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LA
VOLPE BIANCA
| di Pierdomenico
Baccalario |
Tutto
accade sul finire del secondo millennio della Terza Età, nella valle
di Campo Gaggiolo, dove un Uomo, un boscaiolo di nome Bargaste, diede
il via ad una strana vicenda che mai, a dire la verità, riuscì a capire
del tutto. In quegli anni (il millennio stava per finire, e lunghe ombre
si alzavano da Dol Guldur, cittadella del Negromante!), Bargaste stava
inseguendo un suo antico sogno, che aveva chiamato Nimorn, albero bianco,
in sindarin. Ma non era un albero bianco, come quelli che millenni prima
Isildur aveva piantato nelle terre del Sud. No, Nimorn era una candida
volpe, che compariva lungo l'Anduin quando le nevi si erano fermate
ed avevano coperto con il loro manto i Campi Iridati, e la Via, e i
Primi Alberi del Bosco Atro. Nimorn si mostrava ogni anno, e trottava
sulla neve senza lasciare alcuna impronta dietro di sé, e Bargaste correva,
correva, anno dopo anno, abbandonando il villaggio al fioccare delle
prime nevi, e si spostava lungo il grande Fiume, nella speranza di vederla,
di vederla una seconda volta. Perché solo una volta Bargaste l'aveva
incontrata, prima di questa storia, ma gli era bastato per dedicarle
la vita intera.
Il Capitano Faarner fu svegliato di soprassalto da una voce concitata
che lo chiamava al di là della tenda.
- Capitano, capitano! - Stava gridando la voce, con sempre maggior urgenza.
Sgusciò da sotto le coperte con un solo movimento, afferrò la lunga
spada scura, una pesante pelliccia da campo ed uscì. Davanti a lui c'era
un soldato, con un'espressione corrucciata sul viso.
- Che succede, Ohtar? - Era una notte fredda, ed il tagliente vento
di Narbeleth ululava nelle gole dei colli, scendendo nella conca dell'Anduin
come un guerriero di giacchio.
- Nella valle, signore. Nella valle! - Smozzicò il giovane soldato,
in una nuvola di vapore.
- Cosa succede nella valle?
- Bargaste vuole parlare con lei! Subito! - Indicò i cannicci sommersi
dalla neve, e il lontano fiume, ricoperto dal gelo.
Faarner lo invitò a fare strada, e il giovane si incamminò lungo il
centro esatto del modesto accampamento, superando le due uniche guardie
e percorrendo un invisibile sentiero, che scendeva zizzagando fino al
litorale. Come già da diversi giorni, il silenzio dominava nelle valli.
I lunghi steli dei giunchi sembravano flauti di vetro.
Con un "crak-crak" di ghiaccio spezzato, percorsero un centinaio di
metri, passando su piccoli ponteggi di legno che avevano posato tra
le sacche sabbiose, e si lasciarono alle spalle il piccolo avamposto.
- Sshh! - Fece una voce, alla loro destra, e dai giunchi, apparentemente
acquattato, uscì Bargaste, il boscaiolo mandato dal Sud. Da sotto il
cappuccio di pelliccia spuntavano solo la barba incrostata dal freddo
ed una nuvola grigia. - Volete far scappare tutti gli animali? - Sussurrò,
afferrando Faarner sul braccio.
- Che succede, Bargaste? E perché mi hai fatto chiamare a quest'ora
della notte?
Il boscaiolo alzò lo sguardo ad incontrare quello del dunadiano, poi
sorrise. - Ci siamo. - Mormorò. - Ragazzo... Tu Puoi andare. - Aggiunse,
rivolgendosi al soldato.
- Capitano?
Faarner si riscosse, poiché era concentrato su quanto aveva detto Bargaste,
e con un gesto lo licenziò. - Vai pure.
Il boscaiolo gli fece allora segno di seguirlo, e ricominciò a camminare
curvo, in avanti, quasi strisciando tra i giunchi ed i canneti. Più
di una volta si voltò a rimproverare il capitano per il suo eccessivo
rumore e qualche volta si fermarono per riprendere fiato (camminare
ripiegati su se stessi era come portare sulle spalle un'incudine dei
fabbri!). Gli occhi di Bargaste erano lucidi come boccali di vino caldo,
e l'ansia del capitano stava montando, passo dopo passo, minuto dopo
minuto. In una di queste soste il boscaiolo indicò il cielo, muto e
nero come un pozzo, e disse: - Nemmeno Eru ci potrà vedere, questa notte.
