LO SCOGLIO DELLA LUNA
 
di Donato Pirovano
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"Dedicato a Valeria"

C'era un colle proteso nel mare come un cuneo aguzzo; su entrambi i suoi lunghi lati s'infrangevano le onde. In prossimità della punta, a una distanza di circa duecento braccia, si ergeva uno scoglio di pietra viva, ripido e scosceso, alto poco meno del promontorio. Per la luce argentea di cui si ammantava nelle serate di plenilunio era conosciuto come lo scoglio della luna, ma ormai molti nel villaggio lo chiamavano lo scoglio di Calliope. Nel nome era racchiuso il senso dell'antica profezia. L'oracolo, interrogato da Cauno quando la moglie morì di parto, aveva proclamato la dura condizione: - Nessuno ti succederà se prima non avrà superato tua figlia sullo scoglio della luna. Chi sarà più veloce di lei l'avrà in sposa. I lenti pagheranno con la morte.

Col tempo la principessa era divenuta bella e agile e nella corsa la sua avvenenza si faceva maggiore. Resa alata dall'impeto dei piedi, con i sandali dorati e i lunghi capelli castani che le ricadevano sulle bianche spalle, scendeva dal palazzo verso il promontorio, si districava snella e flessuosa tra le rocce e gli ispidi dumi, si slanciava rapida lungo la parete scoscesa e da un alto pietrone si tuffava in mare; in acqua i suoi movimenti erano decisi, ritmici, uniformi nonostante la corrente; giunta bagnata alle pendici dello scoglio si inerpicava con vigore e destrezza facendo forza coi muscoli delle braccia e con lo slancio delle gambe, in alcuni punti non esitava a lasciarsi sospesa nel vuoto e a risollevarsi con agile sforzo, e quindi arrivata in cima si fermava in silenzio a contemplare la via percorsa, sentendo il battito accelerato del cuore e l'affannoso respiro. Chi da lontano la vedeva lassù, alta e slanciata, provava un senso di ammirazione e tremore come davanti a una dea. Da una finestra dell'alto palazzo anche Cauno guardava quel profilo lontano e nei suoi occhi non si poteva dire se ci fosse più meraviglia o preoccupazione. Un vero senso di scoraggiamento, invece, aveva invaso i cuori dei giovani del regno. Un tempo compagni di giochi di Calliope, avevano condiviso a lungo la corsa e il nuoto, alcuni più audaci anche l'arrampicata sullo scoglio della luna, ma col passare degli anni ognuno aveva formato dentro di sé la solida convinzione che lungo quel percorso la principessa era imbattibile e che sarebbe stato folle sfidare la dura profezia. Bella e terribile, Calliope consumava nell'attimo la passione che suscitava nei giovani cuori.

Giacinto arrivò di notte. Di primo mattino si presentò al palazzo, chiese e ottenne udienza. Al re Cauno avanzò la richiesta di sposare Calliope.
- Tu conosci la nostra antica profezia?
- La conosco, così come è giunta fino nel regno orientale, il regno di mio padre Penteo, la fama della bellezza di vostra figlia.
- Sei disposto dunque a sfidarla?
- Se questo è il desiderio di vostra maestà e della principessa, sono disposto.
Il re mandò a chiamare Calliope. Avvolta in una leggera veste bianca, coi capelli raccolti sopra la nuca, la principessa percorse tutta la sala, passò davanti al giovane straniero e si accostò al padre.
- Figlia, Giacinto, figlio del re Penteo che governa le terre oltre le Simplegadi, ha chiesto la tua mano ed è disposto a sfidarti nella corsa fino allo scoglio della luna secondo le parole dell'oracolo. Accetti questa prova?
Calliope si voltò, incrociò per un attimo gli occhi di Giacinto, poi parlò al padre: - Padre, se questa è anche la vostra volontà, io sono disposta alla gara.
- Si gareggerà fra sette giorni, al prossimo plenilunio. Nel frattempo il principe Giacinto sarà ospite nel nostro palazzo e potrà prepararsi alla sfida.

