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FANTASMI
Questo
racconto è dedicato a chi mi scrisse le seguenti parole: "Non essere
cinico riguardo all'amore Esso è perenne come l'erba a dispetto di ogni
aridità o disillusione"
Mi
sveglio di soprassalto, la nella mia stanza a "la Sirena d'argento"
sui moli di Quush la Bella. Fuori nella mattina avvolta di nebbia vedo
i pallidi raggi del sole brillare sulle guglie e le volute dei templi
nel cuore della città, dalla distanza mi giungono fioche le voci dei
primi salmi del mattino portate dal vento con l'odore salino del mare
e quello rancido di questa putrida metropoli.
Mi alzo con la bocca impastata e la testa pesante per il troppo Ash-Eesh
ed alcool della sera prima, mi vesto infreddolito e guardo il mio letto
sfatto pensando quanto sia vuoto senza di lei. Hembala.
Pelle d'ebano, la bocca larga e sensuale scura come il kahv tostato
e dolcissima. Ricordo l'arco delle sopracciglia, la linea camusa del
naso, quegli occhi neri ed i capelli lunghi, folti, riccioluti e carichi
dell'odore del Saffron.
Ma poi arriva Darmurath nei miei pensieri e porta con se quella oscena
sembianza di vita che ora è Hembala.
Darmurath l'iniziato, Prima Voce dei Senza Volto, Darmurath il Negromante.
Rabbiosamente finisco di vestirmi affibbiando il cinturone che porta
le mie armi, la borsa con le fatture e le droghe, il pugnale e la spada
che furono di Varani e la mano scorre piano sulla guardia a forma di
serpente cui ho fissato una ciocca dei capelli di Hembala. Per ultima
indosso la cappa porpora del mio ordine sopra il giustacuore di cuoio
borchiato.
Finalmente, dopo quattro anni di ricerche e studi, Darmurath avrebbe
trovato in me la sua giusta nemesi qui a Quush.
Mi volto verso la bacinella dell'acqua e mi sciacquo il viso per svegliarmi
del tutto poi alzo la testa e incontro il mio sguardo nel piccolo specchio
di rame lucidato.
Faccio scorrere piano la mano sinistra (monca del mignolo e dell'anulare)
lungo i solchi del fuoco sul mio viso, piano salgo le cicatrici del
volto scavato fino al naso, aggiro il piccolo anello d'oro e supero
gli occhi grigio verdi, cupi. Le dita si fermano sul tatuaggio che spunta
netto sulla fronte fra le cascate di capelli castani ormai ingrigiti,
un maglio purpureo e fiammeggiante. Il Marchio di Meshuat di cui io,
Nurgon Mezzamano, sono -indegnamente- sacerdote. Per un attimo sorrido
alla figura ridicolamente sinistra che presento al mondo.
Berebet mi richiama dai miei pensieri fremendo al mio polso destro,
carezzo affettuosamente il mio famiglio chiuso nel suo corpo di rame
dagli occhi di opale che mi avvolge il polso.
Come ogni mattina estraggo poi il simulacro trafitto di spilli e segnato
con simboli cabalistici e lo poggio sul tavolo dove le candele delimitano
il pentacolo disegnato con la cera. Poggio il fantoccio di stracci neri
e dal naso adunco nel cerchio, quindi sussurrando fatture accendo piano
i ceri ed estraggo un altro spillone d'osso, la cima scolpita a forma
di teschio.
Al culmine del canto trafiggo il simulacro impietosamente, quasi meccanicamente.
Rimango a guardare il fantoccio in cerca di segni di sofferenza.
Nulla , anche di giorno i suoi dei-demoni lo favoriscono.
Ripongo il fantoccio con una smorfia di disappunto e guardo fuori la
nebbia che inizia a diradarsi ed il sole che si alza sempre più caldo
e luminoso.
Penso a come potrei e vorrei torturare Darmurath fino a fargli rigettare
quella cosa oscura e ributtante che chiama la sua anima e farle rimirare
impotente ogni tortura che infliggerei al suo corpo in un dolore senza
fine; purtroppo tutto ciò mi è negato dalla natura delle cose.
Un solo modo ho di colpire lo stregone, entrare nel suo sanctum e profanarlo.
Una volta abbandonato dai suoi dei e dalle sue fatture protettive cadrebbe
in mio potere e libererei Hembala. Ma prima devo prepararmi, meditare,
ottenere informazioni in ogni modo possibile.
Più determinato che mai esco dalla stanza per affrontare la città di
Quush.
Ampia, barocca e cadente Quush la bella si stende sulle rive del Golfo
della Mano, da millenni principale centro di culto (e commercio) per
tutti i popoli del Mare Equatoriale. Fra tutti i miti e le religioni
che ne narrano le origini la più accreditata è quella riportata nelle
scritture Bha-Trassh, testo di culto della maggioranza dei popoli del
Nuradesh. Le scritture Bha-Trassh narrano che all'alba del mondo quando
il Dio Bha fu privato della mano destra(su cui aveva inciso tutte le
formule della creazione) dal fratello Trassh, invidioso, questa cadendo
dal cielo sprofondo le terre e fu inghiottita dal mare e Bha non poté
concludere la creazione. I primi re-sacerdoti del Nuradesh decisero
di costruire la loro capitale in questo luogo sacro e sebbene il loro
impero sia crollato da alcuni secoli e molte dinastie e popoli l'abbiano
dominata Quush è ancora una teocrazia Bha-Trassh, ma soprattutto continua
ad attirare dei, culti, stregoni, filosofi. Quush è la città dei 1000
dei, delle dottrine, città sacra di 10000 sette e covo di innumerevoli
congreghe.
Qui in biblioteche polverose di templi splendenti come gemme o cadenti
come cadaveri, nel cuore putrido e affascinante della città sono conservati
libri di magia nera e bianca: tutti quei misteri della creazione -luminosi
od oscuri- che generazioni di preti e stregoni hanno riscoperto e riordinato
in vite di studio e devoto sacrificio passate in laboratori e sanctum
i cui contenuti a volte folli e macabri sconvolgerebbero la mente di
un uomo impreparato ai pericoli dell' esoterismo.