Faarner brontolò una risposta, poi si guardò intorno. Aveva perso l'orientamento,
ed era circondato da minuscole colonne cristalline, mosse dal vento
come le canne di un organo elfico. Per un istante pensò che senza Bargaste,
probabilmente, non sarebbe più riuscito a far ritorno all'accampamento.
Eppure sarebbe bastato tenere l'Anduin alla destra, e risalirlo per
qualche lega.
- Allora, "boscaiolo"? - Gli domandò, vedendo che si era inginocchiato
nella neve, e stava indicando qualcosa al di là dei gaggioli. Il capitano
si inginocchiò accanto a lui, stranamente insospettito dal comportamento
della guida, e la mano destra corse all'elsa della spada, che si mosse
dolcemente nella guaina ben oliata, senza il minimo rumore.
E, meravigliosamente bella, vide davanti a sé, dove il pigro fiume descriveva
un'ansa, una volpe bianca che si era avvicinata alle acque, e lì sostava.
- Che significa, uomo? - Mormorò, allora.
- E' figlia di Rana, dicono i Noldor, e come lei è vagabonda, Dunadiano...
Ma questa notte si è fermata su quella riva, fin da quando il "sole"
è sceso dietro i Colli. - Tacque, osservano la volpe, immobile come
una statua, talmente bella ed irreale da sembrare un'illusione.
- Quale prodigio è mai questo, allora?
- Nessun prodigio. Io l'attendevo, se devo dirti tutto. Che Lei venisse
proprio in questa notte, no. Ma speravo che sarebbe accaduto: Lui fu
ucciso nell'arco di questi freddi giorni, se ben ricordi le Storie.
- Nessuno sa quando successe con esattezza. Solo chi parlò con Estelmo
potrebbe risponderci con precisione...
- Lei ce lo dice. - Rispose il boscaiolo, indicando il candido animale.
Faarner la osservò: la volpe bianca non aveva ancora alzato gli occhi
dalla superficie ferma delle acque.
- Si trova là, "boscaiolo"?
- Così penso. - Rispose quest'ultimo, in un sussurro che si perse nel
vento.
- Allora non indugiamo. - Faarner mosse la mano sull'elsa, ne liberò
venti centimetri, e si preparò ad attaccare l'animale, o almeno a spaventarlo.
- Fermo! Che cosa volete fare? - Lo apostrofò la guida, trattenendolo.
- Forse volete uccidere la volpe bianca? Non potreste nemmeno avvicinarti
di un passo, senza che lei se ne accorga. Le sue orecchie sono molto
più acute delle vostre, ed il vento che sentite le porta i vostri rumori.
Mi stupisce, anzi, che non si sia ancora accorta di noi. Attendete,
irruento capitano. Verrà l'alba, la volpe se ne andrà. E domani sera
avrete il vostro uomo. Abbiate pazienza. E' rimasto qui per tre millenni...
E non accadrà nulla, se vi rimarrà un giorno in più.
- Il mio Padrone attende. - Mormorò il capitano, indeciso sul da farsi.
- Allora attenderà un giorno di più. - Disse Bargaste, facendo un passo
indietro. - Non c'è nessun motivo per spaventare quell'animale. E poi
è mio.
- Farò come dici tu, allora. Ma bada, domani notte torneremo qui con
gli uomini, volpe o non volpe, e nessun prodigio mi impedirà di trovare
ciò che cerco.
- Sia così, allora. - Concluse il boscaiolo, nascondendo un sorriso.
Non c'erano solo Faarner e Bargaste a muoversi ed a trepidare, quella
notte. Se avessimo potuto lasciare i Campi Iridati e spostarci verso
Sud, percorrendo in un solo respiro l'intero corso dell'Anduin, avremmo
trovato un Saggio intento a leggere un piccolo messaggio, recapitatogli
da un Uomo devoto. Il messaggio iniziava così:
Curunir, Uomo di Destrezza, Salve!
Che sia fermato Chi vive in Dol Guldur!
Ed era firmato da un elfica "G".
A Nord, la mattina fu limpida e serena, un giorno in cui il cielo era
un unico panno blu disteso tra gli orizzonti immobili. Il piccolo accampamento
si era svegliato da poco, quando Faarner uscì dalla sua tenda; uno dei
suoi uomini aveva acceso il fuoco sotto il paiolo della colazione, ed
altri si stavano lavando nelle gelida acqua dell'Anduin.Faarner si guardò
intorno ed urlò un paio di ordini, ma in realtà il suo pensiero era
molto lontano: già immaginava il viaggio verso il Sud, l'incontro con
il Supremo Curunir e la consegna delle Reliquie. Così individuò la bianca
tenda di Bargaste, e domandò di entrare. Bargaste era già sveglio, e
sedeva nel centro di essa ed il suo viso rubizzo esprimeva soddisfazione
e calma.
