STELLA
 
di Donato Pirovano
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Al villaggio nessuno aveva mai visto il sole. Incombeva la profezia di un vecchio druido: il villaggio finirà quando gli occhi di un abitante si impregneranno di sole. Comunque da tempo immemorabile non si sapeva nemmeno cosa fosse il sole. Tutto il villaggio era avvolto in una folta impenetrabile foresta. Gli alberi, altissimi, lasciavano trapelare soltanto una fioca luce durante il giorno: quella che bastava alla vita normale.
La notte, il buio era denso e fitto. Le case erano costruite tra i rami più bassi. Il capo e i druidi avevano dimore collocate in luoghi particolari, riposti e inaccessibili. Nessuno si era mai domandato il perché. Era così da sempre. Il sistema di guardia funzionava perfettamente. Si sapeva che c'erano degli uomini preposti a vigilare tutto il popolo. Raramente però si lasciavano vedere. Bastava sapere che c'erano. Alcuni avevano raccontato di averli visti: guizzavano tra i rami, i cespugli e le foglie marce senza ferirsi; si arrampicavano sugli alberi come scoiattoli; avevano occhi che vedevano anche di notte. Altri dicevano che erano armati di frecce appuntite e avvelenate. Altri ancora che erano grandi e possenti, che potevano uccidere con un solo pugno. Erano storie che i vecchi amavano narrare ai bambini, la sera, davanti al fuoco, prima di andare a dormire. Raccontare la paura era un modo per allontanarla da sé. E comunque erano storie e come tutte le storie potevano anche non essere vere.
Il villaggio non aveva confini. Tutti sapevano che oltre certi punti non si poteva arrivare. C'era chi aveva provato, ma nessuno l'aveva più rivisto. Su alcuni alberi, là dove la foresta sembrava farsi meno rada, erano appesi scheletri di uomini. Si diceva che erano i corpi di coloro che avevano tentato di varcare i limiti. Forse. Nelle notti ventose, quando le ossa si toccavano, sul villaggio arrivavano rumori lugubri e funesti. E allora le mamme stringevano al seno i piccoli in lacrime, per proteggerli dalle ombre dei morti. Il capo e i druidi, custodi della profezia e dell'ordine, erano selezionati con regole antiche e complicate. Il tempo garantiva loro un alone di sacralità che nessuno osava contestare. Ed era anche stupido farlo.
Al villaggio non mancava mai niente. Tutti avevano cibo in uguale misura e in abbondanza. Le case, i vestiti, gli oggetti erano gli stessi di tutti. Il desiderio di uno era il desiderio di tutti. Corrisposto in uguale misura. Custodi di secolari tradizioni il capo e i druidi, con una organizzata e perfetta divisione dei compiti, garantivano benessere, e felicità, a tutti gli abitanti. Se nascevano fantasticherie, venivano prontamente sopite. Se si doveva progredire, si progrediva insieme, con i desideri che si sviluppavano entro la misura del villaggio. Qualcuno, folle, aveva tentato, anche in tempi recenti, di chiedersi cosa ci fosse al di sopra dei rami più alti dove il fogliame era più fitto e dove sembrava arrivare la luce del giorno: ma era caduto, ucciso si diceva dalla sua stessa curiosità di sapere. Chi invece avesse voluto andare oltre i limiti (quali poi?) del villaggio, avrebbe presto sentito sulla testa la mano fredda e lunga di un cadavere appeso. E sarebbe diventato come lui, eterno custode dei limiti, pronto in qualsiasi istante a fermare l'insana curiosità di capire.

La madre di Stella morì durante il parto. Era la prima figlia: scelse di farla vivere. L'anziana levatrice quando consegnò la piccola urlante nelle mani del padre, disse:
- In vita mia non ho mai visto occhi simili.
- Perché? Nel villaggio non mancano occhi chiari. I miei sono scuri, anche quelli di sua madre - e nel pronunciare queste parole non seppe trattenere un singulto - lo erano... ma gli occhi di suo nonno Silvio sono chiari.
- Non dicevo in quel senso. Anche i miei occhi sono chiari. Però guarda attentamente gli occhi della piccola. Sì, avvicinala di più. Guarda, quando li apre. Ecco, sì, adesso. Hai visto?
- Hai visto cosa?
- Si vede che sei padre per la prima volta. Guarda attentamente. Ti giuro, nella mia vita, e ne ho visti tanti di bambini, non ho mai visto due occhi così. Hanno qualcosa... sì qualcosa di insolito. Sembrano scintillare. E' una luce strana, intensa. Sembra che ti penetri.
La bambina continuava a piangere ininterrottamente. E anche il padre voleva farlo.