Ed io sono un verme perfettamente a suo agio in questo favoloso frutto
maturo dall'animo ignobilmente marcio.
Ho lasciato i moli e mi sono spinto verso il centro, il quartiere delle
torri, dei templi e dei mercati dove si vendono droghe, reliquie, animali
ed oggetti esotici, componenti alchimistici e schiavi. In distanza è
visibile l'enorme palazzo-tempio dei Re di Quush, interamente istoriato
di avvenimenti mitologici: battaglie, incoronazioni, coiti regali, divini
o demoniaci.
I vicoli che attraverso e che salgono al palazzo sono stretti, fangosi
ed affollati, carichi di odori resi spessi dalla giornata calda. Intorno
a me scorrono in un fiume incessante fachiri scheletrici, pallidi marinai
nordici, variopinte ed ammiccanti prostitute-chiromanti, preti dei culti
più vari, piccoli mendicanti dagli stracci sporchi, mercanti dai volti
porcini grossolanamente vestiti a imitare lo splendore degli aristocratici,
uomini e donne di mille razze che inscenano per me quel teatrino che
da millenni è la società umana pittoresca, grottesca, ignara. Bestemmie,
grida, inviti, preghiere nei più svariati dialetti e linguaggi mi frastornano
mentre avanzo lentamente fra la folla -che rimarrà in piedi fino a tardi
mendicando briciole di vita alla luce delle candele e dei bracieri.
Mi guardo in giro cercando con lo sguardo l'uomo che aspetto, nell'attesa
accendo distrattamente una foglia di Mhry ripiena di Ash-Eesh e aspiro
lentamente il fumo azzurrino che sa di terra.
Vicino a me un venditore minuto e scuro che lodando sperticatamente
le sue misere merci cerca di convincere un marinaio in cerca di regali
per la sua bella.
Una schiava Sevenni dalla pelle scura mi passa accanto rapida, una adolescente
semi nuda dal passo scattante intenta a fare compere per i suoi padroni
che sorride felice di se e del mondo-teatro che le si spiega attorno
in questa giornata calda ed assolata.
Un ricordo risale alla mia mente portato dai fumi della droga ed io
mi ci abbandono cercando di ricomporre quel frammento della mia vita
così lontano negli anni. Cosa portava Hembala la prima volta che la
vidi? Mi volto a guardare il banchetto da cui il marinaio si è allontanato,
eccola li, l'essenza del Loto bianco, un profumo dolce e fragrante.
La mia mente scarta di anni: avevo sedici anni ed avendo terminato gli
studi del noviziato da li a qualche giorno sarei diventato un Iniziato
indossando la cappa porpora dell'ordine e sfoggiando orgoglioso il Marchio
che mi sarebbe stato impresso nel corso della cerimonia nella stanza
dell'idolo, fra il trono ed i pozzi.
Era una giornata fredda ma i fuochi dei pozzi ci scaldavano mentre sotto
l'occhio attento del Maestro dei Novizi meditavamo ai piedi dell'idolo
avvolto dalle fiamme di porfido. Entro silenziosa e avvolta nelle vesti
porpora e intrecciate d'oro adorna di piccoli monili tenendo la cetra
delicatamente. Era minuta, dal volto sottile ed i capelli erano raccolti
in una complicata acconciatura da lunghi spilloni d'oro. Ci scambiammo
un'occhiata di sfuggita mentre attraversava rispettosamente la stanza
diretta al gineceo. Mi passò così vicino che il profumo intenso dell'essenza
misto al suo odore mi fece dimenticare di mantenere l'equilibrio in
cui meditavamo. Appena fu uscita il Maestro mi si accostò e mi redarguì
con termini caustici, poi vedendomi appropriatamente contrito mi sorrise
-inaspettatamente per un uomo come lui- paternamente.
Quella sera nel refettorio parlai a bassa voce e eccitatissimo di lei
a Mikka, Melsh e Varani miei compagni ed unici amici d'infanzia in quel
piccolo tempio la' nelle valli del Ghanjapur ai piedi del monte Ssur.
Appresi da Melsh -il più svagato e mondano di quei miei amici- che si
trattava di una fanciulla di origini umili comprata dai sacerdoti per
servire come Compagna del Dio. Mi rallegrai delle sue origini umili
dato che io essendo orfano non avrei potuto aspirare ad avvicinarla
fosse stata di famiglia nobile o ricca.
Di li a breve divenni Iniziato e come era consuetudine dovetti passare
un periodo di alcuni mesi in altri templi: salutai il Ssur, Ghanjapur
ed i miei amici e maestri diretto verso quella che allora mi sembrava
la più grande avventura di tutte, il mondo. Studiai al nord nei templi
del Gorrang, vidi l'impero Sunni del sud e mi spinsi ad est verso il
mare equatoriale passando alcuni mesi anche a Quush.
Al mio ritorno fui accolto come Adepto e presi il mio posto come Sacerdote
fra i miei amici anch'essi ormai tornati dal loro viaggio Iniziatico,
tutti tranne Melsh il quale mi dissero aveva abbandonato l'ordine e
si era dato al commercio nelle giungle occidentali vicino alle paludi
di Tnaji.
Cantavo gli Inni che le Compagne suonavano, compivo i gesti rituali,
meditavo, benedivo i campi e gli attrezzi, purificavo con esorcismi
i posseduti, apprendevo i segreti del tempio.
Ed infine quando fui pronto presi parte ai riti misterici, in quelle
cerimonie io ero Meshuat il fiammeggiante e lei, Hembala assegnatami
come Compagna, era una piccola e graziosa principessa Niwa. Dimostravo
con le danze il mio amore ardente per lei, figlia del re Manah, ed infine
mi accostavo alle sue finestre per sentirla cantare. Poi preso coraggio
mi univo a lei nel canto e ci amavamo appassionatamente ma lei moriva
bruciando nel mio abbraccio incapace di resistere al calore del mio
corpo divino. Le mie danze si facevano allora disperate e frenetiche
tale era il dolore del mio amore perduto, finché indomabile scendevo
negli abissi ctonii per strapparla ai cerberi che custodiscono i morti.