Il sole era ancora alto nel cielo quando Giacinto scese dal palazzo verso il mare.
Accompagnato da due servi del re, percorse tutto il promontorio scrutando con attenzione il tortuoso sentiero, fermandosi più volte a osservare i cespugli, le basse tamerici, i piccoli arbusti, le pietre più grandi, girandosi spesso a misurare la distanza dal palazzo. Giunti al vertice del lungo cuneo, gli fu mostrata la ripida discesa a precipizio, il tratto di mare e il roccioso scoglio della luna assolutamente privo di vegetazione. Giacinto rimase a lungo in silenzio affondando il suo sguardo intenso e penetrante fino alle onde che frangendosi sulle pietre alzavano alti zampilli e poi sollevandolo in lontananza a scrutare l'alto e solitario scoglio luccicante di sole. Poi si volse alla via del ritorno, senza fare domande.
Alle prime luci dell'alba successiva Giacinto lasciò il palazzo. Si diresse verso il promontorio ora con una corsa agile e leggera ora lanciando rapidi scatti ora fermandosi a misurare con lo sguardo la distanza dal palazzo e dalla punta. I pescatori che tornavano con le loro barche lo videro tuffarsi in mare con un plastico volo chiuso alla fine da un'entrata secca e precisa nell'acqua limpida del mattino. Con ampie e vigorose bracciate raggiunse lo scoglio e si arrampicò sulla prima pietra aguzza, resa liscia e scivolosa dal continuo frangersi delle onde.
Si arrestò a contemplare il mare e più in là la ripida discesa che aveva troncato a metà con il tuffo. Cercò con lo sguardo vari punti. Immaginò altri possibili tuffi. Poi alzò gli occhi verso la cima dello scoglio. Le pietre aggettanti ne impedivano la visione. Salì piano piano, fermandosi più volte a guardare il tratto percorso e quello rimanente. Con la mente anticipava la possibile salita. Provava e riprovava cambiando spesso direzione, cercando di evitare i punti più ardui, stando attento alle insidie delle pietre umide e lisce e dei tratti di terreno ghiaioso. Finalmente in cima si sedette su un ampio pietrone e volse lo sguardo intorno. Il riflesso gli impedì di scorgere in lontananza la figura di Calliope affacciata alla finestra del palazzo.

Nei giorni successivi Giacinto continuò a provare il percorso sperimentando nuove soluzioni, diverse tecniche di discesa e soprattutto altre possibili vie per l'arrampicata finale. La luna quasi piena permetteva anche di provare il campo di gara di sera. Il giovane si fermava spesso a scrutare il terreno, a adattare la vista alla luce della luna, a riconoscere quei punti che di giorno avevano un altro colore. Il re Cauno seguiva con compiacente ammirazione l'impegno e la dedizione del principe straniero nel preparare la sfida. I suoi informatori l'avevano ragguagliato sulle prove e sulle capacità del giovane. Notizie ben più precise aveva ricevuto Calliope. Pur avendo accuratamente evitato di incontrare Giacinto lungo il percorso, la principessa sapeva i punti di forza e le debolezze del suo sfidante. Forte e robusto, ma non molto veloce nella corsa, con audacia si tuffava da una grande altezza evitando così la discesa a precipizio; molto rapido in mare dove sfruttava la forza delle braccia e delle gambe lunghe e possenti; abile e potente nell'arrampicarsi anche se non conosceva ancora i punti migliori di salita che solo una lunga consuetudine poteva svelare.
Nei suoi continui allenamenti invece Calliope cercava di non dare vantaggi all'avversario scegliendo ore insolite del giorno quando il sole era più caldo e spesso sfruttando il tempo oltre la mezzanotte quando tutti erano assorti nel sonno.
Man mano però che si avvicinava la sera della sfida, la principessa provava intimamente sensazioni nuove, un leggero tremore che le saliva dal cuore, un senso di angoscia di fronte all'ignoto, uno stato di turbamento sulla dura condizione della profezia. Sulla pietra più alta dello scoglio della luna rimaneva a lungo in silenzio con gli occhi chiusi a inseguire le rapide immagini della sua mente, cercava, invano, di capire quel nuovo che sentiva dentro di sé, perché si attardava ad acconciarsi i capelli e a spalmarsi la pelle di unguenti e profumi prima di raggiungere la sala del pranzo, perché non osava alzare gli occhi per paura di incrociare lo sguardo di Giacinto, perché i suoi sguardi rapidi e fuggitivi si posavano con discrezione a guardare il volto sorridente e le ampie spalle del principe e perché sentiva un insolito palpitare del cuore quando il giovane parlava di lei con il re Cauno e con gli altri dignitari del regno. Ad Arianna, la sua ancella più cara, alla quale aveva confidato i suoi pensieri più intimi, aveva però rivelato il suo fermo proposito di dare il meglio di sé nella corsa senza debolezze o fragilità: se vorrà avermi, dovrà superarmi, così è scritto, così è il mio destino.

L'avvicinarsi della sfida turbava anche l'animo del re. Continuava a far risuonare dentro di sé le parole della profezia, soppesandole una ad una, fermandosi con inquietudine sulla parte finale. Che cosa significava i lenti pagheranno con la morte? Chi avrebbe eseguito la dura sentenza? Sapeva poi che Calliope era ormai in età da marito, che il giovane Giacinto era il figlio di un re ricco e potente e che nei giorni trascorsi a palazzo il principe aveva subito rivelato il suo valore e la sua saggezza conquistando le simpatie degli alti dignitari del regno, e conosceva, soprattutto, quel segreto che non aveva voluto o saputo rivelare a nessuno, nemmeno alla figlia.

