LA DISTANZA DI UN ATTIMO
 
di Luigi Castellani
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A Michael Moorcock, con mille scuse

Il caccia stealth monoposto cavalca le onde verdi della giungla cambogiana, incalzato dallo schiocco dell'aria squarciata sempre ad un respiro di distanza. Nel raggio di cinquanta metri Sciami di milioni di insetti friggono all'istante spazzati via dalle scariche elettromagnetiche delle contromisure elettroniche che precedono come una tempesta il jet.
Nel cielo pesante stormi di uccelli spaventati fuggono pigramente, come pesci nelle acque smosse dall'arrivo di un'orca.
Apparse all'orizzonte le rovine semi sommerse di Angkor scivolano come una balena incontro al monoposto.
Come nemici o amanti da lungo tempo separati sembrano riconoscersi, si puntano ostinatamente come fissandosi negli occhi.
E' un incontro di sguardi che dura meno di un secondo, il tempo perché la città tempio laceri la superficie della giungla con le sue guglie e cupole: Ta Som, il Bayon, Angkor Thom. Gli enormi edifici squadrati brulicano di sculture che sembrano contorcere nervosamente le superfici immobili. Asserragliata dietro fossati e laghi artificiali larghi centinaia di metri la città resiste ancora, malamente, allo straripare della natura e del tempo.
Il fischio feroce del trasponder spezza l'incanto, il pilota non ha neanche il tempo di accorgersi di quel che succede mentre l'Expert System prende il controllo del velivolo in frenata scaraventandolo in improvvise manovre evasive. Bestemmia e maledice il computer di bordo che lo informa atonamente di tre missili in avvicinamento. Fa in tempo a vedere la scia dei primi due missili andare a vuoto, poi il terzo colpisce l'aereo disintegrandolo a mezz'aria con un tonfo sordo, quasi ridicolo.
Frammenti in fiamme cadono al suolo lentamente, come a restituire la giungla al silenzio...

...Asserragliata dietro fossati e laghi artificiali larghi centinaia di metri la città resiste ancora, malamente, allo straripare della natura e del tempo.
Imprecando il pilota stacca il volume del trasponder, improvvisamente impazzito. Con voce impersonale il computer lo informa di almeno tre puntatori laser in funzione sopra i cieli della città in cerca di bersagli. La stima è di 20 secondi prima che i puntatori li individuino.
"Vaffanculo, Allora ne hai 19 per atterrare" risponde Castor.
L'aereo si arresta di colpo a mezz'aria tagliandogli il respiro, poi dolcemente inizia a scendere in verticale cullandolo nel cockpit in lega di titanio.
Un ultimo sbuffo dei getti VTOL e il mezzo atterra con solo un piccolo sobbalzo gommoso da cartone animato. Quando il cockpit si apre sente le orecchie fischiare e l'aria pesante gli si butta addosso con l'intenzione di soffocarlo.
Non è solo l'umidità che attende di esplodere in un uragano o in una tempesta, è Angkor ad essere inesorabilmente resistente alle increspature sulla superficie del presente, immune alle permutazioni, stagnante quanto l'esterno è un turbine aggressivo in guerra permanente con se stesso.
Ma d'altronde solo qui può trovare il suo Graal, il Trasmogrant.
Se uscisse ora dalle mura i secoli che lo attendono in agguato la fuori lo dilanierebbero.
Fa un rapido controllo dei comandi e scende dal Jet. Dopo il lungo volo barcolla un po', pare un bambino appena nato che stia imparando a camminare.
Il cockpit si richiude con uno sbuffo e l'aereo inizia lentamente a cambiare colore sfumando nei colori della giungla e delle pietre lichenose.
Apre il pesante giaccone da pilota, bordato di pelliccia:
Pistola ad aghi (un perverso incrocio fra la siringa dei drogati e la macchinetta dei tatuatori)
Mimetica in tessuti biologici (intima e pulsante come un amplesso perpetuo)
La miriade di bussole, orologi e altri strumenti di orientamento che ricoprono il suo braccio sinistro (sempre sapere chi/dove/come/quando sei, è l'unico modo per sopravvivere)
Il commutatore (ancora di salvezza, gruccia, placebo, schiavitù)
E una pletora di armi portatili di generi vari
Non ha bisogno d'altro se non sapere chi ha messo i sistemi di difesa sulla città.
Qualcun altro sa.
Una delle miriadi di fazioni tribali Khmer? Sedicenti iniziati alla ricerca di una inesistente Agartha? Speculatori che vogliono comprare e vendere il paradiso?
La risposta arriva col fischio di un proiettile senza nome che gli spacca il cranio...

