DE CONSOLATIONE PATHOLOGICA
 
di Lorenzo Trenti
scrivi un commento scrivi all'autore versione stampabile

Giorno primiero
Non conosco il giorno, il mese e neppure l'anno in cui mi trovo. So che è un anno del diciassettesimo secolo. Ha importanza? Ha più importanza qualcosa, dopo il naufragio?
Mi chiamo Alexander Selkirk, credo. Almeno, questo è il nome che ricordo di avere, ma ho il sospetto di averne avuti molti altri. Sto scrivendo su fogli di carta salvati dal relitto della nave, qui, sulla sabbia. Ogni tanto l'acqua del mare mi lambisce i piedi, come un'amante ritrosa. Alcuni gabbiani volano sopra di me, emettendo le loro grida, mentre il sole sta per morire all'orizzonte. Farò la sua fine?
Non so perché sto scrivendo, ma non posso fare a meno di pensare che io non so scrivere, e non so leggere, ma sto impugnando una penna d'oca e con abilità da scrivano sto tracciando dei segni dotati di significato su questo pezzo di carta. Una parte di me pensa che tutto questo sia molto ironico, ma non saprei spiegarne il motivo. Né, d'altronde, saprei spiegare perché provo questo impulso così potente a scrivere quel che mi è successo, quando probabilmente nessuno leggerà questi fogli. Sarò fortunato se qualche esploratore troverà un giorno le mie ossa e vorrà darmi cristiana sepoltura.
La tempesta giunse all'improvviso, travolgendoci con la sua potenza. Non potemmo fare nulla, se non assistere allo sfascio della nostra nave, alle onde che portavano via i nostri compagni, agli alberi che si spezzavano. Mi ritrovai in acqua senza accorgermene, e nel silenzio dell'oceano era bello per un attimo dimenticare il frastuono della tempesta.
Sentivo il freddo che intorpidiva le membra e la mente... scendevo... scendevo... volevo solo scendere...
Poi vidi confusamente un uomo che mi traeva a galla, riportandomi nel fragore della tempesta. La luce di un lampo illuminò per un istante il suo volto, ma non lo riconobbi.
A seguire ci fu solo il buio. Un'oscurità umida e opprimente.
Mi svegliai stamane, con un rantolo. No, anzi, il rantolo non era mio, ma di un altro uomo steso come me sulla battigia. Era bagnato, coperto di alghe e di sabbia, con parecchi lividi, e pallidissimo, ma lo riconobbi: era il mio amico Johnathan, anch'egli marinaio. Era supino e respirava a fatica.
Solo allora mi resi conto che ero ancora vivo. Ma per quanto?, pensai. Quanto avremmo potuto resistere su quell'isola?
Come conoscendo i miei pensieri, Johnathan mi rispose a fatica: - Dovrai farcela da solo, Alexander...
Mi cercava con gli occhi; mi avvicinai strisciando sulla sabbia. Stava morendo, e lo sapevamo entrambi.
- E' curioso - disse - che lo scopra solo adesso... siamo stati vicini a lungo, ma non sapevamo... non ricordavamo...
Stava vaneggiando? Eppure pareva lucido.
- Non parlare, Johnny, adesso cerco di sistemarti in qualche modo... vedrai che ce la faremo... costruiremo un riparo... sopravviveremo...
- Noi sopravviviamo sempre, Fratello mio. E' la nostra condanna. Non ricordi? Noi camminiano accanto agli uomini... e fingiamo di vivere le nostre esistenze mortali, finché non ricordiamo tutto... a barlumi... ma intuiamo la verità... solo quando è tardi.
- Johnny, non parlare, è peggio.
- Ricominciamo ogni volta... è terribile... terribile... almeno tu, cerca di ricordare... di comprendere... di pensare... di... - Continuò a fissarmi ancora un attimo con gli occhi vitrei, poi smise di respirare, come una candela che si spegne con un colpo di vento.
Era morto.
Non so quanto rimasi a contemplare l'orizzonte, mentre il corpo di Johnathan era lì, di fianco a me. So che a un certo punto mi sembrò come se il suo petto si fosse alzato, impercettibilmente.
Strappai la camicia a Johnny, e poi gli aprii il petto, con queste dita, senza sapere perché.
Nella gabbia toracica non vidi viscere, ma solo due corvi. Due corvi in gabbia. Ruppero alcune costole e ne uscirono svolazzando, volteggiarono un po' nell'aria e si posarono davanti a me.
Mi fissavano coi loro occhi intelligenti, leggermente rossi. Mi fissavano... mi fissavano... due nomi mi attraversarono la mente come un fulmine: Huginn, Muninn. Pensiero e Memoria, i corvi di Odino.
Poi svenni.