Venne il plenilunio. Incuriosito dalla sfida il popolo era accorso in massa. Molti affollavano l'entrata del palazzo, altri si erano disposti lungo il sentiero fino allo sperone roccioso a picco sul mare, altri con le barche si erano appostati attorno allo scoglio, che isolato e reso livido dalla fredda luce della luna suscitava un senso di vaga minaccia. Un fitto brusio accolse l'uscita del re seguito dalla figlia e dai più stretti consiglieri.
Dietro di loro si distingueva l'alta sagoma di Giacinto. Cauno chiamò a sé i due sfidanti e fissandoli negli occhi chiese se fossero ancora disposti alla gara. Ricevuto l'assenso, il re baciò i morbidi capelli della figlia e strinse le spalle del giovane, poi li invitò a prepararsi alla partenza.

Squilli di tromba danno il via. Protesi in avanti scattano entrambi dalla linea e i loro piedi sfiorano appena la sabbia. Urla e incitamenti incoraggiano ora l'uno ora l'altra. Calliope si avvantaggia e guadagna terreno. La sua corsa è morbida e sicura, il suo passo rapido e agile. Giacinto fatica a starle dietro. Incoraggiata dall'iniziale vantaggio la fanciulla aumenta il ritmo e affonda un rapido scatto, si muove snella e leggera tra gli irti sterpi, scavalca bassi cespugli e pietre insidiose, vola come una freccia sui sandali d'oro. Giacinto la vede allontanarsi ma non si perde d'animo, continua a seguire il proprio ritmo, aumentandolo progressivamente, presta particolare attenzione al terreno per non inciampare, mantiene alta la concentrazione. Calliope si volta e lo vede già a distanza, lontano quattro curve. Aumenta ancora il passo decisa a raggiungere la punta del promontorio con un buon margine. Si esalta agli urli e agli incitamenti della folla. Giunta all'estremità, comincia la ripida discesa, abbassa progressivamente il ritmo adattandosi al nuovo scivoloso terreno. Sente in basso il rumore del mare. Il vantaggio è buono. Con audacia scavalca larghe pietre. Giacinto ha ormai raggiunto la cima del colle e si appresta anch'egli a scendere.
Calliope è però già pronta al tuffo e senza indugio vola verso il mare. L'entrata è precisa e pulita. Inizia a rapide bracciate il tratto di mare. Sente un tonfo poco lontano dietro di sé. Giacinto si è gettato da un alto sperone roccioso. Un rischio immane, da un punto altissimo, mai tentato in precedenza. Annulla così quasi tutto lo svantaggio. Nel mare emerge la possente forza del giovane. In breve affianca Calliope. La supera con un vorticoso gioco di braccia e di gambe perfettamente coordinate. Giunge per primo allo scoglio, ma il vantaggio è minimo. Inizia ad arrampicarsi sfruttando la linea immaginaria a suo tempo preparata. Anche Calliope inizia a salire e recupera il distacco. La via scelta è più ardua ma più efficace. Sale rapidamente con estrema agilità. Si tendono i muscoli e i nervi nello sforzo. Il viso è contratto e teso. Giacinto si ritrova sotto, vede la sagoma della ragazza passargli sulla destra. Con uno sguardo rimane incantato da quella bellezza sotto sforzo resa più vera dalla fatica. Prova a cambiare direzione e a scegliere un'altra linea, ma intanto Calliope è già sopra di lui di alcune braccia. Tenta un ultimo disperato assalto. Si getta nel vuoto, volando sopra un'ampia fenditura e si attacca a un masso sporgente. Da lì si trascina su con forza. Ora ha davanti a sé un tratto più facile. In breve tempo annulla lo svantaggio. Da sotto i due sembrano ora sulla stessa linea. Calliope si volta di lato e vede il giovane tutto concentrato nella salita. Gli lancia un sorriso.
Giacinto raggiunge un erto masso. Più agevole sembra il punto di Calliope. Il giovane si lancia e con un possente colpo di reni riesce a salire. L'ultimo tratto sembra per lui meno faticoso. Calliope appesa a uno sperone lo vede allontanarsi, ormai essere prossimo alla vetta. La ragazza si concentra nello sforzo. Già indietro alcune braccia, distanza forse incolmabile, alza gli occhi alla cima. Vede Giacinto perdere improvvisamente la presa e precipitare in basso, sbattere violentemente il capo e cadere a corpo morto più sotto. Al tonfo l'acqua si ricoprì di schiuma.

