dalla sua solita voce. Poi cadde di nuovo a terra, svenuto.

Il sole stava scomparendo nelle profondità del mare e la luna si stava affacciando all'orizzonte. Il cielo aveva più colori di quanti un abile pittore potesse immortalare su una tavola.
Marco Valerio Terenzio sedeva da solo nel suo giardino e sorrideva compiaciuto davanti a quello spettacolo. Meraviglioso, pensò, tutto va meravigliosamente bene. E' tutto così facile.
L'indomani si sarebbe recato nuovamente a Roma, al Senato. Ad ascoltare e osservare. Mentre gli uomini parlavano lui li osservava. E osservandoli, capiva. Capiva quali avrebbe potuto comprare e quali avrebbe potuto ricattare, scopriva il loro prezzi e i loro segreti. Aveva visto quali lo avrebbero seguito spontaneamente e quali lo avrebbero avversato fino alla loro morte. Che sarebbe giunta presto!
Si lasciò sfuggire una risatina soddisfatta. Era tutto così facile e che fortuna! Lo stesso imperatore lo agevolava, la sua follia non sarebbe potuta rimanere un segreto ancora a lungo e allora ci sarebbe voluto un nuovo imperatore. Rise di nuovo, a lungo, una risata bassa e malvagia.
Si guardò intorno. Seduto sul bordo di una fontana poteva vedere gli uomini che abitavano la sua casa che correvano intorno, immersi nelle loro faccende.
Intenti ad eseguire i suoi ordini.
E lui li controllava dall'alto. Ah, era giusto che fosse così!
Un ricordo affiorò nella sua mente. Mancava qualcosa per completare quel quadro.
Ah, sì! Il cane fedele accucciato ai piedi del padrone, in servile adorazione.
Ma i cani avevano fiutato la sua vera natura, non gli si avvicinavano e quando lui era presente ringhiavano e abbaiavano.
Li aveva fatti uccidere.
Come quell'uomo. Aulo. Anche lui era un cane e anche lui aveva fiutato la sua vera natura.
E anche lui era morto.
Rise di nuovo, sguaiatamente.
Forse, rifletté, è stato un errore ucciderlo in quel modo, così plateale.
C'erano altri sistemi. Ma il sapore della sua paura, della sua agonia. Ah. Sì, Aulo aveva osato parlare contro di lui in pubblico. Stupido piccolo uomo sfrontato! Spirito malefico, lo aveva chiamato. Ah, il suo terrore, quando se lo era trovato davanti. Ora non mi chiami spirito malefico, piccolo uomo? Ora chiedi pietà, eh? Oh, sì, aveva fatto proprio bene a presentarsi a lui nella sua vera forma e a ucciderlo come meritava, schiacciato come un cane. In fondo, quello era, uno stupido cane che guaiva ai piedi del padrone. Bene, ora sono io il padrone, ringhiò a bassa voce, e non sopporto i cani.
Forse, però, non avrebbe dovuto ucciderlo in casa sua, in un posto in cui lo hanno ritrovato subito. Ecco. Forse quello era stato un errore.
Forse c'era un collegamento tra il ritrovamento del cadavere di Aulo e quegli uomini che erano entrati in casa qualche sera fa.
Non potevano essere normali banditi e neppure assassini mandati da qualche suo nemico. No, troppo abili, erano sopravvissuti all'attacco dei suoi guerrieri morti ed erano sfuggiti all'inseguimento delle sue guardie. Ma lui sapeva chi erano. Ah, certamente. Custodes della Legio Arcana, sicuramente.
Ecco, la Cohors Arcana poteva essere un problema. Sapeva che esisteva, lo sapevano tutti. Ma nessuno poi era a conoscenza di dettagli più specifici, di maggiori informazioni, di bersagli da colpire.
Beh, sarebbe venuto anche il momento della Cohors Arcana, aveva già delle idee, dei piani.
Ma doveva essere più prudente, basta con gli errori grossolani.
- Sei tu, vero? - Si chiese ad alta voce, con un tono sarcastico, battendosi il petto. - Combatti ancora, eh? Orgoglioso, come tuo figlio. Ma non riuscirai ad offuscare ancora i miei pensieri, sciocco umano. Presto ti lascerò andare, ti lascerò raggiungere il tuo stupido cucciolo e il tuo vecchio corpo sarà tutto mio, tutto mio. Come la tua città!
Rise ancora, a lungo, tenendosi la testa tra le mani.
Qualcosa attirò improvvisamente la sua attenzione.
