LA MISSIVA
 
di Luis Mendoza
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- Non è possibile! - esclamò il principe di Brosso adirato, dopo aver letto la missiva del padre. Il vescovo lo guardò incuriosito.
- Cattive notizie principe?
- Cattive? CATTIVE? Ah altro che cattive! Mio padre il Re ha designato come suo successore il figlio di mio fratello il principe di Cassilli. E voi mi chiedete se sono cattive? Se lo sono!
Il vescovo sorrise appena.
- Forse non ha giocato a vostro favore la sconfitta subita dal vostro esercito su al nord. Vostro padre ha sempre dato molta importanza alle campagne militari. - Disse il vescovo sapendo bene quanto infastidiva il principe sentirsi parlare dei suoi fallimenti.
- Ebbene Aldus, cosa posso fare ora? Non mi resta che cedere il futuro trono a quel piccolo usurpatore che è mio nipote.
- Non è detto principe. O forse si. Ma io vi consiglio di inviare subito una missiva di felicitazioni al principe vostro fratello.
- Aldus! Le felicitazioni dovrei mandare? Credete che mio fratello sia così stolto da non intuire i miei veri sentimenti?
- Oh li intuirà principe, in quanto vi conosce ancor meglio di me, ma è sempre bene felicitarsi con i fratelli. Preparerò io stesso la lettera. Ora.
E così dicendo il vescovo si avviò verso il suo studio.
- Bene Aldus, bene. Seguirò anche adesso il tuo consiglio. E voglia Dio che sia la cosa giusta.