Per molti giorni fu solo silenzio. Al successivo plenilunio Calliope uscì da sola dal palazzo e si diresse verso lo scoglio della luna. Una quiete profonda assopiva uomini, uccelli e fiere.
Non un brusio fra le siepi, tacciono immobili i cespugli, tace l'aria umida; palpitano solo le stelle. Sulla punta si ferma ad ascoltare il rumore del mare. Vede le onde frangersi, distendersi e biancheggiare in un fruscio di spuma. Scende con calma lungo il terreno scivoloso e si tuffa in acqua. Risale piano lo scoglio della luna, ricordando la direzione di quella notte; con gli occhi continua a scrutare un'altra linea, non molto distante dalla sua. Le sembra di intravedere la figura di Giacinto salire con forza e audacia lungo le rocce sporgenti. Quasi in cima si ferma nel punto che fu fatale al giovane. Chiude gli occhi e vi si appende lasciandosi poi ciondolare nel vuoto. Quando sente le braccia strappare e farle male volge lo sguardo in basso a perpendicolo sulle onde rotte del mare. Con un agile balzo risale e si siede sul punto più alto con le braccia tra le ginocchia. Nella sua giovane mente si affollano e scompaiono immagini come onde che si inseguono e si sciolgono nel vento. Alza gli occhi al cielo. Davanti a sé biancheggia la luna, grande e fredda nella notte serena. In lontananza scorge sagome di barche nel mare. Nel silenzio inizia un debole canto; una dolce melodia si diffonde nell'umidità della notte.

Al suo rientro trovò il padre nella stanza. Si abbracciarono e si baciarono.
- Dove sei stata? Ti aspetto da molto tempo.
- Allo scoglio.
- Sola?
- Sì. Non riuscivo a prendere sonno.
- Anch'io fatico ad addormentarmi, mi rigiro mille volte nel letto, mi addormento e mi risveglio agitato da cupe immagini. Non dovevo permetterlo. È stata tutta colpa mia.
- Non dite così padre. Non è vero. Avete semplicemente fatto il vostro dovere di re.
- Quale dovere? Autorizzare una folle gara? Mandare due giovani vite a rischiare la morte? Godere davanti a imprese impossibili tra le urla esagitate di un popolo ebbro? Vedere una vita frangersi contro gli scogli? Questo lo chiami dovere di re? E se fosse toccato a te? È questo l'amore di un padre per la propria figlia?
- E la profezia, e le parole dell'oracolo?
- Quale profezia, quale oracolo? Io ho smesso di credere a tutto ciò. Come può un dio divertirsi davanti a simili giochi, un dio che poi si nasconde quando lo invochi? Non sai quante volte in questi giorni ho sollevato entrambe le mani al cielo a chiedere una risposta, quanti sacrifici ho innalzato nel tempio, quante libagioni, quanto sangue versato? E cosa ne ho ricavato? Niente, assolutamente niente. Tutto si disperde nel vento e il vento non sale fino al cielo. Siamo stati, sono stato ingenuamente ingannato. Mia è tutta la colpa.
- Basta, padre, fermatevi. Non porta a nulla la vostra disperazione. Anch'io ho invocato gli dei, anch'io ho cercato una risposta e non ho sentito nulla. Un cielo sordo a lacrime e preghiere.
- E allora interrompiamo questi macabri giochi. Per altra via troverò un marito a mia figlia, un nuovo re al regno.
- No. Questa è la via che voglio, quella che cerco. Se anche non fosse scritto nel libro del destino, è scritto nel sangue del principe Giacinto. Lui ha pagato con la vita il suo amore per me e stava per avermi quando … ora io non posso, io non posso tradire quell'amore. Chi vorrà avermi dovrà essere come lui, più bravo di lui. Anch'io, padre, sentivo di amarlo.
Il padre strinse forte Calliope.
- Dolce figlia, l'avevo capito. In quei giorni ti stavi trasformando. La mia bambina stava diventando donna, bella come sua madre, più bella di sua madre. Ma, allora, ti sembra giusto affidare un sentimento così nobile a una funesta sfida? L'amore non deve dimostrare nulla. Non si manifesta nella corsa, nel nuoto o nell'arrampicarsi lungo uno scoglio nel mare. L'amore …
- Basta, padre, questo è il mio destino, questa è la mia strada.
Cauno lasciò la figlia e si diresse all'uscio con un passo lento, poi si voltò di nuovo e ritornò indietro con gli occhi bassi al suolo. La luce delle torce illuminava a stento il suo viso. Calliope gli andò incontro e lo abbracciò. Il padre stretto in quell'abbraccio lasciò cadere due lacrime sulle spalle nude della ragazza.
- Non dovete dirmi niente, padre. Conosco già quello che non osate pronunciare.
Stettero a lungo così abbracciati nel silenzio della notte.

La fama dalle rapide penne aveva diffuso da tempo l'esito della gara e aveva suscitato nuove speranze nei cuori di molti giovani. Molto di più li stimolava la bellezza della principessa. Che cosa non si fa per te, crudele bellezza? Giovani principi si preparavano a sfidare Calliope sicuri che l'impresa di Giacinto potesse essere ripetuta con maggiore fortuna.

