IL TRENO
 
di Luigi Castellani
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La notte fuori dei finestrini sporchi è una parete impenetrabile, un muro compatto di oscurità che l'uomo - il solo passeggero di quel treno - osserva fisso come in attesa della comparsa di qualcosa - un casolare, le luci di una città - qualsiasi cosa che gli dimostri di non essere l'unico prigioniero di questa prigione sbuffante sparata a velocità folle nel buio informe. Un fischio lo avverte che qualcuno ha attivato gli altoparlanti distraendolo dai suoi pensieri ma ciò che ne viene fuori è solo una raffica di scosse e statica, un gracchiare incomprensibile, disperatamente cerca di trovare una chiave di lettura in quella raffica di suoni poi come si interrompono si alza ed inizia a cercare. Con una speranza ad ogni momento scemante traversa le carrozze del treno trovando solo scompartimenti vuoti in cui della vita non sono rimaste che tracce: mozziconi schiacciati malamente nei posacenere strabordanti, inutili riviste ferroviarie, lattine o bottiglie di plastica buttate per terra che il movimento del treno ha nascosto negli angoli più impensabili come fossero tesori inestimabili da nascondere. In tutto questo l'uomo carezza nervosamente la pistola ad aghi che tiene in tasca quasi temesse - o sperasse - di essere assalito all'improvviso. Ma ovunque negli scomparti che traversa non trova che lo stesso odore di sigaretta misto a sudore, l'afa e la sensazione di unto, le luci al neon e quel peculiare silenzio composto dall'assenza di vita e dal fischio incessante del treno in corsa. L'insieme è spettrale e per un attimo ricorda all'uomo il set di un film d'orrore da quattro soldi, sorride malgrado se stesso. Immobile sulla porta di uno degli scompartimenti si mette a pensare al treno e si chiede se ci sia effettivamente qualcuno alla guida o se il treno vada avanti da solo per motivi reconditi che lui non riesce a capire, la sua mente gli fornisce immagini assurde del treno come di un entità malignamente senziente e mostruosamente insensibile alla sua condizione. Svogliatamente si accende una sigaretta - una statale da quattro soldi tutta storta che ha pescato da una tasca - e rimane a fissare il nulla fuori dalla finestra mentre la sua testa gira a vuoto cercando un qualcosa su cui ipotizzare. Il messaggio. La sua mente ingrana. Non sa come chiamare altrimenti quei suoni: è stato qualcuno di vivo sul treno a mandare quella richiesta d'aiuto? Si è trattato solo di una registrazione? Di un corto circuito con cui il vecchio sistema di amplificazione ha emesso i suoi ultimi rantoli di morte meccanica?
No, qualcuno deve averlo mandato, si, sul treno deve esserci qualcuno che ha chiesto aiuto la cui richiesta di soccorso è stata distorta dalle condizioni degli amplificatori, decisamente bisognosi di cure. Animato da un nuovo proposito l'uomo corre verso l'apparato di trasmissione più vicino e preso il microfono inizia a parlare desideroso di informare il suo sconosciuto compagno di viaggio della sua presenza ma gli altoparlanti gli restituiscono solo scariche di incomprensibilità elettronica. Con rabbia sbatte il microfono al gancio senza riuscire a fissarlo e questo scivola verso terra rimanendo penzolante dal cavo. Stancamente si appoggia alla parete e scivola sedere per terra senza curarsi del microfono. La testa gli duole e cerca sollievo distendendo le gambe e posando la testa al muro. Chiude gli occhi e cerca di rilassarsi ma il sollievo che ne trae è minimo, borbottando imprecazioni riabbassa la testa e accende per riflesso un altra sigaretta che non ha voglia di fumare. La spegne per terra dopo neanche due boccate di fumo denso ed appiccicoso come l'aria del treno.
