IL ROTOLO
 
di Davide Galati
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"Chi ha orecchi, ascolti:
Colui che deve andare in prigionia, andrà in prigionia;
colui che deve essere ucciso di spada, di spada sia ucciso."
(Apocalisse XIII, 9-10)

Venni a sapere del rotolo molto tardi in realtà, ne avevo sentito parlare, ma non gli avevo dato molto peso, pensavo si trattasse di una cosa senza importanza. Decisi che dovevo smetterla di essere sempre sospettoso aspettandomi il peggio.
Quanto me ne sarei pentito allora non lo immaginavo neanche.
Ora è qui sulla mia scrivania in attesa del suo destino, ora so cosa andava fatto, ma il prezzo che ho pagato, che abbiamo pagato è stato troppo alto. Ho cercato di ricostruirne la storia per quanto mi è stato possibile, ma le mie ricerche si sono rivelate sterili. Qualunque ipotesi sulla sua genesi è plausibile, anche se ho tentato di dare ai fatti che sono successi una spiegazione, non oso dire razionale, ma perlomeno coerente.

Fu Stefania a trovarlo, nella cantina di suo nonno, mi disse poi.
Non andava da lui spesso, ma quando capitava non si lasciava sfuggire l'opportunità di esplorare la sua enorme cantina dall'antica volta a botte. Finiva col perdersi tra tutti gli oggetti accatastati lì, per lei si trattava di una vera e propria caccia al tesoro.
Il rotolo era dentro un piccolo scrigno impolverato. Stefania aprì il cofanetto curiosa e quando all'interno vi trovò un rotolo di pergamena nera (in realtà capimmo dopo che la pergamena era di pelle) fu pervasa da un'insolita frenesia che la portò a dimenticare qualunque altra cosa. Quell'insolito oggetto attirava la sua attenzione del tutto. Lo prese senza dire niente a nessuno e lo portò a casa, pensando che non se ne sarebbero accorti visto lo strato di polvere che c'era sul cofanetto.
Quest'ultimo, però, lo lasciò al suo posto, dopo averlo richiuso. Non ho motivo di credere che le cose siano andate in maniera diversa, ma ci tengo a precisare che chi è tornato, in seguito in quella cantina non ha più trovato alcuna traccia del cofanetto.
Ma torniamo al nostro racconto e a quel rotolo nero. Stefania lo tenne con sé un paio di giorni senza mostrarlo a nessuno, neanche alla sorella. Passava diverso tempo a fissare i segni che si intravedevano sulla parte esterna della pergamena, le sembrava di conoscerli, molti li riconobbe pure, ma senza essere capace di dar loro un senso compiuto, una visione d'insieme.
Alla fine si decise ad aprirlo, ma si rese subito conto che non era così semplice perché quattro sigilli in ceralacca rossa lo bloccavano. Avrebbe potuto forzarli facilmente, ma qualcosa le suggerì di non farlo e ci rinunciò. Mi rammarico solo che questo non sia stato fatto anche in seguito, quanto dolore si sarebbe potuto evitare...
Per Stefania era giunto il momento di parlare con qualcuno della sua scoperta, così, quella sera stessa, portò il rotolo a casa di Anna e Matteo. Con loro si confidava su tutto e poi, probabilmente, pensò che avrebbero saputo consigliarla su cosa farne.
In realtà anche Anna e Matteo rimasero piuttosto perplessi. Si convinsero che la pergamena era di pelle nera, e identificarono molti dei simboli che vi erano tracciati: animali fantastici, un ariete, delle trombe, stelle, la menorah, angeli ed altri segni che, in apparenza, erano lì solo come ornamento. Alla fine decisero che era meglio sentire me e Sandro che, forse, potevamo capirci qualcosa in più. Se noi avessimo ritenuto fosse stato il caso avremmo poi consegnato il rotolo ad un vero esperto.
Fu allora che venni a sapere per la prima volta del rotolo, mi chiamarono per proporre di trovarsi tutti a casa loro la sera dopo. Ammetto che la cosa mi affascinava molto, ma dovetti declinare l'invito perché quella sera ero di turno. In ogni caso dissi che sarebbe bastato il parere di Sandro, tutto sommato era lui lo storico del gruppo e pensavo si trattasse, fondamentalmente, di datare un oggetto; non immaginavo, neanche lontanamente, la vera natura di quella pergamena. Così mi dimenticai del rotolo per almeno un paio di giorni fino a quando non ricevetti la telefonata di Matteo.
