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LO
SCOGLIO DELLA LUNA
"Dedicato
a Valeria"
C'era
un colle proteso nel mare come un cuneo aguzzo; su entrambi i suoi lunghi
lati s'infrangevano le onde. In prossimità della punta, a una distanza
di circa duecento braccia, si ergeva uno scoglio di pietra viva, ripido
e scosceso, alto poco meno del promontorio. Per la luce argentea di
cui si ammantava nelle serate di plenilunio era conosciuto come lo scoglio
della luna, ma ormai molti nel villaggio lo chiamavano lo scoglio di
Calliope. Nel nome era racchiuso il senso dell'antica profezia. L'oracolo,
interrogato da Cauno quando la moglie morì di parto, aveva proclamato
la dura condizione: - Nessuno ti succederà se prima non avrà superato
tua figlia sullo scoglio della luna. Chi sarà più veloce di lei l'avrà
in sposa. I lenti pagheranno con la morte.
Col tempo la principessa era divenuta bella e agile e nella corsa la
sua avvenenza si faceva maggiore. Resa alata dall'impeto dei piedi,
con i sandali dorati e i lunghi capelli castani che le ricadevano sulle
bianche spalle, scendeva dal palazzo verso il promontorio, si districava
snella e flessuosa tra le rocce e gli ispidi dumi, si slanciava rapida
lungo la parete scoscesa e da un alto pietrone si tuffava in mare; in
acqua i suoi movimenti erano decisi, ritmici, uniformi nonostante la
corrente; giunta bagnata alle pendici dello scoglio si inerpicava con
vigore e destrezza facendo forza coi muscoli delle braccia e con lo
slancio delle gambe, in alcuni punti non esitava a lasciarsi sospesa
nel vuoto e a risollevarsi con agile sforzo, e quindi arrivata in cima
si fermava in silenzio a contemplare la via percorsa, sentendo il battito
accelerato del cuore e l'affannoso respiro. Chi da lontano la vedeva
lassù, alta e slanciata, provava un senso di ammirazione e tremore come
davanti a una dea. Da una finestra dell'alto palazzo anche Cauno guardava
quel profilo lontano e nei suoi occhi non si poteva dire se ci fosse
più meraviglia o preoccupazione. Un vero senso di scoraggiamento, invece,
aveva invaso i cuori dei giovani del regno. Un tempo compagni di giochi
di Calliope, avevano condiviso a lungo la corsa e il nuoto, alcuni più
audaci anche l'arrampicata sullo scoglio della luna, ma col passare
degli anni ognuno aveva formato dentro di sé la solida convinzione che
lungo quel percorso la principessa era imbattibile e che sarebbe stato
folle sfidare la dura profezia. Bella e terribile, Calliope consumava
nell'attimo la passione che suscitava nei giovani cuori.
Giacinto arrivò di notte. Di primo mattino si presentò al palazzo, chiese
e ottenne udienza. Al re Cauno avanzò la richiesta di sposare Calliope.
- Tu conosci la nostra antica profezia?
- La conosco, così come è giunta fino nel regno orientale, il regno
di mio padre Penteo, la fama della bellezza di vostra figlia.
- Sei disposto dunque a sfidarla?
- Se questo è il desiderio di vostra maestà e della principessa, sono
disposto.
Il re mandò a chiamare Calliope. Avvolta in una leggera veste bianca,
coi capelli raccolti sopra la nuca, la principessa percorse tutta la
sala, passò davanti al giovane straniero e si accostò al padre.
- Figlia, Giacinto, figlio del re Penteo che governa le terre oltre
le Simplegadi, ha chiesto la tua mano ed è disposto a sfidarti nella
corsa fino allo scoglio della luna secondo le parole dell'oracolo. Accetti
questa prova?
Calliope si voltò, incrociò per un attimo gli occhi di Giacinto, poi
parlò al padre: - Padre, se questa è anche la vostra volontà, io sono
disposta alla gara.
- Si gareggerà fra sette giorni, al prossimo plenilunio. Nel frattempo
il principe Giacinto sarà ospite nel nostro palazzo e potrà prepararsi
alla sfida.
Il sole era ancora alto nel cielo quando Giacinto scese dal palazzo
verso il mare.
Accompagnato da due servi del re, percorse tutto il promontorio scrutando
con attenzione il tortuoso sentiero, fermandosi più volte a osservare
i cespugli, le basse tamerici, i piccoli arbusti, le pietre più grandi,
girandosi spesso a misurare la distanza dal palazzo. Giunti al vertice
del lungo cuneo, gli fu mostrata la ripida discesa a precipizio, il
tratto di mare e il roccioso scoglio della luna assolutamente privo
di vegetazione. Giacinto rimase a lungo in silenzio affondando il suo
sguardo intenso e penetrante fino alle onde che frangendosi sulle pietre
alzavano alti zampilli e poi sollevandolo in lontananza a scrutare l'alto
e solitario scoglio luccicante di sole. Poi si volse alla via del ritorno,
senza fare domande.
