L'ULTIMA NOTTE
 
di Daniele Comanducci
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Casa sua. Dopo tanto tempo. Troppo tempo.
Bevil Gorman rimase fermo, immobile, a lungo, ad osservare gli angoli smussati di quel semplice edificio di pietra verde, così diverso dagli austeri corridoi di metallo a cui gli anni lo avevano abituato.
Quel luogo così caldo, eppure così lontano, nella sua mente, nei suoi ricordi.
Si avvicinò alla porta, e non senza esitazione poggiò la sua mano sul controllo digitale d'entrata. Con un soffice rumore la porta si aprì, mostrandogli l'ambiente vuoto, piccolo e accogliente che si accorse di ricordare fin troppo bene, visto che non lo vedeva da dieci lunghi anni.
Mosse un passo all'interno, intimorito per quello che avrebbe potuto trovare, ma la casa era deserta e in fondo se l'aspettava. Il sole era ancora alto nel cielo, e a quell'ora la sua casa era sempre stata deserta. I ricordi lo assalirono, e gli fecero male.
Ma non era per i ricordi che era lì.
Era per avere una seconda opportunità. Si mosse tra la spoglia mobilia della casa accarezzando dolcemente ogni mobile, ogni oggetto, ma al tempo stesso dirigendosi in un punto preciso, che conosceva. Un baule. Un grosso baule di legno nero, lucido come uno specchio, inquietante come il passato. Un codice, per aprirlo, che ricordava fin troppo bene.
Era l'unico a conoscerlo, oltre al legittimo proprietario. Ma il legittimo proprietario e lui erano sempre stati una sola cosa, una cosa inscindibile, che però per 10 anni era stata forzatamente distrutta. Il baule si aprì con uno scatto rumoroso, a mostrare una grande quantità di oggetti. Vestiti, perlopiù. Cianfrusaglie.
Li smosse, ad uno ad uno, prima leggermente e lentamente, poi sempre più velocemente, più rabbioso, sentendosi crescere dentro una paura immensa, un terrore infinito. Ad ogni secondo che passava, però, assieme alla paura cresceva la speranza. Ma gli avevano posto di fronte un muro.
Ed era inevitabile che ci sarebbe andato a sbattere. Inevitabile. Un oggetto. Un solo, piccolo oggetto cilindrico sul fondo del baule. Un oggetto che lo gettò nel dolore e nel baratro dei ricordi.

- A nessuno è concesso sfuggire alla corte marziale, Bevil. - Disse triste Rokur Heliesk, accarezzando distrattamente la sua linda uniforme, su cui spiccavano i gradi di tenente della marina Imperiale.
Bevil Gorman non rispose, e rimase immobile, la testa tra le mani, aldilà delle sbarre elettrificate della sua cella di detenzione.
- Ho parlato con l'ammiraglio Venders oggi. - Continuò Rokur.
Ancora silenzio da parte di Bevil, solo il costante rombo dei potenti motori dello Star Destroyer in sottofondo.
- Anche lui è rattristato per l'accaduto. Per la tua condanna, intendo.
- Lui si è prestato! - Urlò finalmente Bevil, a denti stretti, sull'orlo delle lacrime. - Lui si è prestato a quel massacro! Non gli dispiace per niente!
- C'erano molti focolai ribelli su quel pianeta, Bevil. - Disse Rokur. - Sembra persino che si stiano organizzando, per formare una Ribellione su vasta scala. La morte di qualcuno è il prezzo da pagare per mantenere l'ordine nella Galassia. Ma...
- Abbiamo ucciso migliaia di innocenti per sterminare un presunto focolaio di ribellione! Di quale ordine vai parlando? Non è questo che volevo quando ho scelto di servire questo impero! Non è questo che ci avevano detto!
- Fammi finire Bevil. - Lo interruppe Rokur. - Non ho finito. Io....io sono con te, amico mio...
Gli occhi di Bevil persero la loro carica d'odio e la loro severità, e il comandante appena condannato a morte per alto tradimento chinò nuovamente la testa, prendendosela tra le mani.
- Non ti biasimo se hai violato gli ordini e ti sei rifiutato di far fuoco su quella gente. Hai avuto coraggio. In molti avrebbero voluto farlo, ma non hanno avuto il coraggio. - Rokur distolse lo sguardo. - E io... Io sono stato uno di quelli…
- Sei un bravo ragazzo, Rokur Heliesk, - Disse flebilmente Bevil. - E hai ancora tempo per rimediare a quello che sei. Questo impero non può più nascondere il suo vero volto a noi che siamo il suo braccio armato. Se non credi in quello che stai facendo puoi ancora cambiare idea, amico mio. Per me... E' troppo tardi...
- No. - La parola secca di Rokur risuonò decisa nel vuoto della cella. - Non è troppo tardi. Puoi ancora salvarti, Bevil. Hai ancora una possibilità.
Bevil non si scosse. - Di cosa stai parlando?
- Ho parlato con l'Ammiraglio, come ti ho detto. In nome di quello che sei, in nome della vostra vecchia amicizia quando servivate la Repubblica, ti vuole dare una seconda possibilità.
- Sono stato condannato a morte. Domani sarò fucilato di fronte al mio equipaggio come monito per tutti loro. E' così che si usa, da un po' di tempo a questa parte...
- No. - Disse ancora Rokur, estraendo dalla sua uniforme un piccolo proiettore di ologrammi. - C'è un lavoro che puoi ancora fare per rimediare. Per dimostrare che la tua condanna è stata un errore.
Rokur premette il piccolo pulsante collocato sotto il proiettore e Bavil sbarrò gli occhi terrorizato, cominciando a tremare come una foglia.

