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IL
ROTOLO
"Chi
ha orecchi, ascolti:
Colui che deve andare in prigionia, andrà in prigionia;
colui che deve essere ucciso di spada, di spada sia ucciso."
(Apocalisse XIII, 9-10)
Venni
a sapere del rotolo molto tardi in realtà, ne avevo sentito parlare,
ma non gli avevo dato molto peso, pensavo si trattasse di una cosa senza
importanza. Decisi che dovevo smetterla di essere sempre sospettoso
aspettandomi il peggio.
Quanto me ne sarei pentito allora non lo immaginavo neanche.
Ora è qui sulla mia scrivania in attesa del suo destino, ora
so cosa andava fatto, ma il prezzo che ho pagato, che abbiamo pagato
è stato troppo alto. Ho cercato di ricostruirne la storia per
quanto mi è stato possibile, ma le mie ricerche si sono rivelate
sterili. Qualunque ipotesi sulla sua genesi è plausibile, anche
se ho tentato di dare ai fatti che sono successi una spiegazione, non
oso dire razionale, ma perlomeno coerente.
Fu
Stefania a trovarlo, nella cantina di suo nonno, mi disse poi.
Non andava da lui spesso, ma quando capitava non si lasciava sfuggire
l'opportunità di esplorare la sua enorme cantina dall'antica
volta a botte. Finiva col perdersi tra tutti gli oggetti accatastati
lì, per lei si trattava di una vera e propria caccia al tesoro.
Il rotolo era dentro un piccolo scrigno impolverato. Stefania aprì
il cofanetto curiosa e quando all'interno vi trovò un rotolo
di pergamena nera (in realtà capimmo dopo che la pergamena era
di pelle) fu pervasa da un'insolita frenesia che la portò a dimenticare
qualunque altra cosa. Quell'insolito oggetto attirava la sua attenzione
del tutto. Lo prese senza dire niente a nessuno e lo portò a
casa, pensando che non se ne sarebbero accorti visto lo strato di polvere
che c'era sul cofanetto.
Quest'ultimo, però, lo lasciò al suo posto, dopo averlo
richiuso. Non ho motivo di credere che le cose siano andate in maniera
diversa, ma ci tengo a precisare che chi è tornato, in seguito
in quella cantina non ha più trovato alcuna traccia del cofanetto.
Ma torniamo al nostro racconto e a quel rotolo nero. Stefania lo tenne
con sé un paio di giorni senza mostrarlo a nessuno, neanche alla
sorella. Passava diverso tempo a fissare i segni che si intravedevano
sulla parte esterna della pergamena, le sembrava di conoscerli, molti
li riconobbe pure, ma senza essere capace di dar loro un senso compiuto,
una visione d'insieme.
Alla fine si decise ad aprirlo, ma si rese subito conto che non era
così semplice perché quattro sigilli in ceralacca rossa
lo bloccavano. Avrebbe potuto forzarli facilmente, ma qualcosa le suggerì
di non farlo e ci rinunciò. Mi rammarico solo che questo non
sia stato fatto anche in seguito, quanto dolore si sarebbe potuto evitare...
Per Stefania era giunto il momento di parlare con qualcuno della sua
scoperta, così, quella sera stessa, portò il rotolo a
casa di Anna e Matteo. Con loro si confidava su tutto e poi, probabilmente,
pensò che avrebbero saputo consigliarla su cosa farne.
In realtà anche Anna e Matteo rimasero piuttosto perplessi. Si
convinsero che la pergamena era di pelle nera, e identificarono molti
dei simboli che vi erano tracciati: animali fantastici, un ariete, delle
trombe, stelle, la menorah, angeli ed altri segni che, in apparenza,
erano lì solo come ornamento. Alla fine decisero che era meglio
sentire me e Sandro che, forse, potevamo capirci qualcosa in più.
Se noi avessimo ritenuto fosse stato il caso avremmo poi consegnato
il rotolo ad un vero esperto.
Fu allora che venni a sapere per la prima volta del rotolo, mi chiamarono
per proporre di trovarsi tutti a casa loro la sera dopo. Ammetto che
la cosa mi affascinava molto, ma dovetti declinare l'invito perché
quella sera ero di turno. In ogni caso dissi che sarebbe bastato il
parere di Sandro, tutto sommato era lui lo storico del gruppo e pensavo
si trattasse, fondamentalmente, di datare un oggetto; non immaginavo,
neanche lontanamente, la vera natura di quella pergamena. Così
mi dimenticai del rotolo per almeno un paio di giorni fino a quando
non ricevetti la telefonata di Matteo.