Quindi, liberi da ogni sofferenza e morte, ascendevamo al mio regno
empireo.
Com'era inevitabile -e d'altronde consueto- divenimmo amanti, il mio
cuore era suo, il mio spirito del Dio, la mia mente degli studi dottrinali.
Passammo così anni felici, la mia vita era completa.
Fu allora che una strana forma di insofferenza iniziò a serpeggiare
nel mio animo e fu allora che, nel mio venticinquesimo inverno, Darmurath
fece la sua sciagurata comparsa nella mia vita e nel nostro tempio.
Si presentò al Tempio in una sera nevosa il volto di un uomo stanco
e braccato, lo sguardo acuto di uno studioso di grande scienza i modi
di un uomo pio e timorato degli dei. Lo accogliemmo nel Tempio curando
le sue paure ed infine sotto sua richiesta ed incoraggiati dalle sue
parole sagge lo accogliemmo nell'ordine ignorando la serpe che ci apprestavamo
a covare in seno.
In breve tempo la sua acuta intuizione, la sua devozione e la sua scienza
dottrinale, i suoi modi pii lo fecero salire al rango di Maestro ed
ogni giorno tutti ascoltavamo le sue lezioni, affascinati. I giovani
tutti presero ad amarlo e a prenderlo come esempio. Una piccola schiera
fra cui io, Mikka e Varani iniziò ben presto a seguire solo i suoi precetti
allontanandoci dagli altri Maestri e, inconsapevolmente, iniziammo ad
allontanarci dalle Rivelazioni trasportati dal fanatismo che le sue
parole ci infondevano. Hembala stessa come molte altre Compagne iniziò
anche lei a seguire le sue parole e dimostrando ogni giorno di più di
ascoltare solo gli insegnamenti di colui che avevamo preso a chiamare
la Voce. Il dissidio coi Maestri si faceva ogni giorno più aspro diretto
inarrestabilmente verso uno scisma ormai inevitabile, noi, le Voci,
non sopportavamo più la miopia spirituale ed intellettuale di coloro
che saggiamente e rettamente ci avevano educato con amore alla fede.
Che fiore sanguinoso germogliò da quei semi velenosi...
L'arrivo nella piccola piazza di colui che cerco mi distoglie dai ricordi,
butto per terra il mozzicone ormai spento e mi dirigo al suo banchetto
traversando faticosamente la folla accalcata e urlante che si riunita
presso un mercante di schiavi.
L'uomo dietro il banchetto è vecchissimo e solcato da rughe così profonde
che pare quasi di poter leggere nel loro percorso il susseguirsi delle
esperienze che hanno formato la sua vita.
Gli occhi scuri e acquosi brillano amichevolmente al mio arrivo, io
ed il vecchio ci fissiamo sorridenti, la sua bocca sdentata mi è familiare
e mi riempie di sollievo vederla, come se non le interessasse di essere
sdentata finché può sorridere. Ci stringiamo la mano calorosamente,
Kimja è uno dei pochi amici che ho.
Scorro in silenzio il banco cercando ciò di cui ho bisogno frugando
in quel miscuglio eterogeneo di oggetti curiosi e bizzarri che compongono
l'armamentario di ogni fattucchiere.
- Quanto vuoi per i petali di Gumba? - Chiedo alzando lo sguardo.
- Te li metto a 4 Kypri di rame. - La sua voce è tremolante ma profonda
come se dovesse percorrere grotte impolverate scostando ragnatele secolari
prima di giungere al mio orecchio. Lo pago prontamente, poi salutatolo
con un cenno del capo ed un sorriso ripongo i petali nella borsa e riprendo
la strada per la "Sirena".
Rientro nella mia stanza senza fermarmi nella sala comune al piano di
sotto dove i primi clienti già si radunano a raccontarsi le loro piccole
gioie ed i loro piccoli dolori quotidiani inframmezzando qua e la con
una birra o con aneddoti. Accosto le imposte quindi mi spoglio senza
fretta ordinando le mie cose sulla sedia ai piedi del letto e poi, tolto
il cuscino, mi sdraio portando il Gumba alla bocca. Mastico lentamente
e senza esitazione quei petali color carminio, troppo poco e mi perderei
in sogni drogati, troppo e non riuscirei più a rioccupare il mio corpo.
Inizio a regolare il respiro, sempre più piano, sempre più profondo
e recitando nella mia mente i mantra sprofondo piano piano nella trance.
A poco a poco sento il mio Io librarsi sulle parole della litania Gusuul
che ora mi esce come un mormorio dalle labbra, il mio corpo è lontano
come miglia e dopo quelle che sembrano ere fluttuo libero, ed i legami
del mondo della carne mi lasciano andare.
Mi guardo in giro. Ora tutto mi appare come realmente è, nella penombra
spettrale del mondo spiritico l'estensione temporale è eterna e contemporaneamente
nulla, vita e morte si abbracciano fondendosi in un tutto unico ed indivisibile.