Procediamo con ordine però, e torniamo indietro alla sera in cui loro si riunirono, per cercare di capire cosa accadde. Come ho accennato Sandro ha, non solo passione per la storia, ma la conosce anche bene, veramente. Quel rotolo lo incuriosì molto, esaminò con cura tutta la pergamena ed anche lui identificò i disegni, più o meno, come avevano fatto Matteo e Anna.
Però si accorse che qualcosa non andava, lo stile artistico di ogni soggetto si differenziava notevolmente dagli altri. Ogni disegno rimandava ad epoche passate per il modo in cui era dipinto, si passava da raffigurazioni di angeli paleocristiane ai demoni delle cattedrali gotiche attraverso illustrazioni di trombe di evidente stile moderno. E fu l'accorgersi di questo particolare a trarlo in inganno, perché lo spinse a credere che l'intero oggetto fosse un falso, fatto di recente e senza alcun valore né storico, né economico. Decise quindi di rompere i sigilli e di aprirlo.
In seguito mi sono ritrovato spesso a pensare che se Sandro fosse stato più sospettoso, forse nulla di quanto è accaduto dopo sarebbe successo.
Aperta la pergamena la srotolò ed iniziò a sorridere lentamente. Era scritta in latino, una buona imitazione del latino antico, disse, e nella foga del momento fece una delle cose più sciocche che potesse fare: lesse ad alta voce le prime righe, così per movimentare la serata. Serata che finì, in effetti, molto più tranquillamente di com'era iniziata.
Ormai il mistero sembrava essere stato risolto. Il rotolo era un falso e nessuno si pose il problema di capire cosa ci fosse realmente scritto. Sandro intuì, grazie a quel poco che conosceva di latino, che si parlava dei santi degli ultimi giorni o di qualcosa del genere. Così il rotolo rimase, dimenticato, da Matteo e Anna.
Il giorno dopo li incontrai tutti e quattro, ne parlammo brevemente ed io, ignorando la mia naturale curiosità, non approfondii l'argomento. Ricordo però di aver preso mentalmente nota del fatto che Matteo si lamentava di aver dormito male.

Era l'una di Domenica notte e stavo per parcheggiare nel cortile di casa quando squillò il cellulare. Erano loro, mi chiesero di andare lì subito. Mi precipitai e lungo il tragitto mi chiedevo cosa poteva essere successo per indurli a chiamarmi a quell'ora e sopratutto a chiamare proprio me. Ancora non pensavo al rotolo.
Quando arrivai Sandro e Stefania erano già lì e non potei fare a meno di notare il pallore delle loro espressioni. In quel momento sembrava fossi l'unico a non essere terrorizzato, probabilmente perché ancora non sapevo cosa stava succedendo.
Iniziai subito a fare delle domande, ma l'unica risposta che ottenni fu un cenno del capo ad indicare il muro della sala vicino alla porta che dava sul balcone. Mi arrestai incredulo nel fissare l'impronta di una mano e il segno di una croce rovesciata. Rimasi immobile senza sapere cosa fare, poi mi decisi ad avvicinarmi per osservarla meglio. Ero sconcertato, ma pensai che mostrarlo non sarebbe servito a nulla.
L'impronta e la croce non erano dipinte, ma anzi sembrava che il muro fosse stato marchiato a fuoco. Guardai di nuovo e poi mi decisi a passare un dito lungo i contorni dell'immagine. Il muro era caldo e sul mio polpastrello era rimasta della fuliggine nera e qualche grumo di colore rosso scuro. Rimasi a fissarmi il dito titubante e mi sovvenne un idea, folle, ma che poteva dare a tutto quello un senso: era uno scherzo.
Ma certo, si trattava di uno stupido scherzo cretino, pensai. Non era certo la prima volta. Così mi decisi e avvicinai il polpastrello alla lingua... cenere mista a sangue, questo fu il sapore che sentii.
