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AURVANDILSTA'
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Ci
fu una gran festa nell'antico e felice regno di Gotland il giorno in
cui nacque la figlia secondogenita dell'amata regina Embla. Le fu dato
il nome di Aurvandilstà, che significa stella, perché
un astro d'insolita bellezza brillò nel cielo quella sera. Nyr,
un vecchio nano cieco, che aveva il dono della profezia, benedisse la
bambina e profetizzò che sarebbe diventata una grandissima regina
e che nel giorno del suo diciottesimo compleanno avrebbe salvato il
regno da un male innominabile. Una lieve ombra oscurò il volto
della regina, quando i suoi pensieri, per un attimo, tornarono alla
sua amata primogenita, la sorella maggiore della piccola Aurvandilstà,
Ubub la dolce. Ella era scomparsa misteriosamente sette mesi prima nel
corso di una visita lungo le terre di confine.
Tutto il regno, comunque, amava Aurvandilstà che crebbe forte
e coraggiosa come il padre, ma bella e saggia come la madre.
Purtroppo, dopo alcuni anni da quel giorno felice, le cose a Gotland
cominciarono a peggiorare. Un potere oscuro e tenebroso era comparso
improvvisamente a sud del paese. Aveva radunato attorno a sé
orchetti, lupi mannari e legioni d'orrendi mostri che arrivavano dalle
lande più desolate della terra. A capo di quelle truppe c'era
un uomo spaventoso, altissimo, sempre avvolto in un lungo mantello nero
e col volto coperto da una maschera d'acciaio forgiata nel sangue. Un
sudario di morte che ne celava il volto, si diceva, orribilmente sfigurato.
Il suo nome era Ginnungagap, che significa baratro dell'abisso.
All'inizio le sue truppe si limitavano ad alcune scorrerie sui confini
meridionali, ma negli ultimi anni era diventato molto pericoloso muoversi
al di fuori della capitale senza un'adeguata scorta. Ormai erano così
tanti gli uomini morti a causa di Ginnungagap e delle sue orde, che
con i loro teschi e le loro ossa edificò un nero castello al
centro del suo regno e gli diede nome Eliùdhnir, il palazzo di
Hel: la dea della morte.
Mancavano pochi giorni al diciottesimo compleanno di Aurvandilstà
e tutti temevano che non ci sarebbe stata la possibilità di festeggiarlo.
Grandi masse di orchetti e lupi si stavano radunando lungo le foreste
meridionali e tutto faceva pensare ad un imminente attacco verso la
capitale.
La regina Embla era in grande apprensione. Tutti i migliori cavalieri
furono richiamati d'urgenza a palazzo e tra loro c'era Sir Otrebor,
un giovane coraggioso già molto famoso perché aveva ucciso
Midhgardhsormr, il serpente che avvolge il mondo, il figlio di Loki,
l'uccisore di dei. Subito, non appena lo vide, Aurvandilstà si
innamorò di lui e niente riuscì a contenerne la gioia
quando comprese che i suoi sentimenti erano ricambiati, né il
pensiero della guerra incombente né i moniti di sua madre che
per la figlia desiderava ben altro pretendente. Arrivò il giorno
del suo compleanno e ancora Ginnungagap non si decideva ad attaccare.
I festeggiamenti a corte furono più sommessi del solito, ma ad
Aurvandilstà non importava, ormai non le importava più
di nulla, purché il suo amato Otrebor fosse lì con lei.
Non tutti però condividevano la sua felicità ed a qualcuno
tornarono in mente le parole dell'antica profezia pronunciata dal nano
indovino Nyr. Ben presto la voce si sparse in tutto il regno ed arrivò
anche alle orecchie della regina. Quest'ultima dapprima proibì
di parlarne, ma poi dovette cedere alle pressioni dei suoi generali
ed accettò di discuterne con la figlia.
Aurvandilstà non seppe cosa rispondere quando le fu chiesto di
marciare alla testa dell'esercito contro il nemico. C'era la convinzione
che la sua sola presenza avrebbe rincuorato gli uomini, memori dell'antico
vaticinio, portandoli alla vittoria. Solo sua madre e Sir Otrebor si
opponevano fermamente all'idea, sostenendo che era folle far cavalcare
una bambina incontro alla morte in nome di una vecchia diceria. La discussione
si era infiammata e non sembrava doversi risolvere facilmente, quando,
all'improvviso, le porte della sala del trono si aprirono ed entrò
Mòdhgudhr la vecchia, custode del ponte Giallarbrù sul
fiume Gioll, unica via d'accesso per la casa di Hel: la morte. Tutti
tacquero spaventati da quella presenza, ma soprattutto dalle sventure
che si diceva, la seguissero ovunque posasse il suo bastone.