Mi sono risvegliato mezz'ora fa, e da allora sto scrivendo. Il corpo di Johnny è scomparso, i corvi pure. Forse mi sono sognato tutto.
Ora andrò a cercare qualcosa da mettere sotto i denti.

Giorno secondo
Ho scoperto una fonte di acqua dolce, nell'interno. Sono stato fortunato.
L'isola è molto grande, e sto tentando di convincermi che potrei farcela. Ci sono varie piante che producono frutti enormi e saporitissimi.
Qualcosa mi suggerisce di costruirmi un'arma. Ci penserò domani. Ho un sacco di tempo per pensare.

Giorno terzo
E' incredibile quante cose si possano fare con una selce ben affilata. Ho cominciato a costruire un riparo, grazie ad alcune liane; spero che le legature quadre reggano.
Tempeste non ne sono venute, ma chi può conoscere il clima di questi luoghi?
Guardo l'orizzonte, sconsolatamente vuoto. Non ci sono tempeste in arrivo, ma nemmeno navi.

Giorno quarto
Mi sono svegliato all'alba e ho catturato un uccello con la mia lancia da selvaggio, l'ho cucinato sul fuoco e l'ho divorato. Era mezzo crudo, in più parti carbonizzato, ma aveva il sapore delle piccole conquiste.
La cosa che mi ha stupito di più è che ho gettato la lancia con una perizia da vecchio soldato, ma in verità non ho mai impugnato un'arma in vita mia. Talvolta ripenso alle parole di Johnathan, e mi chiedo se davvero stesse solo delirando. Mi tocco la testa, il petto, e mi chiedo se sono io o qualcun altro. Forse sto solo impazzendo.

Giorno settimo
Potenze del cielo, cosa ho fatto per meritarmi questo? Il riparo è stato spazzato via da una tempesta, giunta nel cuore della notte. Ho messo in salvo per prima la cassa coi fogli e il calamaio. Devo essere proprio pazzo. Per sentire il suono della mia voce, dopo una settimana di silenzio, ho urlato al mare cose che non ho mai saputo.
Ora inizia la ricostruzione. Che il cielo mi aiuti.

Giorno ventesimosesto
Sapevo di essere qui in attesa di qualcosa. E quel qualcosa oggi è arrivato.
Stamane udii un rombo sempre più potente, come un esercito in marcia. Ma non ci potevano essere eserciti, sull'Isola; l'avevo percorsa per intero la settimana prima. Ero l'unico abitante.
Cionondimeno, continuavo ad avvertire quel rombo, sempre più vicino. Il cielo si stava oscurando, nuvole nere come la notte si addensavano sopra l'isola. Poi lo vidi, dietro di me, sulla spiaggia.
Era un guerriero, indubbiamente. Sarà stato alto almeno due metri. A tratti il sole scintillava sulla sua corazza, di fattura ottima. Era coperto da capo a piedi da un'armatura di cui non avrei saputo definire il periodo. Mescolava elementi di stile spagnolo, francese, greco, romano, egiziano, persiano, arabo, nipponico e cinese; ma come facessi a saperlo, non lo so.
Portava un lungo mantello rosso, dall'orlo strappato; lo teneva fissato con uno strano fermaglio a forma di scarabeo. Aveva anche una spada.
- Chi sei? - Gli chiesi.
La voce che mi rispose rimbombava come la tempesta che aveva distrutto la mia nave, riempiendo di sé tutto quello che riuscivo ad abbracciare con lo sguardo.
- DISTRUZIONE è il mio nome.
- Distruzione? - La mia voce era coperta dall'eco della sua, ma il guerriero mi rispondeva lo stesso.
- Ho molti nomi. Per te sono stato Catastrofe e Mutamento, certo.
- Catastrofe? - Avrei voluto prenderlo a pugni. - Sei tu la causa del naufragio? E' colpa tua! Figlio di... - e feci per avventarmi su di lui. Ma Distruzione alzò una mano e rimasi sul posto.
- Non puoi attaccarmi. Non puoi combattermi. Devo accettarmi, io faccio parte della vita.
- Ti sembra vita quella che faccio su quest'isola?
- Sì che lo è. A nessuno piace cambiare, ma talvolta si rende necessario. Johnathan l'aveva capito, e ora devi capirlo anche tu.
- Perché?
- Perché le cose cambiano, Alexander. E tu hai un'occasione unica di rompere col passato. Pensaci.
Rimasi a fissarlo per attimi interminabili. Poi gli puntai l'indice contro.
- Vattene da qui, signore della Distruzione, non ti apprezzo. Le mie vie non sono le tue. Vattene.
Credo che il guerriero stesse sorridendo, sotto l'elmo. Chiusi gli occhi, e quando li riaprii c'era solo il vento.

