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VENTO
parte 1
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Tempo.
Spazio.
Un dove, un quando.
Preludio
Una voce.
- Dov'è la mamma? - Chiede il bambino, fissando con i suoi occhi luminosi
ed innocenti un sepolcro che ne porta il nome.
Una mano sulla spalla, una persona che si china per avvicinare il suo
volto a quello del bambino, una goccia di rugiada che nasce dal cuore
e su quel volto scende. - La mamma è nelle pianure di Mulas, piccino.
Dove il cielo piange.
Gli occhi del bambino si volgono altrove, curiosi e inconsapevoli. -
Dov'è la mamma? - Chiede, sereno e imperturbabile.
Sopra la sua testa, molto sopra, il cielo emana il suo bagliore violaceo
e pallido che tutto illumina di se. E' il tramonto, un tramonto come
tanti, forse, ma è anche il primo tramonto che il bambino viva veramente,
e questo, naturalmente, lui non può saperlo, ma qualcuno lo sa.
- Vieni, Noak'im. - Gli dice l'uomo che lo ha generato dal suo amore
per un'anima svanita nel flusso della morte. - Presto sarà notte. E
la mamma deve vivere la notte di Mulas.
- Ho fame. - Dice il bambino, continuando curioso ad osservare quella
bizzarra struttura davanti a se, simile a milioni di altre disposte
su quella vasta pianura in geometrico ordine.
Qualcosa attira l'attenzione del bambino. Qualcosa di curioso, che non
crede di aver mai visto prima.
- Cos'è quello, padre? - Chiede, indicando un fragile, colorato e bellissimo
oggetto posato sulla tomba della madre.
Il padre si sente spremere il cuore in una morsa: come il figlio non
riconosce il fiore che vi è posato, oggetto proveniente da mondi lontani
che i suoi occhi non hanno visto e la sua mente non immagina, così il
figlio non riconosce la tomba della madre come tale.
Ma verrà il giorno in cui il figlio saprà. Verrà il momento in cui il
figlio soffrirà, e il padre in quel momento soffre il dolore futuro
del figlio.
- Quello è il frutto delle pianure di Mulas, Noak'im, - dice - Dov'è
la tua mamma, adesso, ce ne sono tanti, di quelli.
- Bello! - Grida il figlio in un'eruzione di gioia improvvisa, e allunga
la mano verso quell'oggetto.
E l'oggetto, come trasportato da un vento che non appartiene a quel
mondo sommerso dalla luce purpurea di un sole morente, l'oggetto si
muove e vola nella sua mano. Leggero, etereo, compiendo una sottile
e delicata parabola, il fiore si posa nella mano del figlio.
- Bello! - Grida Noak'im, e gli occhi gli sprizzano la gioia che non
dovrebbe esserci, nella notte di Mulas.
E mentre il padre lo guarda stupito, e un filo di inquietudine si fa
strada nel suo dolore, lontano, lontano, ma ben capace di vedere, qualcuno
chiude gli occhi e sente qualcosa, un tremito, una sensazione, un bagliore
che lo avvolge della sua essenza.
- Oggi per qualcuno è il primo tramonto, - dice il vecchio dagli occhi
d'argento. - Che si prepari l'alba… O la notte.
Un sospiro, un vento, nella notte di Mulas. Dove il cielo piange.
Un altro tempo. Un altro luogo.
La consapevolezza della morte arriva per tutti. Per tutti, prima o poi.
E si può presentare come un dolore, o come una nuova vita. Perché la
morte stessa cela l'essenza della vita. Questo qualcuno lo ha scritto
da qualche parte in quando, o forse lo dovrà scrivere, o forse lo sta
scrivendo.
- Papà? - Chiede Noak'im. Vorrebbe chiederlo, se solo del fiato gli
uscisse dai polmoni.
- Papà! Padre! PADRE! - Il fiato esce. E con esso le gocce di rugiada
che dal padre si riversarono in un bambino innocente tanti anni prima
tornano di nuovo alla luce spenta di un mondo condannato. Ma questa
volta non c'è nessuno ad accoglierle.
Rumori. Confusione. Morte.
Anime strappate ai loro corpi, anime in alcuni di essi radicate in altre
di esse forzatamente stipate, anime che volano nella terra di Mulas.
Esplosioni. Fuoco, fiamme.
Un dodicenne di nome Noak'im che urla sul corpo di un uomo che si riunisce
alla persona a cui in una notte ammantata di stelle aveva promesso tanto
tempo prima eterna protezione e amore, un uomo che tale promessa aveva
fatto venire meno, un uomo morto con quella promessa nella mente, e
con la possibilità di fare finalmente qualcosa per mantenerla.
Colpi di armi da fuoco che il giovane non ha mai visto, urla bestiali
e inumane, una guerra che il giovane non può capire. Una guerra in un
mondo condannato, quale senso potrebbe avere per una giovane mente una
guerra in un mondo condannato? Ma all'ultima generazione a cui è concesso
vivere in un mondo dal cielo sempre più spento, che potrebbe vivere
gli ultimi attimi di un respiro durato nell'universo miliardi di anni,
a quell'ultima generazione non è concesso vivere in pace.