Alle prime luci dell'alba successiva Giacinto lasciò il palazzo. Si
diresse verso il promontorio ora con una corsa agile e leggera ora lanciando
rapidi scatti ora fermandosi a misurare con lo sguardo la distanza dal
palazzo e dalla punta. I pescatori che tornavano con le loro barche
lo videro tuffarsi in mare con un plastico volo chiuso alla fine da
un'entrata secca e precisa nell'acqua limpida del mattino. Con ampie
e vigorose bracciate raggiunse lo scoglio e si arrampicò sulla prima
pietra aguzza, resa liscia e scivolosa dal continuo frangersi delle
onde.
Si arrestò a contemplare il mare e più in là la ripida discesa che aveva
troncato a metà con il tuffo. Cercò con lo sguardo vari punti. Immaginò
altri possibili tuffi. Poi alzò gli occhi verso la cima dello scoglio.
Le pietre aggettanti ne impedivano la visione. Salì piano piano, fermandosi
più volte a guardare il tratto percorso e quello rimanente. Con la mente
anticipava la possibile salita. Provava e riprovava cambiando spesso
direzione, cercando di evitare i punti più ardui, stando attento alle
insidie delle pietre umide e lisce e dei tratti di terreno ghiaioso.
Finalmente in cima si sedette su un ampio pietrone e volse lo sguardo
intorno. Il riflesso gli impedì di scorgere in lontananza la figura
di Calliope affacciata alla finestra del palazzo.
Nei giorni successivi Giacinto continuò a provare il percorso sperimentando
nuove soluzioni, diverse tecniche di discesa e soprattutto altre possibili
vie per l'arrampicata finale. La luna quasi piena permetteva anche di
provare il campo di gara di sera. Il giovane si fermava spesso a scrutare
il terreno, a adattare la vista alla luce della luna, a riconoscere
quei punti che di giorno avevano un altro colore. Il re Cauno seguiva
con compiacente ammirazione l'impegno e la dedizione del principe straniero
nel preparare la sfida. I suoi informatori l'avevano ragguagliato sulle
prove e sulle capacità del giovane. Notizie ben più precise aveva ricevuto
Calliope. Pur avendo accuratamente evitato di incontrare Giacinto lungo
il percorso, la principessa sapeva i punti di forza e le debolezze del
suo sfidante. Forte e robusto, ma non molto veloce nella corsa, con
audacia si tuffava da una grande altezza evitando così la discesa a
precipizio; molto rapido in mare dove sfruttava la forza delle braccia
e delle gambe lunghe e possenti; abile e potente nell'arrampicarsi anche
se non conosceva ancora i punti migliori di salita che solo una lunga
consuetudine poteva svelare.
Nei suoi continui allenamenti invece Calliope cercava di non dare vantaggi
all'avversario scegliendo ore insolite del giorno quando il sole era
più caldo e spesso sfruttando il tempo oltre la mezzanotte quando tutti
erano assorti nel sonno.
Man mano però che si avvicinava la sera della sfida, la principessa
provava intimamente sensazioni nuove, un leggero tremore che le saliva
dal cuore, un senso di angoscia di fronte all'ignoto, uno stato di turbamento
sulla dura condizione della profezia. Sulla pietra più alta dello scoglio
della luna rimaneva a lungo in silenzio con gli occhi chiusi a inseguire
le rapide immagini della sua mente, cercava, invano, di capire quel
nuovo che sentiva dentro di sé, perché si attardava ad acconciarsi i
capelli e a spalmarsi la pelle di unguenti e profumi prima di raggiungere
la sala del pranzo, perché non osava alzare gli occhi per paura di incrociare
lo sguardo di Giacinto, perché i suoi sguardi rapidi e fuggitivi si
posavano con discrezione a guardare il volto sorridente e le ampie spalle
del principe e perché sentiva un insolito palpitare del cuore quando
il giovane parlava di lei con il re Cauno e con gli altri dignitari
del regno. Ad Arianna, la sua ancella più cara, alla quale aveva confidato
i suoi pensieri più intimi, aveva però rivelato il suo fermo proposito
di dare il meglio di sé nella corsa senza debolezze o fragilità: se
vorrà avermi, dovrà superarmi, così è scritto, così è il mio destino.
L'avvicinarsi della sfida turbava anche l'animo del re. Continuava a
far risuonare dentro di sé le parole della profezia, soppesandole una
ad una, fermandosi con inquietudine sulla parte finale. Che cosa significava
i lenti pagheranno con la morte? Chi avrebbe eseguito la dura sentenza?
Sapeva poi che Calliope era ormai in età da marito, che il giovane Giacinto
era il figlio di un re ricco e potente e che nei giorni trascorsi a
palazzo il principe aveva subito rivelato il suo valore e la sua saggezza
conquistando le simpatie degli alti dignitari del regno, e conosceva,
soprattutto, quel segreto che non aveva voluto o saputo rivelare a nessuno,
nemmeno alla figlia.