Si presentò per primo Filemone, re di Creta, che da poco il morso di un serpente aveva privato della prima moglie. Malgrado le resistenze e le preoccupazioni di Cauno ottenne l'assenso di Calliope e già si allenava alacremente per la gara fissata al successivo plenilunio. In dieci giorni di duro e tenace allenamento aveva appreso molti segreti del percorso, aveva perfezionato la sua corsa, potenziato il nuoto, che considerava la prova a lui più favorevole, e aveva migliorato la tecnica dell'arrampicata poco congeniale al suo fisico.
La sua sicurezza aumentava con il passare dei giorni anche perché nessuno aveva più visto la principessa allenarsi ed erano passati molti mesi dalla precedente sfida. Calliope raggiungeva ogni giorno lo scoglio della luna ma con estrema calma, incurante della gara ormai prossima, incurante dei servi di Filemone che osservavano accuratamente le sue mosse per carpirle segreti, incurante dello stesso sfidante che in pieno allenamento la punzecchiava con parole di sfida. Sulla cima si sedeva e fissando un punto nel mare aperto iniziava a cantare. A quella voce melodiosa spesso i pescatori interrompevano il loro lavoro e alzavano la fronte bruna e sudata verso lo scoglio della luna.

Sulla linea di partenza Calliope fissò a lungo il suo avversario come se cercasse di spaventarlo; in cambio ottenne un fugace sorriso. Al suono delle trombe la principessa scattò per prima. La brezza sottile le scompigliava i capelli rendendola in fuga più leggiadra. Il corpo possente di Filemone faticava a reggere quel ritmo, ma Calliope ai molti presenti assiepati lungo il sentiero sembrava dare l'impressione di non voler forzare. Si limitava a controllare il suo avversario girandosi spesso indietro e mantenendolo a una certa distanza.
Si tuffò per prima, ma in acqua sembrò quasi aspettare il giovane. Quando sentì il tonfo poco dietro di lei iniziò a nuotare con maggior rapidità, sebbene il suo sforzo non impedisse di essere superata e di arrivare seconda alle pendici dello scoglio. Alcuni sulle barche dicevano che la principessa aveva perso gli stimoli e non sarebbe stata capace di vincere, altri al contrario la giudicavano talmente sicura di sé al punto di controllare e quasi irridere l'avversario, ad altri più attenti sembrò che si stesse rivivendo un'esperienza passata.
Calliope lasciò salire Filemone e gli concesse un buon vantaggio. Da lontano sembrava lenta e insicura nella presa, insicurezza rivelata dai continui sguardi che volgeva a sinistra verso l'avversario già di alcune braccia più sopra. Poi improvvisamente Calliope aumentò il ritmo. Azzardò alcune prese molto ardite, si arrampicò con estrema agilità sui massi più sporgenti, superò di slancio il giovane e arrivò per prima sulla cima con un buon margine di vantaggio. Dal mare e dalla terra si udirono le urla del popolo che inneggiava alla principessa. Lei, senza rivolgere una parola a Filemone, ritornò rapida nel palazzo. Al giovane fu concesso di ripartire per Creta. La licenza fu accordata dallo stesso re Cauno che ormai non considerava più veritiere le parole dell'oracolo. Calliope non si pronunciò e rimase chiusa nel silenzio della sua stanza.

Non passarono molti giorni quando si presentò nel regno il giovane Narciso, di bellezza stupenda, esaltata dallo sfarzo delle vesti, nel fiore dei suoi venticinque anni; indossava un mantello di Tiro tutto orlato di una benda d'oro; monili dorati gli orlavano il collo e un diadema gli incoronava i capelli intrisi di mirra. Prima di lui era arrivata la fama: abile nella corsa, veloce nel nuoto, insuperabile nelle arrampicate. I molti servi del suo seguito lo aiutarono nella preparazione che sembrò alquanto accurata, quasi ossessiva per lo zelo che veniva riservato a strane misurazioni del terreno, per la precisione con cui venivano segnati alcuni punti dello scoglio della luna. Il tempo concesso era comunque ampio e sufficiente. La notte del plenilunio era ancora lontana.
Calliope non si dava cura di tutti questi preparativi e continuò a salire con lentezza lo scoglio, spesso restando appesa alla roccia che fu fatale a Giacinto e poi sedendosi in vetta dove diffondeva nell'aria il suo canto.
Per la prima volta non fu il re a dare l'ordine di partenza. Rimase nel suo palazzo, si disse per un improvviso malore. La gara fu equilibrata. Il giovane si mantenne sempre molto vicino alla ragazza fin nel primo tratto, ma Calliope non perse mai il controllo della situazione. Una buona memoria avrebbe sicuramente rivelato lo sforzo della ragazza di ripercorrere tratti già percorsi, di rifare direzioni già prese, di scavalcare cespugli già saltati. Anche il tuffo parve già visto, sempre dallo stesso punto, sempre con la stessa entrata sicura e pulita. Più che sfruttare un tracciato ben noto e vincente, Calliope sembrava attenta a rivivere un'altra esperienza, come se la sua gara non fosse contro il presente ma contro il passato, come se in questa sfida si svelassero per incanto i segni di un'altra precedente sfida, come se in quel nuovo avversario rivivesse l'immagine di un altro sfidante. I vantaggi che il giovane Narciso sembrava conseguire con sforzo e abilità davano l'impressione di mosse minuziosamente studiate dalla ragazza per recuperare qualcosa di perduto che voleva ossessivamente riportare al presente, come se la luce della luna potesse modellare un corpo in un altro corpo.
Fuori dall'acqua Calliope lasciò che Narciso iniziasse per primo la salita lungo lo scoglio e ancora una volta indugiò prima di arrampicarsi, con gli occhi sempre rivolti a quel corpo sopra di lei tutto proteso nello sforzo della salita, con i muscoli contratti. Poi ad un tratto fu vista aumentare il ritmo, arrampicarsi con foga e leggerezza sulle ripide e dure rocce.
Nessuno allora dubitò del risultato. Narciso preferì non colmare il breve tratto che gli mancava alla vetta.