Procediamo con ordine però, e torniamo indietro alla sera in
cui loro si riunirono, per cercare di capire cosa accadde. Come ho accennato
Sandro ha, non solo passione per la storia, ma la conosce anche bene,
veramente. Quel rotolo lo incuriosì molto, esaminò con
cura tutta la pergamena ed anche lui identificò i disegni, più
o meno, come avevano fatto Matteo e Anna.
Però si accorse che qualcosa non andava, lo stile artistico di
ogni soggetto si differenziava notevolmente dagli altri. Ogni disegno
rimandava ad epoche passate per il modo in cui era dipinto, si passava
da raffigurazioni di angeli paleocristiane ai demoni delle cattedrali
gotiche attraverso illustrazioni di trombe di evidente stile moderno.
E fu l'accorgersi di questo particolare a trarlo in inganno, perché
lo spinse a credere che l'intero oggetto fosse un falso, fatto di recente
e senza alcun valore né storico, né economico. Decise
quindi di rompere i sigilli e di aprirlo.
In seguito mi sono ritrovato spesso a pensare che se Sandro fosse stato
più sospettoso, forse nulla di quanto è accaduto dopo
sarebbe successo.
Aperta la pergamena la srotolò ed iniziò a sorridere lentamente.
Era scritta in latino, una buona imitazione del latino antico, disse,
e nella foga del momento fece una delle cose più sciocche che
potesse fare: lesse ad alta voce le prime righe, così per movimentare
la serata. Serata che finì, in effetti, molto più tranquillamente
di com'era iniziata.
Ormai il mistero sembrava essere stato risolto. Il rotolo era un falso
e nessuno si pose il problema di capire cosa ci fosse realmente scritto.
Sandro intuì, grazie a quel poco che conosceva di latino, che
si parlava dei santi degli ultimi giorni o di qualcosa del genere. Così
il rotolo rimase, dimenticato, da Matteo e Anna.
Il giorno dopo li incontrai tutti e quattro, ne parlammo brevemente
ed io, ignorando la mia naturale curiosità, non approfondii l'argomento.
Ricordo però di aver preso mentalmente nota del fatto che Matteo
si lamentava di aver dormito male.
Era
l'una di Domenica notte e stavo per parcheggiare nel cortile di casa
quando squillò il cellulare. Erano loro, mi chiesero di andare
lì subito. Mi precipitai e lungo il tragitto mi chiedevo cosa
poteva essere successo per indurli a chiamarmi a quell'ora e sopratutto
a chiamare proprio me. Ancora non pensavo al rotolo.
Quando arrivai Sandro e Stefania erano già lì e non potei
fare a meno di notare il pallore delle loro espressioni. In quel momento
sembrava fossi l'unico a non essere terrorizzato, probabilmente perché
ancora non sapevo cosa stava succedendo.
Iniziai subito a fare delle domande, ma l'unica risposta che ottenni
fu un cenno del capo ad indicare il muro della sala vicino alla porta
che dava sul balcone. Mi arrestai incredulo nel fissare l'impronta di
una mano e il segno di una croce rovesciata. Rimasi immobile senza sapere
cosa fare, poi mi decisi ad avvicinarmi per osservarla meglio. Ero sconcertato,
ma pensai che mostrarlo non sarebbe servito a nulla.
L'impronta e la croce non erano dipinte, ma anzi sembrava che il muro
fosse stato marchiato a fuoco. Guardai di nuovo e poi mi decisi a passare
un dito lungo i contorni dell'immagine. Il muro era caldo e sul mio
polpastrello era rimasta della fuliggine nera e qualche grumo di colore
rosso scuro. Rimasi a fissarmi il dito titubante e mi sovvenne un idea,
folle, ma che poteva dare a tutto quello un senso: era uno scherzo.
Ma certo, si trattava di uno stupido scherzo cretino, pensai. Non era
certo la prima volta. Così mi decisi e avvicinai il polpastrello
alla lingua... cenere mista a sangue, questo fu il sapore che sentii.