Venne il plenilunio. Incuriosito dalla sfida il popolo era accorso in
massa. Molti affollavano l'entrata del palazzo, altri si erano disposti
lungo il sentiero fino allo sperone roccioso a picco sul mare, altri
con le barche si erano appostati attorno allo scoglio, che isolato e
reso livido dalla fredda luce della luna suscitava un senso di vaga
minaccia. Un fitto brusio accolse l'uscita del re seguito dalla figlia
e dai più stretti consiglieri.
Dietro di loro si distingueva l'alta sagoma di Giacinto. Cauno chiamò
a sé i due sfidanti e fissandoli negli occhi chiese se fossero ancora
disposti alla gara. Ricevuto l'assenso, il re baciò i morbidi capelli
della figlia e strinse le spalle del giovane, poi li invitò a prepararsi
alla partenza.
Squilli di tromba danno il via. Protesi in avanti scattano entrambi
dalla linea e i loro piedi sfiorano appena la sabbia. Urla e incitamenti
incoraggiano ora l'uno ora l'altra. Calliope si avvantaggia e guadagna
terreno. La sua corsa è morbida e sicura, il suo passo rapido e agile.
Giacinto fatica a starle dietro. Incoraggiata dall'iniziale vantaggio
la fanciulla aumenta il ritmo e affonda un rapido scatto, si muove snella
e leggera tra gli irti sterpi, scavalca bassi cespugli e pietre insidiose,
vola come una freccia sui sandali d'oro. Giacinto la vede allontanarsi
ma non si perde d'animo, continua a seguire il proprio ritmo, aumentandolo
progressivamente, presta particolare attenzione al terreno per non inciampare,
mantiene alta la concentrazione. Calliope si volta e lo vede già a distanza,
lontano quattro curve. Aumenta ancora il passo decisa a raggiungere
la punta del promontorio con un buon margine. Si esalta agli urli e
agli incitamenti della folla. Giunta all'estremità, comincia la ripida
discesa, abbassa progressivamente il ritmo adattandosi al nuovo scivoloso
terreno. Sente in basso il rumore del mare. Il vantaggio è buono. Con
audacia scavalca larghe pietre. Giacinto ha ormai raggiunto la cima
del colle e si appresta anch'egli a scendere.
Calliope è però già pronta al tuffo e senza indugio vola verso il mare.
L'entrata è precisa e pulita. Inizia a rapide bracciate il tratto di
mare. Sente un tonfo poco lontano dietro di sé. Giacinto si è gettato
da un alto sperone roccioso. Un rischio immane, da un punto altissimo,
mai tentato in precedenza. Annulla così quasi tutto lo svantaggio. Nel
mare emerge la possente forza del giovane. In breve affianca Calliope.
La supera con un vorticoso gioco di braccia e di gambe perfettamente
coordinate. Giunge per primo allo scoglio, ma il vantaggio è minimo.
Inizia ad arrampicarsi sfruttando la linea immaginaria a suo tempo preparata.
Anche Calliope inizia a salire e recupera il distacco. La via scelta
è più ardua ma più efficace. Sale rapidamente con estrema agilità. Si
tendono i muscoli e i nervi nello sforzo. Il viso è contratto e teso.
Giacinto si ritrova sotto, vede la sagoma della ragazza passargli sulla
destra. Con uno sguardo rimane incantato da quella bellezza sotto sforzo
resa più vera dalla fatica. Prova a cambiare direzione e a scegliere
un'altra linea, ma intanto Calliope è già sopra di lui di alcune braccia.
Tenta un ultimo disperato assalto. Si getta nel vuoto, volando sopra
un'ampia fenditura e si attacca a un masso sporgente. Da lì si trascina
su con forza. Ora ha davanti a sé un tratto più facile. In breve tempo
annulla lo svantaggio. Da sotto i due sembrano ora sulla stessa linea.
Calliope si volta di lato e vede il giovane tutto concentrato nella
salita. Gli lancia un sorriso.
Giacinto raggiunge un erto masso. Più agevole sembra il punto di Calliope.
Il giovane si lancia e con un possente colpo di reni riesce a salire.
L'ultimo tratto sembra per lui meno faticoso. Calliope appesa a uno
sperone lo vede allontanarsi, ormai essere prossimo alla vetta. La ragazza
si concentra nello sforzo. Già indietro alcune braccia, distanza forse
incolmabile, alza gli occhi alla cima. Vede Giacinto perdere improvvisamente
la presa e precipitare in basso, sbattere violentemente il capo e cadere
a corpo morto più sotto. Al tonfo l'acqua si ricoprì di schiuma.
Per molti giorni fu solo silenzio. Al successivo plenilunio Calliope
uscì da sola dal palazzo e si diresse verso lo scoglio della luna. Una
quiete profonda assopiva uomini, uccelli e fiere.