Anche il mio corpo mi appare sciolto dal torrente della transitorietà
e dei rapporti causa -effetto: ai miei piedi giace sia un bambino in
fasce che uno scheletro putrescente ed ogni singola sfumatura che conduce
ai due estremi. Solo l' Io è eterno, immutabile, il mio corpo astrale
è intatto, privo delle menomazioni e degli sfregi che assillano il mio
fisico, ma anche esso reca indelebilmente, lo so, il Marchio. Questo
mondo etereo è lo spazio che, invisibili, occupano e percorrono gli
incantesimi e che gli stregoni possono sondare con la seconda vista,
qui nulla può assumere aspetti di menzogna. Guardo la sedia e vedo i
fili sottili delle mie fatture dipanarsi come ragnatele luccicanti nell'etere,
poi mi volto al bracciale a forma di lucertola al mio polso, anch'esso
brilla di sottili fili luminosi che lo congiungono al mio corpo. Gli
occhi di opale si muovono ad incontrare i miei. Con un dito tiro un
filo e Berebet lascia il suo vincolo per venire a girarmi intorno festante
come un cane fedele. Il vero Berebet non è quel gingillo che mi porto
in giro ma è questa forma eterea e multiforme che mi turbina attorno
e il cui aspetto è quello di una lucertola fiammeggiante di fuochi che
nessuna gemma o lega potrebbe ricreare nel mondo della carne. Con un
pensiero scaglio le nostre due coscienze verso il tempio dei Senza Volto,
siamo li all'istante, o meglio vi siamo sempre stati poiché solo nel
mondo della carne l' Io è schiavo del tempo e della distanza, qui dove
tutto è uno queste cose non hanno senso. La piazzetta laterale su cui
sorge il tempio è un iridescente danza di forme e tempi ben diversa
dalla piazzetta cupa e fatiscente che ricordo di aver visto alcuni giorni
fa coi miei occhi fisici. Poche persone la traversano, i loro spiriti
brillano come fari i cui raggi multicolore escono dalla bocca e dagli
occhi delle gabbie di carne che li portano a spasso. Ma il tempio è
la cosa più orribile. Sul piano fisico è una costruzione bassa e tozza,
scabra che ricorda vagamente un rospo. Sul piano astrale il tempio è
una cosa di luce nera, vivente, posseduta della vita che i fedeli ed
i sacrifici gli hanno infuso e di un frammento infinitesimale dell'essenza
dei suoi dei; un orribile, gigantesco rospo affamato di anime che gli
ballano intorno come lucciole. Guardo il cielo del mondo spiritico pervaso
da quella luce che proviene dai regni ulteriori e che fondendosi con
le ombre proiettate dai regni inferiori crea questa penombra eterna
e spettrale, al di là nel cielo fisico posso vedere le stelle e la costellazione
di Bha che inseguito da Trassh cerca la sua mano perduta dall' alto
dei cieli.
Possibile che sia già notte? Ho impiegato più tempo di quanto credessi
per uscire dal mio corpo, ed ora che è notte (il periodo in cui i regni
inferiori toccano il mondo fisico tramite il mondo spiritico) le magie
nere del tempio devono essere all'apice della forza. Non ho scelta tranne
quella di entrare, rimandare oltre non servirebbe a nulla. Con un gesto
sul filo che ci unisce mando Berebet a sondare le difese del tempio.
La figura serpentina si rotola nell'aria e volando scoordinatamente
gira intorno a tutto il perimetro della costruzione, ogni volta che
tenta di penetrare le barriere fisiche o ideali (quali la soglia della
porta aperta) un formicolio risale da Berebet a me lungo il filo che
ci unisce ed infine lo richiamo a me, non voglio rischiare che le difese
del tempio lo disgreghino, gli sono troppo affezionato. Più volte durante
l'ispezione ho avuto la sgradevole sensazione che qualcosa guardasse
cercandomi da dietro le piccole finestre del tempio, quasi che questa
mostruosità avesse una coscienza sua propria. L'uso della forza è fuori
discussione, chiunque sia legato da fili stregoneschi alle barriere
del tempio come io sono legato a Berebet si accorgerebbe subito dell'intrusione.
Sgombro il mio Io della sua identità poi assorbo in me Berebet e fluttuando
mi avvicino al tempio lasciandomi portare dalle correnti dell'etere,
quando sono a contatto con la barriera mistica cerco di dissolvermi
in essa mantenendo comunque una coesione, penso al muro invisibile di
fronte a me come ad una spugna. Il mostro mi risucchia attraverso le
sue fauci spalancate...improvvisamente sono dall'altra parte, lievemente
stordito per quell' attimo pericolosissimo che ho vissuto senza coscienza.
Libero Berebet. La sala principale del tempio è a forma di trapezio,
al centro scendendo alcuni gradini che lo circondano circolarmente vi
è un altare di roccia scura e irregolare. In giro sparse su ogni possibile
superficie vi sono nere candele gocciolanti la cui luce rossa, calda
e sensuale fa risaltare in maniera terrificante le ombre densissime
del tempio. Agli angoli nascosti nelle ombre più dense sono disposte
le statue dei quattro Senza Volto, idoli ermafroditi e rettilei dal
volto piatto in pose oscene o incomprensibili e che stringono nelle
loro molte braccia simboli di potere. Il loro aspetto su questo piano
è reso assai più ignobile e minaccioso dall' energia spirituale di fedeli
e sacrifici di cui sono sature e le loro teste completamente lisce sembrano
fissarmi con disprezzo ed odio brutali. So di essere un intruso. Un
verso gutturale e primitivo scaturisce dalle statue e vedo essenze maligne
e spettrali distaccarsi dai quattro simulacri.
Avanzano verso di me spingendomi verso l'altare innalzando i loro strumenti,
quasi fossi un sacrificio alle entità di cui sono minuscoli frammenti
di energia. Senza pensare esclamo le Parole di Potere ed il mio Io avvampa
della presenza di Meshuat, la luce porpora del Marchio si irradia dalla
mia fronte. Le entità fremono ed esitano di fronte alla Sua presenza
in me. Ciò mi dà il tempo di cui ho bisogno, la fiamma di Meshuat riempie
la mia mano destra, una lancia di fiamma inestinguibile, mentre Berebet
si avvolge al mio braccio sinistro come uno scudo: sono pronto. Ripresosi
per primo uno degli spiriti mi balza addosso e brandendo la mia fede
come un arma lo fendo in due con un colpo solo, il suo corpo d'ombra
si disgrega in sfilacciature di oscurità e scompare.
Poi arriva l'urto alle mie spalle, uno dei demoni mi ha colto di sorpresa
sbilanciando il mio Ego e mettendo a nudo le mie insicurezze, i miei
dubbi e le mie paure. I mostri grugniscono di piacere quasi ne sentissero
l'odore sanguigno. Preso dal panico mi ritiro verso l'altare, solo la
presenza di Berebet mi salva dai loro colpi.
Parando i loro assalti insidiosi reintegro la mia identità ma solo per
accorgermi di essere con le spalle al muro, una volta entrato nel suo
campo l'altare non mi lascia andare. So di non poter resistere a lungo,
già sento accorrere gli accoliti. C'è solo un modo per uscire di qua.