...Una delle miriadi di fazioni tribali Khmer? Sedicenti iniziati alla ricerca di una inesistente Agartha? Speculatori che vogliono comprare e vendere il paradiso?
Non ha neanche finito di farsi la domanda che l'impatto di un proiettile sul casco lo butta a terra, stordito ma salvo. La raffica finisce a rimbalzare sulla superficie invisibile dell'aereo.
Coglione.
Striscia disperatamente fra le frasche fino a raggiungere la copertura di un idolo. L'enorme volto di Buddha sorride ai fischi dei proiettili che falciano la vegetazione circostante.
Voci, tante voci, Khmer; passi, tanti passi, troppi.
Fruga fra le tasche del giaccone ed estrae il piccolo bossolo argenteo.
Lo lascia volare oltre il Buddha. L'esplosione e le urla gli strappano un sorriso mentre corre verso un altro edificio infilandosi i tamponi nel naso. Colpi ubriachi superano a malapena la cortina di gas che si è alzata.
Si butta nell'edificio a capo fitto rimbalzando dolorosamente sui macigni e le radici che li stritolano. Si rialza fischiettando "Third stone from the sun".
Dopo il clamore dei colpi la città è mortalmente silenziosa.
Corre via saltando e abbassandosi in maniera scoordinata prima che la zona si faccia troppo affollata.
Altro riparo, respiro grosso.
Scivolando a terra reclina la testa. Appoggiato alla colonna osserva la processione a bassorilievo che occupa tutta la lunga galleria in cui si trova: l'armonia del cielo e della terra. Vegetazioni lussureggianti, umili contadini e principi, sorrisi illuminati.
Sa di essere dentro Angkor Thom, poco oltre la Terrazza degli Elefanti, ancora poche centinaia di metri, oltre uno dei canali nord e arriverà al Bayon, la Scatola Magica.
Scosta gli occhiali da sole e si massaggia il viso affilato da zingaro. Zigomi aggressivi, occhi vagamente pazzi da husky.
Si rialza piano. Scivola come un'ombra fra le colonne. Il vento di tempesta che si è improvvisamente alzato scorre lungo le gallerie ridefinendo il concetto di silenzio col suo borbottio feroce e continuo. Non sente i suoi passi, né gli uccelli della giungla, scostando la manica guarda le lancette e gli aghi sul suo polso, immobili, e gli pare di non esistere.
Sembra un fantasma triste mentre passa oltre una vasca piena di ninfee.
Sembra un martire mentre garrota uno Khmer di guardia che muore con rantoli umidicci.
Infine giunge al ponte che lo separa dal tempio centrale. Il corrimano è un tiro alla fune di spiriti maligni e benigni che fra le mani stringono un lungo serpente in pose di stilizzato sforzo.
Kundalini, inevitabilmente superiore alla lotta, non batte ciglio mentre lo strapazzano dall'una e dall'altra parte.
Alle due estremità del ponte ci sono due cadenti bunker pieni di Khmer nervosi dai fazzoletti rossi e dalle insegne tribali. Fumano la loro diffidenza ad occhi sgranati copie di kalashnikov stretti come feticci della rivoluzione.
Non lo hanno visto, scivola via piano, scivola piano sulla mina antiuomo che lo uccide...