Si alzò in piedi di scatto e fissò la villa. C'era ancora fermento, gli uomini correvano ancora avanti e indietro, ma c'era qualcosa di differente. Gli schiavi correvano tutti verso la loro baracca, mentre le guardie si stavano si dirigevano verso i cancelli. Guardò attentamente, ma non con gli occhi di un uomo, vedendo cose che gli umani non possono vedere.
La sua risata si trasformò in un possente ruggito.
- Stupidi! Stupidi sciocchi uomini presuntuosi! Pensate che i vostri talismani possano nascondervi alla mia vista? Credete che la vostra ridicola magia possa salvarvi dalla mia ira?
Iniziò a correre verso l'edificio principale. Passò accanto ad una macchia di cespugli di rose e lo superò, concentrato sul piccolo gruppo di umani che si agitava davanti a lui. Poteva distinguere tre figure che si stavano faticosamente aprendo la strada in mezzo ai suoi uomini, dirigendosi verso di lui.
- Sì, - mormorò, - Venite incontro al vostro destino!
Avanzò ancora. Alcune delle sue guardie erano cadute, alcuni non si sarebbero rialzati mai più. I due uomini e la donna combattevano come posseduti, con un'abilità straordinaria, ma poteva già sentire l'odore del sangue che sgorgava dalle ferite dei due uomini, mentre la donna sgusciava in mezzo alle lame delle guardie, colpendo con rapidità e precisione i suoi avversari.
- Ah, la Cohors Arcana mi onora di una nuova visita. - Ringhiò, mentre continuava ad avvicinarsi, - e mi porta un dono, che gentili! - Aggiunse, osservando la piccola donna dalla pelle scura. C'era qualcosa di affascinante nel suo aggraziato e letale modo di combattere. Un altro dei suoi uomini cadde sotto i colpi del barbaro dalla chioma rossa. Poco male, ne avrebbe trovati altri disposti a servirlo.
Il gruppo di combattenti era ormai a meno di cento metri da lui, l'odore inebriante del sangue e del dolore riempiva le sue narici, il lamento dei feriti era una dolce melodia.
Cinquanta metri. Quanto doveva essere doloroso il taglio nella gamba del più piccolo dei due guerrieri. Non era più in grado di avanzare e i tre Custodes si misero in cerchio, spalla contro spalla pronti ad affrontare l'ultimo assalto dei suoi servi, due di loro per ogni pretoriano. Bene, bravi, riconobbe la cosa oscura che abitava nel corpo di Marco Valerio. Solo due delle sue guardie non avevano ancora ricevuto ferite.
Trenta metri, è giunto il momento di divorare le anime dei due uomini e prendermi un nuovo giocatolo dalla pelle scura.
Udì un sibilo quasi impercettibile alle sue spalle e due oggetti roventi gli si conficcarono nella schiena.
Marco Valerio Terenzio urlò. Un urlo disumano, assordante. Un urlo che nessuna gola umana avrebbe potuto produrre.
Le guardie e i tre Custodes interruppero il combattimento, schiacciati da quell'urlo, e si voltarono tutti a guardarlo.
Terenzio portò le mani dietro la schiena, cercando di capire cosa produceva quel dolore bianco, abbagliante, mentre davanti a lui danzavano mille luci.
Toccò le aste di due frecce, due frecce conficcate nella sua schiena. Provò ad estrarle con tutta la forza che aveva in corpo, ma non ci riuscì, eppure erano solo frecce, ma facevano troppo male, per essere solo frecce, troppo dolore, eppure lui non doveva, non poteva provare tutto quel dolore per due misere frecce, lui non era un debole umano.
Gridò ancora la sua rabbia e la sua impotenza. Le aste delle frecce bruciarono profondamente le carni delle sue mani.
Una terza freccia lo raggiunse in mezzo alle scapole, urlò ancora, una quarta freccia, un altro ruggito rabbioso.
Erano solo frecce, metallo e legno! Perché provava tanto dolore?
Perché gli si stava annebbiando la vista? Perché improvvisamente era così difficile respirare?
Perché le sue braccia si erano fatte così pesanti? Perché le gambe tremavano e cedevano sotto il suo peso? Perché stava morendo?
Con le sue ultime forze si girò, mentre le gambe non erano più in grado di sorreggerlo e lui si accasciava a terra. Dietro di lui stavano uscendo da un cespuglio di rose altri due uomini. Uno era un ragazzo, alto, magro, si reggeva a fatica in piedi e si stava appoggiando stancamente a un arco. C'era qualcosa di strano, nel ragazzo. La sua figura tremolava, era come se ci fossero due corpi, sovrapposti, nello stesso punto. Ma questo non poteva essere visto con occhi umani. L'altro, dalla pelle scura e gli occhi decisi stava invece incoccando un'altra freccia.
