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L'UNICORNO
DI SAN TEONISTO
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Aldilà
di mari e montagne, o forse solo aldilà della strada sotto casa
vostra, c'era una volta un maestoso castello con le sue torri merlate,
il portale massiccio in ferro battuto e le sue prigioni sotterranee,
le cui finestrelle anguste godevano della vista e del fetore del fossato
che circondava il castello.
C'era una volta un giovane re inesperto, con un cuore nobile ma malato,
un re che non temeva di combattere per le cause giuste e che purtroppo
era fatalmente portato a fidarsi delle persone sbagliate.
C'era un mago di corte, crudele e ambizioso, che strisciava come un'ombra
per i corridoi del castello e amava trafficare con i veleni nel suo
piccolo laboratorio. La sua età era un mistero e non faceva certo
vanto di quanto terribili e spaventosi fossero i suoi poteri.
Infine, c'era uno splendido unicorno che viveva nella foresta reale,
amato e venerato da tutti coloro che avevano abitato nel castello. Era
bellissimo, con gli occhi blu pieni di stelle, il manto candido e arricciato,
gli zoccoli biforcuti e un corno dalle spire madreperlate che nasceva
in mezzo alla fronte.
Tutto questo c'era una volta. Ora non più.
Dove sorgeva il maestoso castello ora c'è un ospedale con le
crepe sui muri e le macchie di umidità sotto le finestre. L'ospedale
pediatrico "San Teonisto" non ha niente di maestoso, ma ci
sono comunque delle caratteristiche comuni: è inaccessibile,
lugubre e massiccio come una struttura medievale, comprese le finestrelle
anguste che sembrano feritoie, l'ingresso presidiato come un fortino
e le ronde di guardia di infermieri dall'espressione arcigna. Non manca
neppure un paragone con la foresta reale, ora più modestamente
definibile "parco privato della struttura sanitaria", le cui
querce secolari sono soffocate dalle erbacce, dai rifiuti di varia natura
e persino da siringhe usate.
Anche se non sembra, anche se farete fatica a crederci, questo luogo
è stato teatro per secoli di una lotta mortale tra il bene e
il male. Stesso luogo e stesse persone. Una storia strana davvero, come
se il destino provasse gusto a rilanciare più volte i dadi per
vedere quanti risultati diversi si possono ottenere, portando le persone
a rivivere le stesse situazioni più e più volte.
La vicenda di cui parliamo si svolse per la prima volta, se così
vogliamo dire, il 13 dicembre del 1214. Ai tempi del giovane re, del
mago di corte e del meraviglioso unicorno. Quello era un giorno speciale.
Le leggende dicono che il nemico giurato dell'unicorno sia il leone
e che gli astri del cielo, il sole e la luna, simboleggiano appunto
la rivalità tra il leone e l'unicorno. La loro lotta è
eterna, il loro rincorrersi nel cielo è incessante. Il leone
è più forte e, una volta al mese, oscura completamente
l'unicorno che rinasce per ricominciare la lotta senza fermarsi mai.
Ma succede anche che, sebbene raramente, l'unicorno vinca sul leone
e ne oscuri per un breve attimo la sfolgorante chioma. Questo accade
durante l'eclisse solare.
Cosa accadde quel 13 dicembre 1214?
Il leone di questa storia, il mefistofelico mago di corte, aveva deciso
di liberarsi del giovane re che era salito al trono dopo la morte, nelle
solite circostanze piuttosto misteriose che ogni mago malvagio sa creare,
dell'amato padre. Il mago aveva un suo protetto da mettere sul trono
e aveva in mente di uccidere il giovane. Il veleno era la sua arma più
efficace, lo strumento perfetto per ogni tipo di vendetta.
Esisteva una sola cosa in tutto l'universo che potesse contrastare le
sue potentissime pozioni maleodoranti. L'unicorno, è risaputo,
era una creatura divina che aveva scelto di seguire l'Uomo e la Donna
quando erano stati cacciati dal Giardino dell'Eden e aveva promesso
di aiutarli nel loro lungo e difficile cammino. Simbolo di purezza,
nobiltà e virtù, l'unicorno possedeva un'arma formidabile
contro i veleni: il suo corno purificava qualsiasi sostanza da veleni,
malefici e putredine. Se, per esempio, l'unicorno immergeva il suo corno,
detto "alicorno", in una fonte, l'acqua della sorgente diventava
subito pura e cristallina. Re e principi, ossessionati dall'idea di
morire per mano di un avvelenatore, tenevano molto all'unicorno della
foresta reale.
Anche il padre del giovane re confidava nella protezione della divina
creatura, purtroppo il mago di corte aveva concepito un incantesimo
che aveva tramutato il nobile unicorno in un rovo di rose selvatiche.