Giorno ventesimonono
Un uomo assennato tremerebbe di fronte agli avvenimenti di cui è stato testimone. A me sembra tutto terribilmente normale, forse il senno mi sta abbandonando. Ma sono così sicuro della persona che mi è venuta a trovare al tramonto.
Il sole scottava come non mai, la sabbia stessa era rovente. Fortunatamente mi ero costruito due rozzi sandali e sopportavo il calore. La mia testa stava per scoppiare e non anelavo altro che raggiungere la fonte.
Pregustando la freschezza dell'acqua ascoltavo lo scrosciare delle onde. Poi pian piano mi resi conto che una voce sottile e suadente si mescolava alle onde. Era una voce di donna, delicata come un sospiro. Mi chiamava per nome.
Mi girai e dovetti schermarmi gli occhi con le dita; la donna stava lì, stagliata contro il globo solare, impossibile a contemplarsi. Era completamente nuda, mi dava le spalle di tre quarti, e il vento le accarezzava i capelli color del miele. Di più, accecato com'ero, non potei vedere.
- Chi sei? - Le chiesi.
La voce era suadente.
- DESIDERIO è il mio nome.
Una parte della mia mente notò che mi era apparsa proprio nel momento in cui avevo desiderato intensamente l'acqua della fonte. Come leggendo i miei pensieri, la donna mi rivolse la parola:
- Cos'è più giusto a desiderarsi?
- In questo istante, acqua di fonte.
- Perché, dimmi, desideri acqua fresca quando potreste ambire ai beni maggiori?
- Mia signora - le dissi - non vedo come potrei ambire a cose alte quando fossi morto di sete su questa spiaggia.
- Hai risposto bene. Ma c'è un desiderio inespresso nel tuo cuore: a me puoi palesarlo.
- Signora del Desiderio, io posso volere grandi cose per me e per gli altri; ma so che non le raggiungerò, sono oltre la portata di un semplice marinaio...
Per la prima volta mi guardò negli occhi; tentai di ricambiare lo sguardo, ma era come cercare di fissare il sole. Un'ultima voce si disperse come petali di rosa al vento: - Allora forse dovrai desiderare di non essere più un marinaio. E' per questo che sei qui.
Il sole brillava un po' meno intensamente; la donna era scomparsa.
Mentre affondavo le mani nell'acqua della polla, non potei fare a meno di pensare alle sue parole.