A quel punto non ebbi più dubbi, realizzai perché mi avevano chiamato. Una volta gli avevo parlato di questo tipo di impronte, si diceva che fossero fatte da anime del purgatorio erranti su questa terra in continua ricerca di una pace che non hanno. Ero terrorizzato, perché intuivo che questo sarebbe stato solo il principio di qualcosa di molto pericoloso, ma non potevo permettermi di dimostrarlo. Loro credevano che io sapessi cosa fare se avessi confessato il contrario era facile che crollassero diventando facili prede di ciò che si aggirava in quel luogo. Meglio tentare di dar loro un sostegno, sperando solo di non essere io il primo a cadere. Mi voltai e chiesi se questa era l'unica manifestazione di quel tipo e se erano accaduti altri fatti insoliti di recente.
- Solo questa... - sospirò Anna.
- Ci sono anche i rumori, a dire il vero...- aggiunse Matteo.
- Che rumori?
- Sono tre notti che dormiamo poco e male perché sentiamo rumori strani... colpi, lamenti, pianti...credevo venissero da fuori, ma adesso...
- Tre notti... - rimasi un attimo a pensare, ma il collegamento mi venne quasi subito, misteriosamente - Da quando avete il rotolo di cui mi parlate?
- Non proprio, o meglio sì, ma da quando lo abbiamo aperto. - Rispose Anna.
- Posso vederlo? - Mi indicarono dov'era, sembrava che avessero paura anche solo di avvicinarsi come se avessero cominciato a capire ciò che stava accadendo.
Lo osservai per un po', senza toccarlo, poi chiesi a Sandro di raccontarmi, il più dettagliatamente possibile, quello che avevano fatto tre sere prima col libro. Cercavo di ascoltarlo, ma la mia mente era distratta.
Osservavo l'oggetto che avevo davanti, ma questo non mi impediva di cogliere gli aspetti principali del racconto, se non i particolari.
Avevano pensato si trattasse di un falso, l'avevano aperto e ne avevano letto, a voce alta, le prime righe. Quando Sandro terminò mi ero già fatto un'idea di cosa fosse quello che avevamo davanti, ma mi sembrava talmente assurdo che ritenni fosse necessario cercare altre conferme, così mi decisi a toccarlo. Sentivo l'impazienza di chi mi stava intorno, ormai speravano che dicessi qualcosa, ma ancora non potevo dire nulla, nulla che non li avrebbe spaventati ulteriormente.
Al tatto il libro mi sembrò caldo, inizialmente pensai fosse solo una mia impressione e lo afferrai con entrambe le mani. Non mi sbagliavo era caldo e parecchio anche. La pergamena era insolita, un immagine inquietante mi attraversò la mente, e pensai fosse pelle umana, poi scartai l'ipotesi. Era decisamente animale, ma di quale animale?
Mi soffermai sui disegni della parte esterna, ora che la pergamena era aperta si vedevano bene e li riconobbi quasi subito, il fatto è che riconobbi anche il significato complessivo della composizione. Non si trattava di simboli isolati, ma di un unico, complesso, affresco.
Passai a guardare i sigilli, erano quattro, ora rotti a metà. Pensai che questa era una cosa buona, se erano solo quattro la mia teoria non poteva essere corretta. Poi li guardai più da vicino e sentii le ginocchia tremarmi mentre un brivido di freddo mi risalì per la schiena: tre dei quattro sigilli erano, doppi. Rischiai di cadere e dovetti appoggiarmi al mobile. Matteo si fece avanti per sorreggermi, ma lo fermai: ora era venuto il momento di leggere.
Iniziai e lasciai cadere quasi subito il rotolo per terra arretrando con lo sguardo fisso nel vuoto adagiandomi sulla vecchia sedia a dondolo. Non so quanto rimasi così, e non ricordo neanche dietro quali orrori la mia mente si fosse persa. Fu la voce di Stefania a riportarmi alla realtà: - Allora, cosa sta succedendo? Cos'è quella... cosa?
Mi voltai a guardarla e poggiai il mio sguardo sui suoi occhi, sperando che potesse placare la paura che sentivo,ma quando capii che non era possibile decisi di dire la verità.
- Un rotolo di pergamena chiuso da sette sigilli. Un libro a forma di rotolo che reca incise le immagini di tutti i tempi del mondo. Un rotolo che è scritto davanti e dietro. Un rotolo è stato aperto, infrangendo i sigilli ed è stato letto... Sono io che ve lo chiedo, che cos'è? - Ricordo bene che cosa dissi perché mi colpì, come se in quel momento, in qualche modo, non fossi io a parlare. Sandro rimase a guardarmi, smarrito, ma Stefania dovette sedersi: aveva capito.