...Alle due estremità del ponte ci sono due cadenti bunker pieni di Khmer nervosi dai fazzoletti rossi e dalle insegne tribali. Fumano la loro diffidenza ad occhi sgranati copie di kalashnikov stretti come feticci della rivoluzione.
Non lo hanno visto, fa per scivolare via quando si ferma istantaneamente.
- Quella su cui stai mettendo il piede è una mina - gli ha detto una voce in Francese.
Si volta lentamente e incontra lo sguardo di un bambino. Ha la impenetrabile serenità di un Buddha, quasi severa. Ha una gamba di meno e qualche pacco avvolto in pezze su di una spalla.
Castor sorride come un turista cretino e ritira il piede.
- Devo arrivare dall'altra parte.
Il bambino fa cenno di sì con la testa e si volta per andarsene.
In silenzio, come una chela, segue i piccoli passi del bambino fino a un intrico di terrazze e gallerie, volti e cupole.
La stanza in cui arrivano è talmente ampia e buia da non vederne la fine.
L'arredamento è una misera e labirintina fantasmagoria: legno, corde di nylon e teloni di plastica, vecchi cartelloni della coca cola e sorridenti volti di Hollywood.
Dalle crepe nei muri maestosi il vento e le piogge colano dentro non sentiti, con discrezione.
Un vecchio frigo e delle biciclette rugginose agonizzano in un angolo dove riposa un vecchio vestito di arancione. Alle sue spalle la parete, decorata dalle infinite processioni tanto volute da Jayavarman VIII, è illuminata dalla luce gialla e fioca di una lampadina da 20 watt.
Il bambino si inginocchia di fronte al vecchio e apre le pezze da cui estrae del riso e delle verdure ancora sporche di terra. Il vecchio apre gli occhi incavati, lo sguardo assente non si ferma neanche sullo sconosciuto, Castor si accuccia per terra e osserva in silenzio mentre il bambino e il vecchio parlano in Khmer.
Sono toni misurati e rispettosi fino a quando una tenda di plastica si scosta all'improvviso ed una ragazza fa la sua comparsa con in mano un fornello raffazzonato di barattoli in una mano ed una tanica nell'altra.
Fissa Castor con ostilità e si mette a discutere animatamente col bambino, il vecchio sembra non notare nulla mentre stringe una sorta di rosario e mormora preghiere.
La fine del litigio è marcata da uno scroscio d'acqua e vento quando una delle tende cede ad un fiume di acqua che a fiotti colma di agenti chimici una tanica gialla. Fuori il cielo tropicale carico di nuvole si è già scurito. La ragazza cucina mentre una vecchia radio gracchia notizie in Khmer e Francese: la crisi energetica, un attentato nella metropolitana a Kuala Lumpur, tassi di inquinamento in Thailandia, propaganda di regime sulla guerra civile in Europa, accuse alla vicina Birmania Fascista, appelli al Vietnam e alla Corea per spazzare via il governo reazionario. Tutto spruzzato di etno-Pop patriottico e Socialista.
La ragazza non sorride neanche quando Castor le offre una sigaretta di Old Holborn, fuma parlando al bambino che già si è servito della scorta di tabacco e cartine di Jerry. Il vecchio, stanco, già dorme.
- Domani ti porterò al Bayon - dice il ragazzo buttandosi a dormire sotto vecchie coperte dei Marines. Castor fa cenno di sì e basta, accetta il destino che gli hanno preparato con abbandono, persino il Trasmogrant è dimenticato.
Quella notte, quando la ragazza si infila sotto le sue coperte, non riesce a fare a meno di sentirsi scopato e in colpa.
Così fa finta di non vedere il bambino uscire nella notte e quasi non fa resistenza quando arrivano a prenderlo gli Khmer.
Obbedisce docilmente ai mitra spianati mentre la ragazza - ancora seminuda - e il bambino contrattano coi rivoluzionari sulla sua attrezzatura. Quando il litigio si fa violento, uno spintone manda a terra la ragazza e il bambino che urta una tanica di petrolio. Una sigaretta buttata per terra poco prima scatena un inferno che divora all'istante le pareti pubblicitarie della piccola corte e i suoi occupanti...