Passarono solo pochi minuti prima che la porta si riaprisse, ma per Bevil era trascorsa un'eternità. E quella frazione di secondo in cui la porta lasciò che la luce invadesse di nuovo la stanza fu sufficiente per rivivere tutta una vita.
Quanto poteva durare un attimo. E quanto poteva essere breve una vita.
La figura aldilà della porta rimase ferma, immobile, come immobile, paralizzato, rimase lui a vederla. Era una donna. Una donna ancora giovane, alta, bella come le stelle. Gli oggetti che aveva in mano caddero a terra, rotolando via. Si portò una mano alla bocca, soffocando un grido che le salì dal cuore.
- Shaina… - Sussurrò lui, mentre le mani gli tremavano, anche se le teneva strette ai braccioli della poltrona su cui era seduto.
Lei infine entrò, tremante, instabile sulle gambe, senza togliersi quella mano dalla bocca. Quando fu più vicina Bevil si accorse che stava piangendo. E si accorse di nuovo di quanto era bella, come faceva ogni volta che la vedeva di nuovo.
Ma dieci anni erano tanti. Erano troppi.
Si alzò dalla poltrona. Non indossava l'uniforme, ma abiti civili. Erano di fronte. Si perse negli occhi di lei, e si accorse che una piccola goccia di rugiada ora solcava anche il suo volto.
- Ma come... Dopo tanto... Tempo... - Disse lei. - Sei scomparso... Svanito...
- Shaina. - Disse semplicemente lui, e si abbracciarono. Dopo tanto tempo.
Sentire il corpo di lei premere contro il suo fu come tornare a nuova vita, e quando le loro labbra si sfiorarono fu come volare tra le stelle, liberi, senza più restrizioni se non i limiti dell'infinito.
Le accarezzò i capelli. - Sei tornato. - Pianse lei - Sei tornato.
Bevil annuì.
- Perché? Perché tanto tempo? Non un messaggio, non una notizia... Io credevo che fossi... Che fossi...
- Sono vivo, amore mio. - Disse lui. - Ma non sapevo se sarei mai tornato. Volevo che tu mi credessi morto, piuttosto che lontano anni luce, e incapace di tornare.
- Ma cosa fai? Chiese lei. - La Repubblica, l'Impero, la guerra... Qua ci giungono solo voci sporadiche, contrastanti...
- Non sono più un ufficiale della Repubblica. - Rispose lui - E' venuto il momento, tanti anni fa, in cui ho dovuto scegliere e ho scelto di continuare a essere ciò che ero. Ho scelto di restare sulla mia nave, con i miei uomini, pagando però il prezzo della solitudine...
- L'Impero. - Disse lei, con un improvviso velo di turbamento sul volto.
Bevil non le rispose. Con una mano le accarezzò dolcemente il volto, e ancora una volta la tirò a se. Si amarono come non si erano mai amati prima. La notte fredda di Chandrila li avvolse silenziosa nel suo grembo e li portò via con se.