- E ora cosa possiamo fare? - chiese Matteo abbracciando Anna. - Andiamocene e chiediamo aiuto a qualcuno...
Li guardai dubbioso poi mi alzai, cercando di ostentare una sicurezza che non avevo per nulla.
- Sarebbe la cosa più saggia, ma dubito che ce lo permetteranno. - E indicai la porta che dava sul corridoio.
Nell'oscurità si distinguevano tre paia di occhi che ci fissavano ondeggiando al buio. Stefania scattò in piedi stringendosi a Sandro. Io mi diressi verso l'ingresso, ero deciso a tentare il tutto per tutto. Feci solo in tempo ad afferrare la maniglia che caddi a terra con la bocca spalancata, senza neanche la forza di urlare.
La porta si era ricoperta di piccoli vermi pelosi che strisciavano freneticamente l'uno sull'altro e frinivano selvaggiamente. Mi sforzai di non vomitare e mi voltai verso le finestre. Vermi neri, neri e pelosi le nascondevano. I sei occhi ci continuavano a fissare dal corridoio danzando senza alcuna espressione. Eravamo tutti terrorizzati, ma bisognava fare qualcosa, non sapevo bene cosa, ma si doveva tentare.
-Sediamoci intorno al tavolo. - Dissi e afferrai il rotolo, trattenendo l'impulso di rannicchiarmi ed urlare, e lo poggiai al centro. Gli altri sembravano zombie, la loro sanità mentale stava iniziando a vacillare e anche la mia rischiava di cedere da un momento all'altro. Ora i vermi avevano smesso il loro osceno rumore.
L'unica cosa che mi teneva ancorato alla realtà era la volontà di salvarci, di salvarmi.
- Prendiamoci per mano, in modo da formare un cerchio.
Il suono stesso della mia voce risuonava putrido nel silenzio di quella stanza. Gli altri fecero come avevo detto, meccanicamente, mentre io mi soffermai a guardare Stefania. Il suo sguardo, sempre così vivo, intenso, profondo ora si era spento e sembrava smarrito mentre fissava il rotolo.
- Ora proviamo a concentrarci. Chiudiamo gli occhi e tentiamo di estraniarci da quanto sta succedendo. Non pensate a nulla...
Parapsicologia da salotto, non serviva a niente e loro lo sapevano, come lo sapevo io. Gli occhi rimasero aperti e le mie parole ormai erano fredde e vuote. Era tutto falso, qualunque cosa mi venisse in mente era falsa ed inutile. Non avevo le conoscenze per fermare quello che stava accadendo, ma anche questo era falso e me ne resi conto nel momento stesso in cui lo pensai.
Non era la conoscenza a mancarmi, ma la fede. Sapevo cosa stava accadendo e sapevo anche che se mi fossi lasciato guidare dal mio cuore avrei potuto salvarli, ma ancora non sapevo quale sarebbe stato il prezzo da pagare. Fu allora che il silenzio della stanza venne interrotto da un suono che non seppi subito comprendere, ma che dopo paragonai a quello del sangue che frigge nell'olio bollente.
Un'altra impronta apparve sul muro.
Notai come nessuno reagì. Il male, quello vero, non quello dei film o dei racconti, ti tocca nel profondo, svuotandoti di ogni forza lasciandoti simile ad una larva. Ti lascia incapace di qualunque reazione, mentre la disperazione soverchia ogni altro sentimento. La sentivo anch'io questa forza oscura che mi avvolgeva l'animo e che relegava la fede, la luce, negli angoli più remoti del mio intimo.
Ci fu un attimo però in cui pensai alla luce, pensai all'armatura di luce che si dice rivesta il fedele, allo scudo che soccorre il credente e quell'attimo fu sufficiente per farmi capire quello che andava fatto. Afferrai il rotolo di scatto ed iniziai a morderlo, prima timidamente poi sempre con maggiore avidità. La pergamena cedeva facilmente sotto i miei denti, ma non me ne sorpresi perché era la definitiva conferma di ciò che sospettavo.
Lo sentivo dolce al palato, ma quando lo ebbi inghiottito completamente sentì un dolore lancinante bruciarmi le viscere e mi accasciai a terra, piegato in due.

