LA CITTA' D'ORO
 
di Petra Lucchini
scrivi un commento scrivi all'autore versione stampabile

Otto note stridule si librarono nell'aria tersa, mentre la notte cedeva il posto alla gloria dell'alba.
La Città scendeva lentamente, catturando i raggi del sole nascente fra i suoi ponti di cristallo, riflettendone lo sfarzo con mille torri dorate.
Kessir spronò la cavalcatura lungo il sentiero, incapace di distogliere lo sguardo da ciò che aveva cercato per tutta la vita.
La Città D'Oro.
Un tempo aveva avuto un altro nome, e gente che abitava nei suoi palazzi intarsiati d'oro e tormalina, ma quell'epoca era stata dimenticata.
Ora la Città solcava i venti e le nuvole come un vagabondo dei cieli, e non si posava a terra che per poche ore ogni anno.
Le leggende dicevano che colui che fosse riuscito a trovarla ed entrarvi anche per un solo istante, avrebbe guadagnato la felicità.
Kessir si era chiesto molte volte, nei lunghi anni della sua ricerca, in che cosa consistesse questa felicità, e perché mai una cosa tanto preziosa, una città capace di donare la gioia, fosse stata abbandonata e lasciata andare alla deriva nel cielo, irraggiungibile.
L'alba divenne mattina, e la Città si posò silenziosa sulla vasta pianura.
Kessir si fermò a pochi metri dagli alti cancelli, e rimase alcuni istanti a contemplare la danza di forme e colori che si intrecciavano in prospettive azzardate e bagliori accecanti, mentre nel suo animo turbinavano emozioni di una complessità tale da rivaleggiare con quella della visione.
Scese da cavallo e andò a sfiorare, lievemente, con la punta delle dita, le delicate cesellature dell'oro dei cancelli.
Da quanto ne sapeva, era il primo uomo che le toccava da molte generazioni.
Non poteva credere di essere l'unico ad avere ancora fede nella leggenda della Città D'Oro, non riusciva a capire come si potesse ignorare una simile promessa di gioia, eppure nel suo lungo viaggio non aveva mai incontrato un altro cercatore.
Le porte della Città si aprirono.
Per un attimo pensò che era triste non avere nessuno con cui condividere tutta la felicità che di lì a poco avrebbe avuto, ma subito si diede dello sciocco.
Varcò i cancelli.
Non sarebbe mai più stato triste, non avrebbe nemmeno ricordato che cosa potesse essere, la tristezza.
Kessir percorse le strade della Città, in silenzio, con attenzione, cercando di cogliere fra lo sfavillare dell'oro il modo in cui avrebbe potuto appropriarsi della gioia che gli spettava.
Vide splendidi disegni intagliati nei marmi preziosi delle facciate dei palazzi, vide ponti d'avorio e giardini pensili traboccanti di fiori.
Vide fontane d'oro e cristallo, statue di vetro giallo e ocra dall'aspetto delicato e distante, contò le mille torri dorate e si stupì di scoprire che erano veramente mille.
Topazi grandi come i suoi occhi brillavano incastonati nei tronchi degli alberi, mentre i suoi passi risuonavano incerti ed ansiosi sulle strade lucenti.
Non riusciva a capire.
Aveva trovato la Città D'Oro, vi era entrato.
Dov'era quindi la sua felicità?
Ascoltò il silenzio, guardò le case prive di porte e le stanze vuote dietro le finestre.
La Città riluceva indifferente con tutta la forza del suo splendore.
Kessir si fermò, e nel lucido argento di una colonna vide il suo riflesso.
La pelle era avvizzita, macchiata, tirata sulle ossa sporgenti, i capelli radi e bianchi, i suoi abiti consunti e scoloriti dalla pioggia, dal sole, dal tempo.
Non si era accorto di essere diventato un vecchio.
Quanto tempo era passato, da quando aveva iniziato la sua ricerca?
In un attimo tutto il peso di lunghi anni passati a peregrinare calò su di lui come un manto di polvere e vecchiaia, e Kessir si scoprì stanco, immensamente stanco. Si appoggiò alla colonna, tremante.
E allora si diffuse nell'aria una musica dolcissima, una musica delicata e struggente che era una promessa di felicità e amore e gioia.
La musica penetrò nell'animo di Kessir e lo guidò fino a una piazza circondata da alberi carichi di fiori gialli.
In mezzo sorgeva una grande cornice dorata, e Kessir vi scorse immagini che non riuscì a comprendere.
La musica cessò, e si udì una voce, chiara e dolce come un pomeriggio d'estate.
"Benvenuti" diceva la voce.

"Benvenuti a Felicity City, la Città della Gioia Dorata, un omaggio per i vostri occhi offerto dalla Felicity Company, così come da sempre i nostri prodotti sono un omaggio per il vostro gusto. Grazie per essere venuti a visitarci, e non dimenticate di ritirare la vostra confezione promozionale di Felicity Beer all'uscita".

La voce ripetè il messaggio molte volte, fino a quando il sole non cominciò la sua discesa verso l'orizzonte, accendendo la Città di bagliori di oro rosso.
Kessir si chiese se fosse in quelle parole il significato della felicità, o se non fossero addirittura esse stesse la felicità.
Capiva che erano parole.
Tornò sui suoi passi, lungo le strade che aveva percorso.
La colonna d'argento riflesse il volto di un vecchio stanco, ma Kessir non se ne accorse.
Uscendo dalla Città passò le dita, delicatamente, sulla fine cesellatura dorata del cancello.
Tornò dalla sua cavalcatura e le accarezzò il muso gentile.
- Mi dispiace - le disse.
- Mi sono sbagliato. E' bella e dorata ma non è quello che cercavo.
Montò a cavallo e si avviò lungo il sentiero.
- Deve essere da qualche altra parte.
Alle sue spalle le Città D'Oro si levò verso il cielo, lentamente.
Otto note stridule si librarono nell'aria profumata della sera, mentre il sole si addormentava per cedere il suo posto a una notte stellata.

scrivi un commento scrivi all'autore versione stampabile