- Dimmi ancora della volpe, Bargaste. Cosa sai di lei? - Domandò Faarner
sedendosi per terra con le gambe incrociate.
Il boscaiolo rispose: - Vedete, capitano, se ve lo dicessi probabilmente
non ci credereste affatto.
- Ti prego, dimmi.
- Come volete. - Bargaste cercò una manciata di erba aromatica, la schiacciò
nella bella pipa di fabbricazione "nanica", la accese, tirando tre profonde
boccate, e cominciò: - Nel mio paese, prima che le strade si chiudessero,
c'era un vecchio pazzo, chiamato Bargaste. Si professava Boscaiolo,
ed anche Cacciatore di Volpi, ma da chissà quanti anni non ne aveva
portata a casa nemmeno una. Per colpa della Volpe Bianca. Non potreste
immaginare quanto ne avesse parlato. Tre anni fa, o forse quattro, non
ricordo, riuscì anche a convincere altri cacciatori, o boscaioli che
fossero, a seguirlo lungo l'Anduin, nella neve soffice, alla ricerca
di quell'animale. "E' sempre sulla sponda Ovest". Diceva. "E quando
l'hai vista, dove era?" Gli chiedevano. E lui indicava verso Sud, quasi
all'altezza di Lorien e noi lo seguivamo. "Correva come un'ombra, se
mi capite. Un'ombra bianca: non ho mai visto una cosa così". Non la
trovarono, questo è evidente, e Bargaste fu detto pazzo in tutto il
villaggio. Tuttavia sapeva di non essere pazzo, ed anno dopo anno ha
continuato a cercarla, vagando per le colline deserte e silenziose.
Ma non aveva capito, e la sua ricerca era senza una base. Un Inverno,
finalmente, giunse un capitano da Sud, con un manipolo di uomini, e
domandò di una Guida. E Bargaste accettò, domandandosi: "Cosa stanno
cercando gli uomini del Sud nelle terre dell'Anduin? Forse vogliono
attaccare Dol Guntur? O cercare tesori?" Pensa e ripensa, Bargaste giunse
ad una conclusione, che pareva pura follia; ed ora è di fronte a voi,
e vi ha portato a vedere la Volpe. Non che voi siate stati i primi,
ad aver chiesto una guida dove Bargaste poteva udire, ma almeno voi
non eravate Numenoreani, se mi capite. Bargaste non avrebbe mai seguito
gli uomini di Umbar.
- Anche loro avevano chiesto della volpe? - Domandò allora il capitano,
preoccupato.
- No, ma come te avevano cercato una guida per le valli Iridate, che
passasse con loro tutto l'inverno. Nessuno sa della Volpe Bianca, perché
quella è solo la leggenda di Bargaste, e Bargaste è un Uomo con troppe
primavere alle spalle, e troppi Inverni passati in solitudine, se mi
capite. - Bargaste fece il gesto di gettarsi qualcosa dietro le spalle.
Aspirò una boccata di pipa. - Um. Pf. Comunque nessuno accettò di andare,
perché i Numenoreani erano gente che veniva dall'altra sponda, dalla
città di Dol Guntur... Pft... dove è meglio non parlare, piuttosto che
parlare male: quando vennero in città puzzavAno di Orchetti, e Bargaste
quell'odore lo conosceva bene! Però fu lì che cominciò a domandarsi:
perché vogliono una guida per i Campi Iridati? Che vanno cercando?
La domanda rimase sospesa nell'aria e Bargaste tirò con la pipa una
lunga boccata di fumo, come aveva imparato a fare a Brea. - Le leggende
le conosciamo anche noi, signor capitano. - Disse infine. - Sappiamo
chi cercate.
- Io non cerco nessuno per me. - Si affrettò ad aggiungere Faarner.
- Crede che vi stia accusando di qualche cosa? A me non interessa per
chi lavoriate. Affatto.
- Eppure hai accettato di aiutare me, invece degli altri.
- Vi sbagliate. Io ho accettato il vostro riparo ed il vostro cibo,
ma sono qui per la mia Volpe. Non per il vostro Uomo.
- Non è il mio uomo. - Insistette il capitano.