Giacevano di fianco, uniti, e Bevil Gorman aveva paura.
La guardava dormire, un angelo nella notte, una luce che da troppo tempo mancava nella sua vita. Una vita che però già da tempo si sarebbe dovuta spegnere. Quando l'aveva rivista non aveva più risposto di se stesso, delle sue emozioni, ma non voleva che finisse in quel modo. Si era promesso che non sarebbe dovuta finire così. E invece eccola lì, nuda e indifesa, come morta, il respiro appena percettibile. In quel modo non ce l'avrebbe mai fatta. Mai.
Ma cosa sarebbe successo in caso contrario? Cosa, se non avesse fatto ciò che doveva? Non sarebbe forse stato peggio? Perché, perché aveva scelto di lottare per qualcosa in cui non credeva? Perché, per non abbandonare il suo passato, la vita che si era duramente costruito, aveva scelto di seguire un padrone, un ordine, un potere che ora stava lentamente distruggendo tutto ciò che era?
Bevil Gorman allungò il suo braccio destro fin sotto il letto, mentre pensava e sentì le sue dita sfiorare il gelido metallo che gli trasmise un brivido in tutto il corpo, che lo avvolse in un sudario di morte, un gelido dolore che improvvisamente si impadronì di lui.
Strinse le dita sul suo blaster e se lo poggiò sul petto, strizzando gli occhi fino a provare dolore, nel vano tentativo di trattenere le lacrime, le sensazioni che lo inghiottivano, la disperazione. Poi le dita scivolarono sull'impugnatura e la mano si mosse, verso quel gesto impossibile.
- No!
Una voce. Una voce dolce e melodica gli accarezzò le orecchie. Credette di essere nel mezzo di un sogno, i suoi riflessi erano appannati dalla paura e dall'oscurità, ma un attimo dopo si rese conto che non stava sognando.
Era sveglio. Ed era sveglia.
- Povero caro amore mio. - Sussurrò Shaina, sfiorando con le dita il comando che alzò le luci nella stanza.
Con il blaster puntato verso di lei, Bevil aveva il volto di chi ha sfiorato la pazzia, il volto di chi non può più tornare indietro.
Senza pensare, senza riflettere, mosse il dito sul grilletto, per non vedere più quei suoi occhi tristi, compassionevoli. Consapevoli.
Ma quella pistola non fece mai fuoco. Se la vide sfuggire di mano, volare via, librarsi nell'aria e poggiarsi delicatamente dall'altra parte della stanza, come trasportata da un invisibile, magico vento.
- Chi ti ha portato a questo punto? - Chiese Shaina, triste.
- Perché non me lo hai mai detto? - Chiese lui. - Perché?
- Che cosa? - Chiese Shaina tranquilla, - Questo? - Così come il blaster era volato via un oggetto arrivò docilmente nelle mani di lei. Era l'oggetto che Bevil aveva trovato in fondo al baule. L'oggetto che provava quello che non aveva voluto credere. L'oggetto per cui si trovava in quella situazione terribile, per cui aveva avuto un'ultima possibilità di vita. O di qualcosa di molto peggiore della morte stessa.
Shaina gli mostrò la spada laser, gliela posò nelle mani.
- Si, - Disse, - Sono un Cavaliere Jedi.
- Perché non hai mai…
- Per evitare quello che sta accadendo. Per evitare che i tuoi nuovi padroni ti ordinassero di uccidermi. Ma a quanto pare mi hanno comunque trovata. Ci hanno trovati.
Bevil scoppiò a piangere come un bambino, troppa la tensione in lui, e lei lo abbracciò, tenendogli la testa tra le braccia.
- Me lo hanno detto ma non ci credevo. - Disse singhiozzando. - Mi hanno ordinato di ucciderti, per i loro folli piani, perché io potessi avere salva la vita, perché potessi riavere indietro la mia nave, la mia vita...
- Lo so. - Disse semplicemente lei, accarezzandogli i capelli. - Ma ti hanno ingannato, amore mio.
- Stanno sterminando i Jedi, rendono schiave razze innocenti, ci fanno compiere massacri terribili... Io... Io non ce la faccio, ma... Ma è tutta la mia vita, tutta la mia vita... Cosa sono io senza la mia nave? O sei con loro o sei morto, o sei padrone o sei schiavo...
Shaina chiese gli occhi, sofferente. - Siamo tanti, qui su Chandrila. - Disse lei. - Siamo gli ultimi. Ma non ti hanno mandato qua perché gli servivi per uccidere me. Non è così che fanno, amore mio. E non ti danno mai una seconda possibilità… Tu ti sei illuso, ma non te la danno, mai.
Lui sollevò lo sguardo, gli occhi brillanti di lacrime. Non capiva. Non capiva.
- Vogliono un regno dove domini il terrore. - Spiegò lei. - Non c'è posto per noi Jedi in questa nuova Galassia. Ma la Forza esiste da sempre, e per sempre esisterà. Con noi, o senza di noi.
Dall'esterno della casa cominciarono a levarsi delle voci. Bevil non capì che cosa dicevano, ma erano voci allarmate.
- Stiamo... Stiamo per... - Chiese tremante, la pallida ombra dell'uomo che era.
Shaina scosse la testa. - Non c'è emozione, c'è pace. - Disse.
Le voci cominciarono a mischiarsi alle urla. Non urla di dolore, ma di paura.
'Guardate', dicevano. 'La luce tra le stelle', dicevano.
- Non c'è ignoranza, c'è saggezza.
La gente che scappava. Le urla. Il panico. Ma in quella casa, in quel letto, due amanti si tenevano stretti, uniti da qualcosa che, e Bevil lo capì solo allora, contava più di qualunque nave, di qualunque equipaggio, più della stessa vita per cui stava per commettere un omicidio terribile.
- Non c'è inquietudine, c'è serenità. - Shaina poggiò le labbra sulla fronte di lui in un ultimo, lungo, infinito bacio che forse sarebbe durato per tutta l'eternità.
La notte morì in un lampo accecante, le stelle si spensero in un bagliore infinito e il bene e il male, la vita e la morte, il dolore e l'amore si fusero per sempre in quell'oceano di luce immortale.