Non un brusio fra le siepi, tacciono immobili i cespugli, tace l'aria
umida; palpitano solo le stelle. Sulla punta si ferma ad ascoltare il
rumore del mare. Vede le onde frangersi, distendersi e biancheggiare
in un fruscio di spuma. Scende con calma lungo il terreno scivoloso
e si tuffa in acqua. Risale piano lo scoglio della luna, ricordando
la direzione di quella notte; con gli occhi continua a scrutare un'altra
linea, non molto distante dalla sua. Le sembra di intravedere la figura
di Giacinto salire con forza e audacia lungo le rocce sporgenti. Quasi
in cima si ferma nel punto che fu fatale al giovane. Chiude gli occhi
e vi si appende lasciandosi poi ciondolare nel vuoto. Quando sente le
braccia strappare e farle male volge lo sguardo in basso a perpendicolo
sulle onde rotte del mare. Con un agile balzo risale e si siede sul
punto più alto con le braccia tra le ginocchia. Nella sua giovane mente
si affollano e scompaiono immagini come onde che si inseguono e si sciolgono
nel vento. Alza gli occhi al cielo. Davanti a sé biancheggia la luna,
grande e fredda nella notte serena. In lontananza scorge sagome di barche
nel mare. Nel silenzio inizia un debole canto; una dolce melodia si
diffonde nell'umidità della notte.
Al suo rientro trovò il padre nella stanza. Si abbracciarono e si baciarono.
- Dove sei stata? Ti aspetto da molto tempo.
- Allo scoglio.
- Sola?
- Sì. Non riuscivo a prendere sonno.
- Anch'io fatico ad addormentarmi, mi rigiro mille volte nel letto,
mi addormento e mi risveglio agitato da cupe immagini. Non dovevo permetterlo.
È stata tutta colpa mia.
- Non dite così padre. Non è vero. Avete semplicemente fatto il vostro
dovere di re.
- Quale dovere? Autorizzare una folle gara? Mandare due giovani vite
a rischiare la morte? Godere davanti a imprese impossibili tra le urla
esagitate di un popolo ebbro? Vedere una vita frangersi contro gli scogli?
Questo lo chiami dovere di re? E se fosse toccato a te? È questo l'amore
di un padre per la propria figlia?
- E la profezia, e le parole dell'oracolo?
- Quale profezia, quale oracolo? Io ho smesso di credere a tutto ciò.
Come può un dio divertirsi davanti a simili giochi, un dio che poi si
nasconde quando lo invochi? Non sai quante volte in questi giorni ho
sollevato entrambe le mani al cielo a chiedere una risposta, quanti
sacrifici ho innalzato nel tempio, quante libagioni, quanto sangue versato?
E cosa ne ho ricavato? Niente, assolutamente niente. Tutto si disperde
nel vento e il vento non sale fino al cielo. Siamo stati, sono stato
ingenuamente ingannato. Mia è tutta la colpa.
- Basta, padre, fermatevi. Non porta a nulla la vostra disperazione.
Anch'io ho invocato gli dei, anch'io ho cercato una risposta e non ho
sentito nulla. Un cielo sordo a lacrime e preghiere.
- E allora interrompiamo questi macabri giochi. Per altra via troverò
un marito a mia figlia, un nuovo re al regno.
- No. Questa è la via che voglio, quella che cerco. Se anche non fosse
scritto nel libro del destino, è scritto nel sangue del principe Giacinto.
Lui ha pagato con la vita il suo amore per me e stava per avermi quando
… ora io non posso, io non posso tradire quell'amore. Chi vorrà avermi
dovrà essere come lui, più bravo di lui. Anch'io, padre, sentivo di
amarlo.
Il padre strinse forte Calliope.
- Dolce figlia, l'avevo capito. In quei giorni ti stavi trasformando.
La mia bambina stava diventando donna, bella come sua madre, più bella
di sua madre. Ma, allora, ti sembra giusto affidare un sentimento così
nobile a una funesta sfida? L'amore non deve dimostrare nulla. Non si
manifesta nella corsa, nel nuoto o nell'arrampicarsi lungo uno scoglio
nel mare. L'amore …
- Basta, padre, questo è il mio destino, questa è la mia strada.
Cauno lasciò la figlia e si diresse all'uscio con un passo lento, poi
si voltò di nuovo e ritornò indietro con gli occhi bassi al suolo. La
luce delle torce illuminava a stento il suo viso. Calliope gli andò
incontro e lo abbracciò. Il padre stretto in quell'abbraccio lasciò
cadere due lacrime sulle spalle nude della ragazza.
- Non dovete dirmi niente, padre. Conosco già quello che non osate pronunciare.
Stettero a lungo così abbracciati nel silenzio della notte.
La fama dalle rapide penne aveva diffuso da tempo l'esito della gara
e aveva suscitato nuove speranze nei cuori di molti giovani. Molto di
più li stimolava la bellezza della principessa. Che cosa non si fa per
te, crudele bellezza? Giovani principi si preparavano a sfidare Calliope
sicuri che l'impresa di Giacinto potesse essere ripetuta con maggiore
fortuna.