Razzie. Predazioni. Guerre civili. Perché il mondo è condannato a morte,
e allora non vale più la pena di essere vissuto.
In lontananza il crollo fragoroso e terribile di una statua immensa,
alta più di trecento persone, una statua che creature antiche e sconosciute
avevano posto a monito di qualcosa molto prima che nuove creature si
sostituissero ad esse. Cosa fosse quel qualcosa è andato dimenticato.
Un vecchio di vesti lacere vestito che si getta sul corpo vuoto del
padre che ha lasciato solo al mondo un figlio non per sua colpa, ma
forse per troppo amore. Un colpo rossastro e inconsistente diretto verso
quella fragile anima, e il padre può finalmente compiere parte della
sua promessa, e se non può più proteggere colei che amava può finalmente
pagarle il suo debito di vita salvando la creatura generata dal suo
grembo.
Il vecchio che gli si getta contro, e comincia a spogliarlo, a denudarlo,
a frugare nelle tasche dei suoi modesti vestiti.
E la fragile anima guarda gli occhi di quel vecchio, e ne legge la follia,
l'ingordigia dettata da un istinto che ha superato la ragione.
- Padre. - Sussurra Noak'im, ma il padre non risponde.
I denti del ragazzino si stringono. Si stringono nella morsa di un'emozione
che per la prima volta attraversa la sua anima. E con i denti si stringono
i giovani pugni ancora incapaci di ferire. Ma in fondo all'anima, forse,
c'è qualcosa che possa ferire.
- No. - Sussurra.
Il vecchio strappa dal corpo del morto un lembo di tunica, e da una
tasca estrae qualcosa.
- No! - La voce di Noak'im è più alta, per la prima volta distinguibile
nel fragore, nel fuoco e nelle fiamme.
Il vecchio stringe un semplice bracciale. Un bracciale semplice, argenteo,
offuscato dagli anni, un bracciale che era il simbolo, il ricordo e
l'emozione di una madre che Noak'im non aveva mai veramente conosciuto.
- NO! - E le parole ora sono urli.
Il vecchio che osserva con gli occhi che gli brillano il bottino della
morte che ha provocato non lo sa, ma è già condannato.
- NOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOO!
Si scatena l'urlo, e con esso il vento.
Eccolo, il vento. E il ragazzo sente veramente il vento per la prima
volta. Non il vento sottile che gli aveva posato un fiore in una mano,
ma un vento diverso, forte, che non gli scompiglia i capelli ma le pieghe
dell'anima.
E il vento lo investe, il vento che tutto travolge. E il vento soffia,
trascina, spazza via, si canalizza, fluisce nelle sue vene e nei suoi
occhi che dell'innocente bagliore si spengono, il vento esplode, il
vento logora, il vento trascina, e nella sua immensità si abbatte su
un qualcosa che è troppo fisico per essere fisicamente distrutto.
Le mani del vecchio che si allungano e si stringono sulla sua gola,
i suoi occhi che smettono di riflettere la purpurea luce del tramonto.
E il vento che trascina la sua anima con se, continuando in una corsa
verso l'infinito che sembra aver attraversato solo per caso il corpo
di Noak'im, ma che in esso ha in realtà lasciato una traccia che niente
e nessuno potrà mai cancellare.
E come tanti anni prima, quasi a chiudere un circolo di iniziazione
che prelude a qualcosa di più grande, una mano si posa sulla gracile
spalla che non è ancora spalla di uomo e che cela un cuore che non è
ancora cuore di uomo.
Gli occhi che osservano la nuova figura non sono però più gli occhi
di un bambino. Ma lo torneranno, pensa il vecchio dagli occhi d'argento.
- Vieni, Noak'im, - sussurra l'anziana figura - E' tempo che la tua
vita cominci.
La consapevolezza della vita arriva per tutti, prima o poi.
E può essere consapevolezza di gioia o dolore. Perché per tutti viene
il giorno di scoprire perché si è nati, e quel perché può non piacere.
Ma è bene non lasciarsi trafiggere, e tenerselo stretto, perché quel
perché è l'unico che viene concesso.
- Prima o poi finisce l'ossigeno per qualsiasi candela, - dice il vecchio
dagli occhi d'argento. - Costruisci una candela abbastanza lunga da
bruciare in eterno e sicuramente la vedrai spegnersi prima che sia finita.
Noak'im osserva il vecchio, e pensa che vecchio deve essere nato. No,
non può aver avuto venti anni come lui, non ci sono vent'anni per una
persona come lui.
- Quando il sole di questo mondo si spegnerà, - dice Noak'im - Ci sarà
ancora qualcuno ad accogliere la notte di Mulas? O se ne saranno già
andati tutti?
- La vita va preservata, - dice il vecchio - Non sarebbe giusto accogliere
la notte finché ci può essere un po' di luce.
