MELISANTE
 
di Luigi Castellani
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Un'avventura di Melisante detto l'astuto

Dopo esser sceso di groppa al grande airone bianco e avergli ordinato di rimanere al riparo delle rocce, Melisante s'inoltrò nella fenditura fra le impervie pareti di arenaria che gli si paravano di fronte.
Avanzò al buio lungo lo stretto cunicolo, faticando per il grosso carico di piume nere incerate che portava e solo dopo lunghi minuti sbucò nella piccola vallata che aveva visto arrivando in volo. Al centro della conca si ergeva maestoso l'enorme albero secco che una volta era stato l'Amalgama di Arupeia.
Intorno, ancora rispettoso di una simmetria studiata nel passato, si spandeva un giardino di fiori, alberi e grandi funghi il cui lucore fluorescente - in quell'ora così male illuminata dalle stelle e dall'anello lunare - donava al luogo deserto e silenzioso un'atmosfera spettrale e fatata. Si fermò ancora al riparo della fenditura e posato il carico di piume cominciò ad armeggiare con il suo equipaggiamento. Era giunto il momento della prudenza.
Per prima estrasse la grossa piuma nera.
Da quell'unico indizio era iniziata la sua cerca due giorni prima. Dama Sandara, signora di Circe, era stata chiara: dei numerosi rapimenti che avevano privato l'Amalgama di molti dei suoi bambini quasi nessuno era avvenuto in presenza di testimoni o in circostanze tali da lasciare altri indizi se non l'occasionale piuma nera.
Concentrandosi su di essa Melisante costatò con cupo piacere che il lieve fremito mentale da lei proveniente si era fatto più forte; se alla vista della valle era diventato un sussultare nervoso ora era quasi una scossa continua.
Fu poi la volta del replicatore feromonico che aveva coltivato in fretta nelle vasche di Circe la notte prima della sua partenza. La piccola sgraziata creatura biomeccanica divorò la piuma in pochi attimi e appena ebbe finito il pasto iniziò a vibrare come un gatto in preda alle fusa. Melisante la fece aderire alla vena del collo affinché il suo odore troppo umano fosse rimpiazzato da un afrore di volatile.
Prese allora le grosse ali incerate che i duloi di Circe avevano costruito su sua richiesta. Con cura coprì il raffinato mantello rosso, il corpetto d'osso e cuoio, gli eleganti e lunghi stivali ed infine anche il bel capo pallido dalle lunghe chiome nere, insomma tutto fino a far sparire la sua elegante figura di aristos in quel piumaggio.
Quindi estrasse l'Istrice e ne collegò il cordone ombelicale al polso. Con un fremito degli aculei velenosi l'arma prese vita, solo per poi venire ben nascosta sotto la piega delle ali. Da ultimo lo strumento più importante: la sua mente.
Così ammantato dalle piume, dai feromoni e dai campi empatici che la sua mente andava formando Melisante percorse il viottolo di pietre sconnesse che dipanandosi fra i giardini portava al gigante centrale. Il suo cammino illuminato dai fuochi fatui del giardino, unica traccia delle fatiche di una comunità un tempo famosa per la purezza genetica dei volatili che uscivano dalle sue vasche e forse anche felice prima che la guerra con Circe la cancellasse dalla storia.
L'ascesa lungo le rampe naturali dell'Amalgama - guidata dalle risonanze empatiche della piuma - avvenne come in un sogno di pensieri e passi uccelleschi. Solo una parte di Melisante vide le ampie sale ed i grossi nidi abbandonati e vuoti snodarsi lungo le rampe, sui rami e nel corpo stesso dell'albero.
A malapena costatò che l'unico segno di vita era dato dalla danza che il vento faceva fare ai corpi che pendevano dai rami morti. Demoi, duloi mutanti e persino alcuni aristoi mescolati senza distinzione se non il grado di decomposizione, portati a questo luogo dal caso o forse dalla stessa ricerca che ve lo aveva condotto.
La mente di Melisante non registrò nulla di tutto questo, ne sentì l'atroce puzzo o i gemiti che non si sarebbe potuto dire se appartenessero ai moribondi o al vento… Solo quando ebbe raggiunto la cima delle rampe, alla vetta del tronco dove i rami principali si snodavano, uscì dal suo piccolo universo interiore, la penombra animalesca in cui aveva intriso la sua mente lacerata da un lampo di riconoscimento empatico.