Si presentò per primo Filemone, re di Creta, che da poco il morso di
un serpente aveva privato della prima moglie. Malgrado le resistenze
e le preoccupazioni di Cauno ottenne l'assenso di Calliope e già si
allenava alacremente per la gara fissata al successivo plenilunio. In
dieci giorni di duro e tenace allenamento aveva appreso molti segreti
del percorso, aveva perfezionato la sua corsa, potenziato il nuoto,
che considerava la prova a lui più favorevole, e aveva migliorato la
tecnica dell'arrampicata poco congeniale al suo fisico.
La sua sicurezza aumentava con il passare dei giorni anche perché nessuno
aveva più visto la principessa allenarsi ed erano passati molti mesi
dalla precedente sfida. Calliope raggiungeva ogni giorno lo scoglio
della luna ma con estrema calma, incurante della gara ormai prossima,
incurante dei servi di Filemone che osservavano accuratamente le sue
mosse per carpirle segreti, incurante dello stesso sfidante che in pieno
allenamento la punzecchiava con parole di sfida. Sulla cima si sedeva
e fissando un punto nel mare aperto iniziava a cantare. A quella voce
melodiosa spesso i pescatori interrompevano il loro lavoro e alzavano
la fronte bruna e sudata verso lo scoglio della luna.
Sulla linea di partenza Calliope fissò a lungo il suo avversario come
se cercasse di spaventarlo; in cambio ottenne un fugace sorriso. Al
suono delle trombe la principessa scattò per prima. La brezza sottile
le scompigliava i capelli rendendola in fuga più leggiadra. Il corpo
possente di Filemone faticava a reggere quel ritmo, ma Calliope ai molti
presenti assiepati lungo il sentiero sembrava dare l'impressione di
non voler forzare. Si limitava a controllare il suo avversario girandosi
spesso indietro e mantenendolo a una certa distanza.
Si tuffò per prima, ma in acqua sembrò quasi aspettare il giovane. Quando
sentì il tonfo poco dietro di lei iniziò a nuotare con maggior rapidità,
sebbene il suo sforzo non impedisse di essere superata e di arrivare
seconda alle pendici dello scoglio. Alcuni sulle barche dicevano che
la principessa aveva perso gli stimoli e non sarebbe stata capace di
vincere, altri al contrario la giudicavano talmente sicura di sé al
punto di controllare e quasi irridere l'avversario, ad altri più attenti
sembrò che si stesse rivivendo un'esperienza passata.
Calliope lasciò salire Filemone e gli concesse un buon vantaggio. Da
lontano sembrava lenta e insicura nella presa, insicurezza rivelata
dai continui sguardi che volgeva a sinistra verso l'avversario già di
alcune braccia più sopra. Poi improvvisamente Calliope aumentò il ritmo.
Azzardò alcune prese molto ardite, si arrampicò con estrema agilità
sui massi più sporgenti, superò di slancio il giovane e arrivò per prima
sulla cima con un buon margine di vantaggio. Dal mare e dalla terra
si udirono le urla del popolo che inneggiava alla principessa. Lei,
senza rivolgere una parola a Filemone, ritornò rapida nel palazzo. Al
giovane fu concesso di ripartire per Creta. La licenza fu accordata
dallo stesso re Cauno che ormai non considerava più veritiere le parole
dell'oracolo. Calliope non si pronunciò e rimase chiusa nel silenzio
della sua stanza.
Non passarono molti giorni quando si presentò nel regno il giovane Narciso,
di bellezza stupenda, esaltata dallo sfarzo delle vesti, nel fiore dei
suoi venticinque anni; indossava un mantello di Tiro tutto orlato di
una benda d'oro; monili dorati gli orlavano il collo e un diadema gli
incoronava i capelli intrisi di mirra. Prima di lui era arrivata la
fama: abile nella corsa, veloce nel nuoto, insuperabile nelle arrampicate.
I molti servi del suo seguito lo aiutarono nella preparazione che sembrò
alquanto accurata, quasi ossessiva per lo zelo che veniva riservato
a strane misurazioni del terreno, per la precisione con cui venivano
segnati alcuni punti dello scoglio della luna. Il tempo concesso era
comunque ampio e sufficiente. La notte del plenilunio era ancora lontana.
Calliope non si dava cura di tutti questi preparativi e continuò a salire
con lentezza lo scoglio, spesso restando appesa alla roccia che fu fatale
a Giacinto e poi sedendosi in vetta dove diffondeva nell'aria il suo
canto.
Per la prima volta non fu il re a dare l'ordine di partenza. Rimase
nel suo palazzo, si disse per un improvviso malore. La gara fu equilibrata.
Il giovane si mantenne sempre molto vicino alla ragazza fin nel primo
tratto, ma Calliope non perse mai il controllo della situazione. Una
buona memoria avrebbe sicuramente rivelato lo sforzo della ragazza di
ripercorrere tratti già percorsi, di rifare direzioni già prese, di
scavalcare cespugli già saltati. Anche il tuffo parve già visto, sempre
dallo stesso punto, sempre con la stessa entrata sicura e pulita. Più
che sfruttare un tracciato ben noto e vincente, Calliope sembrava attenta
a rivivere un'altra esperienza, come se la sua gara non fosse contro
il presente ma contro il passato, come se in questa sfida si svelassero
per incanto i segni di un'altra precedente sfida, come se in quel nuovo
avversario rivivesse l'immagine di un altro sfidante. I vantaggi che
il giovane Narciso sembrava conseguire con sforzo e abilità davano l'impressione
di mosse minuziosamente studiate dalla ragazza per recuperare qualcosa
di perduto che voleva ossessivamente riportare al presente, come se
la luce della luna potesse modellare un corpo in un altro corpo.