A quel punto non ebbi più dubbi, realizzai perché mi avevano
chiamato. Una volta gli avevo parlato di questo tipo di impronte, si
diceva che fossero fatte da anime del purgatorio erranti su questa terra
in continua ricerca di una pace che non hanno. Ero terrorizzato, perché
intuivo che questo sarebbe stato solo il principio di qualcosa di molto
pericoloso, ma non potevo permettermi di dimostrarlo. Loro credevano
che io sapessi cosa fare se avessi confessato il contrario era facile
che crollassero diventando facili prede di ciò che si aggirava
in quel luogo. Meglio tentare di dar loro un sostegno, sperando solo
di non essere io il primo a cadere. Mi voltai e chiesi se questa era
l'unica manifestazione di quel tipo e se erano accaduti altri fatti
insoliti di recente.
- Solo questa... - sospirò Anna.
- Ci sono anche i rumori, a dire il vero...- aggiunse Matteo.
- Che rumori?
- Sono tre notti che dormiamo poco e male perché sentiamo rumori
strani... colpi, lamenti, pianti...credevo venissero da fuori, ma adesso...
- Tre notti... - rimasi un attimo a pensare, ma il collegamento mi venne
quasi subito, misteriosamente - Da quando avete il rotolo di cui mi
parlate?
- Non proprio, o meglio sì, ma da quando lo abbiamo aperto. -
Rispose Anna.
- Posso vederlo? - Mi indicarono dov'era, sembrava che avessero paura
anche solo di avvicinarsi come se avessero cominciato a capire ciò
che stava accadendo.
Lo osservai per un po', senza toccarlo, poi chiesi a Sandro di raccontarmi,
il più dettagliatamente possibile, quello che avevano fatto tre
sere prima col libro. Cercavo di ascoltarlo, ma la mia mente era distratta.
Osservavo l'oggetto che avevo davanti, ma questo non mi impediva di
cogliere gli aspetti principali del racconto, se non i particolari.
Avevano pensato si trattasse di un falso, l'avevano aperto e ne avevano
letto, a voce alta, le prime righe. Quando Sandro terminò mi
ero già fatto un'idea di cosa fosse quello che avevamo davanti,
ma mi sembrava talmente assurdo che ritenni fosse necessario cercare
altre conferme, così mi decisi a toccarlo. Sentivo l'impazienza
di chi mi stava intorno, ormai speravano che dicessi qualcosa, ma ancora
non potevo dire nulla, nulla che non li avrebbe spaventati ulteriormente.
Al tatto il libro mi sembrò caldo, inizialmente pensai fosse
solo una mia impressione e lo afferrai con entrambe le mani. Non mi
sbagliavo era caldo e parecchio anche. La pergamena era insolita, un
immagine inquietante mi attraversò la mente, e pensai fosse pelle
umana, poi scartai l'ipotesi. Era decisamente animale, ma di quale animale?
Mi soffermai sui disegni della parte esterna, ora che la pergamena era
aperta si vedevano bene e li riconobbi quasi subito, il fatto è
che riconobbi anche il significato complessivo della composizione. Non
si trattava di simboli isolati, ma di un unico, complesso, affresco.
Passai a guardare i sigilli, erano quattro, ora rotti a metà.
Pensai che questa era una cosa buona, se erano solo quattro la mia teoria
non poteva essere corretta. Poi li guardai più da vicino e sentii
le ginocchia tremarmi mentre un brivido di freddo mi risalì per
la schiena: tre dei quattro sigilli erano, doppi. Rischiai di cadere
e dovetti appoggiarmi al mobile. Matteo si fece avanti per sorreggermi,
ma lo fermai: ora era venuto il momento di leggere.
Iniziai e lasciai cadere quasi subito il rotolo per terra arretrando
con lo sguardo fisso nel vuoto adagiandomi sulla vecchia sedia a dondolo.
Non so quanto rimasi così, e non ricordo neanche dietro quali
orrori la mia mente si fosse persa. Fu la voce di Stefania a riportarmi
alla realtà: - Allora, cosa sta succedendo? Cos'è quella...
cosa?
Mi voltai a guardarla e poggiai il mio sguardo sui suoi occhi, sperando
che potesse placare la paura che sentivo,ma quando capii che non era
possibile decisi di dire la verità.
- Un rotolo di pergamena chiuso da sette sigilli. Un libro a forma di
rotolo che reca incise le immagini di tutti i tempi del mondo. Un rotolo
che è scritto davanti e dietro. Un rotolo è stato aperto,
infrangendo i sigilli ed è stato letto... Sono io che ve lo chiedo,
che cos'è? - Ricordo bene che cosa dissi perché mi colpì,
come se in quel momento, in qualche modo, non fossi io a parlare. Sandro
rimase a guardarmi, smarrito, ma Stefania dovette sedersi: aveva capito.