Al suo affrettato ritorno al palazzo, Calliope trovò il corpo del padre disteso sul letto. La sua anima si era persa nel vento.

Dopo Narciso vennero Lico, Fineo, Oleno. La sfidarono, li vinse, a tutti spense il sorriso.
Calliope sempre più spesso si recava sullo scoglio della luna, dove trascorreva gran parte del tempo.
Immagini svariate si affollavano nella sua mente. Ripensava alle molte sfide, all'unica sfida. Molti visi, un solo viso. Profili diversi si trasformavano in un unico ossessivo profilo che spariva e ricompariva, sprofondava opaco privo di colori e ogni volta riemergeva più nitido e più distinto di prima. La profezia era ormai un tenue ricordo. Aveva dato credito alle parole del padre, anzi dopo la sua morte aveva anche cessato di visitare il tempio. Per questo a tutti gli sfidanti sconfitti concesse subito di ripartire. Pretese solo che lo facessero in fretta e che non entrassero più nei confini del regno. Di alcuni di loro poi raccolse informazioni e si rallegrò nel sapere che avevano intrapreso altri felici cammini. Ma a lei cosa avrebbe riservato il destino? Avrebbe voluto dimenticare tutto come quando un tuffo annulla polvere e sudore, sarebbe voluta riemergere nuova e fresca, con il viso teso a carpire i raggi del sole. Dopo la morte di Cauno il palazzo era pieno di insidie. L'incertezza fomentava il sospetto e la paura. Molti le avevano consigliato di scegliersi un marito senza più sfide. Non erano già state ampiamente smentite le parole dell'oracolo? C'era ancora bisogno di ulteriori prove? L'assillava poi il ricordo del padre. Anche lui avrebbe voluto interrompere quell'inutile gioco. Ricordava il colloquio di quella notte, ricordava lo stretto dolcissimo abbraccio. Ma tutti questi pensieri li accoglieva come uno scoglio accoglie il mormorio del mare. Sentiva il suo cuore progressivamente trasformarsi in una pietra aspra e dura, impenetrabile agli spruzzi d'acqua e ai soffi di vento.
La consolava il canto e sui suoi pensieri componeva nuove dolci melodie. A quella voce portata dal vento i pescatori alzavano il viso verso lo scoglio della luna. Gli stessi uccelli nell'aria tersa del cielo sembravano accompagnare in passi di danza il canto della principessa. Le onde del mare sembravano improvvisamente placarsi e distendersi in una liscia superficie che si perdeva alla vista fino all'orizzonte.