Fuori dall'acqua Calliope lasciò che Narciso iniziasse per primo la
salita lungo lo scoglio e ancora una volta indugiò prima di arrampicarsi,
con gli occhi sempre rivolti a quel corpo sopra di lei tutto proteso
nello sforzo della salita, con i muscoli contratti. Poi ad un tratto
fu vista aumentare il ritmo, arrampicarsi con foga e leggerezza sulle
ripide e dure rocce.
Nessuno allora dubitò del risultato. Narciso preferì non colmare il
breve tratto che gli mancava alla vetta.
Al suo affrettato ritorno al palazzo, Calliope trovò il corpo del padre
disteso sul letto. La sua anima si era persa nel vento.
Dopo Narciso vennero Lico, Fineo, Oleno. La sfidarono, li vinse, a tutti
spense il sorriso.
Calliope sempre più spesso si recava sullo scoglio della luna, dove
trascorreva gran parte del tempo.
Immagini svariate si affollavano nella sua mente. Ripensava alle molte
sfide, all'unica sfida. Molti visi, un solo viso. Profili diversi si
trasformavano in un unico ossessivo profilo che spariva e ricompariva,
sprofondava opaco privo di colori e ogni volta riemergeva più nitido
e più distinto di prima. La profezia era ormai un tenue ricordo. Aveva
dato credito alle parole del padre, anzi dopo la sua morte aveva anche
cessato di visitare il tempio. Per questo a tutti gli sfidanti sconfitti
concesse subito di ripartire. Pretese solo che lo facessero in fretta
e che non entrassero più nei confini del regno. Di alcuni di loro poi
raccolse informazioni e si rallegrò nel sapere che avevano intrapreso
altri felici cammini. Ma a lei cosa avrebbe riservato il destino? Avrebbe
voluto dimenticare tutto come quando un tuffo annulla polvere e sudore,
sarebbe voluta riemergere nuova e fresca, con il viso teso a carpire
i raggi del sole. Dopo la morte di Cauno il palazzo era pieno di insidie.
L'incertezza fomentava il sospetto e la paura. Molti le avevano consigliato
di scegliersi un marito senza più sfide. Non erano già state ampiamente
smentite le parole dell'oracolo? C'era ancora bisogno di ulteriori prove?
L'assillava poi il ricordo del padre. Anche lui avrebbe voluto interrompere
quell'inutile gioco. Ricordava il colloquio di quella notte, ricordava
lo stretto dolcissimo abbraccio. Ma tutti questi pensieri li accoglieva
come uno scoglio accoglie il mormorio del mare. Sentiva il suo cuore
progressivamente trasformarsi in una pietra aspra e dura, impenetrabile
agli spruzzi d'acqua e ai soffi di vento.
La consolava il canto e sui suoi pensieri componeva nuove dolci melodie.
A quella voce portata dal vento i pescatori alzavano il viso verso lo
scoglio della luna. Gli stessi uccelli nell'aria tersa del cielo sembravano
accompagnare in passi di danza il canto della principessa. Le onde del
mare sembravano improvvisamente placarsi e distendersi in una liscia
superficie che si perdeva alla vista fino all'orizzonte.
Una notte Calliope aveva indugiato a lungo seduta sulla pietra più alta
a cantare. L'aria era calda e umida e nel cielo brillava la luna. Quando
arrestò la voce e riaprì gli occhi fu colpita da un raggio luminoso
che batteva intensamente alla base dello scoglio sul lato del mare aperto.
Incuriosita si alzò in piedi. Non ricordava di averlo mai visto, eppure
molte volte era stata lassù nelle sere di plenilunio. Con cautela iniziò
a scendere da quella parte, il fianco più ripido dello scoglio, che
nessuno, nemmeno lei, aveva mai violato.
Avrebbe potuto arditamente tuffarsi in mare e risalire da sotto, il
raggio sembrava così prossimo alla base, ma preferì scendere cautamente
dall'alto, con passo lento, come di fronte a un mistero ignoto che fa
sobbalzare il cuore nel petto e che tuttavia non si vuole evitare. Bagnata
di spuma di mare raggiunse le umide rocce. Si accorse che il raggio
luminoso penetrava in una stretta fenditura della roccia. Incuriosita
si accostò alla fessura e vide che all'interno i massi si allargavano
quasi a formare un sottile sentiero. Si voltò verso il mare e alzò gli
occhi in alto a cercare la luna. La fissò per alcuni tratti poi si levò
i sandali dorati e li accostò dietro una pietra. Assottigliandosi su
un fianco, penetrò nella fenditura e cominciò a camminare lentamente
sfruttando il debole raggio di luna. Seguì a lungo un sentiero in leggero
declivio stando attenta a evitare in alto e sui lati le pietre sporgenti.