Giorno trentesimoquinto
Sono stato sveglio tutta notte a tagliar legna per il mio piano. Ho costruito un'enorme cumulo di legna, come le pire funebri dei poemi omerici (come faccio a saperlo?). Quando vedrò passare una nave all'orizzonte accenderò il fuoco e la colonna di fumo dovrebbe richiamarli qui. Ho progettato tante cose, in questo tempo, ma non avevo pensato a un metodo così semplice per andarmene da qui.
Un paio d'ore prima dell'alba mi sono steso ai piedi di un tronco e ho gettato via l'accetta di selce, per riposarmi. E' stato allora, credo, che ho fatto un sogno. O era realtà?
Mi si presentò davanti un bambino di non più di otto anni, vestito di nero. La sua pelle era pallidissima, o forse era solo effetto dei raggi di luna.
- Ciao. Io sono SOGNO. Tu come ti chiami?
Sorrisi di fronte al suo candore.
- Alexander - gli risposi.
Il bambino parve interdetto: - Sicurosicurosicuro?
Feci per rispondere ma rimasi con la bocca aperta per metà. Questa domanda certo non era casuale.
- Come dovrei chiamarmi?
- Boh, chiamati come vuoi... non ha importanza. Senti, ma tu ti diverti su quest'isola tutto solo?
- Be', no. Ma vedi, ci sono finito per... per sbaglio, credo. E tu che ci fai?
Sapevo che dietro all'apparenza del bimbo si nascondeva qualcosa di più grande.
- Io sono qui per farti una proposta.
Sorrisi: - Quale?
- Tu credi di essere su un'isola e di stare sognando me. Ma forse, in realtà, sei sulla tua nave che stai sognando di essere naufragato, e nel sogno ti addormenti mentre tagli la legna sull'isola, e sogni te, e me che ti faccio questa proposta. Allora potresti svegliarti una volta per tutte e ritrovarti nella tua vita di tutti i giorni, quella in cui sei un marinaio sulla tua nave.
Rimasi un istante a riflettere. - E se la mia normale vita di marinaio sulla nave fosse solo un sogno? E se anche allora mi svegliassi, e scoprissi che invece non sono un marinaio ma qualcos'altro che sogna di essere un marinaio?
Il bambino mi guardava con profondi occhi neri.
In quell'istante mi svegliai. Fu strano, perché non ricordo di avere aperto gli occhi, ma sentivo che qualcosa era cambiato... il bimbo comunque non c'era più.

Giorno trentesimosesto
Stamane vidi un veliero all'orizzonte. Rimasi seduto tutto il giorno a contemplarlo, mentre arrivava da oriente e scompariva a occidente.
Quando fui sicuro di essere ormai fuori vista, appiccai il fuoco alla pira con una pietra focaia.

Giorno trentesimosettimo
Stavo osservando i resti del fuoco del giorno prima. Le braci erano ancora calde.
A un tratto si alzò un vento gagliardo, che mi portò con sé un chiacchiericcio di molteplici voci. Uomini e donne, vecchi e bambini, voci dolci, irate, spente e vivaci. Mi girai e alle mie spalle vidi solo un uomo, dalla barba incolta. Portava pantaloni a strisce verticali, molto abbondanti, e una semplice blusa bianca.
Mi guardò coi suoi penetranti occhi verdi, poi si mise a camminare fra gli alberi, poco più in alto. Io lo seguivo in basso, sul bagnasciuga.
- Chi sei? Rivélati!
- DISCORDIA è il mio nome, Alexander.
Non riuscii a trattenere un risolino: - Allora capiti male, amico mio... perché ci sia discordia occorre essere almeno in due, e io qui sono solo.
L'uomo continuava a camminare, serio, lo sguardo fisso davanti a sé. Passò dietro a un albero e ne vidi uscire una donna, di mezza età, coi capelli neri. Portava una blusa bianca e pantaloni a strisce verticali.
- Io sono questo, e molto altro - disse la donna. Poi passò dietro a un cespuglio che la occultò per un istante, e ne vidi uscire un ragazzo moro di non più di sedici anni; portava una blusa e pantaloni a strisce, e iniziai a intuire.
Il ragazzo guardava dritto davanti a sé e continuò a camminare, mentre diceva: - Io sono molto altro, Alexander. Sono colui che ti fa compiere il primo passo sulla via di chi abbandona le sue vecchie credenze e la sua vecchia vita. Se non instillo il germe del dubbio, non ci può essere cambiamento.
Per poco non inciampai in un tronco portato sulla spiaggia dalla corrente, poi raggiunsi nuovamente il ragazzo.
- Ma senti un po'. E chi lo vuole il cambiamento?
Il ragazzo intanto era passato dietro a un albero e ora era un uomo dai tratti orientali, di età indefinibile. Si fermo e si girò verso di me.
- Mio caro, c'è discordia tra quel che dici e quel che fai. Tra i fuochi che accendi nel tuo animo e quelli che fingi di accendere sulla riva.
Intanto avevamo fatto il giro dell'isola, ed eravamo tornati ai resti del fuoco. Crollai in ginocchio e iniziai a piangere, mentre le lacrime sfrigolavano cadendo sulle braci. Piansi perché aveva ragione.