La vecchia però sembrava non curarsi degli altri e si diresse
verso Aurvandilstà. La fissò negli occhi e parlò
con una voce soave e più antica del tempo:
- E' vero. Tu, Aurvandilstà, la più splendente tra le
stelle salverai il tuo regno dall'oscurità che lo minaccia, ma
due sono le vie che si presentano davanti a te. Una è semplice
e sicura e condurrà il tuo popolo alla vittoria. L'altra è
tortuosa e senza alcuna certezza, ma alla sua fine ti attende la possibilità
di salvare un'anima.
La ragazza per nulla intimorita fissò Mòdhgudhr negli
occhi e rispose:
- Non è difficile la decisione che mi chiedi di prendere. Non
temo per la mia incolumità, ma sceglierò la strada più
semplice. Quale anima può mai valere la salvezza di un intero
popolo?
- Quella di tua sorella.
Il silenzio più assoluto seguì quelle parole. La regina
Embla sentì la terra mancarle sotto i piedi e dovette sforzarsi
enormemente per non cadere.
- Ma mia... mia sorella... mi è stato detto che è ...
che era ... morta... - balbettò Aurvandilstà.
- Tua sorella è viva. Diciotto anni fa, prima che tu nascessi,
si perse nel buio e freddo regno di Niflheimr, la foresta oscura. Lì
la sorprese Loki, il dio degli inganni e la rese sua schiava. Le rubò
il cuore e lo rinchiuse in un'anfora magica. Le diede una maschera così
che nessuno fosse più in grado di riconoscerla ed un nome nuovo:
Ginnungagap.
Il terrore invase la sala al solo sentire quel nome che nessuno aveva
mai pensato potesse appartenere ad una donna.
- Tu menti, vecchia!
- No, ed in cuor tuo lo sai bene.
- Ma come posso, allora, andare e combattere contro mia sorella?
- La scelta è tua. Se ti porrai alla testa dell'esercito lo condurrai
ad una gloriosa battaglia in cui Ginnungagap è destinata ad essere
sconfitta ed a morire.
- E quale altra scelta ho? Qual è l'altra strada, quella tortuosa,
di cui parlavi prima? Era all'anima di mia sorella che ti riferivi?
- Sì. Se riuscirai a rompere la giara che ne racchiude il cuore,
ella tornerà quella di un tempo e tutte le macchinazioni di Loki
si scioglieranno come neve al sole.
- E dov'è? Dov'è quest'anfora magica? Dimmelo e condurrò
personalmente il mio esercito a recuperarla.
- Non è così semplice, giovane Aurvandilstà. Essa
è tenuta a Muspell, il regno del fuoco, ed a sua guardia è
stato posto Surtr il possente, il demone della fiamma.
- Ma come farò, allora? Nessuno sa come giungere a Muspell.
- Io ti ci posso mandare, se lo vorrai, ma potrai portare con te solo
un'altra persona.
- E va bene, vecchia.- rispose decisa Aurvandilstà.
- Perdonatemi principessa, - la interruppe un anziano generale - ma
Mòdhgudhr ha affermato che se voi marcerete alla nostra testa
sconfiggeremo il nemico. Mi sembrava di averlo sentito anche da voi,
forse che la salvezza di molti non vale l'anima di uno solo?
- Ma quell'uno è mia sorella e la vostra futura regina!
- Un sorella che non avete mai conosciuto, che non vi ha mai amata e
che non vi è mai stata vicina. Avete vissuto bene finora anche
senza una sorella ed inoltre voi diventerete regina se...
- Basta ora! Scuso la rabbia delle vostre parole perché comprendo
che esse sono dettate dalla gravità della minaccia che incombe
sul regno, ma non aspettatevi che io cambi idea. Non m'importa quello
che pensate, quella è e rimane pur sempre mia sorella ed ho intenzione
di fare tutto quanto è in mio potere pur di salvarla. Ho vissuto
abbastanza senza di lei, non posso continuare a farlo. E poi come potrei
vivere sapendo che non ho tentato di salvarla quando ne ho avuto l'occasione?
- Inoltre - era Sir Otrebor, ora a parlare - se attacchiamo direttamente
le orde di Ginnungagap, probabilmente vinceremmo, ma a costo di pesanti
perdite. Invece mi sembra di capire che se troviamo questa giara e riusciamo
a romperla, l'oscurità che minaccia le nostre case sarà
spazzata via come una nuvola al vento. Per questo, mia amata principessa,
mi offro volontario per accompagnarvi nelle lande infuocate di Muspell.