Un altro schiocco, un altro sibilo, una nuova esplosione di dolore accecante in una spalla, un nuovo urlo di dolore assordante.
Aveva visto la freccia lasciare una scia luminosa mentre volava e ora che era conficcata nella sua carne emetteva un vago bagliore, ma anche queste erano cose che gli occhi di un semplice umano non potevano vedere.
Stava morendo, c'era solo una cosa che poteva fare.
Caio Valerio, Wulfgar e Giulia Placidia videro Aulete scagliare un'ultima freccia contro Marco Valerio. Il vecchio senatore lanciò un altro grido disumano e crollò a terra. I sei uomini della sua scorta che erano rimasti in piedi abbassarono leggermente la guardia, indecisi sul da farsi.
- Padre. - Mormorò Ecateo.
Il corpo del senatore ebbe un sussulto, un tremito. Scattò in piedi come un burattino i cui fili vengono tirati violentemente. Il suo corpo rimase rigido, in piedi. Lanciò un grido, un grido umano, stavolta, un grido di dolore e di liberazione.
Spalancò la bocca e gli occhi, come in un urlo silenzioso, e dalla sua bocca, dagli occhi e dalle narici, uscì un denso fumo nero, compatto, da cui filtravano piccoli lampi di luce rossastra.
Il fumo si coagulò in una massa umanoide a mezz'aria, sospeso sopra la testa di Terenzio. Quando anche l'ultima spira di fumo abbandonò il suo corpo, il vecchio ricadde pesantemente a terra. La massa scura acquistò una forma sempre più definita, fino a solidificarsi in una mostruosa parodia di Terenzio, con piccoli occhi rossi e malvagi, una larga bocca piena di zanne, il corpo massiccio e ingobbito, le braccia lunghe fino ai piedi che terminavano in mani artigliate.
La creatura, il demone, ruggì inferocita.
Le guardie ancora in piedi lasciarono cadere le armi e fuggirono verso la villa gridando in preda al terrore.
Giulia, Wulfgar e Caio fecero ricorso a tutta la loro forza di volontà per non seguirli.
- Quale di voi mi nutrirà per primo? - Ringhiò il demone.
- Affronta me! - Risuonò una voce imperiosa alle sue spalle.
Il demone si voltò e scrutò Ecateo. - Sei coraggioso, piccolo uomo.
Ecateo ebbe un sussulto, il suo corpo fu percorso da uno spasmo.
Lasciò cadere l'arco a cui si appoggiava faticosamente e si piegò su se stesso, come se fosse stato colpito nello stomaco. Con un grugnito si raddrizzò nuovamente.
Fu avvolto da un tenue bagliore che delineava la sua magra figura. Il bagliore vibrò nell'aria e assunse una forma differente, mentre la figura dell'augure si trasformava e si sbiadiva e sotto la sua forma iniziava ad intravedersi un altro corpo, un altro volto. Con un ultimo sforzo, la figura di Flavio Valerio Lieto si sovrappose a quella del Custos e poi si separò da lui, abbandonando il suo corpo. Ecateo barcollò per un momento e poi crollò ai piedi dello spirito del giovane guerriero.
- Affronta me! - Ripeté Flavio.
- Stolto, piccolo, presuntuoso! - Ringhiò il demone. I due spettri si avvicinarono.
Aulete lasciò cadere il suo arco, ormai inutile, e si lanciò sul corpo del senatore. Con rapidità e precisione estrasse le frecce dalle ferite e trasse dalla sacca che aveva a tracolla degli unguenti e delle erbe, medicine rare e potenti custodite gelosamente nei forzieri della Coorte Arcana e utilizzate raramente, solo nei casi più importanti. Rivolse una rapida preghiera a Minerva perché lo assistesse in quel difficile compito, e iniziò a prestare le prime cure al senatore.
Caio, Wulfgar e Giulia erano come ipnotizzati, non riuscivano a staccare lo sguardo dall'incredibile battaglia a cui stavano assistendo. Il sole era completamente tramontato e le due figure spettrali erano l'unica fonte di luce.
Agli occhi degli uomini sembravano enormi, riempivano tutto il cielo. I loro movimenti sembravano rallentati, ogni colpo attraversava l'eternità prima di giungere a segno. Il demone rideva e provocava Flavio, urlandogli parole di scherno.
- Bravo, cucciolo fedele, combatti la tua inutile lotta. Verrai distrutto, morirai ancora in mio onore!
Valerio Lieto non rispondeva, ma continuava a lottare con tutte le forze che aveva, le sue e quelle che aveva sottratto all'augure.
- Debole ombra, come pensi di potermi sconfiggere! Sei l'ombra dell'ombra di un uomo!