Giorno quarantesimosecondo
Non prendevo in mano questa specie di diario già da diversi giorni, ma ora debbo farlo.
Feci colazione con qualche frutto dal sapore vagamente zuccherino. Poi iniziai a costruire una barca giocattolo con mezzo guscio di noce di cocco.
Tenermi occupato in una attività manuale, credevo, mi avrebbe permesso di non pensare, ma mi sbagliavo.
Perché subito iniziai a pormi domande sul significato del mio essere lì.
Ma soprattutto sul chi fossi io.
L'uomo mi prese delicatamente la barchetta dalle mani e la pose in acqua. Lo guardai.
C'era qualcosa di familiare nel suo aspetto trasandato. Aveva una fitta barba castana, i capelli raccolti in un codino, i vestiti strappati in più punti. Si girò verso di me e fissai i suoi occhi azzurri. I miei occhi azzurri.
E allora compresi che stavo guardando me stesso.
Mi alzai in piedi e cominciai a camminargli attorno, come per guardarlo da un'altra angolazione, e l'uomo fece lo stesso. Il risultato fu una specie di girotondo, mentre ci osservavamo l'un l'altro.
- Chi sei?
Attese un po' prima di rispondermi, come per darmi il tempo di valutare adeguatamente la portata di ciò che avevo chiesto.
Gli domandai di nuovo: - Chi sei?
L'uomo aveva un'espressione indecifrabile.
- Tante domande, nessuna risposta... potrei chiederti la stessa cosa. ENIGMA è il mio nome.
- Allora sei tu che fai le domande, qui?
- Non c'è differenza. Puoi farle tu, posso farle io, può farle qualcun altro, ma è essenziale che le domande ci siano, poiché senza di esse non ci sarebbero risposte.
Per qualche motivo non trovai tanto strano parlare con un altro me stesso.
- Diamo per assunto che non esistono risposte senza domande. Ma esistono domande senza risposta?
- Sì che esistono, Alexander. Guarda la tua barchetta.
La guardai, mentre si allontanava spinta dalla corrente verso l'orizzonte. L'uomo continuò, mentre entrambi guardavamo il giocattolo che avevo costruito: - Esistono mete che non è possibile raggiungere in un tempo finito; ma osserva la cosa da un altro punto di vista. Concentrati non sulla risposta, ma sulla via che ad essa ti conduce. Ogni passo su tale via è già di per sé una risposta, e perennemente perfettibile.
- Ma otterrò mai dei risultati?
- Ogni giorno. Io sono quello che ti fa mettere in viaggio, alla ricerca di qualcosa. Di te stesso, in questo caso. Avrai già capito che se non cerchi, nemmeno puoi trovare, vero?
Appropriatamente, l'ultima sua frase che udii fu questa domanda. Quando distolsi lo sguardo dalla barchetta, ero di nuovo solo.
Solo con me stesso, però.