Dall'alto dello spazio il tutto sembrava solo una piccola, insignificante chiazza luminosa larga pochi centimetri. Ma Rokur Heliesk conosceva bene la portata distruttiva di quella macchia luccicante sul grande pianeta verde. Lo Star Destroyer aveva fatto fuoco, e stava per farlo di nuovo. Sarebbero state dieci raffiche dritte, precise, e i 10 avamposti abitati di Chandrila sarebbero scomparsi nel nulla e con essi le ultime anime Jedi che vivevano nella Galassia.
Così voleva l'Imperatore, così agivano loro.
- Sei sicuro che il comandante Gorman fosse là? - Chiese l'Ammiraglio Venders, dietro di lui.
- Sa già la risposta. - Rispose secco Rokur, con un tono che non era certo quello con cui si sarebbe dovuto rivolgere a un suo superiore. Ma Venders non si arrabbiò.
- Non era più semplice un plotone di esecuzione? - Chiese il giovane soldato imperiale.
- La condanna a morte andava eseguita, in un modo o nell'altro. - Rispose Venders. - Almeno così non ha subito l'onta di morire di fronte ai suoi uomini. Ed è morto tra le braccia di colei che amava. Non le avrebbe mai fatto del male e tu lo sai.
- Quante... Quante persone innocenti ci sono laggiù, tra le fiamme? - Chiese Rokur, noncurante del fatto che quelle parole gli sarebbero potute costare la stessa condanna che Bevil aveva subito. Ma Venders gli posò una mano sulla spalla e gli sussurrò qualcosa in un orecchio.
- E i Jedi? - Disse. - I Jedi erano colpevoli?
- Non ce n'è più uno... - Sussurrò Rokur. - Non più uno...
Venders si voltò, e si allontanò silenzioso, uscendo dall'alloggio di Rokur senza proferire una sola parola di più. Il tenente Heliesk assistè, muto e inorridito, alle dieci raffiche di colpi dello Star Destroyer che ad una ad una spensero l'ultimo bagliore dei cavalieri Jedi nella galassia. Dopo dieci anni di massacri, i Jedi non erano più.
- Che cosa stiamo facendo. - Disse nel vuoto della sua stanza, piangendo, con le mani sul volto. - Che cosa stiamo facendo?
Al di là del pianeta, tra le stelle, un flebile bagliore fece per un attimo la sua comparsa, per spegnersi subito dopo nel nulla da cui era venuto.
Rokur piangeva, e non lo notò, ignaro che in quel bagliore due anime gemelle si tenevano strette, in un ultimo bacio d'amore che avrebbe viaggiato per la Galassia per tutta l'eternità, accompagnato dalle parole finali di una cantilena piena di speranza, la cui potenza era ben lungi dall'essere annientata e che nessuno Star Destroyer nella Galassia avrebbe mai potuto spazzare via.
Non c'è morte. C'è la Forza.

Questo è per ricordare a tutti il massacro di Chandrila. Per ricordare lo sterminio dei cavalieri Jedi. Quel tenente Heliesk è l'uomo che dieci anni dopo, al comando della Rand Ecliptic, avrebbe disertato con Biggs Darklighter a favore dell'Alleanza Ribelle.

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