Nessun altro osò parlare. Era evidente che la decisione era già
stata presa.
Il tempo rimasto era poco, probabilmente entro poche ore od al più
quella sera stessa Ginnungagap avrebbe sferrato l'attacco finale.
Mòdhgudhr pronunciò alcune antiche parole e i due giovani
iniziarono a risplendere per poi sparire all'improvviso.
Quando riapparvero si trovarono in uno scenario da incubo. Erano ritti
su di un ponte di roccia ed un fiume di lava scorreva al di sotto. Alte
colonne di fiamma si innalzavano come oscene torri per poi ridiscendere,
rombando, negli abissi incandescenti da cui provenivano. Il cielo stesso
aveva il colore del fuoco, perché quello era Muspell il regno
del calore eterno. Davanti a loro si ergeva Surtr, immenso e minaccioso
come narravano le leggende e dietro di lui, fluttuante a mezz'aria,
un'anfora nera come l'ebano.
Sir Otrebor balzò in avanti ed estrasse Dainsleif, la sua nobile
spada, mentre Surtr scoppiò in una fragorosa risata e lasciò
partire un poderoso fendente verso la testa del cavaliere, ma non aveva
fatto i conti con l'abilità del flagello di Midhgardhsormr. Dainsleif
roteò minacciosa e più d'una volta s'incrociò ferocemente
con Sulltr, la magica lama di Surtr. Scintille azzurrognole scoccavano
ogni volta che i magici metalli si toccavano. Il cuore di Aurvandilstà
si riempiva di paura perché non pensava che l'amato potesse sconfiggere
un simile demonio e sentiva che la sorella era pronta a sferrare il
suo attacco. Ancora una volta Sulltr fendette l'aria con violenza, ma
ancora una volta trovò Dainsleif a sbarrarle il cammino.
Sir Otrebor capì di non poter reggere a lungo quel ritmo, soprattutto
a causa del caldo asfissiante. Per fortuna Surtr commise un errore.
La principessa si spinse avanti nel tentativo di raggiungere la giara
e Surtr pensò bene di scagliarsi verso di lei. La vista di Aurvandilstà
in pericolo diede al giovane cavaliere una forza di cui anche lui si
stupì e Dainsleif cominciò ad abbattersi sul nemico con
una rapidità ed una furia inarrestabili. Il possente demone fu
preso alla sprovvista e nel misero tentativo di difendersi cominciò
ad indietreggiare, sorpreso da una tale ferocia, quando Sir Otrebor
lo colpì ad un fianco costringendolo a mettere un piede in fallo
ed a precipitare rovinosamente nell'abisso di fiamme sottostante.
I due giovani non ebbero neppure il tempo di esultare perché
in lontananza risuonò il lugubre lamento di Giallarhorn, il corno
di Ginnungagap che annunciava l'inizio della battaglia. Si scagliarono
ambedue verso l'anfora nel vano tentativo di romperla, ma inutilmente.
Dainsleif si abbatté diverse volte su quella nera prigione, ma
senza neanche riuscire a scalfirla. La disperazione s'impadronì
dei loro animi al pensiero della triste fine cui avevano condannato
il popolo di Gotland.
Aurvandilstà si gettò sulla giara in un tenero abbraccio,
come a voler stringere il cuore che lì dentro era rinchiuso,
e pianse. Pianse per l'amore che le era stato negato e per la sorella
che non aveva mai conosciuto. Ed ecco che accadde l'inaspettato.
Quando le lacrime della ragazza caddero su quel magico involucro, la
superficie dell'anfora iniziò a riscaldarsi e si ruppe in mille
frammenti. Una sensazione soave, di indicibile serenità, avvolse
Sir Otrebor e Aurvandilstà che si ritrovarono, immediatamente,
nella sala del trono di Gotland, di fronte alla regina Embla.
Contemporaneamente gli orchetti, i lupi mannari e tutte le orrende creature
agli ordini di Ginnungagap fuggirono in preda al panico e nessuno li
rivide mai più. Eliudhnir, il palazzo d'ossa, crollò in
un attimo e fu inghiottito dalle voragini spalancatesi sotto le sue
fondamenta. Nessuno ebbe più alcuna notizia della malvagia Ginnungagap.
E solo quando, alcuni giorni più tardi, una pattuglia di confine
ritrovò Ubub la temeraria, scomparsa tanti anni prima, il popolo
capì che non ne avrebbe mai più sentito parlare. Ora,
grazie all'amore di Aurvandilstà ed al coraggio del suo promesso
sposo, Sir Otrebor, la famiglia reale era stata riunita ed una lunga
era di pace e prosperità attendeva il regno di Gotland.
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