Giorno quarantesimoterzo
Non ricordo per quanto ho camminato, ero troppo preso dai miei pensieri. So che a un certo punto notai lo strano fenomeno atmosferico sopra la mia testa: nuvole nere che passavano a velocità impressionante, coprendo a tratti il sole e gettando l'Isola nell'oscurità più completa. La luce continuava ad andare e venire, luce e ombra, luce e ombra, luce e ombra... quando in questo effetto stroboscopico vidi un vecchio che mi veniva incontro.
Aveva il volto incorniciato da una folta barba bianca e occhi spiritati color del ghiaccio; vestiva una tunica bianca sulla quale portava un mantello nero. Senza che gli chiedessi il suo nome, si presentò da solo.
- PSICHE è il mio nome - disse.
E questo sembrò sufficiente a entrambi.
Con reverenza, presi a parlargli: - Comincio a intravedere la strada sulla quale mi trovo. E' una strada irta di ostacoli, tutta in salita; ma l'ascesi necessita della fatica.
Il vecchio non cessava di fissarmi, mentre continuavamo a essere alternativamente illuminati e sprofondati nell'oscurità.
Proseguii: - So che in questo istante mi stai ponendo una scelta. Ebbene, io scelgo il tuo volto luminoso di Ragione. Debbo illuminare ciò che custodisco dentro di me, retaggio di un passato molto più antico. E finalmente scoprire la verità.
Mi sembrò che il vecchio sorridesse, ma poi fu inghiottito dalle tenebre; quando ritornò la luce non vidi più nessuno davanti a me, e la luce rimase tale. Non c'erano più nuvole in cielo.

Giorno cinquantesimo
Avevo imparato a prendere i pesci trafiggendoli con la lancia di selce. Occorrono sì buoni riflessi, ma soprattutto una grande concentrazione e la capacità di estraniarsi dal mondo.
Via il sole. Via la spiaggia. Via gli alberi, gli uccelli, il mio corpo, via tutto. Rimaniamo solo il pesce, la lancia che stringo in pugno e la mia volontà.
E' un attimo, e il pesce si ritrova infilzato nella lancia.
Stavo cucinando alcune delle mie prede tenendole sul fuoco con un bastoncino lungo e sottile. Occorre scegliere con attenzione il tipo di legno, alcune varietà sono amare e lasciano un pessimo sapore a cottura ultimata; altri invece sono straordinariamente aromatici.
Quando i pesci furono cotti, feci per addentarli. Poi pensai che mi sembrava gentile offrire uno di essi all'uomo che mi stava davanti.
Aveva indosso una specie di saio, tutto grigio, e un pesante cappuccio gli copriva gli occhi con la sua ombra. Credo fosse cieco.
Gli offersi un pesce ma lui lo rifiutò con un gesto della mano. Allora gli chiesi chi fosse.
- Io sono DESTINO.
In quell'istante compresi di averlo già visto.
- Tu sei l'uomo che mi ha salvato dal naufragio.
La voce dell'uomo era grave: - Sì. Ma sono anche quello che ha fatto sì che tu conoscessi Johnathan. Che vi imbarcaste sulla nave, e che subiste un naufragio. Che lui morisse, e tu sopravvivessi.
Continuai a mangiare in silenzio. Inspirai profondamente e dissi: - Se me l'avessi detto cinquanta giorni fa, ti avrei ucciso con queste mie mani.
Lui continuò, annuendo: - Lo so. Ma sei cambiato, e lo sai anche tu. Stai iniziando a svegliarti dal sonno dell'oblio. Ti ho concesso un tempo molto lungo per il tuo risveglio... sappilo sfruttare appieno.
Si girò e iniziò ad andarsene.
Gli rivolsi la parola un'ultima volta, alzando un po' la voce per farmi sentire: - Ma... perché tutto questo? Qual è il senso?
Mi rispose senza voltarsi: - Non chiedermi il perché. Io sono Destino. Io sono, e basta.

Ora sono qui, seduto sul bagnasciuga a guardare nuovi orizzonti, e non mi importa se mai tornerò tra gli altri uomini.
Intanto aspetto.
E penso.


Nota dell'autore: alla vicenda di Alexander Selkirk si ispirò Daniel Defoe per il suo romanzo più famoso, Robinson Crusoe.

***

Questo racconto è stato ispirato dalla partecipazione al gioco di ruolo dal vivo Pathos. Uno degli scopi di Pathos è la creazione di "letteratura interattiva".
Se volete maggiori informazioni su Pathos e magari siete interessati a giocare, visitate questo indirizzo: http://www.pathos.it

scrivi un commento scrivi all'autore versione stampabile