Una notte Calliope aveva indugiato a lungo seduta sulla pietra più alta a cantare. L'aria era calda e umida e nel cielo brillava la luna. Quando arrestò la voce e riaprì gli occhi fu colpita da un raggio luminoso che batteva intensamente alla base dello scoglio sul lato del mare aperto. Incuriosita si alzò in piedi. Non ricordava di averlo mai visto, eppure molte volte era stata lassù nelle sere di plenilunio. Con cautela iniziò a scendere da quella parte, il fianco più ripido dello scoglio, che nessuno, nemmeno lei, aveva mai violato.
Avrebbe potuto arditamente tuffarsi in mare e risalire da sotto, il raggio sembrava così prossimo alla base, ma preferì scendere cautamente dall'alto, con passo lento, come di fronte a un mistero ignoto che fa sobbalzare il cuore nel petto e che tuttavia non si vuole evitare. Bagnata di spuma di mare raggiunse le umide rocce. Si accorse che il raggio luminoso penetrava in una stretta fenditura della roccia. Incuriosita si accostò alla fessura e vide che all'interno i massi si allargavano quasi a formare un sottile sentiero. Si voltò verso il mare e alzò gli occhi in alto a cercare la luna. La fissò per alcuni tratti poi si levò i sandali dorati e li accostò dietro una pietra. Assottigliandosi su un fianco, penetrò nella fenditura e cominciò a camminare lentamente sfruttando il debole raggio di luna. Seguì a lungo un sentiero in leggero declivio stando attenta a evitare in alto e sui lati le pietre sporgenti. La luce che inizialmente l'aveva guidata era ormai completamente esaurita, ma lei procedeva nel buio, in silenzio, attratta da un forte impulso interiore che la spingeva a proseguire. In quel buio sempre più fitto aveva ormai perso il senso dello spazio e del tempo e non avrebbe potuto dire quanto aveva camminato. Improvvisamente dietro una curva del sentiero le parve di scorgere un'ombra.
Impaurita si fermò. Fece un altro passo poi si fermò di nuovo. Nell'oscurità quell'ombra diveniva sempre più chiara. Vide e conobbe un'immagine a lei cara. Si slanciò gridando nell'aria cupa "padre". Tre volte tentò di abbracciarlo e altrettante le mani le tornarono al petto. Cauno parve sorridere e in silenzio le fece un cenno con l'indice della mano destra, invitandola a proseguire lungo il sentiero. Poi scomparve dietro una roccia. Calliope tornò indietro cercando invano di rivedere l'ombra del padre, invocandolo nell'aria fredda e livida; rimase a lungo smarrita volgendo la testa dietro massi sporgenti, quindi proseguì lungo il sentiero seguendo la via che le era stata mostrata. Non dopo molte curve il sentiero si apriva in un ampio spiazzo circondato da una gelida nebbia. Si arrestò. Al dissolversi della nebbia vide una sorta di alto trono scavato nella pietra viva.
Su di esso sedeva un'immane figura dal volto severo e terribile. Impaurita Calliope si volse indietro, solo nebbia. Poi si inginocchiò con gli occhi bassi a terra. Fu invitata a rialzarsi. Il signore di quell'abisso la invitò a fare la sua richiesta. Allora Calliope sciolse la sua voce in canto. Cantò la sua giovane vita e il suo amore per Giacinto reciso prima ancora di sbocciare, cantò le sue corse e i suoi sforzi vani, cantò la sua solitudine dispersa nel vento. A quella melodia anche il re dell'abisso si commosse e non osò opporre un rifiuto alla sua preghiera. Chiamò Giacinto. L'ombra avanzò con passo tardo e lento. Calliope ricevette l'ordine di non volgere indietro lo sguardo finché non fosse uscita dalla valle dell'Averno, vano altrimenti sarebbe stato il dono. In un cupo silenzio si inerpicano su per il sentiero buio e scosceso, immerso in una nebbia impenetrabile. Calliope avanza con passo rapido, agevola la salita aggrappandosi alle pietre sporgenti.
All'aumento del ritmo il respiro si fa più affannoso, il cuore le palpita forte nel petto. Attorno è solo silenzio.
Ormai non erano lontani dall'uscita, quando nel timore che Giacinto non la seguisse, ansiosa di guardarlo, la fanciulla si volse: subito lui svanì nell'Averno. Cercò tendendo le braccia di afferrarlo ed essere afferrata, ma null'altro strinse che l'aria sfuggente. Riuscì solo a dirgli per l'ultima volta "addio", un addio che alle orecchie di Giacinto giunse appena.