Noak'im lo osserva mentre grazie ad una pazienza che lui non potrebbe
mai avere il vecchio si occupa di seminare in un terreno sempre più
arido semi di piante che non potrebbero mai crescere in quel mondo.
E pensa che non ha senso. Pensa che una persona grandiosa come quel
vecchio dagli occhi di cristallo dovrebbe fare qualcosa di grande. E
si promette che se mai diventerà come lui, qualcosa di grande lo farà.
E lo darà.
- Adesso concentrati, Noak'im, - dice il vecchio - Concentrati come
ti ho insegnato. E senti la Forza scorrere dentro di te.
La Forza.
La Forza.
L'unica parola a cui non è mai riuscito a dare un significato, eppure
l'unica cosa veramente presente da sempre nella sua vita, e probabilmente
l'unica che fino alla fine lo avrebbe accompagnato.
Ma cosa è la Forza? Cosa, si chiede il giovane uomo che in compagnia
di essa e di quel vecchio vive da tanti anni? Il tremito che qualche
volta gli accarezza la pelle, l'emozione che ogni tanto gli scende lungo
la schiena, o il vento impetuoso e irruente che nei suoi occhi dal giorno
della morte di suo padre è rimasto? Cosa è la Forza?
- Concentrati, Noak'im. E ricordati il controllo. L'equilibrio, l'equilibrio
tra quello che è e quello che vorresti che fosse, l'equilibrio tra le
facce che compongono il diamante della tua esistenza. Mai in una di
esse devi guardare, mai devi dimenticare la tua poliedricità. Trova
l'equilibrio. Trova la pace, che plachi i ricordi e lenisca i sogni,
che smorzi le emozioni e attenui le paure, che soffi sul fuoco dentro
di te e infranga il ghiaccio che sulla tua anima si è esteso.
Equilibrio. Pace, la Forza.
Noak'im chiude gli occhi. E cerca l'equilibrio. Non lo può trovare nel
dolore, non lo può trovare nella felicità, ma in entrambe o in nessuna
di esse. Lo sa, e sa che uno di questi equilibri è pericoloso.
Riflessione, emozioni, sogni, ricordi… Sogni. Sogni. E ancora sogni.
No, non c'è la Forza adesso. Forse c'è qualcosa di molto più grande.
Noak'im riapre gli occhi e sa di trovarsi di fronte a quelli d'argento
del vecchio Maestro. Occhi che naturalmente lo squadrano severo.
E Noak'im sa che non c'è verità che possa essergli celata. Sfodera il
suo miglior sorriso, e il suo bel volto da ventenne si accende di una
nuova radiosità. Una radiosità che non è la Forza, ma che il vecchio
riconosce prima che il giovane parli.
- Maestro. - Comincia.
Il Maestro distoglie il suo sguardo, e sul suo volto fa la comparsa
un sorriso amaro.
- Maestro, un Jedi può amare?
Gli occhi del vecchio si alzano al cielo violaceo che li opprime e che
ancora cela un barlume di vita, e non interrompe il suo sorriso fatto
di paure e ricordi.
- Scoprilo da solo, ragazzo mio.
La consapevolezza dell'amore arriva per tutti, prima o poi. Per tutti.
E può essere la più grande delle scoperte o la più misera delle delusioni,
perché la parola amore ha tanti significati quante sono le anime che
possono percepirlo, viverlo, respirarlo.
Ma anche l'amore è bene tenerselo stretto, che piaccia o meno, perché
è la luce che illumina l'anima, è la possibilità di completarla, o di
accorgersi che per sempre essa sarà incompleta.
Ma come tutte le droghe forti, scrisse qualcuno, il vero amore è pericoloso.
La notte di un mondo condannato, si potrebbe pensare, è una notte triste,
che non regala speranza.
Ma non sempre le cose sono come ci si aspetterebbero, e se l'universo
è tanto vasto è per dimostrare che per tutto c'è un'eccezione.
E la notte di un mondo condannato può essere forse proprio quella che
allontana la condanna.
Questo pensa Noak'im mentre sopra di lui il cielo sembra cadere.
Ogni mondo ha le sue notti. La notte del suo mondo è fatta di stelle.
Tante, tante, tante da non poter credere che il cielo le possa trattenere
tutte e da un momento all'altro si possa spezzare e lasciarle cadere
come la pioggia che Noak'im non sa cos'è perché in quel mondo non è
mai scesa.
E distesi, a guardare le stelle, da esse sembra di essere circondati,
travolti, sommersi, e in esse si può annegare. Tante volte Noak'im ha
visto quelle stelle, ma questa volta è speciale.
Questa volta forse è un'unica, e il ragazzo non si sente all'altezza
di viverla fino in fondo.
Ma la sua mano non è vuota, in quel momento. La sua mano stringe quella
di un'altra persona, la sua mano trema e la sua anima è un sussulto
continuo di respiri troppo lunghi o troppo brevi.
Poi la mano diventa un corpo, e quel corpo si adagia sopra di lui.