- Sia quel che vuole. Questa sera io caccerò la mia Volpe, e poi voi
potrete rimescolare nel fango.
- Gli accordi di ieri... - Borbottò Faarner. - Erano assai diversi!
- Non mi pare. Si era detto che nessun prodigio vi avrebbe impedito
di fare le vostre ricerche. Scorgete forse qualche prodigio? Nessuno
vi impedirà di scendere lungo l'Anduin: vi domando solo una manciata
di minuti di anticipo.
- Ma non puoi cercare oggi la tua volpe?
- E voi non potete cercare oggi il vostro Uomo?
Faarner abbassò lo sguardo. - Sai bene che non è possibile. Sappiamo
dei Numenoreani, che percorrono l'altra sponda come animali assetati.
E supponiamo che vi siano anche degli Orchetti, più a Sud.
- Gli Orchetti si muovono di notte, capitano. E se vi sono uomini di
Dol Guntur... Um... Scommetterei una mano che vi hanno già individuato
da almeno una settimana.
Faarner sentì un brivido che scendeva lungo la schiena, ma cercò di
nasconderlo.
- Ma non conoscono questo versante del Fiume. - Disse. - Voi stesso
avete detto che nessuno dei boscaioli del villaggio ha fatto loro da
guida.
- Nessuno fino a quando siamo partiti noi... Ma dopo... Eh! Suvvia.
Ci stiamo angustiando troppo il cuore prima del tempo, a mio modo di
vedere. E questa sarà una notte importante per entrambi, se ancora Bargaste
riesce a pensare!
- E' vero.- Rispose il Dunediano, alzandosi. - Allora vi lascerò riposare,
Bargaste. - Fece per uscire, poi si fermò, colto da un improvviso pensiero.
- Ma chi è la Volpe? O che cosa rappresenta? - Domandò al boscaiolo.
Bargaste scoppiò in una profonda risata, che indusse Faarner ad abbandonare
la tenda per nascondere le guance arrossate dalla vergogna. - Se lo
sapessi io, non sarei certo qui a fare il boscaiolo! - Stava dicendo
il vecchio. - Neppure Saruman, che vi ha mandato, sa che essa esista!
- Concluse, poiché il capitano non rimase ad ascoltare cosa disse poi.
Giunse la notte con il suo carro nero. Il cielo si ritirò come la pagina
di un libro e dove c'era l'azzurro venne il rosso del tramonto, e dove
vi erano nuvole grigie scese l'oscurità. Bargaste, che aveva trascorso
quasi tutto il giorno nella sua tenda, né uscì poco prima delle cinque,
attendendo che le ombre si allungassero. Salutò il capitano, che stava
scegliendo una decina di uomini da portare con sé, e scese fino all'Anduin.
Il cuore del boscaiolo era come quello di un bambino che stia attendendo
di poter aprire un regalo. Si fece strada tra i giunchigli, con l'abilità
sicura di chi conosce il Fiume, ed in un quarto d'ora giunse sul luogo
del suo appuntamento. La rada era deserta, e nessun movimento increspava
la piatta superficie delle acque.
Bargaste si mise in ginocchio, posò l'arco di tasso che si era fabbricato
da solo, l'unica freccia che aveva portato con sé e si preparò ad aspettare.
L'aria si raffreddò in un tintinnare di cristalli, e gelide stelle lontane
ammiccarono nella crescente oscurità.
Più di una volta Bargaste osservò alcuni tronchi trasportati dalle acque
dell'Anduin, ma ad ogni istante non attendeva altro che incrociare il
suo sguardo con quello della Volpe. Dovette attendere che la sera diventasse
notte, e che una luna simile ad un anello colmo d'argento salisse al
di là dei boschi, prima che lei arrivasse. Lieve, senza un rumore, si
accostò alle rive dell'Anduin come la sera precedente, e lì sedette,
attendendo, e guardando.
Era la dolce compagnia degli Inverni di Isildur, colà caduto sotto le
frecce dei nemici. In quel momento Bargaste fu del tutto sicuro che
ciò che aveva solo immaginato corrispondesse a verità. Là sotto, al
sicuro in un'ansa del fiume, il Signore Isildur giaceva immobile, nascosto
agli occhi del mondo da quasi tre millenni di silenzio. Quale prodigio
del Bosco, o del Fiume stesso, stava ora vegliando su di Lui! Bargaste
raccolse il suo arco e lo distese davanti a sé. Afferrò la freccia,
la incoccò, e socchiuse l'occhio destro per mirare, poiché era mancino.