La fiamma di Meshuat scompare ed io faccio esplodere il piano astrale
riversando nella sala tutto il mio essere. La mia identità squarcia
fiammeggiando l'etere e per un attimo occupo da solo l'intero locale
schiacciando le tre entità con il torrente inarrestabile dello spirito:
ogni passione, ogni sogno, ogni odio, ogni amore, ogni sofferenza, ogni
ricordo, ogni gioia che io abbia mai provato. Un groviglio doloroso
di identità li consuma disintegrandoli in un attimo come se fossero
esposti al cuore stesso del sole. La forza dell'impatto mi spara via
dall' altare e dal tempio, debolissimo, mi sento come se avessi appena
strangolato qualcuno coi miei intestini penzolanti da una ferita auto
inflitta. Le presenze insidiose come ragni degli accoliti sono sempre
più lontane mentre sento il richiamo del mio corpo che mi convoca come
risucchiandomi. Nulla di ciò che è accaduto ha lasciato tracce tangibili
sul tempio fisico ma quello astrale deve essere segnato come un campo
di battaglia.
Cado di colpo nel mio corpo e le catene della Necessità che così faticosamente
avevo allontanato mi ricadono addosso con tutto il loro peso schiacciante,
cerco di lottare per non sprofondare, ma sono troppo debole, sento un
freddo crescente. Sprofondo nei turbini melmosi dei sogni indotti dal
Gumba, incapace di resistere.
Hembala...
Non mi hanno trovato.
E' la prima cosa che penso appena rinvengo. Mi alzo sentendomi intorpidito
e vado ad aprire gli scuri. E' ancora -o forse di nuovo- notte. L'aria
fredda portata dai venti del porto mi fa tremare mentre respiro profondamente
per riprendermi, sopra di me le Sorelle traversano il cielo ben visibili
in mezzo a tutte le costellazioni che girano per il cosmo. Torno al
letto ed inizio a rivestirmi pensando a cosa ho ottenuto.
Sicuramente le difese del tempio e ci vorranno giorni per ricostituire
le barriere, rievocare gli spiriti guardiani e riconsacrare l'altare
che le mie azioni sacrileghe hanno certamente distrutto o perlomeno
reso inutilizzabile per un po', per il momento sono al sicuro quindi.
O almeno spero. Rimane il fatto che non ho neanche sfiorato il cuore
del tempio dove vivono gli accoliti e Darmurath, li gli incantesimi
devono essere ancora intatti. Ma ormai ho gli strumenti adatti ad affrontare
questo genere di problemi. Ricordo quando ancora ignoravo i misteri
della magia nera e le uniche formule a me note erano quelle Taumaturgiche
del tempio e come fu Darmurath stesso a completare la mia istruzione.
Era riuscito a sedurci tutti e solo i Maestri rimanevano ad osteggiarlo,
purtroppo inefficacemente. Fu in una notte senza luna che ci convocò
nelle sue stanze, noi della cerchia interna i suoi più fidati discepoli
io, Mikka e Varani. Ci convinse abilmente della necessità di istituire
un nuovo ordine nel tempio e di portare nel mondo le parole di verità
e saggezza che ci aveva consegnato, facendoci solo intuire le profondità
di ciò che ancora non ci aveva insegnato. Ma prima, disse, era necessario
abbattere ciò che restava del vecchio così come si abbatte un rudere
per ricostruirci sopra un palazzo splendente le cui torri giungono a
vette solo vagamente immaginabili a chi non vi dimori. Fu allora che
ci consegnò le armi. Spade di fattura notevole, leggere come l'aria
e resistenti come il diamante dei monti del Gorrang. Già le sinistre
figure animali cariche di pietre dure dai toni cupi che ne costituivano
il paramano avrebbero dovuto metterci in guardia ma accettammo: io presi
il Ragno, Mikka la Civetta, Varani fu il Serpente. E come questi animali
infidi e funesti ci introducemmo nelle camere degli ultimi oppositori
del nostro padrone e li trucidammo nel sonno.
Così fu istituito il nuovo ordine.
Nuovi riti misteriosi venivano completati sotto l'idolo, nuovi inni
venivano cantati e nuove danze venivano ballate, ognuno di essi immondo,
frenetico, bestiale. La dove prima si benediva ed esorcizzava ora si
possedeva, si dissacrava, si insozzava. Ben presto i contadini che ci
avevano amato e lodato presero ad odiarci e temerci, coloro che in altre
città erano stati nostri fratelli nella fede ci esecravano e disprezzavano.
Noi stessi iniziammo a vivere nella diffidenza, nella paura e nel disprezzo
uno per l'altro istigati nell'orgoglio da Darmurath. Ed io preso dagli
studi nuovi ed affascinanti e dalla paura di perdere la mia nuova posizione
avevo allontanato da me i miei vecchi amici, ora rivali. Ma cosa più
orribile avevo allontanato Hembala come lei si era allontanata da me,
il nostro amore si era caricato di risentimento, gelosia, tradimenti,
invidia e nel nostro letto non si celebrava il nostro amore quanto piuttosto
il nostro rancore.
Il mio amore per Hembala, la mia fede e la mia avvedutezza non erano
morti però, per quanto profondamente dormissero nei recessi del mio
cuore e della mia mente. Da un anno ormai la Confraternita di Meshuat
del monte Ssur aveva lasciato il posto a quella caricatura nera e malvagia
ed una nuova apprensione aveva iniziato a tormentarmi. Seppure continuassi
a prendere parte ai riti e ad ogni genere di nefandezze passavo lunghe
ore immobile e istupidito nelle mie stanze ora solitarie (Hembala se
ne era andata prima da Mikka per poi diventare la favorita di Darmurath
stesso) quasi cercassi di percepire qualcosa che avesse preso a mormorarmi
all'orecchio e che non riuscivo a intendere. A volte invece passavo
notti insonni nella stanza dell' idolo -ora trascurato da tutti- immerso
in ogni tipo di studio, oppure uscivo di notte a fare lunghe passeggiate
sul monte. I miei confratelli si accorsero presto di questo mutamento
nella mia indole e presero ad evitarmi e temermi più di prima mentre
le Voci mi osservavano non so se con interesse o sospetto.