Ma lui non lo guarda: i suoi occhi sono perduti nell'unica cosa di cui
in quel momento ha bisogno.
E gli occhi di Noak'im riflettono le stelle in quelli splendidi della
sua principessa, la giovane Caithness. E negli occhi dell'altro si perdono
per un tempo che potrebbe essere un attimo e tutta la vita.
Un sorriso, una parola.
- Ti amo.
Lo dicono entrambi, e se lo dice uno solo è come se anche l'altro lo
dicesse, perché la voce di uno è la voce di entrambi.
Le labbra che si sfiorano nella comunione di un sospiro, e le stelle
cadono veramente.
Emozioni, gioia, felicità, sogni, tanti, tanti, tanti sogni, più di
quanti un mondo morente ne possa offrire.
- Per sempre? - Chiede la dolce Caithness.
Noak'im stringe la sua mano, e pronuncia parole che non dovrebbe pronunciare.
- Per sempre.
E Noak'im in quel momento, solo pochi giorni dopo aver posto la domanda
al suo maestro, crede di averne trovato la risposta. Perché in quel
momento lo sente, il vento dentro di se, la sente, la Forza.
Forte, vigorosa, ed immensa. Chiude gli occhi e lascia il vento soffiare,
e il vento soffia. Sassi, fragili steli d'erba, minuscoli insetti turbinano
intorno a loro in una danza incostante e altalenante, imposta da un
vento che non dovrebbe poter soffiare ma che c'è. E poi quel vento che
scaturisce dal sottosuolo e che gli regala l'emozione più intensa di
tutta la sua vita. Il ka, che è come un vento, direbbe un cavaliere
di un altro mondo e di un'altra dimensione.
E Noak'im risponde a quella domanda quando non dovrebbe.
- Si, mia principessa, - dice - Si, Maestro. Posso amare. Posso amare,
ed essere quello che sono.
La notte sembra scendere uno scalino e avvicinarsi a loro, mentre si
amano, per potergli prestare la protezione, la discrezione e il silenzio
di cui hanno bisogno.
Il tempo passa ovunque. Ma il tempo non passa per tutti, non allo stesso
modo. A qualcosa e a qualcuno è concesso vedere di più, è concesso apprendere
i dolori e le gioie vivendo più di una vita, vivendo più di quanto è
concesso. E quel qualcuno può arrivare a volersi proteggere gli occhi
per non vedere più, per non subire più le atrocità dell'esistenza. Gli
occhi di quel qualcuno possono essere di cristallo, ma non il suo cuore,
e la sua missione è la missione della vita di tutti quelli come lui.
Trasmettere ciò che si è imparato e regalare la cosa più bella che si
possa regalare; una parola.
Fosse anche una parola in tutta la vita.
Un turbinio di oggetti, alcuni svolazzano tranquilli altri turbinano
vorticosamente, altri si scontrano tra di loro e vanno in frantumi,
altri ancora sembrano non esistere più, farsi evanescenti.
Un ragazzo con gli occhi chiusi e le mani protese in un gesto che in
realtà a niente serve lascia che il vento compia per lui una magia che
non gli hanno insegnato a chiamare in quel modo.
Il vecchio dagli occhi d'argento osserva imperturbabile il tutto, ma
imperturbabile neanche lui lo è.
Poi tutto si placa, dopo un tempo indeterminato.
- Maestro, - dice trionfale il ragazzo - Maestro, sono uno Jedi?
Il vecchio lo oltrepassa silenzioso, per parlargli solo quando il ragazzo
è alle sue spalle.
- E' così poco quello che hai imparato, dunque? - Dice.
Sul volto del ragazzo scende un velo di turbamento, mentre lo segue
verso il dirupo su cui si erge la loro casa. Quando il vecchio si trova
sul bordo di quello strapiombo si ferma a guardare l'orizzonte.
- Conti nel numero di oggetti che muovi il vigore con cui la Forza scorre
dentro di te?
- Fino… Fino a poco tempo fa non ne ero capace! - Esclama il ragazzo
- E'… è questa forza grandiosa dentro di me, queste… queste emozioni,
è… E' tutto così bello, non c'è niente che io non possa fare!
- C'è sempre qualcosa che non possiamo fare. Basta averne la consapevolezza.
- Ribatte il maestro.
- Voi… Voi avete sempre detto che le mie emozioni mi rendevano speciale!
Che ho qualcosa di più dentro di me, qualcosa che mi distingue! Adesso
le sto lasciando scorrere, le mie emozioni, lo sento, il vento, maestro,
la sento la Forza!
- Non c'è emozione: c'è pace. - Sussurra il vecchio.
- Sapete che non ho mai capito quella cantilena, - sbotta il ragazzo
- Non potete chiedermi di reprimere le mie emozioni!
- Mai dovrai farlo. Ma ricorda quello che ti ho sempre insegnato: l'equilibrio.