La volpe rimase immobile, senza accorgersi del pericolo, ma altrettanto
immbobile rimase il cacciatore, finalmente vicino alla sua preda, eppure
incapace di lasciare partire il colpo. Li dividevano meno di una decina
di metri, ed il cuore della Volpe era alla fine della sua freccia. Un
solo istante, un solo movimento: era tutto ciò che occorreva.
Eppure non tirò.
Aveva sempre saputo che i sogni non si possono raccogliere, ma aveva
sfidato la sua sorte. La Volpe Bianca era il Custode. Bargaste abbassò
lentamente il suo arco, rasserenò la corda tesa, distese i muscoli.
- Sei stata mia. - Disse ad alta voce. - Io sono soddisfatto.
La volpe allora si accorse di lui, e rimase accovacciata. Mosse il capo
puntuto nella sua direzione, ed i suoi liquidi occhi d'animale cercarono
quelli del Cacciatore Buono.
Ma in quel momento si udirono i primi passi.
Faarner attese che Rana fosse alta, così come aveva chiesto il vecchio,
poi, presi dieci uomini, discese lungo il Fiume. Una pallida luna illuminava
la notte e la neve rispecchiava la luce tanto che nessuna torcia era
necessaria. Camminarono lungo il Fiume in fila indiana per non più di
cinque minuti, incespicando più volte nel seguire le tracce di Bargaste,
quando l'uomo che era in retrovia gridò.
- Fiamme, capitano! Vi è un fuoco alle nostre spalle!
Faarner si voltò di scatto, e si accorse che quanto detto corrispondeva
al vero. Dall'alto del crinale, a Nord della loro posizione, qualcuno
aveva dato fuoco all'accampamento.
- Ci stanno attaccando! - Gridò un altro uomo. - Ci attaccano!
Il capitano non si fece assalire dal panico, urlando precisi ordini
alla sua piccola truppa. Fecero un rapido dietro-front, sempre in fila
indiana, e cominciarono a correre in direzione dell'accampamento, nella
notte improvvisamente viva e color arancione. Vi giunsero in una manciata
di frenetici minuti, assistendo ad una scena terribile. Almeno quindici
persone vestite di nero avevano circondato le loro tende bianche, sulle
quali scintillavano i piumaggi di numerose frecce. Faarner ed i suoi
uomini, probabilmente, non furono visti, perché venivano dal Fiume,
ed avevano percorso gli ultimi metri strisciando sulla neve.
Egli diede l'ordine di aggirare gli aggressori, ed i suoi uomini si
disposero a ventaglio, sparendo poi nell'oscurità. Si udirono gridi,
e vide due degli uomini rimasti all'accampamento uscire dalle tende
senza armature, soffocati dalle fiamme appiccate da alcune frecce incendiarie.
Vi fu un sibilo, ed altre frecce invasero il campo, facendo cadere i
due sfortunati soldati. Poi infine anche un attaccante cadde, colpito
alle spalle, ed allora Faarner si mostrò. Urlò, irrompendo nell'accampamento,
ed i suoi uomini ancora vivi sentirono nelle vene il conforto della
presenza del loro capitano. Si mossero rincuorati, e la battaglia incominciò.
Gli assalitori abbandonarono gli archi, uscendo allo scoperto, e venti
spade luminose danzarono sotto la Luna. Uno affrontò subito Faarner,
ed il suo gomito era veloce come il vento, ma molto più pericoloso.
Sibilò un'imprecazione del Sud, mentre la spada del capitano conobbe
la sua anima, e la recise.
L'uomo cadde prima in ginocchio, poi ai suoi piedi, ed il cappuccio
del capitano fu buttato all'indietro da un soffio di vento proveniente
dal Fiume, come fosse un compagno. Le fiamme disegnarono sul suo volto
fierezza ed ardore e più di un nemico ne venne tubato. Faarner non esitò
un solo istante, e corse ad aiutare i suoi uomini in difficoltà. Si
combatteva ovunque, in un artificio di movimento, e la neve diventò
color della porpora.
- Per Faarner figlio di Firnir! - Gridava il capitano, e le sue parole
superavano di molto il clangore delle spade ed il crepitio delle fiamme
e dietro di lui i difensori si radunarono in un piccolo cuneo, che avanzò
verso i nemici con mortale precisione. Uno di essi cadde, ma anche un
assalitore rotolò a terra. Altre frecce volarono, ed il sangue zampillò
da più di una ferita.