- Come la chiamerai?
- Con Stella avevamo deciso di chiamarla Diana, ma...
- Ma, cosa?
- La chiamerò Stella, come sua madre.
In quel momento si sentì un fruscio dietro la casa. La vecchia Erika corse fuori, ma non vide nessuno. Rientrata, mandò Tancredi a chiamare il padre e la madre di Stella. Qualcuno doveva pur comunicare la notizia.
Arrivarono trafelati, mentre Erika stava accudendo la piccola. Aveva smesso di piangere.
Nell'entrare in casa, Silvio si tolse il cappello. Si piegò a guardare la nipotina che dormiva.
La figlia era lì distesa sul letto, esanime, con le gambe ancora sporche di sangue. Non seppe resistere.
Preferì uscire. Tancredi era seduto su un ceppo davanti a casa. Gli mise una mano sulla spalla, senza dir niente. Un groppo gli fermava le parole in gola. Alla fine biascicò qualche cosa. Tancredi non alzò la testa.
Forse non aveva nemmeno sentito. Nella casa le donne erano in agitazione. Altre erano accorse quando la notizia aveva cominciato a diffondersi. La bambina ricominciò a piangere. Erika la mise nelle braccia della nonna. Pernilla iniziò a cullarla, stringendosela al seno, ma non ebbe la forza di chiamarla per nome.

La piccola Stella stava più coi nonni materni che col padre. Silvio, che da tempo aveva cessato di lavorare, passava quasi tutta la giornata accanto alla bambina. La dondolava sulle ginocchia, le cantava vecchie ninna-nanna per farla addormentare. La faceva sorridere scuotendo il capo. Stella allungava le piccole manine fino a toccare i folti baffi bianchi del nonno facendogli solletico. Anche la nonna non si dava pace.
Nei primi mesi avevano dovuto chiamare una balia per allattare la piccola, ma esaurita la sua funzione, veniva presto congedata. I nonni erano quasi dispiaciuti anche quando, in certe sere, Tancredi si riportava a casa la bambina. Tancredi le voleva bene, ma dentro di sé, in profondità sentiva qualcosa di strano che lo distaccava da Stella. Era come se la bambina pagasse involontariamente la colpa di essere stata la causa della morte della madre.

Un giorno a Tancredi fu chiesto di portare Stella nella casa di un druido. La richiesta lo sorprese. Non era mai stato in vita sua nelle case dei druidi. Pensò di non dire niente a nessuno, nemmeno ai nonni. L'uomo che doveva accompagnarlo, e che lui non aveva mai visto prima, arrivò puntuale al tempo stabilito. Fecero un lungo percorso, con la bambina in braccio avvolta in una morbida pelliccia di volpe bianca.
- Tu sei Tancredi, vero?
Non era ancora entrato completamente nella casa quando sentì pronunciare quelle parole.
Non poté capire da chi provenissero, visto che c'erano varie persone ad aspettarlo. Ne contò sette. Uno, forse, era il capo. Tancredi ricordava certi racconti che si facevano durante il lavoro: alcuni particolari dell'aspetto fisico e del vestito coincidevano.
- Questa è la piccola Stella? Ormai dovrebbe avere quasi un anno?
Tancredi annuì, porgendo la bambina nelle braccia di colui che aveva parlato.
- Ci è stato riferito dei suoi occhi.
- Sì sono chiari come quelli di suo nonno Silvio. - Interruppe Tancredi.
- Non parlavo del colore.
La bambina, che fino allora aveva dormito, sentendosi in braccia estranee, ebbe un sussulto e incominciò a piangere cercando il padre. Tutti si avvicinarono per guardare meglio i suoi occhi.
- E' esattamente come ci è stato riferito.
- Potrebbe essere lei?
- Potrebbe. Forse.
- Posso sapere quali sono i motivi di questa chiamata? - Domandò Tancredi.
- Niente di importante. Un semplice controllo. Ora puoi andare.
Il comportamento e le secche risposte dei druidi non lo convinsero, ma per il momento il pianto della bambina era la sua più impellente preoccupazione.

Stella visse un'infanzia felice. Per lei Silvio provava un attaccamento tenero e premuroso. La portava a fare lunghe passeggiate, le insegnava i nomi delle cose, delle piante, degli animali.