Fu in una di quelle notti di studio tormentoso ai piedi dell'idolo,
mentre cercavo, solo, la pace nei libri alla luce fioca delle candele
che alzando lo sguardo alla statua di porfido compresi quel vuoto che
sentivo: la perdita della semplicità, la perdita della fede, la perdita
dell' amore. Venni assalito in quel momento da un odio quale mai avevo
provato prima, divorante: per Hembala, per il mio Dio, per Darmurath,
per me stesso.
In quell'attimo credetti di morire soffocato dal disgusto che provai,
disperato scattai in piedi buttando all' aria i tomi intorno a me e
cercai di espellere in un solo urlo disumano quella sofferenza atroce,
ma tutto ciò che ottenni fu un gorgoglio balbettante e lacrime. Strisciai
singhiozzando ai piedi dell'idolo cercando nel mio Signore quel perdono
che non sentivo di meritare o una pietosa morte. Nelle fitte del pianto
si insinuò piano un nuovo dolore, sempre più forte, bruciante sulla
mia fronte. Istintivamente portai la mano al Marchio e la ritrassi grondante
sangue. Quella notte abbandonato tutto tranne le mie vesti porpora fuggii
dal tempio. Abbasso lo sguardo sulla spada del Serpente che tengo in
grembo poi la sguaino con lenta determinazione e rimango ad ammirare
la lama sottile e ricurva dai gelidi riflessi argentei.
Guardandola sento che manca qualcosa ai suoi poteri, qualcosa di puro
che bilanci la tenebra splendente di cui è fatta. Prendo dalla borsa
i pennelli ed il vasetto con la cenere rossa di ghuul mista alla cera,
coi pennelli inizio a tracciare fittamente segni mistici sulla lunghezza
della lama. Finita questa operazione minuziosa vado al tavolo con le
candele, questa volta però mi basta accenderne una e passarci sopra
la lama mentre ripeto le formule scandendo con forza le sillabe. Quando
la lama si è fatta nera per il fumo so di aver terminato l'incantesimo
e ripongo la spada al mio fianco. Ora siamo una entità unica ed equilibrata,
Io, Berebet e il Serpente componiamo una trinità in cui ogni percorso
umano è completato: io nato dalla luce e corrotto all' oscurità, Berebet
per cui parole come bene o male non hanno alcun senso, e Serpente( a
volte guardando quegli occhi di rettile non posso fare a meno di pensare
che qualcosa di vivo ci sia in essa), un oggetto nato dal male e contro
il male ritorto.
Fra poco sarà l'alba. Esco dalla stanza e scendo ad aspettare il nuovo
giorno nella sala comune. Le imposte sono ancora chiuse e posso sentire
russare chi è rimasto a dormire qui per terra. Mi siedo silenziosamente
al bancone e aspetto che arrivi l' oste per aprire la locanda. Esce
dalle cucine ancora stiracchiandosi e sbadigliando. Un uomo grosso come
un toro e mite come un manzo. Quando mi vede si blocca di soprassalto.
Lo saluto con un cenno del capo, non era mia intenzione spaventarlo
ma solo gli dei sanno cosa devono essersi detti di me alle mie spalle
i clienti che da più di una settimana ormai mi vedono andare e venire
alle ore più impensate, sempre solo e silenzioso. Si sforza di apparire
rilassato e mi ricambia il cenno e va ad aprire le porte. I raggi di
luce entrano taglienti nel buio della stanza ed i primi grugniti si
fanno sentire qua e la fra i dormienti, l'ingresso delle sguattere fa
il resto. Quando l'oste prende il suo posto dietro il bancone ormai
tutti si sono alzati e la vita riprende il suo corso diurno ne "la Sirena".
Sentendo una vera e propria voragine allo stomaco chiedo all'oste di
farmi avere una colazione e vado a sedermi ad un tavolo accanto alle
finestre che danno direttamente sui moli. Le sguattere mi servono in
silenzio ed in silenzio ritirano il denaro. Non sprecano sorrisi per
me. Mentre mangio guardo fuori, oggi il cielo è grigio, quasi plumbeo
e sotto di esso il mare si agita come a disagio sotto quel peso. Tira
vento e fa più freddo che nei giorni passati, l'autunno è iniziato.
Continuo a mangiare piano guardando il mare, la cosa di questa città
che più affascina un montanaro come me, forse l'unica. Mi sento stranamente
in pace e quando le sguattere portano via i piatti sto ancora pensando
con lo sguardo fisso sulla mano sinistra, martoriata.
Avevo passato non so quanti giorni (forse settimane o addirittura mesi)
nei boschi della valle sfuggendo alle Voci che avevano iniziato a braccarmi,
ero diventato una figura lacera, lercia e folle. Sopravvivevo mangiando
bacche e piccoli animali senza neanche scuoiarli, mi aggiravo in continuazione
per le selve dormendo pochissimo ed ogni volta in un luogo diverso,
ripetevo incessantemente scongiuri di cui avevo dimenticato il significato
sapendo solo che se avessi smesso sarei stato perduto perché Loro mi
avrebbero trovato.
Come era stata mia intenzione originariamente presi a tendere agguati
ai miei confratelli che lasciavano il tempio. Saltavo fuori dalla boscaglia
all' improvviso, urlando, con un sasso nella mano. Fracassavo i loro
crani fino a ridurli in poltiglia e poi scappavo via velocissimo, ormai
anch'io un animale selvaggio. I contadini per quanto non osassero avvicinarmisi
a causa della mia follia presero a favorirmi cercando in ogni modo di
osteggiare le ricerche, facendo sparire alcuni dei corpi che lasciavo,
e lasciandomi persino del cibo che divoravo rapidamente guardandomi
in giro per paura di una trappola. Infine mi presero, una mattina sulle
rive del fiume senza nome che passa ai piedi del Ssur non distante dal
tempio. Da alcuni giorni avevo iniziato a sentire un richiamo che si
era fatto irresistibile e quando giunsi sulle rive li trovai ad attendermi.