Infine, improvviso come era iniziato, lo scontro terminò. Faarner estrasse
la spada dal corpo di un nuovo nemico, guardandosi intorno stupito,
con la testa piena di tamburi che si allontanavano. Alcuni suoi uomini
si affrettarono a gettare neve sulle fiamme ancora accese.
Con il tallone guardò il viso di chi l'aveva assalito, per nulla sorpreso:
era un viso scuro, dagli occhi sbarrati color grigio intenso.
- Numenor. - Sibilò. - Che Tulkas ti abbia in gloria. - Aggiunse, lasciando
perdere il corpo privo di vita.
L'attacco era stato modesto, portato da solo sedici uomini, ma venti
erano morti nel campo dei Dunediani.
Faarner respirava a fatica, e solo dopo aver contato i corpi distesi
bocconi sulla neve si accorse della profonda ferita che gli attraversava
il braccio destro, e del sangue che stava perdendo dietro di sé. Cercò
la sua tenda con passo stanco, ma la trovò distrutta dal fuoco.
- Non volevano noi. - Pensò ad alta voce. - Erano troppo pochi... Troppo
pochi per voler ucciderci. No. Faarner si sentì mancare, poiché intuì
quale potesse essere la meta dei Numenoriani, mentre lui ed i suoi uomini
erano trattenuti nell'accampamento.
- Possibile che abbiano visto la Volpe? Che sappiano dove si trova Isildur?
Nonostante il sordo dolore al braccio cominciò a correre lungo il pendio,
osservando con terrore la linea grigia dell'Anduin che si dipanava da
Nord a Sud come una strada d'argento. Che quelle macchie scure fossero
piccole imbarcazioni? Scivolò e corse, goffamente, senza seguire alcun
sentiero, fino a che raggiunse il piano della riva, ed il ghiaccio cedette
sotto i suoi piedi; si ritrovò improvvisamente nell'acqua gelida dell'Anduin,
senza che nemmeno il tempo di capire cosa fosse accaduto. Un grido,
ed il Grande Fiume si chiuse su di lui.
- Nessuna nuova dal Nord? - Domandò il Saggio ad un suo uomo.
- Nessuna, Curunir. Mi dispiace.
- Che siano mandati nuovi uomini, allora. Il tempo sta finendo, e non
penso che sia sufficiente girarne la clessidra, per averne ancora. Sai
che cosa dire, vero?
L'uomo si inchinò ai piedi del Bianco, mormorando: - Che sia trovato
l'Uomo che Prese l'Anello, e portato a Noi lo splendido Elendilmir sulla
sua rete di mithril, ed ogni oggetto che possa trovarsi. Che nessuna
spesa sia lesinata, ma non una parola trapeli con alcuno. Ché il Nemico
non dorme ed anch'Egli setaccia il Fiume.
- Vai, allora. - Concluse il Saggio, con un cenno amaro.
La freccia di Bargaste descrisse una strana parabola, sibilando nell'oscurità,
e certo qualcuno dovette colpire, poiché si udì un gemito. Dopodiché
forme scure irruppero nel canneto, brusche, venendo dal bosco e dalla
stessa strada che il boscaiolo aveva già percorso. Neppure per un istante
pensò che sarebbe sopravvissuto, e quando venne colpito da qualcosa
di metallico, quasi si rallegrò che il dolore non fosse così intenso
come aspettava. Si inginocchiò tra le canne, scivolando verso le acque,
e gli uomini vestiti di nero lo ignorarono. Decine di frecce sibilarono,
e si udì un grido di donna.
- No! - Disse allora Bargaste, prima di cadere in acqua. E volgendo
lo sguardo vide la Volpe Bianca trafitta da una serie di lunghe frecce
scure, simili a macchie sul suo pelo candido; l'animale si stava abbandonando
alla notte e come lui cadeva in acqua. - Vieni, piccola. - Sussurrò,
poi fu abbracciato dal gelo.
Non vide più nulla, ma rimase vivo. L'acqua era talmente fredda da non
essere liquida, e l'avvolse come un mantello di pietre. Sentì la sostanza
limacciosa del fondo scivolargli sotto le dita intirizzite e paralizzate,
e la coscienza rifluire lontano, seguendo la corrente. Nessun rumore
di passi. Nessun imprecare in un linguaggio sgraziato. Nuovamente il
silenzio dell'Inverno. A quanto era caduta, da lui, la sua Volpe? Cinque,
sei, dieci metri?
Quante domande.