La bambina ricambiava questo affetto. Mostrava un'intelligenza pronta e vivace. Era animata da una fervida curiosità. Faceva domande di ogni genere, che a volte imbarazzavano il nonno incapace di dare subito una risposta convincente. Il nonno amava guardarle gli occhi: riconosceva quel colore chiaro così raro al villaggio. Rimaneva incuriosito e affascinato da quel vago scintillio. Spesso se la metteva sulle ginocchia e le accarezzava i lunghi biondi capelli. Stella si addormentava e il nonno rimaneva così in silenzio a contemplarla mentre dormiva, finché lui stesso non si lasciava vincere dal sonno. C'erano delle volte che il loro morbido abbandono veniva svegliato improvvisamente da fruscii e da rumori che provenivano dagli alberi vicini; e allora si rimettevano a camminare, mano nella mano, ad ammirare fiori, a scovare le tane più riposte degli animali, ad accarezzare le foglie più tenere e carnose. Quando il nonno era impegnato, Stella giocava con gli altri bambini del villaggio.
La chiamavano Gigante per la sua altezza. Per la verità non era molto più alta degli altri, ma in quel soprannome l'innocenza infantile del nominare nascondeva un non so che di misterioso e di superiore.
Veniva coinvolta in tutti i giochi e spesso le davano il ruolo più importante; alcuni dicevano che quando mancava lei il gioco non era divertente. Stella intuiva queste attenzioni, ma le accoglieva con innocente distacco, senza pesantezza. E difficilmente, quando c'era lei, si litigava, anzi spesso la chiamavano per interrompere piccole liti. Il nonno, se gli capitava di scorgere dalla finestra di casa la nipotina tra il vociare dei compagni, provava un brivido di gioia e vedeva in lei una saggezza insolita per una bambina di quell'età.
Tancredi non disse mai a nessuno della convocazione notturna nella casa dei druidi. Lui stesso col tempo finì col dimenticarla. Non trascurava, certo, il suo ruolo paterno, ma spesso nelle cose di tutti i giorni avvertiva come un peso l'educazione della bambina. Preferiva lasciarla al nonno e alla nonna.

Tancredi iniziò a percepire chiaramente il distacco da Stella, quando morì Silvio. La vide mentre stava giocando, correndo dietro ad altri bambini. La chiamò col suo nomignolo, quasi fosse incapace di pronunciare il vero nome: - Gigante, vieni, è ora di rientrare a casa.
- Aspetta, papà, lasciami finire il gioco.
- Fa' la brava, vieni che è tardi.
Stella ubbidiente interruppe la sua corsa, salutando gli altri bambini.
- Perché sei qui, papà? Hai finito presto il lavoro oggi?
- Sì.
Tancredi non sapeva cosa dire. Per un buon pezzo di sentiero rimase zitto, ascoltando i racconti della figlia che gli parlava dei giochi della giornata.
- Stella, oggi è successa una cosa grave. Ma io so che tu ormai sei una signorina, e che capirai.
Stella lo fissò.
- Cosa?
- Vedi, il nonno...
- Cosa è successo al nonno?...Nonno, nonnino...
Stella iniziò a correre. Tancredi preferì non raggiungerla. Sulla porta della casa del nonno c'era altra gente.
Tanta gente. Stella si intrufolò tra le gambe. Pernilla la fermò e la strinse forte forte al petto.
- Stella il nonno è andato a cercare la mamma, capisci.
La bambina aveva gli occhi gonfi, ma, come le aveva insegnato più volte nonno Silvio, voleva essere forte e non piangere.
- Ora noi metteremo nonno Silvio sotto la terra davanti alla casa, dove c'è anche la mamma. Loro staranno lì a custodire la nostra casa e ci diranno in sogno quello che dobbiamo fare.
- Non è vero. Io la mamma non l'ho mai vista. Sono tutte bugie.
- Tu forse non la vedi. Ma lei ti vede e ti parla nel cuore. Anche nonno Silvio ora lo farà.
Stella fissò la bocca del nonno, come se già volesse dirle qualcosa. Poi ritornò tra le braccia di Pernilla. Così, in silenzio. Senza piangere.
Tancredi non entrò in casa. Aspettò fuori in piedi con le braccia conserte guardando verso il buio della foresta che diventava sempre più fitto. Avvertì un fruscio provenire dietro la casa, ma non si voltò neppure.
Sarà il solito animale, pensò.

Stella comprese per la prima volta di piacere veramente a un ragazzo, quando Iacopo un giorno le regalò un fiore.
- Stella, è per te. - Disse timido. Non sapeva neppure il nome del fiore; l'aveva colto lontano, durante un lungo giro di perlustrazione con altri ragazzi. Volevano andare a vedere gli scheletri, ma poi nessuno ebbe il coraggio di avvicinarli.