Solo se le bianche rose fossero state toccate da sangue reale, l'incantesimo
si sarebbe spezzato. Il giovane re ci aveva provato, ma le sue dita
si erano strette intorno alle spine della pianta, che il mago aveva
avvelenate per precauzione, ed era morto fra atroci tormenti, senza
che nessuno potesse prestargli soccorso.
Così, per secoli, il leone aveva ucciso l'unicorno e il sole
oscurato la luna.
Ma in occasione delle eclissi, l'unicorno acquistava abbastanza forza
da neutralizzare il veleno e da fare in modo che il tocco del giovane
re potesse liberarlo dal terribile incantesimo.
Ad ogni eclisse, la battaglia si ripete. Fino ai giorni nostri. Giorni
in cui nessuno ha più bisogno di unicorni o maghi per sapere
che il Male trionfa spesso e volentieri.
Inutile dire che fino adesso il giovane re ed il suo fido unicorno non
hanno ancora ottenuto la loro rivincita. Ma oggi le cose potrebbero
andare diversamente perché oggi verrà giocata un'altra
partita tra il sole e la luna, tra il leone e l'unicorno. E finché
ci saranno la luna e il sole, non è detta l'ultima parola. Oggi,
undici agosto millenovecentonovantanove, a mezzogiorno e mezzo, gli
acerrimi rivali si ritroveranno ancora una volta, senza saperlo, faccia
a faccia.
Il giovane re stavolta si chiama Antonio ed è proprio giovanissimo,
appena otto anni. Sta cercando qualcosa nel parco dell'ospedale e, proprio
come allora, cammina con la consapevolezza che ogni suo passo potrebbe
essere l'ultimo. Il suo cuore malato forse gli permetterà di
tornare a casa tra mesi, forse anni. O forse a casa non ci tornerà
mai, perché gli angeli verranno a prenderlo molto prima di essere
abbastanza grande da poter guidare un motorino o vedere un film dell'orrore.
Lui e tutti gli altri bambini malati attendono sempre con ansia la possibilità
di fare una passeggiata nel parco. Una volta la facevano più
spesso, ma quegli stessi genitori che loro vedono solo a Natale e ai
compleanni, si sono lamentati con il direttore perché il parco
è sporco ed è decisamente il luogo più insalubre
in cui si potrebbe mandare un ragazzino debole e malato.
Pulire e mantenere il piccolo bosco sarebbe stata una spesa inutile,
perciò il direttore ha deciso di eliminare l'ora d'aria quotidiana
e ha comprato un bel televisore a colori da mettere nel refettorio.
E' capitato loro di uscire ancora qualche volta in estate, e oggi sono
usciti per vedere l'eclissi e avere qualcosa da raccontare se diventeranno
grandi abbastanza da avere dei figli.
Antonio si sente strano, stordito, l'eccitazione non l'ha lasciato dormire
stanotte: intuisce che c'è qualcosa di magico nel parco che lo
sta aspettando da tanto, tantissimo tempo.
Antonio non lo sa, ma nell'ospedale lavora anche il suo antico nemico:
il terribile mago di corte che ora si chiama Pietrangelo. Naturalmente
Pietrangelo non ricorda più incantesimi e maledizioni che fanno
piovere rospi o tramutano la gente in ragni, ma la malvagità
e il desiderio di nuocere al prossimo sono sempre ben radicati dentro
di lui. Convinto di non essere cattivo, ma semplicemente "spregiudicato",
egli cura i propri interessi badando a che le sue azioni, oltre a fruttargli
notevole denaro, gli diano l'intima soddisfazione di agire servendo
il Male e facendola franca ogni volta. Pietrangelo, ora e sempre, ama
la sua intelligenza, adora la sua furbizia, è affascinato dalla
propria genialità. La parte viscida e mostruosa che c'è
in lui, la parte nella quale il mago governa indiscusso, lo ha spinto
ad accettare un secondo lavoro da certe persone che non vedrete mai
nominate in un telegiornale.
Pietrangelo ricicla sangue infetto.
L'ospedale "San Teonisto" ne acquista ogni anno ingenti quantità
per i numerosi reparti, e Pietrangelo si è messo d'accordo con
certe altre persone a cui interessa più risparmiare sul costo
del sangue che conoscerne la provenienza. Pietrangelo è diventato
molto ricco, ma per niente al mondo rinuncerebbe alla possibilità
di vedere quei bambini andarsene più malati di quando sono arrivati
o di logorarsi nella malattia fino all'inevitabile morte. Lo stesso
piacere intenso che provava quando, assassino di corte, tramava alle
spalle dei potenti appoggiando ora una fazione, ora l'altra, con l'unico
scopo di precipitare l'intera contea in sanguinose rivolte e di condurre
i cavalieri più nobili verso l'appiccicoso ceppo del boia.