Si aggrappò a qualcosa, anzi fu qualcosa ad aggrapparsi a lui, da sotto
le acque, dal fondo fangoso. Le sue dita entrarono nella terra, lo afferrarono
o furono afferrate. Ma non era lui a muovere le dita. Lui non vedeva
nulla, non sentiva nulla. Era nel ventre gelido del Fiume, e sotto la
sua protezione. L'Anduin restituiva ai neri osservatori, fermi sulle
rive, l'immagine di uno specchio cupo, il riflesso della Luna che sembrava
tremare. E non il corpo di Bargaste che rovistava nel fango.
Un ordine.
Un soldato entrò in acqua fino al ginocchio e trovò a tentoni il corpo
della volpe, lo sollevò, trascinandolo dietro di sé fino alla riva.
A scossoni, Bargaste perse conoscenza, poi in un ultimo attimo strinse
il pugno attorno a ciò che aveva raccolto, sentendo tra le dita un calore
improvviso. Riuscì ancora a sorridere, dopodiché si irrigidì ed infine
morì, trascinato lontano dalla corrente.
Gli uomini vestiti di notte entrarono nuovamente in acqua, là dove si
era tuffata la volpe, ed accesero alcune torce. Il fumo acre invase
il bosco, e molti cristalli si ruppero. Nella radura tra i giunchigli
si sviluppò una tenue luce gialla, ondeggiante e ballerina, in contrasto
con la luce della Luna. Ombre scure immersero mani inguantate nel fango
della riva, cercando, rovistando, rivoltando. Si dimenticarono della
volpe, che giaceva senza vita sulla riva. Qualcosa venne infine trovato.
Un dente. O così sembrava, tanto era corroso dal tempo. E poi un eket,
una corta spada arruginita e fragile. Gli uomini affrettarono il loro
lavoro, divenendo frenetici. Rinvennero alcune ossa miracolosamente
conservate sotto il riparo del fango, ed un cranio che poteva essere
un teschio umano.
Ma niente altro venne trovato.
Faarner aprì gli occhi e sembrò quasi un miracolo.
Si trovava in una tenda, e la prima cosa che vide fu il viso di un soldato.
- Capitano? - Mormorò quest'ultimo.
- Dove mi trovo? - Domandò Faarner, cercando di muoversi nel letto in
cui si trovava.
- Non muovetevi, capitano. Siete vivo per miracolo. Non chiedete troppo
alla sorte.
- Dove? - Disse Faarner, e sentì che il cuore stava per scoppiare. Era
vivo, sì, ma chissà per quanto.
- Siamo nell'accampamento, capitano. Siete caduto nel fiume, un'ora
fa. Vi abbiamo sentito gridare... E siamo riusciti a salvarvi.
- Ed... I... Numenoriani? - Oh, quale fatica era continuare a parlare!
Ed ascoltare, poiché ogni parola suonava alle sue orecchie come un colpo
di martello.
- Sono andati via, capitano. Cercavano qualcosa lungo l'Anduin, lungo
il Fiume. Hanno cercato per una mezz'ora, mentre noi pensavamo che ci
avrebbero attaccati. Invece no. Quando hanno smesso di cercare sono
saliti sulle loro barche, ed hanno attraversato il Fiume. Noi... Noi
li abbiamo lasciati andare senza colpirli, capitano. Perché eravamo
pochi e...
- Hanno... Trovato? - Si sforzò di domandare ancora.
- Non credo, capitano. Siamo accorsi sul posto, non appena fummo sicuri
che nessun Numenoriano vi fosse ancora, ed abbiamo trovato solo l'arco
della guida, ed il corpo di una Volpe Bianca, trafitta dalle frecce.
Ma della guida nessuna traccia. Deve essere caduta in acqua, o fuggita.
Ma se così è stato, non ha ancora fatto ritorno.
- La volpe? - mormorò il capitano. - La Bianca Custode... Le frecce
che hanno ucciso la Volpe erano Dunedàn?
- No capitano. Numenor.
Chissà come, Faarner riuscì a sorridere. - Ragazzo! - Disse con tutta
la voce che gli rimaneva, facendo sussultare il giovane Ohtar.
- Che cosa, capitano?
- Io... Ho... fallito... Ed anche... Loro. Ah! Ma tu devi fare ancora
una cosa. Mm. Sto per morire, lo sento, e non ho che te.
- Non dite queste cose, capitano...
- Taci. Un buon... Guerriero sa quando è giunta... La sua... Ora. Mmm.