Stella sapeva che era un glicine. L'aveva imparato dal nonno. E proprio il profumo del glicine le fece tornare alla memoria il tempo felice della sua infanzia, le lunghe passeggiate, la sua piccola mano nella mano ruvida e forte del nonno, i capelli che Silvio le accarezzava dolcemente per farla addormentare. Era un tempo lontano, troppo lontano, che non sentiva più suo. Crescendo aveva smarrito il sorriso e la freschezza di quegli anni. Col padre il rapporto era pessimo. Si parlavano raramente e quelle poche volte che lo facevano, litigavano. I ricordi della sua infanzia erano ora pallide ombre che non riusciva a destare. Le sfuggivano come la fresca acqua di sorgente nel palmo della mano. Presto si asciugava alla brezza leggera. Stella gradì molto il regalo. Iacopo le piaceva: la faceva spesso ridere. E forse in quel riso Stella riconosceva quel poco che le restava della sua infanzia felice. Accettò di camminare con Iacopo lungo un sentiero. Non ricordava di averlo percorso di recente. Ad un tratto lui le si fermò davanti, la guardò negli occhi e la baciò.
Con le amiche parlò a lungo di questo primo bacio. Alcune già l'avevano fatto da tempo, e con diversi ragazzi. Altre raccontavano di aver già anche fatto l'amore, quando non c'era in casa nessuno. Ora Stella amava stare sempre di più con Iacopo, parlare, sorridere, inseguirsi lungo i sentieri e poi stringersi forte, con i cuori che arrivavano in gola. Un giorno anche loro trovarono la casa libera.
Nonostante il buon rapporto con Iacopo, Stella non si sentiva pienamente felice. Provava durante le giornate profondi vuoti, un non so che di malinconico di cui lei stessa non sapeva spiegare le ragioni. Usciva sola e percorreva una rete fitta di sentieri, sempre diversi, come se sperasse di poter lasciare in qualche luogo sconosciuto quei misteri che portava con sé e che diventavano sempre più ossessivi. Spesso si chiudeva in lunghi silenzi. Si lasciava allora sballottare dalle urla di Tancredi, sempre più incapace di comprendere la figlia e sempre più distante da lei; o accarezzare dalle parole di Iacopo che voleva in qualche modo dimostrarle il suo affetto. Ma anche con Iacopo i litigi erano frequenti. Abituato a risolvere in modo rapido e deciso i problemi di ogni giorno, rimaneva frastornato dai cambiamenti di umore, dai lunghi silenzi, dalle incertezze della compagna. E allora si lasciavano, per poi ricercarsi dopo pochi giorni e riprendere ciò che il tempo aveva reso abitudine. Stella per la verità non sapeva se amava veramente Iacopo, non lo sapeva anche vedendo le sue amiche che ormai si erano unite ai loro compagni e avevano scelto di andare a vivere insieme nella stessa casa. Alcune avevano già avuto anche dei figli. Anche lei avrebbe voluto avere dei figli, ma questo desiderio non osava nemmeno dirlo ad Iacopo, o forse non osava dirlo nemmeno a se stessa, come se provasse una sorta di arcano timore. Un giorno, abbracciata ad Iacopo, passeggiava lungo un sentiero insolito. Improvvisamente su una grande pietra videro un uomo, coi capelli e barba incolti, le vesti consumate e livide.
- Andiamo via. Torniamo indietro. - Disse velocemente Iacopo, che già si era voltato.
- Ma... aspetta. Chi è quello?
- E' quel pazzo di Federico. Quello che parla da solo e spia le coppie appartate.
- Io non l'ho mai visto.
- Perché siamo stati fortunati.
- No, dico che non l'ho mai visto nemmeno quando sono sola.
- E ti è andata bene. Quello è un maniaco. Si dice in giro che violenta le ragazze.
- Chi lo dice?
- Lo dicono e basta.
Stella non osò fare altre domande e si chiuse in uno dei suoi soliti silenzi, come se stesse pensando a Federico. O almeno questo credeva Iacopo. Conoscendola preferì non dire niente, la riaccompagnò a casa subito e la lasciò sulla soglia di casa, senza baciarla.

Stella rivide Federico un giorno mentre passeggiava da sola. Il posto non era quello dell'altra volta. All'inizio aveva paura ad avvicinarsi.
- Ciao Gigante.
Stella rimase sorpresa sentendo il soprannome della sua infanzia. Nessuno l'aveva più chiamata così.
- Perché mi dici Gigante?
- Non ti chiamavano così quando eri piccola?
- Sì, ma tu come lo sai?
- Lo so. E so anche che ti chiami Stella.
- Tu sei Federico.
Federico la fissò negli occhi. Anche lui non era abituato a sentirsi chiamare con il suo nome.
- Che fai sola in questi luoghi?
