SYSTEM CRASH
 
di Luigi Castellani
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Non vi è un solo ricordo nella mia mente in cui non compaia questo cielo perfettamente ed eternamente plumbeo, senza giorno ne notte.
Dove non ci sia questo interminabile mare nero solcato da piccole luci distanti, dove non siano lontane all'orizzonte le luci delle Torri, uniche stelle fisse sull'orizzonte la dove non è più mare e non ancora cielo.
Dove non ci sia questo Faro abbandonato, senza luce, di cui sono l'unico abitante e forse il guardiano.
Da sempre, quindi, custodisco questo panorama sterminato forse in attesa di veder sorgere finalmente un assurdo sole bianco che venga ad insinuare furtivi raggi di luce nelle stanze nascoste e sconosciute del Faro che, pur essendo questo la mia casa (o forse la mia prigione), non ho mai visto, e a illuminare le convolute architetture cristalline che immagino proprie delle Torri bagnandole con lente gocce di luce.
Le Torri hanno sempre eccitato il mio desiderio per un passato diverso, avventuroso e nei momenti di fantasia invento dimenticati passati principeschi condannati a questo presente di esilio e amnesia ma destinati a futuri di riconciliazione e beatitudine nei giardini di una dimora avita mai vista ma incisa misteriosamente nel cuore, nelle vene, nelle ossa. O immensi giardini pendenti di fiori indescrivibilmente belli che si aprono stillanti al tocco delle mie mani, e in quei momenti barcollo preso dalla vertigine di quei profumi caldi ed immaginari.
O forse ciò che aspetto è una tempesta travolgente che rompa questa stasi e di cui dare trepidante l'avviso all'entroterra indifeso e ignaro che ripone sul mio venerato isolamento sacrificale la fiducia nel suo domani sicuro e felice.
Solo sporgendomi posso vedere sotto di me le pareti lisce e immacolate del Faro svanire fra nubi di vapore acqueo attraverso cui posso solo immaginare l'alta scogliera che argina il mare.
Ma la mia vita lunga un istante si è svolta tutta qui, nella stanza sulla cima, alla finestra in cui si incastra perfetto il mio sguardo immobile e attento, placidamente ansioso.
La noia è infranta (e la mia sanità mentale salvaguardata) dallo stridio di uccelli alti nel cielo e dal vento che coi suoi sussurri mi porta voci lontane, ballate, frammenti di conversazione cui nella mia mente prendo parte accanitamente; uniche variazioni sul tema fisso e monotono che è il brusio sopito del mare.
E la speranza di questa eterna veglia trascorsa tutta a questa finestra si è trasformata nel dovere dell'attesa di un attimo unico e del ricordo quasi catalogo di diverse ed identiche migliaia.
Ogni istante del passato è li impresso in legioni di finestre della memoria: 11968 barche/476 luci sulle Torri, o 11973/321, o 13004/512, o... E così via per qualsiasi possibile combinazione della memoria, del tempo, dello spazio in caleidoscopiche ragnatele di moto, stasi e luce.
D'altronde non saprei con cos'altro riempire la mia stanza deserta e senza porte (e che non mi sono mai voltato a guardare) se non con quelle luci danzanti e accattivanti, ora rapide comete, ora immobili fuochi fatui, ora bizzarre falene timorose di avvicinarsi alla minacciosa candela del Faro.
Ma seppure esse abbiano la mia indivisa attenzione ne conosco ormai le molteplici pose isteriche o beffarde, tristi o felici ed il dono che da esse e dal mare attendo è la sorpresa di un calcolo nuovo ed imprevisto della loro aritmetica.
L'avvento di quell'evento bianco che sento le assorbirà tutte e colorerà questo mare dei suoi fondali silenziosi su cui posano misteri affondati, dei pesci guizzanti e accorti, dei mostruosi leviatani abissali dalle squame fluorescenti il cui batter di coda crea e disfa le correnti oceaniche.
In altre visioni però il nuovo sole porterà il disfarsi delle Torri e del Faro nelle acque di questo mare perenne per rimescolarsi in nuove Torri, nuovi Fari, nuove Attese.
Ed è in quei momenti, con terrore, mi rendo conto che ciò che mi attende al levar del sole oltre la culla celeste delle Torri non è altro, forse, che la morte.
11874/471, 11879/430, 11656/512, 10073/504, 13702/401...

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