L'equilibrio. L'equilibrio tra tutte le parti di te. Quella è la pace
delle emozioni, dove le emozioni possono essere ancora più grandi. Non
illuderti di poter scampare ai dolori della vita. Se sempre vivi pensando
alle gioie, quando i dolori arriveranno ne sarai travolto, e così come
adesso non hai equilibrio così non lo avrai allora, solo che allora
sarà molto più pericoloso.
Il ragazzo guarda il vecchio come una creatura sconosciuta. - Solo gioie?
Solo gioie mi avrebbe regalato la vita? I miei genitori, la guerra,
solo gioie, dite? Adesso ho la possibilità di realizzare i miei sogni
e voi me li volete negare! Non c'era sofferenza in quei momenti? Non
ho sofferto abbastanza?
- Non hai sofferto abbastanza, no, - dice il vecchio e lo guarda con
occhi che di dolore ne hanno visto troppo - E in quei momenti la sofferenza
c'era. E in quei momenti, infatti, sei stato a un passo dall'essere
perduto.
Arriva per tutti il dolore. Alcuni nel dolore nascono, altri muoiono,
altri semplicemente vivono.
Ma non ci si può abituare al dolore, niente affatto. Utopica illusione,
come quella di poter veramente vivere felici. Forse solo nell'equilibrio
si può trovare l'attenuazione di tutto. Solo nell'equilibrio, la Forza,
la consapevolezza che tutto ha un inizio e una fine, e tutto va vissuto
in quest'intervallo.
- Ce ne andiamo.
Tre parole.
Tre colpi di lama nel profondo del cuore.
Tre bombe che esplodono nell'anima.
- Co… Cosa? - Balbetta il giovane uomo a cui invano la vita cerca di
insegnare l'equilibrio. Un giovane uomo con un dono importante, un dono
che però si è ritrovato tra le mani senza averlo mai chiesto, un dono
cominciato con un fiore di vita e di morte posatosi sulle sue mani da
bambino.
- La terra non produce più. Le razzie si fanno sempre più frequenti.
E' troppo pericoloso. E alla fine comunque così sarà per tutti. - Gli
occhi di Caithness che incrociano i suoi, ma adesso hanno paura a farlo.
- Ce ne andiamo da qualche parte nella Galassia, io e i miei genitori.
La muta e quasi comica espressione di Noak'im gli insegna forse per
la prima volta qualcosa.
Che un oggetto si può far svolazzare, ma prima o poi è destinato a ricadere
a terra, che un salto si può spiccare più in alto, ma prima o poi si
torna giù, che si può forzare un pensiero, ma il pensiero originario
tornerà. Che si può sognare, ma prima o poi ci si sveglia.
- No. - Sussurra.
La mano di Caithness stringe la sua. - Domani.
Gli occhi di Noak'im, occhi che nascondono ancora un'ombra lontana,
si spalancano. - Che… Cosa?
- Non te l'ho voluto dire prima, Noak'im, - sussurra lei - Non ho voluto
farti condividere la mia sofferenza. Domani partiamo.
- Io… Io… Cosa… No… Vengo anch'io… Vengo con voi… Non …
La fanciulla scuote la testa, e lo abbraccia in un abbraccio che è un
addio.
- Tu sei speciale, lo sai. Tu devi restare qui, e imparare ciò che ancora
devi imparare.
Il giovane uomo scatta in piedi, scuote la testa, si strappa lembi di
vestiti da dosso. E neanche in quel momento il vento lo abbandona. Quel
vento che soffia dal basso, quel vento che soffia più forte.
- Non devo imparare niente! - Urla.
Il giovane uomo, che non sa quanto grandi possano essere i dolori della
vita, ma solo quanto grandi possano essere le gioie, si sente scomparire
in quel dolore, che può essere infinitamente piccolo ma per lui adesso
è peggiore di qualsiasi morte. Di qualsiasi morte.
- Non voglio imparare niente! - Sbraita - Non mi importa niente! Perché
devo passare la vita alla ricerca di qualcosa che non potrò mai trovare?
Di qualcosa che non voglio? Non voglio la pace! Non voglio l'equilibrio!
Non voglio questo dannato vento! Non voglio questo dannatissimo vento!
Io voglio vivere la mia vita, voglio quello che tutti gli altri possono
avere, voglio una dannatissima vita da vivere, non un vecchio che mi
opprima con le sue parole! Voglio la mia vita con te, voglio le emozioni
che mi sai regalare!
Caithness non parla. La giovane donna si limita a guardare il giovane
uomo e ha tanta voglia di piangere.
Ma non può e ha già versato le sue lacrime. Solo da pochi giorni il
vecchio dagli occhi di cristallo le ha parlato, le ha parlato del rischio
terribile che lei rappresenta per lui, le ha parlato del baratro in
cui lui rischia di cadere, le ha parlato di un ruolo da svolgere e le
ha parlato di equilibrio.
Di quel dannatissimo, maledettissimo equilibrio la cui ricerca può solo
rovinare una vita.
Solo rovinarla, questo pensa la principessa nel cuore della notte.
