AURVANDILSTA'
 
di Davide Galati
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Ci fu una gran festa nell'antico e felice regno di Gotland il giorno in cui nacque la figlia secondogenita dell'amata regina Embla. Le fu dato il nome di Aurvandilstà, che significa stella, perché un astro d'insolita bellezza brillò nel cielo quella sera. Nyr, un vecchio nano cieco, che aveva il dono della profezia, benedisse la bambina e profetizzò che sarebbe diventata una grandissima regina e che nel giorno del suo diciottesimo compleanno avrebbe salvato il regno da un male innominabile. Una lieve ombra oscurò il volto della regina, quando i suoi pensieri, per un attimo, tornarono alla sua amata primogenita, la sorella maggiore della piccola Aurvandilstà, Ubub la dolce. Ella era scomparsa misteriosamente sette mesi prima nel corso di una visita lungo le terre di confine.
Tutto il regno, comunque, amava Aurvandilstà che crebbe forte e coraggiosa come il padre, ma bella e saggia come la madre.
Purtroppo, dopo alcuni anni da quel giorno felice, le cose a Gotland cominciarono a peggiorare. Un potere oscuro e tenebroso era comparso improvvisamente a sud del paese. Aveva radunato attorno a sé orchetti, lupi mannari e legioni d'orrendi mostri che arrivavano dalle lande più desolate della terra. A capo di quelle truppe c'era un uomo spaventoso, altissimo, sempre avvolto in un lungo mantello nero e col volto coperto da una maschera d'acciaio forgiata nel sangue. Un sudario di morte che ne celava il volto, si diceva, orribilmente sfigurato. Il suo nome era Ginnungagap, che significa baratro dell'abisso.
All'inizio le sue truppe si limitavano ad alcune scorrerie sui confini meridionali, ma negli ultimi anni era diventato molto pericoloso muoversi al di fuori della capitale senza un'adeguata scorta. Ormai erano così tanti gli uomini morti a causa di Ginnungagap e delle sue orde, che con i loro teschi e le loro ossa edificò un nero castello al centro del suo regno e gli diede nome Eliùdhnir, il palazzo di Hel: la dea della morte.
Mancavano pochi giorni al diciottesimo compleanno di Aurvandilstà e tutti temevano che non ci sarebbe stata la possibilità di festeggiarlo. Grandi masse di orchetti e lupi si stavano radunando lungo le foreste meridionali e tutto faceva pensare ad un imminente attacco verso la capitale.
La regina Embla era in grande apprensione. Tutti i migliori cavalieri furono richiamati d'urgenza a palazzo e tra loro c'era Sir Otrebor, un giovane coraggioso già molto famoso perché aveva ucciso Midhgardhsormr, il serpente che avvolge il mondo, il figlio di Loki, l'uccisore di dei. Subito, non appena lo vide, Aurvandilstà si innamorò di lui e niente riuscì a contenerne la gioia quando comprese che i suoi sentimenti erano ricambiati, né il pensiero della guerra incombente né i moniti di sua madre che per la figlia desiderava ben altro pretendente. Arrivò il giorno del suo compleanno e ancora Ginnungagap non si decideva ad attaccare. I festeggiamenti a corte furono più sommessi del solito, ma ad Aurvandilstà non importava, ormai non le importava più di nulla, purché il suo amato Otrebor fosse lì con lei.
Non tutti però condividevano la sua felicità ed a qualcuno tornarono in mente le parole dell'antica profezia pronunciata dal nano indovino Nyr. Ben presto la voce si sparse in tutto il regno ed arrivò anche alle orecchie della regina. Quest'ultima dapprima proibì di parlarne, ma poi dovette cedere alle pressioni dei suoi generali ed accettò di discuterne con la figlia.
Aurvandilstà non seppe cosa rispondere quando le fu chiesto di marciare alla testa dell'esercito contro il nemico. C'era la convinzione che la sua sola presenza avrebbe rincuorato gli uomini, memori dell'antico vaticinio, portandoli alla vittoria. Solo sua madre e Sir Otrebor si opponevano fermamente all'idea, sostenendo che era folle far cavalcare una bambina incontro alla morte in nome di una vecchia diceria. La discussione si era infiammata e non sembrava doversi risolvere facilmente, quando, all'improvviso, le porte della sala del trono si aprirono ed entrò Mòdhgudhr la vecchia, custode del ponte Giallarbrù sul fiume Gioll, unica via d'accesso per la casa di Hel: la morte. Tutti tacquero spaventati da quella presenza, ma soprattutto dalle sventure che si diceva, la seguissero ovunque posasse il suo bastone.