- E ora cosa possiamo fare? - chiese Matteo abbracciando Anna. - Andiamocene
e chiediamo aiuto a qualcuno...
Li guardai dubbioso poi mi alzai, cercando di ostentare una sicurezza
che non avevo per nulla.
- Sarebbe la cosa più saggia, ma dubito che ce lo permetteranno.
- E indicai la porta che dava sul corridoio.
Nell'oscurità si distinguevano tre paia di occhi che ci fissavano
ondeggiando al buio. Stefania scattò in piedi stringendosi a
Sandro. Io mi diressi verso l'ingresso, ero deciso a tentare il tutto
per tutto. Feci solo in tempo ad afferrare la maniglia che caddi a terra
con la bocca spalancata, senza neanche la forza di urlare.
La porta si era ricoperta di piccoli vermi pelosi che strisciavano freneticamente
l'uno sull'altro e frinivano selvaggiamente. Mi sforzai di non vomitare
e mi voltai verso le finestre. Vermi neri, neri e pelosi le nascondevano.
I sei occhi ci continuavano a fissare dal corridoio danzando senza alcuna
espressione. Eravamo tutti terrorizzati, ma bisognava fare qualcosa,
non sapevo bene cosa, ma si doveva tentare.
-Sediamoci intorno al tavolo. - Dissi e afferrai il rotolo, trattenendo
l'impulso di rannicchiarmi ed urlare, e lo poggiai al centro. Gli altri
sembravano zombie, la loro sanità mentale stava iniziando a vacillare
e anche la mia rischiava di cedere da un momento all'altro. Ora i vermi
avevano smesso il loro osceno rumore.
L'unica cosa che mi teneva ancorato alla realtà era la volontà
di salvarci, di salvarmi.
- Prendiamoci per mano, in modo da formare un cerchio.
Il suono stesso della mia voce risuonava putrido nel silenzio di quella
stanza. Gli altri fecero come avevo detto, meccanicamente, mentre io
mi soffermai a guardare Stefania. Il suo sguardo, sempre così
vivo, intenso, profondo ora si era spento e sembrava smarrito mentre
fissava il rotolo.
- Ora proviamo a concentrarci. Chiudiamo gli occhi e tentiamo di estraniarci
da quanto sta succedendo. Non pensate a nulla...
Parapsicologia da salotto, non serviva a niente e loro lo sapevano,
come lo sapevo io. Gli occhi rimasero aperti e le mie parole ormai erano
fredde e vuote. Era tutto falso, qualunque cosa mi venisse in mente
era falsa ed inutile. Non avevo le conoscenze per fermare quello che
stava accadendo, ma anche questo era falso e me ne resi conto nel momento
stesso in cui lo pensai.
Non era la conoscenza a mancarmi, ma la fede. Sapevo cosa stava accadendo
e sapevo anche che se mi fossi lasciato guidare dal mio cuore avrei
potuto salvarli, ma ancora non sapevo quale sarebbe stato il prezzo
da pagare. Fu allora che il silenzio della stanza venne interrotto da
un suono che non seppi subito comprendere, ma che dopo paragonai a quello
del sangue che frigge nell'olio bollente.
Un'altra impronta apparve sul muro.
Notai come nessuno reagì. Il male, quello vero, non quello dei
film o dei racconti, ti tocca nel profondo, svuotandoti di ogni forza
lasciandoti simile ad una larva. Ti lascia incapace di qualunque reazione,
mentre la disperazione soverchia ogni altro sentimento. La sentivo anch'io
questa forza oscura che mi avvolgeva l'animo e che relegava la fede,
la luce, negli angoli più remoti del mio intimo.
Ci fu un attimo però in cui pensai alla luce, pensai all'armatura
di luce che si dice rivesta il fedele, allo scudo che soccorre il credente
e quell'attimo fu sufficiente per farmi capire quello che andava fatto.
Afferrai il rotolo di scatto ed iniziai a morderlo, prima timidamente
poi sempre con maggiore avidità. La pergamena cedeva facilmente
sotto i miei denti, ma non me ne sorpresi perché era la definitiva
conferma di ciò che sospettavo.
Lo sentivo dolce al palato, ma quando lo ebbi inghiottito completamente
sentì un dolore lancinante bruciarmi le viscere e mi accasciai
a terra, piegato in due.