- Penso.
- E lo fai spesso?
- Quando mi va.
Stella guardandolo in volto incrociò gli occhi di Federico.
- Non hai paura a parlare con me. Sai quello che dicono in giro?
- Me l'hanno detto.
- Ci credi?
- Forse.
- E allora perché non scappi?
- Non lo so. Forse perché non ci credo veramente.
- Dicono anche che sono pazzo. Lo sai?
- Sì, l'ho sentito dire... Cos'è la pazzia?
- Forse quello che faccio io.
- E cioè?
- Non lo so: parlare da solo, stare lontano dagli altri, non accettare doni da nessuno, non mangiare ciò che si produce al villaggio...
- E queste cose le fanno i pazzi?
- Dicono.
- E perché lo fai?
- Non lo so.
- Ti sorvegliano?
- Prima lo facevano sempre. Dovunque andassi avvertivo la presenza di qualcuno... Ma poi... non sono più stato in grado di capire. Probabilmente si sono stancati di farlo.
- Se ti ritengono pericoloso, dovrebbero continuare a spiarti?
- Forse non lo sono più di tanto.
- Allora sono tutte dicerie quelle del maniaco.
- Ogni diceria è reale per chi la crede vera.
- Io non so se sono seguita.
- Sicuramente più di me.
- Come fai a saperlo?
- Lo so. Hanno paura di te.
- Di me?
- Certo, di te.
Stella si lasciò andare in una grossa risata.

Federico non si sbagliava. Da quando Stella aveva cominciato a frequentarlo (e gli incontri avvenivano sempre più spesso, senza però dirlo ad Iacopo), le guardie la tenevano sotto rigido controllo. Con cautela, però, come aveva consigliato il capo, la ragazza non doveva accorgersi di nulla. Stella col passare del tempo era sempre più incuriosita da Federico. Si incontravano sempre in luoghi diversi. Il più delle volte passeggiavano, altre volte si fermavano a osservare foglie, piccoli fiori, ad ascoltare i rumori segreti della foresta. Raramente parlavano. Avevano imparato a comunicare attraverso il linguaggio muto degli occhi, delle mani, dei sospiri. Stella ora riusciva a capire subito quando era spiata. In qualsiasi luogo andasse avvertiva la presenza di qualcuno che la seguiva, sebbene la guardia cercasse di evitare di farsi riconoscere.
Federico le aveva insegnato a scrutare attraverso il fogliame più fitto, a interpretare la mescolanza dei profumi, ad avvertire i segnali del vento. Al villaggio ben presto si era diffusa la voce di questi incontri frequenti tra Stella e il pazzo. E già alcuni parlavano della presunta pazzia di Stella. Non poté evitare di litigare con Tancredi che rudemente la cacciò da casa. Anche Iacopo ne era rimasto profondamente turbato, ma per ora non intendeva interrompere il rapporto. In fondo l'amava. Le aveva anche proposto di andare a vivere insieme, sperando con questo di modificare il suo comportamento. Stella non aveva voluto. Scelse di stare da sola nell'antica casa dei nonni. Chi l'aveva abitata negli ultimi anni era morto da poco. Stella non provava rancore verso gli altri abitanti del villaggio. Sapeva certamente di non avere una buona reputazione.
Ma questo non le importava più di tanto. Nonostante la cacciata di casa, nonostante i frequenti litigi con Iacopo, nonostante la pressione delle guardie, Stella provava internamente un senso di libertà che non aveva mai sentito prima. E si andava sempre più convincendo che ciò che veniva additato come follia era in realtà uno stato privilegiato della mente, come se si conseguisse la facoltà di sollevarsi dalla terra e dal fango così da camminare librati nell'aria, senza sporcare i sandali di cuoio. Con Federico Stella aveva imparato che la libertà è purezza, è un levare più che un riempire. Aveva sempre ritenuto liberi, e felici, coloro che sapevano controllare gli altri, come il capo, i druidi, le guardie: ma in fondo anch'essi erano schiavi delle proprie responsabilità. E il loro era un tempo pieno più che vuoto. Aveva giudicato sempre liberi anche quelli che potevano disporre a piacere del proprio tempo, che potevano incontrare liberamente gli altri, che potevano passeggiare dovunque senza che nessuno li fermasse per chiedere dove stavano andando. E invece si era progressivamente accorta che tutte queste cose erano in fondo ancora una limitazione, magari meno evidente di altre, ma sempre una forma di limitazione. La libertà che cercava non era nei comportamenti ma nella mente, era una sorta di purezza, che partiva da dentro il cuore, più che da fuori. Era qualcosa che aleggiasse su tutto e tutti, a partire da se stessa. Non importava tanto il suo corpo esterno - quel corpo quasi diafano che da anni si sforzava a rendere voce del suo essere - ma il modo di guardare le cose, di considerare parole e azioni che il tempo aveva reso norme e pregiudizi. E allora, paradossalmente, si poteva essere liberi anche con la pressione sempre più ossessiva delle guardie che non la lasciavano mai sola. Anche se fosse ritornata in casa di suo padre, tempestata da continui rimproveri della voce e delle mani, in fondo avrebbe avvertito lo stesso profumo di libertà. Ma questa ricerca aveva finito col farle sempre più comprendere quanto fosse sbiadita la vita del villaggio.