...Quando il litigio si fa violento, uno spintone manda a terra la ragazza e il bambino che urta una tanica di petrolio. Una sigaretta buttata per terra poco prima scatena un inferno che divora all'istante il piccolo corpo.
La ragazza si butta urlando sul fratello cercando di salvarlo ma un manrovescio la blocca facendola volare indietro. Le urla disperate del vecchio cieco vengono zittite dal tono perentorio di un colpo di Tokarev.
Il commissario Khmer da ordine di portare via la ragazza e lo straniero, prendere tutto quel che c'è di utile e bruciare il resto.
Castor e la ragazza precedono la processione di miliziani di qualche metro, in silenzio riattraversano le sale deserte e gli archi istoriati, messi a nudo dallo sguardo distante e distratto dei torrioni e dei templi che fanno capolino dalle pareti squarciate.
Castor separato dai suoi strumenti si sente a disagio, senza identità o scopo, fatica persino a ricordarsi chi è. Quando posa lo sguardo sui piccoli bunker di fronte al ponte degli spiriti si sente evanescente, come uno spettro ribelle ricondotto forzatamente e necessariamente al suo riposo.
Il bunker si rivela piccolo e angusto, quasi un tumulo. La luce gialla e fioca che sale da delle piccole scale a chiocciola gli promette trattamenti infernali.
Alla fine delle scale lo separano dalla ragazza e lo conducono per infiniti e distorti cunicoli, viscidi e gocciolanti, fino ad una stanza antica dominata da bandiere rosse e foto quasi funebri di un Pol Pot benedicente.
Sulla parete di fronte del tempietto, quasi in ombra, i resti a rilievo di una grossa aquila stilizzata. La creatura razionalista è stata sfregiata a martellate ma si aggrappa ancora disperatamente a quel che resta di una svastica. Con uno spintone gli Khmer buttano Castor su di una sedia. Dopo averlo legato al ridicolo gadget da bordo-piscina in plastica paiono pietrificarsi ai suoi lati.
Castor guarda l'abbozzato altare progressista su cui svettano le bandiere e pensa ai gerarchi pazzi giunti fin lì da Berlino decenni e decenni prima: pacchiani millenaristi necrofili alla disperata ricerca di rivelazioni per il loro grottesco re-sacerdote.
- Il cattivo gusto, - sentenzia pieno di un sarcasmo che sembra averlo restituito a se stesso - ecco la fonte di ogni male.
- Trova? - Dice un ombra alla sua destra prima in francese e poi in inglese.
- Si, anche se lei forse non se ne rende veramente conto - risponde Castor in Khmer al commissario.
- Parla la nostra lingua. Insolito...per un occidentale.
- Fa bene alla mia autostima considerarmi tale. Insolito, intendo. All'altra cosa non ci ho mai tenuto così tanto. Più che altro è un ricordo d'infanzia.
- Il suo umorismo è fuori luogo.
- Quanto il suo contegno. Intende torturarmi?
- Se è necessario - sorride suo malgrado il commissario - Perché è qui, chi la manda?
- Turismo. Nessuno se non la mia coscienza. - Il colpo di canna di bambù è talmente veloce che non lo vede neanche. - Era nel copione che lei mi avrebbe almeno minacciato un altro po' prima.
Altro bambù, talmente forte da far barcollare la sedia.
Il commissario si accovaccia e gli passa una sigaretta.
- Ora mi ascolti bene: lei morirà. Lo sappia subito. L'unica cosa che può fare è abbreviare la sua sofferenza parlando. Le sto offrendo una alternativa onesta a ore e ore di tortura.
Castor aspira sangue e nicotina socchiudendo gli occhi. Fissa il giaccone e la mimetica buttate a terra a pochi passi da lui pensando alla pistola e al commutatore.
- Ah già, i suoi preziosi giocattoli da spia. Roba costosa. Sa quante famiglie Cambogiane sfamerebbe una cifra simile? Chi la manda?
Silenzio.
- Non ha l'aria del Francese, sembra più un mercenario Inglese, di quelli impiegati dai Birmani. Ho ragione? Non penserà mica di darmi a bere la storia del ricco occidentale in cerca di redenzione spirituale nel misterioso oriente mentre i capitalisti declinano.
- Dovrebbe leggere 'Time search through the declining West' e 'The Ethical Simulation' di Cornelius.
- Molto bene. Chiamatemi se ha qualcosa da dire.
Il commissario se ne andò che avevano appena iniziato a massacrarlo, ma ,mentre moriva, Castor si chiese se non fosse proprio questo il suo Trasmogrant...

... - Molto bene. Chiamatemi se ha qualcosa da dire.
I due Khmer erano talmente intenti nel seviziarlo che ne rimase quasi affascinato, in un altro momento forse sarebbe rimasto ad apprezzare lo spettacolo.
Un colpo troppo forte fece cadere la sedia. Riaprendo gli occhi dopo la caduta vide la mimetica a pochi centimetri dal volto.
Uno dei miliziani fece per risollevarlo per i capelli e perse il pollice urlando come un cappone.
L'altro fissò allibito il compagno giusto il tempo necessario a Castor di buttarsi sulla mimetica e cercare a tastoni col mento il pulsante d'attivazione del Commutatore.
Un ticchettio che potrebbe essere il conto alla rovescia per la fine del mondo precede un abbagliante e silenzioso lampo bianco-violaceo.
Le urla di terrore dei due Khmer si fondono in un unico urlo bi-tonale.
Come schiuma sulla cresta del Geyser Castor viene lanciato oltre.
Si vede penetrare le pareti del Bayon, il tempio centrale, la Scatola Magica.
Un labirinto tridimensionale fatto di tenebra, un rompicapo cubico che una volta svolto rivela il suo cuore luminoso.
Il Trasmogrant è un macchinario di lucido metallo verde-azzurro le cui dimensioni sfidano la capacità di comprensione umana. Sulle ruote grandi come galassie, sui tubi che traversano l'infinito, ovunque sulla sua superficie aliena fioriscono infinite incisioni che celebrano la vita in tutti i suoi cicli e tutte le sue forme nello splendore e nella più buia e abbietta oscurità.
Il Trasmogrant è lì di fronte a lui, finalmente, e proprio ora che lo contempla, sa che non sarà mai suo...

...Castor rialza il viso dal commutatore.
I suoi ultimi pensieri sono per la città.
Si volta a guardare Roma le cui macerie fumanti all'orizzonte sono le vittime eterne della volontà di sempre nuovi Neroni.
Pensa alle cicatrici nell'anima della città a cui corrispondono tante cicatrici nella sua anima, ai posti che avrebbero potuto o dovuto esserci, alle persone massacrate dalla quotidiana, incessante Guerra.
Basta ipotizzare.
E' ora di partire per Angkor.
-25 Settembre 2001

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