L'ultima
cosa "normale" che ricordo è il volto di Matteo che
si avvicina a me, poi mi risvegliai in chiesa, nella mia chiesa, durante
la celebrazione della messa. Cominciai a guardarmi intorno, c'erano
tutti i miei amici, ma nessuno di loro badava a me. Tutti fissavano
l'altare su cui il rito procedeva senza interruzioni. Sembrava tutto
normale, troppo normale. Dovevo uscire, andarmene, non era quello il
luogo in cui dovevo essere.
Mi precipitai fuori di corsa e quando mi fermai notai che avevo il fiatone,
anche se, in realtà, avevo corso solo per un paio di metri. Alzai
lo sguardo, mi trovavo in una grande metropoli, non ero in grado di
identificarla, ma cominciai a camminare verso una meta che, in realtà,
ignoravo io stesso.
Camminando mi accorsi che anche il mio abbigliamento era cambiato, avevo
indosso il mio pastrano marrone. Non so bene perché, ma me ne
sentii rincuorato, almeno finché non girai l'angolo e mi ritrovai
di nuovo dentro una chiesa. Conoscevo anche questa e non era certo quella
di prima, questa era La Chiesa.
Ero all'interno della basilica di S. Pietro, o almeno ad una prima occhiata
poteva sembrare la stessa, ma in realtà era profondamente diversa.
Era molto, molto più grande. Almeno dieci, ma forse anche quindici
volte più grande dell'originale e tutto: statue, gradini, colonne,
dipinti, nicchie era in proporzione.
Mi sentii smarrito in quel luogo, ma non a causa di quel turbamento
misterioso che si prova dinanzi alla santità, ma per un timore
intriso di disperazione che mi riempiva l'anima. Cominciai a muovere
qualche passo in avanti, timidamente, mentre la mia mente iniziava ad
abituarsi, per quanto possibile, a quell'assurdità. Notai che,
in corrispondenza di ogni altare laterale c'erano delle vere e proprie
piccole folle. Mi feci vicino, curioso ed un po' rincuorato finché
non mi resi conto di ciò che stava succedendo. Su ogni altare
si stava celebrando una messa, ma la vista dell'officiante mi fece indietreggiare
inorridito. Indossava dei paramenti completamente neri e il suo viso
era... vuoto.
Un ovale liscio come quello delle marionette che usano i pittori. Anche
gli altri preti erano così, stole nere e volti inesistenti. Presi
a correre cercando di raggiungere l'uscita, ma mi sembrava di non arrivare
mai da nessuna parte. Il pavimento, le pareti intorno a me cambiavano,
ma era come se io rimanessi sempre fermo nello stesso punto. Improvvisamente
mi ritrovai davanti ad un muro di marmo, per poi rendermi conto che
non era un muro, ma il primo gradino di una grande scalinata che probabilmente
conduceva ad un'altra ala di quella gigantesca cattedrale. Tentai di
salire, ma ci rinunciai ben presto visto che mancava del tutto qualsiasi
appiglio. Sentivo però di dover arrivare in cima. Mi guardai
intorno e decisi di arrampicarmi sfruttando la base di una delle colonne
che reggevano una cupola così alta che facevo fatica a vederne
la sommità. La scalata non fu difficile perché c'erano
diversi punti d'appoggio che sfruttai, ma la fatica più grande
rimaneva sempre la mia lotta contro la disperazione che sentivo aumentare
man mano che andavo avanti. La mia forza di volontà vacillava,
ma dovevo arrivare in cima, dovevo tentare di rimettere le cose a posto,
dovevo vedere cosa c'era là sopra.
Quando ci riuscii non saprei dire quanto tempo fosse passato, ricordo
solo di essermi accasciato per terra come se finalmente mi fossi liberato
di un grosso peso che mi pesava sulle spalle.
Alzando gli occhi mi resi conto, però che un altro ben più
terribile mi attendeva. Ci volle qualche attimo prima che mi abituassi
alla nuova luminosità, perché la luce non filtrava più
dall'esterno, ma l'ambiente era illuminato solo da una serie di tremule
candele appese alle pareti. Mi alzai tremando, mentre un freddo improvviso
mi avvolgeva. I miei passi risuonavano vuoti, mentre avanzavo ed io
sobbalzavo nel sentire il rumore delle mie stesse rotule, dell'osso
che sfregava l'osso. Di fronte a me c'era qualcosa di vago, di scuro:
una folla di uomini neri, pensai. Poi mi arrestai di colpo e questa
volta ero sicuro di sentire i miei denti tremare e non per il freddo,
quando mi resi conto di cosa era realmente quella folla.