L'amore tra due giovani può essere una cosa immensamente fragile, ma
il vero amore in realtà è più forte di qualsiasi cosa. E può spingere
a qualsiasi sacrificio, anche l'abbandono. Anche a una vita fatta non
più di sogni ma di finti ricordi, pur di non segnare con quell'amore
una condanna a morte.
La porta che si spalanca, e lascia entrare il gelido vento della notte.
Un fuoco acceso, un fuoco violaceo come il cielo, come il mondo, come
tutto.
E' notte fonda, ma nessuno dorme in quella casa. Non dorme il giovane
uomo e non dorme il vecchio dagli occhi di cristallo che lo aspetta
dietro la soglia, consapevole dell'arrivo del suo giovane apprendista.
E il vecchio si sente travolgere, afferrare per la tunica e travolgere.
E le mani che lo travolgono sono quanto di più lontano possa esserci
dalle mani del cavaliere che il giovane un giorno diventerà.
Forse. Un giorno, ma non quello.
- Perché? - Urla il giovane. - Lo so che sei stato tu! Lo so che l'hai
convinta tu! Perché?
- Neanche il rispetto si fa strada adesso nella tua mente accecata?
- Chiede il vecchio che tanto ha visto, che tante volte ha vissuto quei
momenti.
Il giovane uomo pretende una risposta, e solo quella risposta potrà
spezzare il silenzio.
- Perché non c'è pace in te adesso e mai più ci sarà, finché vedrai
la vita come chi non ha la Forza dentro di se. - Sussurra infine il
vecchio.
- Io voglio vivere la mia vita! - Urla Noak'im - La mia vita, capite?
La mia dannatissima vita! E voglio viverla con lei!
- La Forza è con te, ragazzo mio.
- Non la voglio! Non l'ho mai chiesta! Non la voglio. - Il giovane stringe
la presa sulla tunica del vecchio, lo tira a se, gli urla in faccia
il suo vento, trasformato in parole, che come il vento sembrano attraversarlo
solo per caso ma lasciano segni profondi dentro di lui. - Voglio la
mia vita, non voglio un equilibrio, voglio la mia vita, le mie emozioni,
voglio poter gioire e soffrire, voglio poter amare, voglio poter fare
quello che fanno tutti gli altri! Basta meditare! Basta soffrire! Basta
inutili parole che non mi renderanno mai nessuno! Guardatevi! GUARDATEVI!
Siete vecchio, e vecchio siete nato! Dov'è la grandiosità della Forza
di cui mi parlate? Dove? Cosa fate voi? Piantate semi che non cresceranno
e crescete qualcuno cercando di manipolarne la vita! Vi odio! Vi odio!
- Non c'è emozione: c'è pace. - Sussurra il vecchio, ma gli occhi del
giovane che lo guardano, un giovane accecato da un odio e da un dolore
adolescenziale, sono occhi accesi di vero odio e vero dolore, perché
ogni odio e ogni dolore è soggettivo e legato a chi lo vive, a dove
lo si vive, e soprattutto a quando lo si vive.
E un dolore talvolta può servire solo a dare la spinta a dolori nascosti
e più grandi.
- Non c'è emozione: c'è pace.
- BASTA! - Urla il giovane e sbatte il vecchio contro la parete con
una forza che solo il vento gli dà. - Basta con quella stupida cantilena!
Voglio le mie emozioni!
- Non c'è ignoranza: c'è saggezza.
- Non c'è equilibrio, - Piange il giovane uomo. - O si è tristi o si
è felici, o si è uomini o non lo si è!
- Non c'è inquietudine; c'è serenità.
- Smettetela… Smettetela…
- Non c'è Morte: c'è la Forza. - Recita il vecchio, riportando una cantilena
infinita e immortale, che nel bene e nel male ha segnato il passato,
il presente e il futuro di una galassia, di miliardi di anime, di vite,
di morti, di abbracci e di ideali.
- C'è la Morte! - Sbraita il giovane uomo dagli occhi più spenti. -
C'è la Morte! C'è solo la morte! Solo quella! Solo quella!
E il vecchio dagli occhi di argento capisce. Capisce di aver sbagliato
di nuovo. Di nuovo.
Di errori il suo destino è segnato. Di errori tutta la sua vita, tutta
la sua esistenza.
Parole, parole, solo parole può regalare, insegnamenti che solo la vita
dovrebbe dare, e il momento del dolore invece viene per tutti, e a quel
momento il vecchio dagli occhi d'argento non ha mai saputo preparare
nessuno. Come foglie d'autunno le anime a lui legate sono sempre sfuggite
al suo ramo protettore, ogni volta. Ma ogni volta, pensa il vecchio
dagli occhi d'argento, crede di aver capito l'errore.
Ma il vecchio non sa che l'errore non può essere capito. L'errore è
la vita e la vita ognuno la deve vivere dentro di se.
E nel turbamento il vecchio si lascia sfuggire un pensiero. Un pensiero
che il vento del giovane uomo immediatamente cattura e gli sbatte nell'anima,
come parole fatte di fuoco che possano bruciarla.