Quella che prima per lei era luce ora era una semplice ombra, che la soffocava, che le bloccava il respiro.
Mentre girava (da sola o con Federico) per i sentieri più riposti, quegli stessi che da piccola aveva a lungo percorso con il nonno, avvertiva, come se una patina ovattata avvolgesse le cose, i colori illanguidire, i profumi diventare sempre più impercettibili, i suoni farsi sempre più fiochi. E si stupiva quando, passeggiando per le stesse vie con Iacopo, notava che in lui non era cambiato niente. Che tutto era uguale a prima. Ora e forse sempre. Per la verità, non aveva reciso il legame con Iacopo. Stella continuava a vederlo, a fare l'amore con lui. Un giorno, forse non lontano, avrebbe scelto di essere la sua compagna, avrebbero avuto dei figli. Lo stesso Iacopo col tempo si era fatto una ragione dello strano comportamento di Stella. Non litigavano più per la storia di Federico. Anzi, Iacopo cercava di essere sempre più gentile come se in lui o comunque nei suoi atteggiamenti ci fosse la chiave per risolvere i misteri di Stella.
Lei, comunque, era sempre più enigmatica anche per coloro ai quali i druidi avevano affidato la sorveglianza.
La seguivano giorno e notte. Ascoltavano le rare parole. Segnalavano i suoi movimenti. Più volte erano stati organizzati dei consulti nelle case dei druidi. Alcuni avevano proposto di convocare Stella e di interrogarla; altri di eliminare Federico, Stella o tutti e due. Il capo, per il momento, consigliò di temporeggiare, ma di mantenere sempre un rigoroso controllo. Un giorno Stella e Federico si erano spinti in profondità nella foresta. Vicino a loro era appeso lo scheletro di un uomo. Stella gli andò accanto e mosse il tronco. Lo scheletro cominciò a oscillare in modo macabro. Federico sorrise:
- Poveretto, chissà cosa pensava di fare.
- Perché?
- Questi sono i resti di chi ha tentato di varcare i limiti. Ce ne sono molti. Una sorta di lugubre cerchio attorno al villaggio.
- Il villaggio dei morti.
Stella accompagnò le sue parole con una sonora risata, ma dentro di sé sentì un tremito.
- Andiamo via, Stella.
- Secondo te cosa cercavano?
- Chi lo sa? La vita, la libertà, l'amore, ma... Ci sono forze che provengono da dentro che nessuno riesce a fermare.
- Federico, tu non hai mai desiderato uscire?
- No, non avrebbe senso. Sarebbe come andare incontro a una fine certa.
- E la libertà non sta nelle certezze.
- Vero.

Quando questo episodio fu riferito, venne immediatamente convocato un consiglio straordinario.
- Dobbiamo eliminarli.
- Perché? - Obiettò il capo. - Per ora non hanno ancora superato alcun limite. Se tenteranno, non avranno scampo. Le precauzioni sono sicure.
- Ho paura.
- Di cosa?
- E' una sensazione. Quella ragazza non mi piace. Mi preoccupa.
- Ricordatevi di ciò che ci hanno tramandato i vecchi druidi?
- La profezia?
- Non solo. Anche gli occhi della ragazza.
- Non bastano due occhi, anche se particolari, per varcare i limiti.
- E' vero. Perché ci dobbiamo preoccupare? In fondo sono solo due pazzi.
- Io non mi fido.
- Eliminiamoli una volta per tutte.
- Aspettiamo, vediamo se tentano ancora...
- No, dobbiamo ucciderli.
- C'è il rischio che si avveri la profezia.
- Se li uccidiamo dobbiamo anche far emergere una ragione. Il villaggio potrebbe turbarsi.
- Nessuno si interessa di due pazzi.
- Non è vero. Il padre della ragazza, quel tale Iacopo, le amiche...
- Poca cosa.
- Abbiamo sempre dato un senso a tutto. In fondo cos'è la giustizia?
- Giustizia o no, quei due vanno eliminati.