D'istinto si acquattò dietro il ramo più vicino e rimase ad osservare il gigantesco nido posto al vortice dei rami. Sul bordo del nido, in equilibrio fra i resti putridi di due corpi si era drizzata la creatura più bizzarra che Melisante avesse mai visto nella sua vita: una donna il cui corpo ora sottile e allungato in maniera disumana e i seni quasi inesistenti rimanevano l'unico segno di un'origine mammifera usurpata. La piccola testa inclinata era avvolta in un casco di fitte piume nere, le braccia aggraziate sfumavano in enormi ali dello stesso colore e le gambe terminavano in zampe ritorte e munite di artigli degne del più feroce rapace. La creatura agitava la testa con scatti obliqui, le narici del naso camuso e gli occhi gialli dilatati al massimo.
Imitando una posa da rapace Melisante si fece coraggio e saltò allo scoperto. La creatura emise uno stridulo verso di rabbia e lo fissò con ostilità. Fu quando parlò che Melisante comprese che la pazzia nei suoi occhi non era dovuta alla mutazione. Con voce chioccia apostrofò l'uomo: - Cosa vuoi Falco, o sei una Gazza? Sei venuto anche tu a rubare i miei piccoli?
La creatura si acquattò sul nido carezzando uno dei corpi.
- No…No.. Sono qui, di nuovo qui, sempre qui… E poi insieme volerà e uccideremo i vermi in riva al mare che li hanno uccisi… - mormorò dolce.
Melisante zampettò un altro po' più avanti: - Potente signora, Dama dei cieli. Tutto il popolo dei volatili sa che l'Amalgama di Arupeia è stata amica del popolo del cielo. Io, Merlo, sono emissario delle corti celesti. Gli odiati Circeiani hanno distrutto il tuo nido dove i miei stanchi compatrioti potevano riposare le ali dai lunghi voli, le gazze riporre i loro tesori. Le corti del cielo ora corrono lo stesso rischio di distruzione. Uniamo la forza delle nostre vendette! Sappiamo che tu hai i piccoli di Circe! Massacro! Che il falco squarci le carni del bipede e ne getti i resti sull'odiata Circe!
La creatura parve arrestarsi un attimo a pensare, quasi confusa da questo processo interiore e poi: - Belle parole Ambasciatore Merlo! Ma la vendetta è già fatta! Circe non ha più figli! Ora solo i miei figli aspettano l'ora della giusta vendetta!
Di nuovo carezzò con amore i corpi. Melisante notò solo allora con orrore che si trattava di bambini.
- Grazie Signora mi hai dato notizie importanti.
Con un inchino si fece ancora più vicino.
- Mi spiace solo che le vasche che mi hanno dato i natali, seppur piene di ottime qualità, non contenessero la pietà.
Un aculeo partì dall'Istrice avvolto dal pesante costume e si conficcò nella gola della donna, la rapidità del veleno tale da farla stramazzare paralizzata senza neanche avere il tempo di stupirsi, poi semplicemente morì.
Toltosi il travestimento Melisante saltò nel nido. Ovunque fra i rami e la paglia trovò resti mescolati di piccoli corpi: tutti con la pelle abbronzata, i capelli scuri e gli occhi a forma di mandorla tipici del ceppo genetico di Circe. Qua un volto perfetto da Aristos, li le mani già dedite al lavoro di un demos… Incapace di separare e contare i corpi, sicuro che altri si sarebbero trovati appesi all'albero o nei giardini, Melisante frugò il nido.
Se non trovò le vasche dei plasmatori dove la donna doveva aver compiuto la sua trasformazione fu proprio in mezzo ai corpi che trovò la pietra, come nascosta e messa al riparo.
Era un unico ammasso largo una cinquantina di centimetri composto di numerosi globuli traslucidi di colore dorato in cui sembravano racchiuse piccole inidentificabili creature. Quasi soddisfatto e sicuramente sollevato si caricò il grosso blocco ambrato, considerandolo sicuramente l'adeguata ricompensa del destino per i pericoli corsi nell'operare questa giusta, per quanto poco fortunata, missione di salvataggio. In seguito ad un breve messaggio empatico l'airone lo raggiunse sul nido e Melisante nascose con il blocco nelle tasche della sella. Fatto ciò estrasse il coltello di selce e con uno sbuffo spazientito tornò dalla donna.
Caricato il forte Airone del nuovo carico - al contempo lugubre e prezioso - Melisante volò per due giorni diretto verso sud, in alto sopra le Isole Apannin, oltre il Mare Padno. Superò le sette paludose isole di Rhum e il fiume Tver, i deserti di vetro luminoso dell'Ombr e del Machre in cui si rifugiavano i banditi (come lui, avrebbe fatto notare uno dei suoi detrattori), i mutanti e i servi del Moloch. Infine atterrò sull'isola di Circe che il sole cominciava a tramontare.