Alcuni mesi dopo, al sorgere del sole Calliope uscì dal palazzo e si incamminò sola verso il mare. Le piaceva sentire sul viso l'aria frizzante del mattino. Improvvisamente sentì una voce che la chiamava. Si arrestò e si voltò di lato. Seduto su un sasso ai margini del sentiero c'era un giovane che scriveva strani segni nella terra.
- Dove vai tutta sola?
Calliope esitò, avanzò di qualche passò, poi si fermò di nuovo guardando fisso il volto dello sconosciuto.
Disse appena: - Passeggio.
Lui le sorrise, si alzò in piedi e le si affiancò.
- Ti accompagno. Vai allo scoglio della luna?
- Forse.
Calliope avanzava con gli occhi bassi, attenta a evitare le pietre sporgenti del terreno. Lo sconosciuto la fermò con la mano, la scrutò attentamente, poi disse: - Senti, facciamo a chi arriva prima?
Calliope lo guardò in silenzio, poi si mise a ridere.
- Non ho voglia di correre.
- E se io volessi sfidarti? Mi hanno parlato di un'antica profezia. Se il premio è quello che dicono, mi sembra che valga la pena provare.
Calliope lo guardò con aria di sfida: - Ma c'è anche una parte finale che riguarda chi perde.
- Le cose più belle sono le più rischiose.
Calliope rimase in silenzio, poi emise un lungo sospiro.
- Quella profezia è solo un lontano ricordo, un brutto ricordo.
Il giovane la interruppe: - Nulla vieta che possiamo vedere chi di noi due arriva prima in cima allo scoglio. Hai forse paura?
- Non ho paura.
Seguì un altro silenzio. Poi Calliope disse sorridendo: - Non è il momento adatto alla corsa. Ora non è una serata di luna piena.
- Sì, ma la luna è lassù, guarda.
Calliope alzò gli occhi seguendo il gesto del braccio del giovane e vide il diafano disco della luna nel cielo azzurro senza nubi.
- E se anche accettassi la tua sfida, chi farebbe da arbitro? Come vedi ora non c'è nessuno.
- Io mi fido di te.
Si guardarono negli occhi e sorrisero. La principessa si fermò e disse: - Va bene, corriamo. Scegli tu da dove partire.
- Dal solito punto, vicino al tuo palazzo.
Tornarono indietro. Calliope osservò: - Sì ma non c'è più la linea di partenza.
Il giovane tracciò con il piede sinistro una linea nella sabbia, poi disse: - Va bene così?
- Può andare. Il punto dovrebbe essere questo. Ma chi darà il via?
- Già, chi darà il via? - disse lo sconosciuto sorridendo. Si guardò intorno: - Vedi quella farfalla bianca su quel rametto. Appena spiccherà il volo partiremo.
Calliope scoppiò in una risata, ma intanto si posizionò dietro la linea con il busto proteso in avanti. Anche il giovane si preparò. La farfalla si alzò in volo. Scattarono entrambi. Il sentiero era stretto e il giovane lasciò avanti la principessa, ma la incalzava da molto vicino. In alcuni punti l'affiancava e la superava. Calliope sentiva la brezza leggera che le accarezzava e le scompigliava i capelli. Era bello correre così nell'aria fresca del mattino. Percorsero così, avvicendandosi a stare davanti, il lungo promontorio. Il giovane giunse per primo alla punta.
Calliope tutta rossa per lo sforzo gridò: - Come ti chiami?
- Cosa?
- Ti ho chiesto come ti chiami.
- Dardano.
- Io sono Calliope.
Il giovane si arrestò e guardò sotto verso il mare. Alta era la schiuma sopra gli scogli. Si spogliò e rimase completamente nudo. Poi si tuffò nell'acqua limpida. Calliope guardò dall'alto quel tuffo perfetto con una precisa entrata a cuneo. Anche lei si levò la bianca tunica leggera e senza indugiare si slanciò in avanti. Dardano si fermò nell'acqua a contemplare quel corpo.
Giunta in prossimità del giovane la ragazza gli disse: - Non ti è convenuto aspettare. Hai perso un buon vantaggio.
- Volevo vedere quanto sei bella.
Calliope lo spruzzò muovendo l'acqua con la mano, poi si mise a nuotare con foga verso lo scoglio. Dardano le stava accanto. Ogni tanto, sollevando la testa per respirare, si guardavano. Calliope giunse per prima allo scoglio e si arrestò.
- Hai sbagliato a non proseguire. Così sprechi ciò che hai guadagnato.
Calliope guardò quel corpo bagnato appena uscito dall'acqua, poi sorridendo disse: - Volevo ricambiare il favore.
La ragazza iniziò ad arrampicarsi seguendo i punti che ben conosceva. Dardano non si era ancora mosso dalla prima pietra e guardava verso l'alto.
- Hai deciso di rinunciare? - lo punzecchiò Calliope.
- No, semplicemente ti osservo.
Calliope mosse col piede della ghiaia e la fece scivolare sul volto di Dardano.
- Questo non è regolare.
- Sei tu che hai detto di fidarti di me.
Dardano scelse una linea alla destra della ragazza e iniziò a salire. Il suo corpo forte e agile si muoveva con rapidità tra quelle rocce scoscese. A metà dello scoglio erano già sulla stessa linea e con gli occhi si scrutavano. I visi erano rossi per la fatica, le fronti e le spalle sudate. Calliope si lasciava pendere sui massi più sporgenti e li risaliva con la forza delle braccia. Dardano di fianco vedeva quei muscoli contrarsi nello sforzo. I due erano concentrati, ma spesso si guardavano e sorridevano. Alzavano gli occhi alla cima per misurare la distanza rimanente e poi si fissavano con ammiccante aria di sfida. Calliope si fermò sopra un masso che aveva scalato con un grande slancio e guardò verso Dardano: - Da quella parte hai poche speranze.
Dardano alzò gli occhi, ma non rispose. Fece segno di non essere preoccupato. Calliope notò che era molto affannato. Dopo il breve momento di riposo la principessa riprese a salire con grande slancio e già era prossima alla vetta. Alla sua destra Dardano continuava ad arrampicarsi mantenendosi quasi sulla stessa linea. Vide un'ampia pietra alla sua destra e arditamente vi si buttò, si calò su e si fermò. Si accorse di essere in leggero vantaggio. Guardò in alto. Mancava poco. Si impegnò in un ultimo intenso sforzo lanciando rapide occhiate alla ragazza che saliva non molto lontana a sinistra.
In cima Dardano si sollevò sull'ampia pietra, puntò i piedi, tese il braccio a Calliope e l'aiutò a salire.

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