La vecchia però sembrava non curarsi degli altri e si diresse verso Aurvandilstà. La fissò negli occhi e parlò con una voce soave e più antica del tempo:
- E' vero. Tu, Aurvandilstà, la più splendente tra le stelle salverai il tuo regno dall'oscurità che lo minaccia, ma due sono le vie che si presentano davanti a te. Una è semplice e sicura e condurrà il tuo popolo alla vittoria. L'altra è tortuosa e senza alcuna certezza, ma alla sua fine ti attende la possibilità di salvare un'anima.
La ragazza per nulla intimorita fissò Mòdhgudhr negli occhi e rispose:
- Non è difficile la decisione che mi chiedi di prendere. Non temo per la mia incolumità, ma sceglierò la strada più semplice. Quale anima può mai valere la salvezza di un intero popolo?
- Quella di tua sorella.
Il silenzio più assoluto seguì quelle parole. La regina Embla sentì la terra mancarle sotto i piedi e dovette sforzarsi enormemente per non cadere.
- Ma mia... mia sorella... mi è stato detto che è ... che era ... morta... - balbettò Aurvandilstà.
- Tua sorella è viva. Diciotto anni fa, prima che tu nascessi, si perse nel buio e freddo regno di Niflheimr, la foresta oscura. Lì la sorprese Loki, il dio degli inganni e la rese sua schiava. Le rubò il cuore e lo rinchiuse in un'anfora magica. Le diede una maschera così che nessuno fosse più in grado di riconoscerla ed un nome nuovo: Ginnungagap.
Il terrore invase la sala al solo sentire quel nome che nessuno aveva mai pensato potesse appartenere ad una donna.
- Tu menti, vecchia!
- No, ed in cuor tuo lo sai bene.
- Ma come posso, allora, andare e combattere contro mia sorella?
- La scelta è tua. Se ti porrai alla testa dell'esercito lo condurrai ad una gloriosa battaglia in cui Ginnungagap è destinata ad essere sconfitta ed a morire.
- E quale altra scelta ho? Qual è l'altra strada, quella tortuosa, di cui parlavi prima? Era all'anima di mia sorella che ti riferivi?
- Sì. Se riuscirai a rompere la giara che ne racchiude il cuore, ella tornerà quella di un tempo e tutte le macchinazioni di Loki si scioglieranno come neve al sole.
- E dov'è? Dov'è quest'anfora magica? Dimmelo e condurrò personalmente il mio esercito a recuperarla.
- Non è così semplice, giovane Aurvandilstà. Essa è tenuta a Muspell, il regno del fuoco, ed a sua guardia è stato posto Surtr il possente, il demone della fiamma.
- Ma come farò, allora? Nessuno sa come giungere a Muspell.
- Io ti ci posso mandare, se lo vorrai, ma potrai portare con te solo un'altra persona.
- E va bene, vecchia.- rispose decisa Aurvandilstà.
- Perdonatemi principessa, - la interruppe un anziano generale - ma Mòdhgudhr ha affermato che se voi marcerete alla nostra testa sconfiggeremo il nemico. Mi sembrava di averlo sentito anche da voi, forse che la salvezza di molti non vale l'anima di uno solo?
- Ma quell'uno è mia sorella e la vostra futura regina!
- Un sorella che non avete mai conosciuto, che non vi ha mai amata e che non vi è mai stata vicina. Avete vissuto bene finora anche senza una sorella ed inoltre voi diventerete regina se...
- Basta ora! Scuso la rabbia delle vostre parole perché comprendo che esse sono dettate dalla gravità della minaccia che incombe sul regno, ma non aspettatevi che io cambi idea. Non m'importa quello che pensate, quella è e rimane pur sempre mia sorella ed ho intenzione di fare tutto quanto è in mio potere pur di salvarla. Ho vissuto abbastanza senza di lei, non posso continuare a farlo. E poi come potrei vivere sapendo che non ho tentato di salvarla quando ne ho avuto l'occasione?
- Inoltre - era Sir Otrebor, ora a parlare - se attacchiamo direttamente le orde di Ginnungagap, probabilmente vinceremmo, ma a costo di pesanti perdite. Invece mi sembra di capire che se troviamo questa giara e riusciamo a romperla, l'oscurità che minaccia le nostre case sarà spazzata via come una nuvola al vento. Per questo, mia amata principessa, mi offro volontario per accompagnarvi nelle lande infuocate di Muspell.