La sulle spiagge di sabbia bianca sorgeva lo stupendo palazzo dell'Amalgama: un'alta costruzione di coralli, madreperla e gigantesche conchiglie dove, protetti dai loro delfini e dai giganteschi granchi, vivevano i marinai dalla pelle scura i cui figli aveva inutilmente cercato di salvare.
Come la vedetta ebbe avvistato il grande airone in avvicinamento soffiò nella conchiglia che portava al fianco e ogni attività che Melisante aveva visto svolgersi sulle spiagge s'interruppe per trasformarsi in una corsa sfrenata verso il palazzo. Atterrò sui nidi del tetto riservati ai grandi albatros, fra mani alzate al cielo ad indicarlo e concitati richiami. Poi, come fu smontato di sella ed ebbe recuperato il suo equilibrio, tutto fu avvolto da un silenzio teso quel suono particolare emesso da emozioni represse - fra cui la speranza - ancora costrette ad aspettare. Il vasto gruppo era pallido e nervoso nonostante il sole forte e i venti gentili che carezzavano l'isola, a guidarlo erano gli aristoi dalle belle vesti verde mare e gli ottusi duloi guardiani dalle grosse chele e i carapaci lucidi, più indietro famiglie intere di demoi dalle semplici vesti d'alga e le espressioni torturate. Melisante si sentì a disagio quasi inadatto a rompere quella tensione, in preda all'imbarazzo di colui che ha vinto una dura battaglia per perdere la guerra ed è vergognoso di essere ancora vivo. L'arrivo di Dama Sandara, Matriarca di Circe sciolse l'imbarazzo della scena impedendo a chiunque di rompere il silenzio.
La folla si aprì velocemente con un basso sibilare di rispetti sussurrati, e la Matriarca avanzò con passo lento e deciso apparentemente per nulla contagiata dall'atmosfera tesa sebbene avesse perso anche lei un figlio al misterioso rapitore che mesi di ricerche dei suoi uomini non avevano saputo catturare. Per un attimo la donna valutò con lo sguardo il giovane e sembrò che in quello sguardo prendessero voce tutti i dubbi e le domande del suo popolo. Con un inchino rigido e formale, di lutto, Melisante rispose al gesto della nobildonna e il pianto sciolse la folla radunata. Poi i due, seguiti solo dal consiglio dell'Amalgama e dalla milizia si diressero verso i Giardini della Vita.
La consultazione al riparo delle grosse porte fu rapida ed austera, quasi impersonale. L'ampia aula del consiglio sembrava sommersa in un mondo equoreo di arazzi di alghe, pareti di coralli finemente istoriate con la storia di Circe e decorazioni a forma di delfino. Sui banchi dell'anfiteatro gli aristoi e gli anziani dei demoi ormai svuotati e quasi privi d'interesse per la faccenda facevano pensare a corpi sepolti sul fondo marino. Alcuni famigli servirono un pasto rapido di molluschi, birra e pane che quasi nessuno toccò.
Incurante Melisante parlò a persone il cui volto sembrava una maschera di cera. Donne e uomini persi dentro i loro sentimenti i cui unici segni di vita consistevano nell'agitarsi nervoso delle branchie di alcuni, la contrazione di una mano leggermente palmata, un battito delle ciglia spesso immote del popolo anfibio dei Circeiani.
Melisante parve tenere un inutile monologo forse a beneficio della sola Unimente, la bio-luminescente massa cerebrale di Circe alla cui luce molte grandi cose erano state fatte o dette.
A fine racconto con gusto di sfida e intento a ridestare l'attenzione dei suoi ingaggiatori Melisante estrasse la testa della donna dal paniere unica prova della veridicità del suo racconto.
L'indignazione per il gesto macabro e irriverente focalizzò il bisogno di sfogarsi di tutti i membri del consiglio.
Il clamore fu tale che neanche la Matriarca - forse l'unica veramente intenta ad ascoltare - riuscì a calmare i convenuti. Volarono parole accese, qualcuno si alzò scuotendo i pugni, un grosso aristos muscoloso estrasse il pugnale d'osso, le urla contro Melisante chiara espressione del bisogno di vendetta, di riscatto nei confronti del destino a qualsiasi costo.
L'intervento dell'Unimente, calmo e impersonale come solo le menti di persone ormai morte da secoli possono essere, riportò una parvenza di calma se pur non di equilibrio. I messaggi empatici suadenti della collettività di vite dell'Unimente rimbalzarono nelle menti di tutti, e tutti, accostando le immagini mentali al piccolo capo piumato, poterono riconoscere Tessa, Matriarca di Arupeia data per morta nella guerra anni addietro.