Stavano immobili e silenziosi con le catene in mano la Civetta ed il
Serpente, ombre smagrite e pallide degli amici che avevo conosciuto.
Mi accostai a loro senza resistere, anch'io in silenzio. Mi incatenarono
senza mostrare la minima traccia di emozione, meccanicamente, feci ritorno
al tempio in ceppi. Fui chiuso in quelle che erano state le mie stanze
dove passai la giornata catatonico in un angolo.
Quella sera vennero a prendermi nella cella e mi condussero alla stanza
dell' idolo a cui mi lasciai incatenare docilmente. C'erano tutti nella
sala, Darmurath sedeva sul trono di Meshuat sui cui gradini erano accovacciate
le Compagne in silenzio coi loro strumenti in mano. Hembala, inginocchiata
ai piedi del suo padrone, mi guardò entrare con uno sguardo che non
osava essere di speranza o di amore, piena forse di rimorso. Quando
vide come mi lasciai incatenare i suoi occhi si fecero cupi e carichi
di disprezzo e non mi guardò più in faccia evitando il mio sguardo istupidito
ostentatamente. Si strinse sorridente al suo signore. Impedii intorno
ai pozzi le Voci presero a cantare e l'orgia ebbe inizio. Durante tutta
la nottata mi torturarono con il fuoco e fecero omaggio di queste torture
ai nuovi dei che Darmurath aveva donato loro: i Senza Volto. La mia
mano sinistra fu privata di alcune dita che volarono nei pozzi appestando
la sala dell' odore abominevolmente appetitoso della carne bruciata.
Sfregiato dalle fiamme, indebolito dalla menomazione, dagli ultimi duri
giorni e dalla fame svenni pietosamente senza dover assistere al resto
di quel festino sacrilego. Rinvenni che si era fatta l'alba.
Ecco si è l'alba, esco dalla locanda e guardo il cielo grigio. Vicino
a me l'insegna metallica (una sirena prosperosa che allarga le sue cosce
a forma di coda di pesce) cigola nel vento appesa ad un' asta.
Attraverso la città in fretta diretto a quella piazzetta che ormai conosco
fin troppo bene, lungo la strada l'unico incontro che faccio è una pattuglia
di picchieri che non mi degna neanche di uno sguardo: oggi è il Riposo
di Bha e nella città delle divinità tutti rispettano la festa . Il vento
sembra spingermi lungo i viali deserti scortandomi gentilmente ma con
forza verso ciò che il destino e gli dei hanno in serbo per me. Alla
luce del giorno il tempio dei Senza Volto pare dormire in attesa di
un' altra notte di orge. Avanzo verso il portone sempre aperto e mi
faccio ingoiare da quella tenebra, all'interno del tempio nulla è mutato
e solo il fischio del vento ed il rumore dei miei passi echeggiano fra
le ombre. Le statue e l'altare sono cose inanimate alla mia seconda
vista, cariche di un millesimo dell'energia che le pervadeva prima.
Inizio a perlustrare il fregio in rilievo sulla parete di fondo finche
non trovo il passaggio segreto che porta all' interno.
Sguaino subito la spada ricoperta di simboli e protendendola come un
parafulmine faccio scattare con la sinistra la porta. Dopo un attimo
di esitazione scivolo oltre la soglia ed entro nel corridoio senza finestre
illuminato solo da funghi fluorescenti alle pareti. Una scarica poderosa
scorre lungo la spada facendomi tremare le mani poi si scarica a terra.
Ogni passo che faccio viene accompagnato da una scarica e la spada fra
le mie mani inizia a farsi calda, poi bollente: al quarto passo sto
per lasciarla andare con un urlo ma non incontro più resistenza e con
un ultimo sforzo la ripongo. Con mia grande sorpresa nessuno si fa avanti.
Infilo i tamponi al naso ed estratta la cerbottana giro l'angolo. Supero
le cucine e le sale degli schiavi , la biblioteca e giungo alle sale
degli accoliti trovandoli sorprendentemente addormentati. Soffio la
morte nelle loro stanze con la cerbottana. Quando ho terminato la mia
strage silenziosa sono in fondo al corridoio di fronte alla porta delle
stanze di Darmurath. Ripongo la cerbottana e riestraggo la spada che
si è raffreddata stringendola come se da essa dipendesse la mia vita.
Berebet freme sentendo la mia tensione. Tremo pensando a ciò che vidi
dietro una porta simile quattro anni fa.
Mi ero svegliato per trovarli sparsi per la sala dell'idolo, addormentati
e sazi. Dovevo essere svenuto ben prima che l'orgia terminasse. Con
dolorose contorsioni feci scivolare il polso sinistro smagrito e monco
fuori dai ceppi. Il rumore che fecero cadendo non fu sufficiente a svegliare
i miei aguzzini ed io raccolsi le catene avanzando piano, dolorante
ma libero sebbene avessi ancora catene ai piedi. Li uccisi tutti nel
sonno ancora non pienamente cosciente di ciò che facevo. Recuperai i
miei stracci laceri, mi liberai dalle catene e sottrassi al corpo senza
vita di Varani le armi. Il mio amico, che avevo strangolato con le stesse
catene che lui mi aveva messo, aveva assunto nella morte di nuovo quell'espressione
beata che ricordavo aveva da giovane.
Tremai nel pensarlo ora di fronte al giudizio di Meshuat e pregai per
lui. O forse per me. Allora, come ora, mi avvicinai al Sanctum con la
spada in mano, sentii il Marchio farsi rovente sulla mia fronte e tutto
mi appariva in una luce purpurea, ad ogni passo sentivo le forze tornarmi.
Aprii la porta con un calcio ed un urlo che mi si gelò in gola. La stanza
di Darmurath pareva un sepolcro pieno di tendaggi neri e con i suoi
idoli scolpiti nel legno che incombevano sul letto, al centro nel pentacolo
disegnato con il sangue giaceva Hembala, nuda, i polsi squarciati. Darmurath
stava ritto in piedi fuori dal pentacolo con un libro in una mano ed
un femore nell'altra che sussurrava sortilegi. Come entrai si voltò
interrompendosi per guardarmi con occhi gelidi.