Cosa fai? Piangi? No... Ascolta: devi lasciare questo campo, e viaggiare
verso Sud... Tu sai cosa stavamo cercando, vero?
- Sì, il...
- Non dirlo. - Lo interruppe il comandante. Poi chiuse gli occhi, accorgendosi
che quell'intensità gli era stata dannosa. - Ascolta... - Riprese, aprendo
nuovamente gli occhi per osservare la giovane espressione del ragazzo,
sinceramente commosso accanto a lui. - Nessun pianto, ti prego... Un
capitano muore ed uno... Mmm, nuovo arriva. Oh. Devi andare a Sud, senza
continuare a cercare nemmeno un attimo in più. Devi andare alla città
di Isen... Isengard e riferire un messaggio. A Curunir il Saggio.
Il viso del ragazzo sbiancò, come se avesse appena visto un fantasma.
Faarner ebbe voglia di sorridere, ma sentiva la vita scorrere lontana.
- E' un uomo come me e te, ragazzo... Più sapiente e più antico... Ma
è come me e te. Ecco cosa devi dirgli... Piantatelo nella testa e non
dimenticarlo più...
Ohtar si avvicinò al viso del suo capitano, la cui voce diveniva a mano
a mano più flebile e lontana. Poi, quando anche l'ultimo sospiro si
spense, lasciò la sua mano, ora rigida, e la dispose sul petto. Lunghe
lacrime gli solcavano il viso, ed Ohtar cercò di trattenerle, ma esse
furono più forti di lui. Così si abbandonò sul corpo senza vita di Faarner,
piangendo come se avesse perso il padre, o l'unico amico e lentamente
si calmò.
- Potente Curunir... E' solo un ragazzo, e ciò che dice non può che
essere illusione. Attendiamo migliori notizie da una nuova missione...
L'uomo era al cospetto del Saggio vestito di Bianco, un ginocchio posato
a terra, le braccia aperte in segno di rassegnazione e gli occhi che
imploravano una pietà del tutto superflua.
- Tuttavia che mi si dica ciò che ha riferito. - Disse Saruman, incrociando
le dita davanti a sé.
L'uomo scosse le spalle, alzandosi in piedi. - E sia. E' giunto ieri
l'altro dal Nord, ed asserisce di essere appartenuto alla spedizione
di Messer Faarner, partita quasi un anno fa dalle Terre del Loeg Ningloron...
Portava con sé anche una pergamena con i suoi sigilli, ma a dire il
vero non dovrebbe essergli stato difficile sottrarla al giusto portatore.
- Continua.
- Egli sostiene, lo accetti il Fato, che nessun uomo di quella spedizione,
fatta eccezione per lui, sia sopravvissuto alla stessa. Uomini di Numenor
li hanno attaccati tre volte ed è solo un miracolo se egli ha poi eluso
una pattuglia di orchetti! Così, almeno, ci ha raccontato. Il ragazzo
sostiene di avere un messaggio per lei, le ultime parole dello stesso
Faarner! Io non vi credo, ed esorto Voi stesso a non pesarle che con
il peso della spavalderia di un giovane ladruncolo. Le parole sono queste:
"Occorre muoversi nel prossimo Narbeleth, nel giorno diciannove, in
cui io muoio. Nessun altro giorno porterà al successo. Una Volpe Bianca
si deve cercare, perché essa veglia su di Lui". Così disse il ragazzo
e non sia più un Uomo libero se ciò ha un senso!
Saruman socchiuse gli occhi, come immerso in un profondo pensiero. -
E' tutto?
L'Uomo annuì. - Mi si permetta di pensare personalmente alla punizione
per il ragazzo, Vostra Immensa...
- Taci. Non hai riflettuto sul perché egli abbia scelto proprio Isengard
per usare la sua spavalderia?
- No, Eccelso.
- Allora dagli nuovi vestiti, e mandalo a vedere il mare, con qualche
denaro in più. - Ordinò seccamente Curunir. - E considera questi come
i tuoi ultimi momenti da Uomo libero. Sparisci!
L'Uomo fece per uscire dalla sala, ma venne interrotto dallo stesso
Saruman. - Un'ultima cosa. Il ragazzo si chiama forse Ohtar?
- Sì, Eccelso. E' proprio quello il nome che ci ha dato. Ma come è possibile
che Voi lo conosceste?
Saruman sorrise. - Non lo conosco io, lo conosce la storia... - Poi
si voltò ad osservare il cielo che cominciava a tingersi dei foschi
colori della sera. -... E lei ritorna sempre... - Mormorò.
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