Il giovane re sapeva che la sua malattia era provocata da un maleficio,
come oggi lo intuisce Antonio, e che solo il tocco dell'unicorno avrebbe
potuto salvarlo. Antonio ha questa consapevolezza dentro di sé
come un germoglio in attesa del sole e contempla i rovi delle rose selvatiche
senza sapere come comportarsi. Nel cielo c'è ormai solo una fettina
di sole che sta per essere inghiottita dalla luna, il potere dell'unicorno
si rafforza man mano che cala l'oscurità.
Pietrangelo lo osserva dalla finestra e si sente inquieto. La vista
di quel bambino gracile e pallido fermo davanti a quella pianta mezza
secca, lo mette terribilmente a disagio. Irrazionalmente, decide di
scendere e richiamare tutta la marmaglia nelle rispettive stanze. Ci
sono in giro tutte quelle siringhe. Le ha gettate nel bosco apposta
per tenere lontani gli intrusi, possibile che non sia sufficiente? Senza
parlare dei rovi e delle buche, qualcuno potrebbe farsi veramente male.
Antonio allunga la fragile mano per toccare un rametto sporgente, con
un piccolo bocciolo teso nella sua direzione. Si sente mancare, ha una
vertigine. La luna ha finalmente sconfitto il sole e l'oscurità
regna su quella fetta di pianeta. Il contatto è come fuoco liquido
e subito il cuore di Antonio comincia a battere come un tamburo da guerra.
Di fronte a lui c'è l'unicorno più vecchio e saggio del
mondo, risplende di un candore innaturale. L'ultimo unicorno della terra.
Antonio affonda il viso in quel manto morbido e profumato, lo abbraccia
con trasporto sentendosi inspiegabilmente le guance rigate di lacrime.
La creatura lo sfiora con il muso, il suo petto è ampio e robusto,
il suo collo sembra velluto. Antonio si scioglie dall'abbraccio e sorride
colmo della gioia più grande che abbia mai toccato il suo cuore.
Esitante, tocca con un dito il magico alicorno di madreperla che si
allunga dalla fronte dell'unicorno e termina con una punta acuminata.
Antonio è guarito, sa di non essere mai stato così sano
e forte. Si gira per chiamare anche gli altri bambini che stanno guardando
la corona del sole con i vetri affumicati, tutti devono godere del potere
di guarigione dell'alicorno.
Invece degli altri bambini, alle spalle di Antonio c'è Pietrangelo
con il volto contratto in una smorfia di disgusto. Nell'oscurità
i suoi occhi ardono come brace. Antonio sente il cuore fermarsi per
il terrore, riconosce negli occhi dell'uomo un potere malvagio che più
volte l'ha sconfitto in passato. Pietrangelo allunga una mano con l'intento
di spezzare l'alicorno e renderlo inutilizzabile, ma il contatto con
il fuoco liquido lo fa gridare dal dolore. Le sue dita hanno piaghe
fumanti e lui se le guarda stupito. Tutto il suo corpo prende a ribollire,
come se un fuoco interno avesse preso a divorargli gli intestini. Pietrangelo
si accascia ai piedi dell'unicorno rantolando. I capelli si sono arricciati
mandando un odore disgustoso, gli occhi si stanno sciogliendo, colando
lentamente. Il fumo diventa più denso e rovente, mentre esce
dalla bocca, dalle narici, dalle orecchie. La carne si consuma e la
pelle si raggrinzisce sulle ossa. In breve del perfido Pietrangelo,
ex-mago assassino, resta solo un mucchietto di cenere e materiale liquefatto.
Antonio sente il suo cuore liberarsi da un pesante fardello, ora che
il Male è scomparso insieme al suo emissario, lui e tutti gli
altri bambini potranno tornare alle loro case e vivere una vita normale.
Pietrangelo arriva ansimando e si immobilizza senza fiato. Contempla
il corpicino disteso tra le foglie marce. E' scivolato proprio davanti
a quel rovo di rose selvatiche. Sarà stata la luce ingannatrice
dell'eclisse? Forse era già morto mentre cadeva. O forse è
quella siringa usata che sporge dal suo petto magro e vuoto come quello
di un uccellino. Pietrangelo si infila le mani nelle tasche, non ha
intenzione di toccare niente. Prima o poi si deciderà a chiamare
qualcuno con una lettiga, ma intanto scruta perplesso l'espressione
di beatitudine dipinta sul volto del bambino.
Uno strano pensiero prende forma nella sua mente. Se solo l'eclisse
fosse stata totale, se solo quello spicchio di luce solare fosse scomparso
dal cielo, allora forse le cose sarebbero andate diversamente. Scrolla
le spalle. Sente che l'accaduto è merito suo, sente che quella
è una vittoria, un ennesimo trionfo. Ma qualcosa gli dice che
la guerra non è ancora vinta. A pensarci bene, basterà
convincere l'amministrazione a trasformare quell'inutile boschetto in
un bel parcheggio a pagamento.
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