Maledice ad alta voce i condizionatori climatici vecchi e scassati che non fanno che rigettare nel treno aria calda e afosa come di galleria ferroviaria invasa dal fumo di un treno. E se il messaggio che ha sentito fosse il suo? Se una pazzesca distorsione dello spazio e del tempo gli avesse fatto ascoltare il messaggio che lui stesso avrebbe in seguito lanciato e che lo avrebbe invogliato a sua volta ad essere lanciato? Pazzesco. Da escludere; anche se non sa da quanto tempo ormai è chiuso nel treno (e neanche gli interessa in definitiva) l'idea dell'anello spazio temporale è da scartare. Ma questa idea- per quanto assurda- lo porta a immaginare per gioco il treno come qualcosa di enorme, un serpente che si srotola all'infinito nel vuoto fino a riempirlo interamente o, addirittura, a contenerlo in se stesso fino ad annullare ogni significato delle parole tempo e spazio. E fuori? Fuori è il nulla increato in cui galleggia il treno universo. Di colpo la luce del treno va via e fuori - per poco - si vedono le ombre indistinte della campagna. Ombre nere di profili che si stagliano su di un cielo schiarito da una luna che non può vedere, una oscurità dalla luminescenza lattiginosa. Ma è bastato un attimo perché le luci si riaccendano e l'uomo (che si era alzato di scatto per guardare fuori) si ritrova con le mani a contatto di quei finestrini gelidi in cui ora vede solo riflessi all'infinito gli scompartimenti. Si volta a guardare gli altri finestrini e tutto ciò che questi gli ripromettano contro è un evanescente moltiplicarsi di quegli ambienti spogli e senza vita.
Piano si rincammina verso quello scompartimento che ormai considera il suo e cercando di immaginare quei corridoi che ha sempre visto vuoti affollati da viaggiatori vocianti stracarichi di bagagli. Annoiato si sdraia sui sedili e rimane a fissare il fuori giocherellando con la piccola pistola ad aghi che ha estratto dalla tasca.
Mentre sta passando l'arma da una mano all'altra sente il treno spostarsi e ondeggiare sui binari più del solito fino al momento in cui con il suono dello spostamento d'aria e una serie di finestrini illuminati sfrecciano nel suo finestrino come in un televisore. In un attimo l'altro treno scompare senza lasciare traccia.
Anche l'altro treno era vuoto, completamente. L'uomo non si è scomodato ad alzarsi dalla sua posizione si è goduto lo spettacolo perfettamente e senza alcuna sorpresa, quasi già sapesse cosa avrebbe visto.
Con un sospiro si alza a sedere e dopo un ultimo sorriso alla pistola prima di riporla esce da nuovo dallo scompartimento richiudendosi con cura la porta alle spalle.
La testa del treno, si, la testa del treno. Deve raggiungerla a tutti i costi, lo sente. Si sente sporco, a disagio, mentre piano si incammina verso quella che crede essere la testa del treno. Il senso di minaccia si accresce sempre di più ad ogni carrozza che supera fino al momento in cui la sua paranoia è tale che dimenticata la pistola corre urlando come un pazzo oltre gli scompartimenti senza neanche più guardarli. Lo sa, lo sa che il treno vuole fermarlo, sente il suo odio, il suo fiato che soffia furiosamente e gli pare quasi che il treno corra solo per tenere lontana da lui la cabina della locomotiva come se il suo movimento e quello del treno potessero essere in gara l'uno con l'altro. Una ventata di aria fresca lo avverte di essere allo scoperto prima che il suo cervello se ne renda conto, il fischio dell'aria è assordante ed il vento gli scompiglia i capelli e lo costringe a socchiudere gli occhi. Si trova nella cabina della locomotiva, una locomotiva vecchia di quelle aperte con la fornace a legna ed i manometri della pressione, ma al posto della fornace con le sue luci gialle, rosse e color brace ad illuminare la cabina è una improbabile pila atomica dalle fredde luci radioattive bianche azzurrine e violette che danzano lampeggiando su ogni superficie. Si sente leggero in uno stato di benessere quale non provava da tempo. Inspira affondo quell'aria pulita e tagliente per nulla sorpreso che non ci sia nessuno alla guida. Sporge il viso di lato poggiando il braccio sulla murata come pensa dovrebbe fare un vero macchinista e rimane a guardare avanti. Il buio oltre è totale, nessun faro illumina la strada e non si vede nessuna rotaia. Non si riconosce nulla di chiaro e distinto se non correnti di buio nulla che si attorcinano in gorghi e l'uomo sorride come un bambino dimenticandosi del treno, della pistola, di tutto e rimane a guardare il buio cangiante privo di stelle e di luna come se fosse il più bello spettacolo dell'universo.

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