L'ultima cosa "normale" che ricordo è il volto di Matteo che si avvicina a me, poi mi risvegliai in chiesa, nella mia chiesa, durante la celebrazione della messa. Cominciai a guardarmi intorno, c'erano tutti i miei amici, ma nessuno di loro badava a me. Tutti fissavano l'altare su cui il rito procedeva senza interruzioni. Sembrava tutto normale, troppo normale. Dovevo uscire, andarmene, non era quello il luogo in cui dovevo essere.
Mi precipitai fuori di corsa e quando mi fermai notai che avevo il fiatone, anche se, in realtà, avevo corso solo per un paio di metri. Alzai lo sguardo, mi trovavo in una grande metropoli, non ero in grado di identificarla, ma cominciai a camminare verso una meta che, in realtà, ignoravo io stesso.
Camminando mi accorsi che anche il mio abbigliamento era cambiato, avevo indosso il mio pastrano marrone. Non so bene perché, ma me ne sentii rincuorato, almeno finché non girai l'angolo e mi ritrovai di nuovo dentro una chiesa. Conoscevo anche questa e non era certo quella di prima, questa era La Chiesa.
Ero all'interno della basilica di S. Pietro, o almeno ad una prima occhiata poteva sembrare la stessa, ma in realtà era profondamente diversa. Era molto, molto più grande. Almeno dieci, ma forse anche quindici volte più grande dell'originale e tutto: statue, gradini, colonne, dipinti, nicchie era in proporzione.
Mi sentii smarrito in quel luogo, ma non a causa di quel turbamento misterioso che si prova dinanzi alla santità, ma per un timore intriso di disperazione che mi riempiva l'anima. Cominciai a muovere qualche passo in avanti, timidamente, mentre la mia mente iniziava ad abituarsi, per quanto possibile, a quell'assurdità. Notai che, in corrispondenza di ogni altare laterale c'erano delle vere e proprie piccole folle. Mi feci vicino, curioso ed un po' rincuorato finché non mi resi conto di ciò che stava succedendo. Su ogni altare si stava celebrando una messa, ma la vista dell'officiante mi fece indietreggiare inorridito. Indossava dei paramenti completamente neri e il suo viso era... vuoto.
Un ovale liscio come quello delle marionette che usano i pittori. Anche gli altri preti erano così, stole nere e volti inesistenti. Presi a correre cercando di raggiungere l'uscita, ma mi sembrava di non arrivare mai da nessuna parte. Il pavimento, le pareti intorno a me cambiavano, ma era come se io rimanessi sempre fermo nello stesso punto. Improvvisamente mi ritrovai davanti ad un muro di marmo, per poi rendermi conto che non era un muro, ma il primo gradino di una grande scalinata che probabilmente conduceva ad un'altra ala di quella gigantesca cattedrale. Tentai di salire, ma ci rinunciai ben presto visto che mancava del tutto qualsiasi appiglio. Sentivo però di dover arrivare in cima. Mi guardai intorno e decisi di arrampicarmi sfruttando la base di una delle colonne che reggevano una cupola così alta che facevo fatica a vederne la sommità. La scalata non fu difficile perché c'erano diversi punti d'appoggio che sfruttai, ma la fatica più grande rimaneva sempre la mia lotta contro la disperazione che sentivo aumentare man mano che andavo avanti. La mia forza di volontà vacillava, ma dovevo arrivare in cima, dovevo tentare di rimettere le cose a posto, dovevo vedere cosa c'era là sopra.
Quando ci riuscii non saprei dire quanto tempo fosse passato, ricordo solo di essermi accasciato per terra come se finalmente mi fossi liberato di un grosso peso che mi pesava sulle spalle.
Alzando gli occhi mi resi conto, però che un altro ben più terribile mi attendeva. Ci volle qualche attimo prima che mi abituassi alla nuova luminosità, perché la luce non filtrava più dall'esterno, ma l'ambiente era illuminato solo da una serie di tremule candele appese alle pareti. Mi alzai tremando, mentre un freddo improvviso mi avvolgeva. I miei passi risuonavano vuoti, mentre avanzavo ed io sobbalzavo nel sentire il rumore delle mie stesse rotule, dell'osso che sfregava l'osso. Di fronte a me c'era qualcosa di vago, di scuro: una folla di uomini neri, pensai. Poi mi arrestai di colpo e questa volta ero sicuro di sentire i miei denti tremare e non per il freddo, quando mi resi conto di cosa era realmente quella folla.