Darmurath mi apparve come mai mi era apparso prima: una cosa fredda,
giallastra, dagli occhi spenti; compresi che stavo vedendo per la prima
volta il vero Darmurath. Ma fu quando Hembala si alzò a sedere per guardarmi
con lo stesso sguardo morto che il cuore mi salto un colpo. Darmurath
si avvicinò alla sua compagna, ora desta, e carezzò il suo corpo morto
leccando il sangue rappreso sui polsi lacerati. Non so se in quell'
istante impazzii del tutto o tornai sano di mente ma balzai nel circolo
magico con un urlo brandendo la lama. I due amanti si separarono schivando
i miei colpi poi Darmurath emise un sibilo acuto e sottile ma pesante
come un maglio e mi trovai scagliato sul letto ai piedi dei suoi dei.
Con un balzo disarticolato, simile a quello di una marionetta il negromante
mi fu addosso immobilizzandomi i polsi. Sentivo le braccia intorpidirsi
al suo tocco gelido ed il suo ghigno mi derideva. Provai a divincolarmi
per recuperare la spada caduta qualche metro più in la ma non vi riuscii.
Mi sollevò allora come fossi stato fatto di stracci e mi porse a Hembala
nei cui occhi brillava ora un appetito abominevole. Urlai disperato
l'esorcismo di Ihnakhant e i due si ritrassero da me con orrore.
Caddi a terra senza fiato, il Marchio ora mi doleva fortemente ma ciò
sembrava darmi stranamente nuove forze. Saltai sugli idoli in legno
sentendo che rappresentavano in qualche modo la mia unica speranza di
uscire vivo di lì. Con un urlo terrorizzato Darmurath cercò di fermarmi
ma già le mie mani stavano frantumando quelle statue con una forza che
non era mia. Mi voltai a guardare i due pallidi amanti illuminati dalla
bruciante luce porpora che emanava dalla mia fronte. Si strinsero l'uno
all'altra e con un gesto imperioso della Prima Voce scomparvero dal
tempio in un turbine di tenebre. Bruciai il tempio fino a raderlo al
suolo e lasciai per sempre le valli del Ghanjapur, il monte Ssur.
Questa volta è diverso, lo sento. Abbasso la spada e spingo delicatamente
la porta che si apre senza un suono. Sono li che mi attendono seduti
sul letto in splendide vesti nere ricamate in oro. Sembrano giudici.
Avanzo al centro della stanza e poggio le mani sull' elsa della spada
punta a terra e attendo. Berebet sibila, a disagio.
E' Darmurath il primo a parlare: - Salve Nurgon che una volta era mio
discepolo.
- Salve Nurgon che una volta amavo. - Gli fa eco Hembala.
Taccio.
Darmurath mi fissa e riprende a parlare: - Ho sempre saputo che alla
fine saremmo stati solo io e te. Tutti gli altri, incluso Mikka, incluso
persino Varani! Erano sciocchi, erano deboli. Nessuno di loro era in
grado di fare scelte proprie, autonome, come solo un vero uomo sa fare.
Mendicavano da me la saggezza, erano stupidi bambini non miei pari.
Tu solo mi hai sfidato e tu solo ora sei qui vivo. Hai creato nel mondo
un tuo percorso e forgiato con esso la tua identità, completato da solo
i tuoi studi. Ed ora sai che l'unico vero maestro e padrone è l'Io.
Hai appreso molto e con le tue conoscenze ti sei fatto strada fino a
me, sapevo che saresti arrivato. Ma sia io che tè sappiamo quale è il
vero motivo per cui sei qui: vieni riunisciti a me nella gloria dei
Senza Volto!
Mi giro a guardare Hembala e come se aspettasse solo questo anche lei
mi parla: - Oh Nurgon finalmente sei tornato. Ti allontanasti da me
molti anni fa cercando quella verità del cuore che avevi a portata di
mano e che non riuscivi a fare tua. Ti sei perso in te stesso e mi hai
allontanato rifiutando il mio amore ogni giorno di più. Io ho ascoltato
allora le parole confortanti del maestro sapendo che nella sua saggezza
avrei trovato la forza di aspettare il tuo ritorno ed allora, quando
saresti tornato a me, ti avrei accolto con tutto il mio amore. - Apre
le braccia. - Riconciliati con te stesso Nurgon e sappi che il mio cuore
è tuo.
Guardo in lacrime quei volti amati che mi hanno tradito e che continuano
a mentire. Fu quella notte, anni addietro, che mi si aprì il mondo della
verità ed acquistai la seconda vista, le esperienze che avevano martoriato
il mio fisico ed il mio cuore mi avevano finalmente aperto gli occhi.
Ed ora con quella vista li vedo per ciò che veramente sono: simulacri
di vita, di amore e verità.
Guardo quei volti resi famelici ed incartapecoriti dalla morte vivente
poi punto su di loro la spada e pronuncio dolcemente il Vero Nome di
Meshuat. Quel suono primordiale di verità che ogni uomo porta dentro
di se e che solo gli Iniziati hanno riscoperto.
Quella parola divina incenerisce all' istante il mio maestro e la mia
amata.
Un urlo agghiacciante di terrore e liberazione sale dalle viscere del
tempio ed esce dalle loro bocche nell'attimo finale della loro esistenza
echeggiando nelle mie orecchie per alcuni secondi ancora.
Esco dal tempio deserto di ogni vita o presenza e guardo il sole che
sta spuntando timido dalle nuvole.
Quattro anni fa fui lo strumento della vendetta di Meshuat, oggi invece
mi sono riappropriato della mia vita, liberandola di quegli incubi viventi
che gravavano su di essa.
Sospiro di sollievo sentendomi più leggero, ma è mentre mi allontano
nella giornata chiara e luminosa che sento distintamente che i miei
ricordi e le mie notti continueranno sempre ad essere infestati da fantasmi
di Fuoco, Amore e Stregoneria...
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