E gli occhi del giovane si spalancano, si spalancano.
- Pochi giorni. - Sussurra il medico, con voce cupa e appena percettibile,
di fronte alla famiglia dell'altra metà dell'anima di Noak'im. - Pochi
giorni.
Il volto della madre trema e si compone una smorfia che trascende qualunque
sentimento, qualunque dolore.
Il vecchio dagli occhi di argento poggia la sua mano sulla spalla di
lei, la giovane anima di nome Caithness, che in quel momento comprende
il destino a cui la sua malattia la sta condannando.
Il vecchio dagli occhi di cristallo aveva percepito il male dentro di
lei e di esso aveva voluto renderla partecipe. Insospettabile, improvvisa,
crudele, la morte come l'amore arriva quando è l'ultima cosa a cui pensi.
Ma al viaggio nelle pianure di Mulas, dove il cielo piange e i semi
crescono, bisogna prepararsi e anche a quello il vecchio ha provveduto
nell'infinito tempo in cui ha vissuto. A preparare quel viaggio, perché
la notte di Mulas sia più facile da superare.
Ma il vecchio sa che quando un'anima muore, può non essere la sola a
scomparire. Perché se quest'anima a un'altra si è legata dalla potenza
dei sentimenti, ogni morte si riflette nel cuore dell'altra anima, che
continua forse a battere ma non più per volontà di chi lo cela nel suo
corpo.
E il vecchio sa che questa giovane anima ha donato a qualcuno il suo
giovane cuore.
- La sera prima. - Sussurra il vecchio alle giovani orecchie. - Uscirai
dalla sua vita la sera prima.
E occhi che hanno pianto già tutte le lacrime, e il volto a cui resta
solo da dare l'ultimo bacio, annuiscono in un impercettibile gesto che
scuoterebbe di chiunque l'anima.
Vita.
Morte.
E amore.
Arriva per tutti il giorno di illudersi. Illudersi, di vivere, di amare,
o di morire.
Ma tutto riconduce allo stesso filo guida, allo stesso Vettore, alle
stesse conseguenze.
Perché scoprirsi illusi di essere morti significa scoprirsi illusi di
qualcosa che in realtà è molto vicino alla pace. E quindi scoprirsi
vivi può essere in realtà la vera morte.
E l'illusione di essere vivi è forse ancora più pesante. Perché scoprire
il vero volto della vita, quello celato sotto la parte oscura della
sua maschera imperturbabile, può essere la vera morte.
E poi c'è l'illusione di poter amare. E se essa si spezza, se si prova
a dare una risposta alla domanda che un ragazzo porse a un vecchio dagli
occhi di cristallo, allora eccola davvero, la morte.
Gambe che corrono più di quanto non sia concesso. Polmoni che respirano
fiato che non dovrebbe esserci.
E il vento, il vento che trascina e disperde lacrime che non sono più
gocce di rugiada, ma perle d'acido.
L'irruzione in una casa, una casa dove la luce già da tempo si sarebbe
dovuta spegnere. Ma la luce c'è. Ed è luce d'addio.
E il giovane uomo vede una sola cosa. Vede una mano. Una mano che scende
inerme dal bordo di un letto in cui lui aveva giaciuto, e non da solo.
Una mano cerulea e pallida, su cui scende la lacrima di un volto che
sopra quella mano piange.
Nel cielo, nel manto infinito di luci, una piccola stella si spegne
troppo presto.
No, pensa il giovane uomo. No.
Una sola parola, che pretende di negare l'inevitabile. No.
E per la prima volta nella vita, il giovane Noak'im li sente entrambi,
i venti.
Il vento che gli poggiò la rosa nella mano e il vento che nasceva dal
suolo, che il cuore gli faceva scoppiare nel petto tanto forte batteva.
L'uno e l'altro. Ma uno di questi venti aveva già vinto.
Di nuovo quella mano. Quella mano sulla spalla, che ogni momento della
sua vita aveva segnato. E aveva segnato sempre e solo i momenti di morte.
- E' tempo che tu lotti per lei adesso. - Pronuncia la voce del vecchio
dagli occhi d'argento. - Lasciale vivere la notte di Mulas, dove adesso
il cielo piange per lei.
No.
No.
No.
Basta.
Un luogo che non c'è, un tempo che non c'è mai stato.
Solo l'anima del giovane uomo, e tutto ciò che in essa è stipato.
No.
Basta.
Solo morte.
C'è solo morte.
L'anima urla, ma non ha una voce per urlare. Pensa, e il pensiero rimbomba
in quel nulla esplodendo in scintille di mille colori. Ed eccolo, il
vento, il giovane lo vede con occhi che lì non ha. Una corrente enorme
e imperturbabile che lo avvolge, lo sbatte ovunque, lo protegge e lo
attraversa.
Basta.
Solo morte.
Non anche lei. Non anche lei.
Il giovane urla i suoi pensieri, il giovane batte le mani che non ha
in un petto che non ha, il giovane grida, e grida, e grida, e piange.