- Dall'alba dei tempi mi nutro di anime come la tua! Nelle notti senza luna il mio nome viene pregato e invocato!
I Custodes non erano in grado di dire da quanto tempo andasse avanti lo scontro. Il loro mondo era riempito dalle due figure eteree, potevano udire solo la voce del demone e il rumore del gladio spettrale di Flavio che cozzava violentemente contro gli artigli del mostro.
Aulete cercava invece di concentrarsi solo sul suo compito, applicando medicamenti al corpo del senatore ferito e pregando la sua divinità tutelare.
Gli artigli e il gladio mordevano le carni dei due spettri, senza lasciare ferite o tracce visibili. Sui volti dei due combattenti era impossibile leggere qualsiasi emozione.
- Flavio...
La voce di Marco Valerio Terenzio era un gemito appena percepibile, coperto dal rumore dello scontro.
- Flavio... Figlio mio.
Il demone arretrò e un largo sorriso si aprì sul suo volto.
- Ah, grazie Custodes! Pensavo di dover rinunciare ad usare ancora le spoglie del vecchio! Per questo vi ucciderò con clemenza e...
La frase gli morì in gola. Flavio lo colpì con una forza e una velocità impossibili.
- Piccolo demone! - Ruggì Flavio. - Non capisci che sei morto? Le tre Signore della Vendetta combattono al mio fianco, io avrò giustizia!
I colpi di Flavio si abbatterono sul demone, possenti, imparabili. Ad ogni nuova ferita la creatura arretrava e urlava impotente.
- Figlio mio, aiutami. - Gemette debolmente Terenzio.
Un ultimo colpo si abbatté con forza sul demone. L'essere mostruoso riacquistò per un momento la sua orribile vera forma e aprì le fauci per un'ultima maledizione. Ma il suo tempo era finito e si dissolse in una silenziosa esplosione di luce nera.

Il primo a riprendere i sensi fu Wulfgar. Riversi accanto a lui c'erano Caio e Giulia, più distanti Aulete ed Ecateo. Accanto all'egiziano, Valerio Terenzio si era faticosamente messo a sedere. In piedi davanti a lui, quasi invisibile alle prime luci dell'alba, c'era lo spirito di suo figlio.
- Come puoi chiedermi di lasciarti andare? Sei la cosa più preziosa che ho!
- Padre mio. Il mio destino si è compiuto, le Parche hanno filato e teso e poi reciso il filo della mia vita. Io non appartengo più a questo mondo.
- Cosa posso fare?
- Puoi piangere, perché è giusto piangere i morti. Poi asciugherai le lacrime e vivrai la tua vita, ricordando che tuo figlio ti ama.
- Addio figlio mio.
- Addio padre.
Lo spirito di Flavio Valerio tremolò nell'aria rosata dell'alba e poi sparì. Suo padre singhiozzò sommessamente.

Il giorno successivo, al tramonto, Marco Valerio e sua moglie si tenevano per mano, all'ombra del tumulo di famiglia.
La bassa costruzione e gli alberi che la circondavano erano decorati con ghirlande di fiori. L'odore dell'incenso e del miele si mischiavano nell'aria della calda serata, la prima senza pioggia dopo tanto tempo. La radura risuonava dei richiami allegri degli animali della foresta e delle formule della festa funebre.
Le cerimonie per garantire la pace e il riposo eterno erano andate avanti per tutta la giornata e stavano volgendo al termine. Erano stati offerti i doni e i sacrifici e Aulete, che officiava le cerimonie, aveva chiamato tre volte ad alta voce il nome del defunto.
Gli altri quattro Custodes avevano partecipato tenendosi in disparte, lontani dai parenti di Flavio Valerio. Le loro ferite fisiche e spirituali guarivano rapidamente.
- E' incredibile che un sentimento puro come l'amore di un padre per il figlio possa causare tutto questo dolore. - Disse Giulia. - Ed e' anche molto triste.
- Sì, - le rispose Caio, - Ma l'amore di un figlio per il padre ha rimesso tutto a posto, per cui direi che tutto torna. Non trovi anche tu, Wulfgar?
- Sì, - rispose il barbaro, - Penso di sì. Sicuramente dimostra la saggezza dei miei avi, che ci hanno insegnato di lasciare in pace i morti.
Ecateo ridacchiò a bassa voce.
- Non sei d'accordo? - Gli chiese il guerriero.
- Oh, sì, i tuoi avi avevano ragione da vendere. In effetti, penso che in questa storia ci sia più di un insegnamento.
- Ad esempio? - Domandò Giulia.
- Beh, - sorrise l'augure dietro il suo ciuffo di capelli, - Penso che ognuno potrà trovare facilmente quello che preferisce.

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