Il capo si alzò in piedi e ammutolì il consiglio che si stava eccessivamente animando.
- Basta. Aspettiamo. La prossima volta che si avvicineranno a un limite, l'arciere tirerà. Così non avremo bisogno di scuse. Ma il controllo sia sempre ferreo. Non devono rimanere mai soli.
La decisione fu accettata, ma i dubbi non si dissiparono. Per alcuni il sonno non fu tranquillo.

Stella non sentì nemmeno, come altre volte, il cambio della guardia a metà della notte: la lunga passeggiata le conciliò il sonno. In sogno le apparse nonno Silvio. Sembrava uscire dalla terra dove era stato sepolto ed ergersi col petto e con la fronte. Come se disprezzasse la morte. I capelli erano bianchi, puliti, senza terra. Si intravedevano bene gli occhi chiari. Voleva indicarle qualcosa. Qualcosa di lontano. Ma lei non capiva. Poi anche lei si girò verso la direzione che lui segnava col braccio. Vide molti alberi, folti, altissimi, che progressivamente cadevano da una parte e dall'altra, e aprirsi una strada, sempre più ampia, fino a scorgere in profondità uno spazio aperto e luminoso, senza rami e senza foglie. Quando Stella si svegliò le sembrò di essere avvolta nel buio. Guardò fuori dalla finestra. Era già mattina avanzata. Doveva andare a lavorare. Si preparò di corsa e uscì di casa. Rimase turbata tutto il giorno: sentiva il desiderio impellente di vedere Federico. Lo incontrò dopo il lavoro, prima che imbrunisse. Gli disse del sogno e dei pensieri che l'avevano sconvolta. Federico l'ascoltava con la solita calma: non pareva per niente turbato.
La ragazza lo guardò negli occhi, in silenzio. Rimasero a lungo così, senza parlare.
Poi Federico disse: - Sai Stella, ieri sera prima di addormentarmi, pensavo a quello scheletro che tu hai fatto oscillare. Mi sembrava che mi girasse sempre di più attorno, come se mi trovassi in un vortice: avevo paura di soffocare, di non poter più uscire. Ero come tramortito e però volevo gridare, volevo che la mia voce si sentisse lontano, al di là dei grandi alberi. Molto probabilmente mi addormentai. Vidi un uomo, un uomo solo che correva, affannato. Dietro di lui un uomo armato di arco. Con la cocca pronta nella corda. Il primo uomo correva veloce, saltava le foglie, i rami, si arrampicava e si lanciava in avanti come se cercasse in tutti i modi di guadagnare terreno. S'impigliò in un ramo e la freccia fu sopra di lui. Poi vidi il lago delle sue vene.
"L'arciere lo raggiunse. Lo spogliò e lo appese all'albero. Mi svegliai sudato.
Disse Stella: - E' strano, io sogno spesso, ma è la prima volta che sento il desiderio di raccontarlo a qualcuno.
- Non è un desiderio vano. I nostri sogni si sono cercati perché volando sono trasportati dallo stesso soffio.
- Quale soffio... ma che dici?
Federico si alzò di scatto, prese rapidissimo una fionda dalla cintola e scagliò un sasso verso un cespuglio.
- Presto dobbiamo fuggire.
Federico prese Stella per mano e la portò nella sua casa. Stella non era mai entrata nella dimora di Federico. Ormai era sera. Ma non provò paura.
- Perché hai scagliato quel sasso?
- Ho ucciso la guardia che ci spiava.
- Perché?
- Perché altrimenti avrebbe ucciso noi. Ma ora non abbiamo più molto tempo. Dobbiamo uscire.
Stava ancora parlando quando si spogliò completamente. Stella lo guardò provando un leggero brivido di timore. (Non era lui il pazzo che violentava le ragazze come aveva detto Iacopo?). Federico lasciò le sue vesti livide e consunte e indossò una casacca verde, senza macchie, perfettamente cucita. Con un unico gesto della mano strappò la barba. Sembrò molto più giovane. Stella sbalordita, non riusciva a dire nulla.
- Stella non temere. Sono un druido, ma nessuno al villaggio lo sa. Quando nacqui, decisero di farmi morire a causa di un'antica profezia. Mia madre riuscì a salvarmi, nascondendomi in una tana segreta. Sono anni che aspetto questo momento. La profezia, quella vera, si sta avverando.
- Quale profezia? Druido? Federico non ci capisco più nulla.
- Presto capirai.
- Nei tuoi occhi leggo che il grande momento è arrivato. Sei tu la prescelta. Quella che farà rinascere il villaggio. Fuggiremo insieme, oltre i limiti e tu ti immergerai nel sole. Tutti coloro che hanno tentato non avevano capito nulla. Cercavano la libertà da soli. E invece... solo in due è possibile...