Non c'è equilibrio. Non c'è pace. Solo emozioni, solo morte. Tutto troppo
bello o troppo brutto per poter essere vissuto, e il vento non è vento
di pace, il vento è vento di morte. Il vento è la peggiore delle condanne,
il vento è la ricerca di qualcosa che non può esserci.
La Forza è una condanna, il giovane uomo ora lo sa. Il giovane uomo
sa che se ci fosse ignoranza e non saggezza tutto sarebbe più semplice.
Il giovane sa che se ci fosse la paura, l'odio, la rabbia tutto sarebbe
più semplice. Non c'è pace. Non c'è pace. Non c'è pace in cui le emozioni
possano essere veramente più forti. La pace è la contraddizione delle
emozioni, la pace è la loro morte.
L'amore nel giovane uomo si fonde con la morte, e il vento ora soffia,
soffia forte quanto non ha mai soffiato.
Il vento urla.
E il giovane prova di nuovo a dare una risposta a quella domanda che
non avrebbe mai dovuto porre, ma alla quale non avrebbe soprattutto
mai dovuto rispondere. E il giovane sbaglia di nuovo.
Non c'è amore per un Jedi. Non c'è amore per uno come me. Ma io voglio
l'amore. Voglio la vita. Voglio quello che mi spetta.
Il vento urla, urla, gli strappa la carne dalle ossa.
Il Lato Oscuro. Il Lato Oscuro. Il Maestro tante volte da esso lo ha
messo all'erta. No, quello non lo vuole, non lo vuole. Non sa cosa sia,
ma non lo vuole.
Nel turbine del vento, una porta che porta non è si spalanca, e diffonde
la sua eterea luce.
E il calore di quella porta lo investe, in mezzo al vento. E il giovane
uomo si trova spaccato a metà, dilaniato in due parti oramai non più
legate. Da un lato travolto dal vento, dalle lacrime, dalla paura, dall'amore,
dalle emozioni. E dall'altra vede una luce. La possibilità di trovare
rifugio a tutto quanto. La possibilità di strapparsi di dosso tutto
quanto. Tutto quanto.
Basta lacrime. Basta amore. Basta dolore. Basta morte. Nella luce tutto
questo non c'è.
E' una via di fuga, è l'unica via di fuga, mentre il vento lo dilania
e lo smembra, lo scarnifica e lo distrugge.
E Noak'im, il giovane uomo che si crede a un bivio, sceglie una delle
due strade. Ma il suo un bivio non è, perché le scelte tra cui si sente
di operare non sono il Lato chiaro e il Lato Oscuro, ma la morte o il
Lato Oscuro. E il giovane che nemmeno concepisce la possibilità di restare
nel vento e imparare a vivere della sua essenza, muove il suo passo
nella luce.
E tutto scompare.
Non più lacrime nei suoi occhi.
Non più dolore nel suo cuore.
Non più morte che possa toccarlo.
E ignaro, il giovane uomo diventa uomo e basta. E lo diventa muovendo
il suo primo passo nel Lato Oscuro della Forza.
Occhi d'argento e occhi di tenebra.
Occhi che si affrontano.
L'uomo nero, di nome Noak'im, si muove ed esce dalla casa dove per l'ultima
volta forse la morte lo ha toccato.
E il vecchio non può più fermarlo, ma ci prova, usando le stesse, infinite
parole, che solo fallimenti gli hanno regalato.
E il giovane sente solo un bisogno. Quello di cancellare chi lo ha reso
quello che è. Chi non lo ha aiutato a sfuggire alla morte, ma lo ha
semplicemente privato della possibilità di vivere una vita prima che
la morte tornasse di nuovo. E con essa la notte.
Un gesto che gli risulta troppo facile, nelle sue mani ora c'è l'arma
del vecchio, un arma che non è nata per offendere e nel baluginio di
quella spada laser l'uomo nero abbatte il vecchio dagli occhi di cristallo,
che non si oppone. Perché non è più tempo di opporsi. Non è più tempo
di fallire.
E perché, sente il vecchio dagli occhi d'argento, forse c'è ancora una
speranza.
L'uomo nero si volta, e adesso ha quello che vuole.
Non più sogni, non più amore, non più dolore per la morte che lo ha
investito e per quella che ha causato.
Dietro di lui una scintilla si accende nella casa, e la casa brucia,
e le fiamme la divorano.
Non l'ha voluto Noak'im, ma il calore che ora si è impadronito di lui.
E la casa brucia la sua anima assieme ai corpi che dentro di essa urlano
il loro arrivo nelle pianure di Mulas.
Arriva per tutti il momento di fare qualcosa di importante nella vita.
Per tutti.
Solo che questo qualcosa può essere piantare un seme in un terreno sterile
o salvare milioni di persone.
Ma arriva il momento di farlo.
Stabilire quale delle due azioni sia più grande, in fondo, è meno semplice
di quello che si pensa. Perché forse non conta se si regala una vita
o se ne salvano milioni, conta perché lo si fa.
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