Come posso ora descrivere ciò che mi stava davanti? Come posso
avere la presunzione di conoscere parole che sappiano imprigionare l'essenza
di ciò che stavo vedendo?
Reliquiari, alti due volte un uomo con la parte superiore e quella inferiore
di legno intarsiato e il corpo principale di vetro. Erano cento forse
o forse di più, non riuscivo a vederli tutti e pendevano dal
soffitto attaccati a pesanti catene di ferro. Dentro c'erano dei corpi.
Dei corpi neri, deformi, pelosi, alcuni mi sembravano senza testa altri
con più braccia, forse con una coda.
Poi capii, non so da dove arrivasse quella consapevolezza, ma fu come
se fossi già stato lì e stessi solo rivivendo qualcosa
di già accaduto. Quelli erano i corpi dei demoni sconfitti dai
Santi nel corso dell'eternità. Conservati lì come monito
per i miscredenti e come prova per i fedeli. Pronti ad essere rilasciati
quando sarebbe giunta l'ultima ora, prima della battaglia di Megiddo.
Ora, però, notai anche qualcos'altro. Il vetro di uno dei reliquiari
era infranto e il suo occupante sparito. In quel momento compresi tutto,
compresi anche quello che avrei dovuto fare. Quando il libro a forma
di rotolo sarebbe stato aperto e letto quei demoni si sarebbero liberati
e riversati sulla terra, finché l'agnello non sarebbe giunto
a proclamare il suo regno e a bandire per sempre, nel vuoto, i suoi
nemici.
Quando Sandro aveva letto solo le prime righe del rotolo aveva liberato
solo uno dei demoni, il primo e questi era tornato sulla terra a completare
la sua opera; le impronte infuocate che avevamo visto erano le impronte
delle anime sue vittime, erano i suoi trofei.
Ora le alternative erano solo due, leggere fino in fondo il rotolo e
scatenare l'apocalisse oppure imprigionare di nuovo il demone all'interno
del suo reliquiario. Sapevo che avrei potuto farlo, ma sentivo anche
che questo mi sarebbe costato ben più di quanto avessi mai immaginato.
Io non avevo la purezza di un santo e quindi non potevo sfidare il demone
con la mia anima, ma avrei dovuto usare il mio corpo come prigione eterna.
Andai vicino al reliquiario rotto e mi arrampicai al suo interno.
Fu più facile di quanto pensassi. Appoggiai le mani alla superficie
di vetro rimasto intatto e cominciai a ricordare quel poco che avevo
imparato dai miei studi di teologia: - Nel nome del Signore Dio d'Israele,
sia Michael alla mia destra, Gabriel alla mia sinistra, dinanzi a me
Uriel, dietro a me Raphael e sopra la mia testa la divina presenza di
Dio. - Sentii una lieve brezza tiepida e continuai: - Io chiamo Jurkemi
perché la sua grandine sepellisca Semiazas; Rydiah, che la sua
pioggia lavi Armaras; Rahab, che col mare travolga Barakiel, Lailah
e Yefifyah che incatenino Samsiel e Sahariel, ed infine ti invoco Metatron
conduci in catene Jetzer Hara, l'angelo della morte, al mio cospetto,
di fronte alla sua nuova prigione. - Non sentii più freddo, ma
solo un dolce calore che mi avvolse.
Poi li vidi: Michael, Gabriel, Uriel, Raphael che lo portavano vinto,
in catene.
Li vidi avvicinarsi al mio corpo, ormai solo un involucro e vidi il
demone prenderne possesso, mentre il reliquiario si ricostituiva intatto.
Vidi anche, per un attimo, cos'era successo sulla terra. Le vittime
di Jetzer Hara e i miei amici, sani e salvi, chini sul mio corpo morto.
Infarto, fu stabilito in seguito. Poi gli angeli mi mostrarono questa
stanza. Il mio corpo mortale ha raggiunto la terra, il mio corpo celeste
è diventato la custodia dell'angelo della morte e la mia anima
è quindi costretta rimanere qui, fino alla fine dei tempi, per
scrivere, in continuazione la mia storia.
Venni
a sapere del rotolo molto tardi in realtà, ne avevo sentito parlare,
ma non gli avevo dato molto peso, pensavo si trattasse di una cosa senza
troppa importanza
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