La luce che inizialmente l'aveva guidata era ormai completamente esaurita,
ma lei procedeva nel buio, in silenzio, attratta da un forte impulso
interiore che la spingeva a proseguire. In quel buio sempre più fitto
aveva ormai perso il senso dello spazio e del tempo e non avrebbe potuto
dire quanto aveva camminato. Improvvisamente dietro una curva del sentiero
le parve di scorgere un'ombra.
Impaurita si fermò. Fece un altro passo poi si fermò di nuovo. Nell'oscurità
quell'ombra diveniva sempre più chiara. Vide e conobbe un'immagine a
lei cara. Si slanciò gridando nell'aria cupa "padre". Tre volte tentò
di abbracciarlo e altrettante le mani le tornarono al petto. Cauno parve
sorridere e in silenzio le fece un cenno con l'indice della mano destra,
invitandola a proseguire lungo il sentiero. Poi scomparve dietro una
roccia. Calliope tornò indietro cercando invano di rivedere l'ombra
del padre, invocandolo nell'aria fredda e livida; rimase a lungo smarrita
volgendo la testa dietro massi sporgenti, quindi proseguì lungo il sentiero
seguendo la via che le era stata mostrata. Non dopo molte curve il sentiero
si apriva in un ampio spiazzo circondato da una gelida nebbia. Si arrestò.
Al dissolversi della nebbia vide una sorta di alto trono scavato nella
pietra viva.
Su di esso sedeva un'immane figura dal volto severo e terribile. Impaurita
Calliope si volse indietro, solo nebbia. Poi si inginocchiò con gli
occhi bassi a terra. Fu invitata a rialzarsi. Il signore di quell'abisso
la invitò a fare la sua richiesta. Allora Calliope sciolse la sua voce
in canto. Cantò la sua giovane vita e il suo amore per Giacinto reciso
prima ancora di sbocciare, cantò le sue corse e i suoi sforzi vani,
cantò la sua solitudine dispersa nel vento. A quella melodia anche il
re dell'abisso si commosse e non osò opporre un rifiuto alla sua preghiera.
Chiamò Giacinto. L'ombra avanzò con passo tardo e lento. Calliope ricevette
l'ordine di non volgere indietro lo sguardo finché non fosse uscita
dalla valle dell'Averno, vano altrimenti sarebbe stato il dono. In un
cupo silenzio si inerpicano su per il sentiero buio e scosceso, immerso
in una nebbia impenetrabile. Calliope avanza con passo rapido, agevola
la salita aggrappandosi alle pietre sporgenti.
All'aumento del ritmo il respiro si fa più affannoso, il cuore le palpita
forte nel petto. Attorno è solo silenzio.
Ormai non erano lontani dall'uscita, quando nel timore che Giacinto
non la seguisse, ansiosa di guardarlo, la fanciulla si volse: subito
lui svanì nell'Averno. Cercò tendendo le braccia di afferrarlo ed essere
afferrata, ma null'altro strinse che l'aria sfuggente. Riuscì solo a
dirgli per l'ultima volta "addio", un addio che alle orecchie di Giacinto
giunse appena.
Alcuni mesi dopo, al sorgere del sole Calliope uscì dal palazzo e si
incamminò sola verso il mare. Le piaceva sentire sul viso l'aria frizzante
del mattino. Improvvisamente sentì una voce che la chiamava. Si arrestò
e si voltò di lato. Seduto su un sasso ai margini del sentiero c'era
un giovane che scriveva strani segni nella terra.
- Dove vai tutta sola?
Calliope esitò, avanzò di qualche passò, poi si fermò di nuovo guardando
fisso il volto dello sconosciuto.
Disse appena: - Passeggio.
Lui le sorrise, si alzò in piedi e le si affiancò.
- Ti accompagno. Vai allo scoglio della luna?
- Forse.
Calliope avanzava con gli occhi bassi, attenta a evitare le pietre sporgenti
del terreno. Lo sconosciuto la fermò con la mano, la scrutò attentamente,
poi disse: - Senti, facciamo a chi arriva prima?
Calliope lo guardò in silenzio, poi si mise a ridere.
- Non ho voglia di correre.
- E se io volessi sfidarti? Mi hanno parlato di un'antica profezia.
Se il premio è quello che dicono, mi sembra che valga la pena provare.
Calliope lo guardò con aria di sfida: - Ma c'è anche una parte finale
che riguarda chi perde.
- Le cose più belle sono le più rischiose.
Calliope rimase in silenzio, poi emise un lungo sospiro.
- Quella profezia è solo un lontano ricordo, un brutto ricordo.
Il giovane la interruppe: - Nulla vieta che possiamo vedere chi di noi
due arriva prima in cima allo scoglio. Hai forse paura?
- Non ho paura.
Seguì un altro silenzio. Poi Calliope disse sorridendo: - Non è il momento
adatto alla corsa. Ora non è una serata di luna piena.
