L'ASSEDIO
 
di Luis Mendoza
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14 Luglio 1349.
Due mesi. Da due mesi siamo chiusi all'interno del castello. Fuori la gente muore ancora. Abbiamo parecchie scorte, e possiamo resistere per molti mesi a questo assedio.
Siamo assediati, non da un esercito, che seppur terribile sarebbe visibile e materiale, ma da qualcosa di peggio. Qualcosa che non possiamo vedere. Qualcosa che sta uccidendo tutti coloro che non sono stati ammessi all'interno del castello. Siamo prigionieri per nostra stessa volontà, siamo prigionieri per sopravvivere.
La nostra era una fiorente città.
Mercanti e viaggiatori sino a poco tempo fa arrivano da lontano per commerciare ed arricchirsi. Ora più nessuno arriva. La voce del male che ci affligge si è sparsa per il regno. O forse tutto il regno non esiste più, e non ci sono più viaggiatori e mercanti. Forse anche il regno sta morendo.
Sento, di tanto in tanto, dalla città, venire i rintocchi di campana.
I sopravvissuti pregano.
Ma nulla può fermare il male. Nulla può fermare la peste.
I medici non possono. I preti non possono.

18 Luglio 1349.
Quando i primi sintomi hanno iniziato a farsi vivi, nessuno pensava ad un flagello simile.
In soli tre mesi la città è morta. Noi siamo gli unici che sopravviveranno. La gente comune , i braccianti, gli artigiani e i preti sono tutti morti, o lo saranno presto. Poche ombre ormai vedo muoversi dalle mura guardando la città. Poche ombre condannate.
Noi soli, nobili e devoti rinchiusi in questo castello vivremo ancora. Qui tutti i giorni è un banchetto, e ogni sera una festa. Tutto per dimenticare il massacro, per dimenticare la prigionia.
Piango per tutte le anime dei miei concittadini, che morendo non trovano conforto negli ultimi sacramenti.
Credo che ormai non vi siano più preti vivi. Piango per le loro anime condannate.
I figli muoiono soli, abbandonati dalle madri. I padri muoiono abbandonati dai figli.
Questo flagello, non solo uccide la carne, ma sopprime il senso cristiano degli uomini. L'amore fraterno per il prossimo è scomparso per paura della morte. Dio ha voluto punirci per la nostra condotta, e nel farlo ci mostra quanto poco siamo degni della gioia eterna.

24 Luglio 1349.
Stamani dagli spalti ho visto arrivare gente. Una lunga colonna di persone, tra cui diversi sacerdoti, è entrata in città.
Camminano lentamente, pregando e flagellandosi. Fanno penitenza per placare l'ira di Dio. Ahimè, non vedono che è troppo tardi? Mi chiedo da dove vengano. Si sono diretti verso la chiesa, e ho visto i pochi vivi rimasti in città unirsi a loro. Hanno pregato davanti alla chiesa per ore, poi si sono diretti qui. Davanti alle porte del castello, hanno accusato noi di vigliaccheria. Hanno accusato il vescovo, che pure è nel castello, di poca carità cristiana, lui che dovrebbe essere colui che per primo consola gli ammalati e li consacra durante la dipartita dal mondo.
Non posso dar loro torto. Ma chi conosce il volere di Dio meglio del vescovo? E non adempie ugualmente alle sue mansioni ascoltando le nostre confessioni e proferendo messa all'interno del castello?
Vorrebbero forse costoro, che noi nobili restassimo qui senza poter partecipare alle sacre funzioni?

30 Luglio 1349.
Se ne sono andati. I flagellanti, così abbiamo inteso si fanno chiamare, sono partiti questa mattina molto presto.
Il loro numero era già molto ridotto. La peste non li ha risparmiati. Hanno seppellito i morti persino nelle strade, poiché il camposanto non poteva più accogliere cadaveri. Ora la città tace. Ignoro se vi sia ancora qualcuno. Molti dei cittadini sono partiti con loro. Inizio a credere che Dio ci stia risparmiando per un preciso disegno. Inizia a cogliermi l'idea che noi, e noi solo, siamo degni di condurre avanti l'umanità, di restare vivi. Credo che in questo castello siano raccolti gli eletti, coloro che Dio ha designato come suoi rappresentanti sulla terra.
Noi, e non i volgari mercanti e artigiani, siamo degni di vivere nella grazia di Dio.
Noi rifonderemo la civiltà, restando per sempre devoti e pii.

4 Agosto 1349.
Ora ne sono certo. La città è abbandonata. Da giorni non vedo più nemmeno le ombre muoversi. Siamo rimasti gli unici uomini vivi. Mi chiedo quanto ancora dovremo stare rinchiusi. Il medico dice che è ancora presto per uscire.
Dice che fino a che non arriverà un vento che soffia da nord l'aria della città resterà ammorbata. E quando questo soffierà nessuno è in grado di prevedere. Ogni giorno ringrazio Dio per l'opportunità che ci ha donato.
Con la mente già rimiro la grande cattedrale che erigeremo non appena usciti dalla nostra prigione.
Vedo alti campanili, vetrate magnifiche, e affreschi meravigliosi che narrano la nostra storia. La storia di noi, figli prediletti di Dio. Grandi cerimonie vi si terranno, e la più importante sarà quella nel giorno del Santo Silvano, il giorno in cui Dio scatenò la punizione sui peccatori del vecchio mondo. Già vedo la città fiorente, popolata dai nostri discendenti; ricca e prosperosa senza i vecchi peccati, e senza che Dio ne sia offeso.
Vedo tutto questo, ma le mura di questo castello si frappongono tra noi e il futuro, e a stento mi trattengo dall'ignorare ciò che dice il medico.

11 Agosto 1349.
Ieri nel giorno del Santo Lorenzo ho avuto la conferma che i miei pensieri sono nel giusto. Durante la notte ero sugli spalti del castello, e come spesso mi accade ormai, scrutavo lontano. Era buio da qualche tempo quando vidi nel cielo una striscia luminosa, e poco dopo molte altre. Da tempo è noto questo fenomeno, ma mai avevo veduto in vita mia tante stelle cadenti. Guardavo meravigliato tanto insolito spettacolo, quando una scia così luminosa da farmi socchiudere gli occhi attraversò il cielo da nord a sud. Era il segno. Era il segno che noi attendevamo. Dio ha voluto annunciarci che presto il vento soffierà da nord. La nostra prigionia è ormai al termine, e il nuovo mondo è un figlio nascituro. Ah, da stanotte sono sugli spalti a respirare il vento in attesa del suo cambiamento.

13 Agosto 1349.
Il vento soffia ancora da sud.
Il vescovo è morto.
È successo durante la notte, e soltanto stamani se ne sono accorti. I segni sono inconfutabili.
La peste ci ha raggiunto anche all'interno della nostra prigione. Ah, come sono stato stolto e presuntuoso nei miei pensieri! Credevo davvero di essere io, una persona degna della vita? Dio ha voluto mettermi alla prova. In pochi giorni sono diventato superbo, credendo di poter scampare alla Sua giustizia. Credevo di essere diverso e migliore dei miei concittadini peccatori. Oggi vedo che così non è. Il vescovo, che pure è la persona più meritevole e pia, se ne è andato per primo.
Già la morte mi coglie.
Sento la febbre salire, e la vista mi si appanna. Lascerò presto questo mondo, e senza poter confessare i miei peccati.
La mia anima sarà dannata.
Per sempre.

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