Trecento anni dopo Jerome, ingegnere di corte, procedeva lungo la strada principale di un paesino a venti giorni di viaggio dalla capitale. Stava tornando dopo quattro anni di supervisione alla costruzione dell'unico ponte sul fiume Reno, nel lontano nord. Tornava a ricevere il suo compenso e a godersi una lunga vacanza sulle colline di Torreverde, la sua terra natale. Era molto stanco, ed essendo ormai la giornata giunta a termine, decise di fermarsi in una locanda.
Non fece fatica a trovare la Locanda Dell'Oca, da tutti indicata come la migliore, ed unica, locanda del paese.
La prima cosa che notò appena entrato fu che quella bettola non era certo adatta al suo rango, ma doveva tristemente accontentarsi. Almeno il vino di quella regione era ottimo, e a giudicare dagli avventori della sala comune, qui non ne erano certo sprovvisti.
Un uomo magrissimo, con un paio di lunghi baffi incolti e un grembiule unto gli si fece davanti inchinandosi.
- Buona sera signore. In cosa posso servirla?
- Ebbene, ho bisogno di un pasto caldo ed una stanza per la notte. Oltre ovviamente al ricovero per il mio stanco cavallo. Credete che sia possibile tutto ciò?
- Si signore, certo signore. Farò provvedere subito al vostro cavallo. In quanto a voi potete prendere la stanza migliore ovviamente. Preferite mangiare in camera vostra, o qui nella sala comune?
In quel momento un urlo seguito da numerose risa inondò la sala, mentre due uomini si rotolavano per terra picchiandosi.
- Erm, credo che desinerò in camera. Indicatemi la strada prego.
- Si signore, certo. Seguitemi.
La camera si trovava al primo piano, ed era la migliore della locanda in quanto era arredata oltre che con il letto, anche con un piccolo comodino. Prese la mezza candela che gli porse l'oste e ve la appoggiò.
- Signore, posso portarvi carne di maiale e vino. Possono andarvi bene?
- Bene, bene. Ora lasciatemi prego, e portatemi la cena non appena possibile.
Finalmente poteva stendersi un poco, e con una certa sorpresa vide che le lenzuola erano pulite. Chiuse gli occhi e nonostante gli schiamazzi che giungevano dal piano di sotto, si addormentò subito.
Fu svegliato mezzora dopo, dall'oste che portava la cena.
- Signore, ecco la cena. Se durante la notte avete bisogno di qualcosa, non esitate a svegliare mio figlio. Dorme nella stanza vicino alla cucina. Buonanotte signore. - L'oste si inchinò e chiuse la porta.
La carne non era male, e il vino come si aspettava era ottimo. La sonnolenza stava di nuovo impadronendosi di lui, e decise di spogliarsi e stendersi sotto le coperte.
Aprì il cassetto del comodino per deporvi il grosso medaglione d'argento che portava sempre al collo. All'interno, oltre ad uno strato di polvere di parecchi mesi, c'era una pergamena arrotolata, probabilmente dimenticata dall'ultimo ospite della stanza. La prese, e la esaminò. Pareva molto antica, il nastro che la stringeva era sigillato con cera lacca. Notò con stupore che nella cera era impresso uno stemma nobiliare. Lo riconobbe come lo stemma della casata Brosso, una famiglia nobile tanto vicina al Re, che questi aveva designato il giovane primogenito come suo successore al trono. La ripose nel cassetto, riservandosi l'indomani, di chiedere all'oste del precedente ospite della stanza.
Durante la notte si svegliò senza una causa apparente. Tutto era silenzioso. Probabilmente la locanda aveva chiuso parecchie ore prima. Sebbene si sentisse stanco e assonnato, non riuscì a riprendere sonno.
Decise che un bicchiere lo avrebbe aiutato. Tastò al buio il comodino per prendere la bottiglia e urtò con la mano la pergamena. Strano, non l'aveva rimessa nel cassetto?
Non ne era sicuro, la scostò e trovò la bottiglia. Si versò il vino. Nel riporre il bicchiere sfiorò ancora la pergamena. Era sicuramente antica, che cosa poteva esservi scritto? Quali informazioni poteva contenere?
Preso da una fortissima curiosità, si portò vicino alla finestra dove filtrava un poco di luce.
Ruppe il sigillo e aprì l'antica pergamena. Restò sorpreso. Non vi era scritto nulla.
Deluso da questa scoperta, si rimise a letto. L'inquietudine di poco prima non era passata, anzi si sentiva peggio. Aveva l'impressione che qualcosa, o qualcuno, un fantasma, un demone gli sussurrasse nella mente di una missione, di un compito, di un assassinio. Più cercava di non ascoltare quel sussurro, più questo diventava insistente. Perse completamente la testa, e con la mente e l'anima torturate, prese il suo pugnale, scese nella stanza vicino alla cucina e uccise nel sonno il figlio dell'oste. Il sussurro cessò lasciandogli libera l'anima. Preso dallo sgomento tornò di corsa nella sua stanza.
Qui con il fiato corto e con gli occhi pieni di orrore, vide sul letto l'antica missiva.
E vide che vi era scritto qualcosa.
Era una storia. Era la storia della missiva stessa.
Scoprì che era opera del vescovo Aldus, vissuto secoli prima e che fu scritta a due mani con il Demonio per compiere un orribile assassinio. Una volta ricevuta dal principe di Cassilli, il cui primogenito era stato dichiarato erede al trono, avrebbe iniziato a torturarne e a tormentarne l'anima e l'avrebbe obbligato ad assassinare il proprio figlio.
E il principe di Brosso sarebbe di nuovo divenuto l'erede del Re.
Lesse come il messaggero che portava la missiva venne aggredito da una banda di briganti, e la missiva gli fu sottratta, e che per decenni la missiva passò di mano in mano. Scoprì che fu rubata, trovata, comprata e smarrita. E tutti coloro che vollero leggerla vennero costretti a compiere il delitto cui un altro era destinato.
E così lui pure. E scoprì come Domenico, alabardiere del Re quattro mesi prima aveva alloggiato in quella stessa stanza che ora era la sua, e aveva dimenticato nel cassetto la maledetta pergamena.
Vi lesse il delitto che lui stesso, poco prima, aveva commesso.

Fu svegliato dalle grida al piano di sotto. Si sentiva riposato e forte, dopo avere dormito tutta la notte. Cosa diavolo poteva essere successo in quel paese sperduto da provocare tanta agitazione? Si vestì irritato e prese dal cassetto il medaglione e la l'antica pergamena. Sceso nella stanza comune vide che erano presenti diverse guardie.
Fu informato che durante la notte un brigante era penetrato nella locanda e aveva ucciso il figlio dell'oste.
E pensare che lui considerava la regione sicura!
Lasciò poche monete sul bancone, ritirò il suo cavallo alla stalla e si rimise in viaggio.
Ancora pochi giorni di viaggio e si sarebbe potuto godere una meritata vacanza.
E chissà? Forse il Duca di Brosso padre dell'erede al trono l'avrebbe ricompensato dopo aver letto l'antica missiva che gli stava riportando.
Che bello tornare a casa.

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