Come posso ora descrivere ciò che mi stava davanti? Come posso avere la presunzione di conoscere parole che sappiano imprigionare l'essenza di ciò che stavo vedendo?
Reliquiari, alti due volte un uomo con la parte superiore e quella inferiore di legno intarsiato e il corpo principale di vetro. Erano cento forse o forse di più, non riuscivo a vederli tutti e pendevano dal soffitto attaccati a pesanti catene di ferro. Dentro c'erano dei corpi. Dei corpi neri, deformi, pelosi, alcuni mi sembravano senza testa altri con più braccia, forse con una coda.
Poi capii, non so da dove arrivasse quella consapevolezza, ma fu come se fossi già stato lì e stessi solo rivivendo qualcosa di già accaduto. Quelli erano i corpi dei demoni sconfitti dai Santi nel corso dell'eternità. Conservati lì come monito per i miscredenti e come prova per i fedeli. Pronti ad essere rilasciati quando sarebbe giunta l'ultima ora, prima della battaglia di Megiddo.
Ora, però, notai anche qualcos'altro. Il vetro di uno dei reliquiari era infranto e il suo occupante sparito. In quel momento compresi tutto, compresi anche quello che avrei dovuto fare. Quando il libro a forma di rotolo sarebbe stato aperto e letto quei demoni si sarebbero liberati e riversati sulla terra, finché l'agnello non sarebbe giunto a proclamare il suo regno e a bandire per sempre, nel vuoto, i suoi nemici.
Quando Sandro aveva letto solo le prime righe del rotolo aveva liberato solo uno dei demoni, il primo e questi era tornato sulla terra a completare la sua opera; le impronte infuocate che avevamo visto erano le impronte delle anime sue vittime, erano i suoi trofei.
Ora le alternative erano solo due, leggere fino in fondo il rotolo e scatenare l'apocalisse oppure imprigionare di nuovo il demone all'interno del suo reliquiario. Sapevo che avrei potuto farlo, ma sentivo anche che questo mi sarebbe costato ben più di quanto avessi mai immaginato. Io non avevo la purezza di un santo e quindi non potevo sfidare il demone con la mia anima, ma avrei dovuto usare il mio corpo come prigione eterna.
Andai vicino al reliquiario rotto e mi arrampicai al suo interno.
Fu più facile di quanto pensassi. Appoggiai le mani alla superficie di vetro rimasto intatto e cominciai a ricordare quel poco che avevo imparato dai miei studi di teologia: - Nel nome del Signore Dio d'Israele, sia Michael alla mia destra, Gabriel alla mia sinistra, dinanzi a me Uriel, dietro a me Raphael e sopra la mia testa la divina presenza di Dio. - Sentii una lieve brezza tiepida e continuai: - Io chiamo Jurkemi perché la sua grandine sepellisca Semiazas; Rydiah, che la sua pioggia lavi Armaras; Rahab, che col mare travolga Barakiel, Lailah e Yefifyah che incatenino Samsiel e Sahariel, ed infine ti invoco Metatron conduci in catene Jetzer Hara, l'angelo della morte, al mio cospetto, di fronte alla sua nuova prigione. - Non sentii più freddo, ma solo un dolce calore che mi avvolse.
Poi li vidi: Michael, Gabriel, Uriel, Raphael che lo portavano vinto, in catene.
Li vidi avvicinarsi al mio corpo, ormai solo un involucro e vidi il demone prenderne possesso, mentre il reliquiario si ricostituiva intatto. Vidi anche, per un attimo, cos'era successo sulla terra. Le vittime di Jetzer Hara e i miei amici, sani e salvi, chini sul mio corpo morto.
Infarto, fu stabilito in seguito. Poi gli angeli mi mostrarono questa stanza. Il mio corpo mortale ha raggiunto la terra, il mio corpo celeste è diventato la custodia dell'angelo della morte e la mia anima è quindi costretta rimanere qui, fino alla fine dei tempi, per scrivere, in continuazione la mia storia.

Venni a sapere del rotolo molto tardi in realtà, ne avevo sentito parlare, ma non gli avevo dato molto peso, pensavo si trattasse di una cosa senza troppa importanza…

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