- Continuo a non capire.
- Sentirai dentro di te un impulso irrefrenabile. Sarà lui a trascinarti. Andiamo ora è già tardi.
Uscirono velocemente dalla casa e corsero lungo il sentiero. Stella non si era mai sentita così leggera. I due si muovevano agilmente, quasi librati in aria, senza far rumore. In breve raggiunsero le ultime case e si diressero lungo un sentiero a destra. Correvano al buio come avessero percorso quella via centinaia di volte, come se tutto fosse ben impresso nella loro memoria. Ad un tratto Stella scorse un colore bianco. Doveva essere uno scheletro. Ebbe un momento di esitazione, ma Federico la spinse avanti. Quell'abito da druido che li aveva protetti fin qui, ora però non sarebbe bastato. Scorse dietro di sé l'arciere. Sapeva che doveva colpire. L'arciere aveva un colpo solo e non poteva sbagliare. Federico si collocò perfettamente dietro il corpo di Stella che continuava a correre nel buio, oltre lo scheletro.
Sentì la freccia calda che s'immergeva e che avidamente beveva il suo sangue. Stella continuò a correre spinta da una forza violenta che le saliva dal petto. Si girò e non sentì più il respiro caldo di Federico. Si fermò un istante a guardare nel buio, ma provò un brivido sconosciuto (forse non era solo paura) che le fece riprendere il cammino.

Aveva corso tutta la notte e non sapeva dove fosse arrivata. Sentiva solo un gran caldo salirle da tutto il corpo. Si tolse d'istinto la giubba di cuoio e rimase nuda. Non c'erano più alberi alti attorno a lei. Solo radi cespugli, erbe che non conosceva. E fiori, tanti fiori, di colori vivaci che non aveva mai visto. Sentiva nell'aria un profumo insolito, una fragranza che le saliva dalle narici e quasi le impediva di respirare tanto era intensa.
Alzò gli occhi. Si fermò a contemplare quello che c'era sopra di lei e che non aveva mai visto prima: un colore terso, limpido e una luce accecante che le impediva di guardare in alto. Si voltò: nessuno. Non provò nessun pudore sentendosi nuda, anzi avvertì una dolcezza insolita che la penetrava da tutto il corpo. Si rimise a correre. Ebbe sete. Vide davanti a sé discosto un centinaio di passi un torrente. Arrivò fino a una pietra, enorme, che sporgeva in avanti nel vuoto. L'acqua saltava emettendo un enorme frastuono e provocando alti spruzzi bianchi. Guardò verso il basso. Vide delle scintille di luce che zampillavano nell'acqua. Come spiccata da un vento si lanciò con il capo in avanti.

Non mi sono mai spinto così lontano a raccogliere fragole. Vado pazzo per le fragole con limone e zucchero.
In questa stagione bisogna andare per sentieri insoliti. Se non ti allontani un po' dai percorsi noti non ne trovi. Ma quella non è la cascata, mi sono detto. Sarò almeno a dieci chilometri da casa.
E' in quel momento che ebbi la visione. Una ragazza, bionda, leggiadra distendersi sullo scoglio, con le membra bianchissime quasi cotte dal sole. Si butta.
Tu vorrai perdonarmi lettore, ma è la prima volta che mi capita una cosa simile. Cosa dici? La profezia, i druidi, il villaggio... Aspetta, con calma, altrimenti non capisco più nulla. Dunque c'è, o c'era una profezia, sì, fino a qui ci siamo. E un villaggio nascosto in una foresta. Per la verità mi sembra un po' banale. Chissà quante volte ho letto di villaggi nelle foreste, le fiabe ne sono piene. Ah, ma tu vuoi che siano rispettati i tuoi diritti. Hai concluso un patto. Per la verità non me ne ricordo. Però se insisti, potrei darti anche ragione. E questa Stella, come tu dici, è uscita dal villaggio. E quindi, vorresti sapere come andrà a finire. Non vorrai farmi credere che quella bella bionda nuda che si sta buttando è la tua Stella che ha corso tutta la notte e adesso vuole immergersi, o come tu dici, impregnarsi di sole. Dici che il villaggio andrà a finire male: tutto distrutto. Ma che è questa Stella, un meteorite? O forse, farà morire solo i cattivi e tornerà a rigenerare la vita di tutti. Dici che sposerà un tale Iacopo? Beh, fortunato quel tale.
Però, perdonami lettore, per me della razza di chi rimane a terra, basta guardare questo tuffo. E' così bello.

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