- Sì, ma la luna è lassù, guarda.
Calliope alzò gli occhi seguendo il gesto del braccio del giovane e
vide il diafano disco della luna nel cielo azzurro senza nubi.
- E se anche accettassi la tua sfida, chi farebbe da arbitro? Come vedi
ora non c'è nessuno.
- Io mi fido di te.
Si guardarono negli occhi e sorrisero. La principessa si fermò e disse:
- Va bene, corriamo. Scegli tu da dove partire.
- Dal solito punto, vicino al tuo palazzo.
Tornarono indietro. Calliope osservò: - Sì ma non c'è più la linea di
partenza.
Il giovane tracciò con il piede sinistro una linea nella sabbia, poi
disse: - Va bene così?
- Può andare. Il punto dovrebbe essere questo. Ma chi darà il via?
- Già, chi darà il via? - disse lo sconosciuto sorridendo. Si guardò
intorno: - Vedi quella farfalla bianca su quel rametto. Appena spiccherà
il volo partiremo.
Calliope scoppiò in una risata, ma intanto si posizionò dietro la linea
con il busto proteso in avanti. Anche il giovane si preparò. La farfalla
si alzò in volo. Scattarono entrambi. Il sentiero era stretto e il giovane
lasciò avanti la principessa, ma la incalzava da molto vicino. In alcuni
punti l'affiancava e la superava. Calliope sentiva la brezza leggera
che le accarezzava e le scompigliava i capelli. Era bello correre così
nell'aria fresca del mattino. Percorsero così, avvicendandosi a stare
davanti, il lungo promontorio. Il giovane giunse per primo alla punta.
Calliope tutta rossa per lo sforzo gridò: - Come ti chiami?
- Cosa?
- Ti ho chiesto come ti chiami.
- Dardano.
- Io sono Calliope.
Il giovane si arrestò e guardò sotto verso il mare. Alta era la schiuma
sopra gli scogli. Si spogliò e rimase completamente nudo. Poi si tuffò
nell'acqua limpida. Calliope guardò dall'alto quel tuffo perfetto con
una precisa entrata a cuneo. Anche lei si levò la bianca tunica leggera
e senza indugiare si slanciò in avanti. Dardano si fermò nell'acqua
a contemplare quel corpo.
Giunta in prossimità del giovane la ragazza gli disse: - Non ti è convenuto
aspettare. Hai perso un buon vantaggio.
- Volevo vedere quanto sei bella.
Calliope lo spruzzò muovendo l'acqua con la mano, poi si mise a nuotare
con foga verso lo scoglio. Dardano le stava accanto. Ogni tanto, sollevando
la testa per respirare, si guardavano. Calliope giunse per prima allo
scoglio e si arrestò.
- Hai sbagliato a non proseguire. Così sprechi ciò che hai guadagnato.
Calliope guardò quel corpo bagnato appena uscito dall'acqua, poi sorridendo
disse: - Volevo ricambiare il favore.
La ragazza iniziò ad arrampicarsi seguendo i punti che ben conosceva.
Dardano non si era ancora mosso dalla prima pietra e guardava verso
l'alto.
- Hai deciso di rinunciare? - lo punzecchiò Calliope.
- No, semplicemente ti osservo.
Calliope mosse col piede della ghiaia e la fece scivolare sul volto
di Dardano.
- Questo non è regolare.
- Sei tu che hai detto di fidarti di me.
Dardano scelse una linea alla destra della ragazza e iniziò a salire.
Il suo corpo forte e agile si muoveva con rapidità tra quelle rocce
scoscese. A metà dello scoglio erano già sulla stessa linea e con gli
occhi si scrutavano. I visi erano rossi per la fatica, le fronti e le
spalle sudate. Calliope si lasciava pendere sui massi più sporgenti
e li risaliva con la forza delle braccia. Dardano di fianco vedeva quei
muscoli contrarsi nello sforzo. I due erano concentrati, ma spesso si
guardavano e sorridevano. Alzavano gli occhi alla cima per misurare
la distanza rimanente e poi si fissavano con ammiccante aria di sfida.
Calliope si fermò sopra un masso che aveva scalato con un grande slancio
e guardò verso Dardano: - Da quella parte hai poche speranze.
Dardano alzò gli occhi, ma non rispose. Fece segno di non essere preoccupato.
Calliope notò che era molto affannato. Dopo il breve momento di riposo
la principessa riprese a salire con grande slancio e già era prossima
alla vetta. Alla sua destra Dardano continuava ad arrampicarsi mantenendosi
quasi sulla stessa linea. Vide un'ampia pietra alla sua destra e arditamente
vi si buttò, si calò su e si fermò. Si accorse di essere in leggero
vantaggio. Guardò in alto. Mancava poco. Si impegnò in un ultimo intenso
sforzo lanciando rapide occhiate alla ragazza che saliva non molto lontana
a sinistra.
In cima Dardano si sollevò sull'ampia pietra, puntò i piedi, tese il
braccio a Calliope e l'aiutò a salire.
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