La Matriarca, colto l'attimo propizio, dispose che all'indomani Melisante avrebbe guidato una spedizione intenta a recuperare i morti e dare loro sepoltura e fece assegnare all'ospite delle stanze, poi alzatasi dal suo scranno composto da un'unica immensa ostrica sciolse il consiglio. In silenzio usci dalla sala seguita dalla sua guardia d'onore. Poi uno a uno, senza degnare d'uno sguardo, il mercenario uscirono i consiglieri.
Da dietro i tendaggi di alga due piccoli cloni di Dama Sandara si appressarono all'uomo ormai solo e con una riverenza gli fecero cenno di seguirlo.
Scortato dai due famigli della Matriarca Melisante traversò i corridoi della zona riservata agli aristoi. Giunti che furono alle sue stanze i famigli gli diedero il suo compenso di perfette perle di Circe, poi con un'altra riverenza lo lasciarono.
Melisante si buttò sul letto contando oziosamente le perle, soddisfatto. Pensando all'immane tesoro in ambra nascosto nella sua sella guardava alle perle ormai con superficialità, come fossero stati buffi sassi. Poi quando fu stanco del gioco si avvolse nelle coperte del letto ad aspettare la mattina seguente. Si addormentò a poco a poco cercando di non pensare più ai piccoli corpi straziati e fantasticando sulle perle e sul grosso blocco d'ambra.
Quella notte sognò di avere ucciso un drago e che dopo averne ottenute le ricchezze spendeva e spandeva i suoi nuovi tesori: perle, gemme, tessuti e pelli pregiate, profumi, animali perfetti modellati dai più grandi plasmatori. Il suo rango di aristoi veniva restaurato e l'editto che lo bandiva nonostante la sua casta genetica revocato, quali che fossero le sue colpe. Di nuovo gli veniva concesso accesso alle vasche della sua Amalgama e di li cominciava a plasmare un nuovo futuro. Ma poi di colpo il tesoro che aveva accumulato si trasformava in foglie secche ed i suoi creditori con grandi teste di drago venivano a cercarlo. Con il fiuto fino di quelle creature lo stanavano, artigli crudeli lo spogliavano di ogni cosa ed infine i mostri arrivavano a divorarlo.
Si svegliò madido di sudore e gemendo fra urla e gemiti echeggianti i suoi provenienti da qualche distante angolo dell'Amalgama. Da prima rimase in attesa confuso fra il sogno e la realtà, poi certo della realtà di quelle grida si vestì in fretta facendo bene attenzione a indossare il corpetto d'osso e vitalizzare l'Istrice.
La porta sfintere delle sue stanze si aprì silenziosamente nel corridoio buio. Da prima con passo felpato e poi di gran corsa si diresse verso i nidi sul tetto dove la sua cavalcatura - e il tesoro - lo attendeva ancora.
Ad ogni passo le urla di isteria e morte si facevano più forti, più vicine.
Immaginò un attacco di mutanti o simili intoccabili che avesse colto Circe di sorpresa, si figurò che gli attaccanti stessero facendo strage dei difensori ancora insonnoliti, chi nel proprio letto, chi in armi, chi in fuga.
Corse per i corridoi deserti evitando attentamente le zone da cui provenivano le urla col solo pensiero fisso di raggiungere l'airone con il suo piccolo tesoro e scappare prima che l'Amalgama cadesse.
Salì l'ultima rampa di scale prima del tetto, i gradini scivolosi di sangue che al buio non aveva notato.
A grandi passi si diresse verso il complesso dei nidi mentre, nel chiarore della notte, poteva vedere i combattimenti ancora in corso sulla spiaggia: una mischia confusa di Circeiani armatisi in fretta e piccole figure selvagge e contorte che saltellavano goffe emettendo striduli richiami.
Ansando s'infilò con un salto nella voliera dalle forme contorte, poi si bloccò inorridito.
Legati dai finimenti ad un anello nella parete giacevano scomposti per terra i resti ormai scheletriti e consumati dell'airone circondati da una miriade di schegge dell'uovo ambrato.
Disperato e rabbioso prese a calci la paglia delle stalle e si diresse alla ricerca di altre cavalcature ma trovo solo cadaveri o resti di creature che avrebbero sofferto di meno nell'esserlo.
Quando un grido stridulo suonò alle sue spalle si voltò brandendo l'Istrice pronto a morire affrontando gli aggressori di cui aveva ormai ben capito la natura.
Infatti, il volto fanciullesco del rapace dai grossi artigli che lo fronteggiava recava, seppur privi d'intelligenza e stravolti da una fame rabbiosa, gli inconfondibili tratti del ceppo genetico di Circe.

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