Nessun altro osò parlare. Era evidente che la decisione era già stata presa.
Il tempo rimasto era poco, probabilmente entro poche ore od al più quella sera stessa Ginnungagap avrebbe sferrato l'attacco finale.
Mòdhgudhr pronunciò alcune antiche parole e i due giovani iniziarono a risplendere per poi sparire all'improvviso.
Quando riapparvero si trovarono in uno scenario da incubo. Erano ritti su di un ponte di roccia ed un fiume di lava scorreva al di sotto. Alte colonne di fiamma si innalzavano come oscene torri per poi ridiscendere, rombando, negli abissi incandescenti da cui provenivano. Il cielo stesso aveva il colore del fuoco, perché quello era Muspell il regno del calore eterno. Davanti a loro si ergeva Surtr, immenso e minaccioso come narravano le leggende e dietro di lui, fluttuante a mezz'aria, un'anfora nera come l'ebano.
Sir Otrebor balzò in avanti ed estrasse Dainsleif, la sua nobile spada, mentre Surtr scoppiò in una fragorosa risata e lasciò partire un poderoso fendente verso la testa del cavaliere, ma non aveva fatto i conti con l'abilità del flagello di Midhgardhsormr. Dainsleif roteò minacciosa e più d'una volta s'incrociò ferocemente con Sulltr, la magica lama di Surtr. Scintille azzurrognole scoccavano ogni volta che i magici metalli si toccavano. Il cuore di Aurvandilstà si riempiva di paura perché non pensava che l'amato potesse sconfiggere un simile demonio e sentiva che la sorella era pronta a sferrare il suo attacco. Ancora una volta Sulltr fendette l'aria con violenza, ma ancora una volta trovò Dainsleif a sbarrarle il cammino.
Sir Otrebor capì di non poter reggere a lungo quel ritmo, soprattutto a causa del caldo asfissiante. Per fortuna Surtr commise un errore. La principessa si spinse avanti nel tentativo di raggiungere la giara e Surtr pensò bene di scagliarsi verso di lei. La vista di Aurvandilstà in pericolo diede al giovane cavaliere una forza di cui anche lui si stupì e Dainsleif cominciò ad abbattersi sul nemico con una rapidità ed una furia inarrestabili. Il possente demone fu preso alla sprovvista e nel misero tentativo di difendersi cominciò ad indietreggiare, sorpreso da una tale ferocia, quando Sir Otrebor lo colpì ad un fianco costringendolo a mettere un piede in fallo ed a precipitare rovinosamente nell'abisso di fiamme sottostante.
I due giovani non ebbero neppure il tempo di esultare perché in lontananza risuonò il lugubre lamento di Giallarhorn, il corno di Ginnungagap che annunciava l'inizio della battaglia. Si scagliarono ambedue verso l'anfora nel vano tentativo di romperla, ma inutilmente. Dainsleif si abbatté diverse volte su quella nera prigione, ma senza neanche riuscire a scalfirla. La disperazione s'impadronì dei loro animi al pensiero della triste fine cui avevano condannato il popolo di Gotland.
Aurvandilstà si gettò sulla giara in un tenero abbraccio, come a voler stringere il cuore che lì dentro era rinchiuso, e pianse. Pianse per l'amore che le era stato negato e per la sorella che non aveva mai conosciuto. Ed ecco che accadde l'inaspettato.
Quando le lacrime della ragazza caddero su quel magico involucro, la superficie dell'anfora iniziò a riscaldarsi e si ruppe in mille frammenti. Una sensazione soave, di indicibile serenità, avvolse Sir Otrebor e Aurvandilstà che si ritrovarono, immediatamente, nella sala del trono di Gotland, di fronte alla regina Embla.
Contemporaneamente gli orchetti, i lupi mannari e tutte le orrende creature agli ordini di Ginnungagap fuggirono in preda al panico e nessuno li rivide mai più. Eliudhnir, il palazzo d'ossa, crollò in un attimo e fu inghiottito dalle voragini spalancatesi sotto le sue fondamenta. Nessuno ebbe più alcuna notizia della malvagia Ginnungagap. E solo quando, alcuni giorni più tardi, una pattuglia di confine ritrovò Ubub la temeraria, scomparsa tanti anni prima, il popolo capì che non ne avrebbe mai più sentito parlare. Ora, grazie all'amore di Aurvandilstà ed al coraggio del suo promesso sposo, Sir Otrebor, la famiglia reale era stata riunita ed una lunga era di pace e prosperità attendeva il regno di Gotland.

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