ACTORION L'EMPIO
 
di Lord Raphael von Matsch
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(Basato su un frammento del "Crepuscolo degli Dei" dell' Ultimo Bardo Élorien e sulle "Chronhistoriae" di frate Wilhelmus da Zoresh.)

Le strida dei corvi riempivano l' aria. Grida minacciose e cacofoniche di creature avide e ingorde, intente ad un banchetto abominevole. Soldati lordi di sangue, le nere armature a brandelli, contemplavano in silenzio quel panorama di truce desolazione. Il nero e il rosso di quell' orrido festino; il verde acceso e sazio delle atroci erbacce che si alimentavano oscenamente di quell' immonda corruzione, proliferando nel sangue denso e freddo e nell' innominabile icore liquamoso dei morti. Ma quei guerrieri, lugubri e muti, e simili a spettri, dispersi in quella landa di infinito orrore, esultavano nel profondo del loro spirito.
Perché quelle cose sbranate dai corvi erano i resti dei loro nemici. Ed i loro compagni caduti riposavano vendicati al di sotto del grande tumulo in lontananza: quel tumulo sul quale, in eterno, lo stendardo nero e argenteo avrebbe vegliato, infisso come un pinnacolo monolitico, resistente all' ululato del vento. Il loro Signore li aveva condotti alla vittoria: gloria immortale al loro Signore e Padrone!
Egli li guidava: non temevano le urla gracchianti dei corvi!

La luce dolce e leggera del primo mattino scintillava sui tetti bruni e sulle mura austere del monastero, sull' alto e fiero campanile, sulle Doppie Croci di metallo innalzate ad emblema indubitabile della potenza di Jewhs, sulle tuniche dei monaci intenti alle loro mille occupazioni quotidiane. Filtrava attraverso le meravigliose vetrate policrome delle absidi, tingendo dei colori dell' iride le grigie colonne di pietra. Ulf il novizio, disteso oziosamente sotto un grande e antico melo, in un angolo del cortile, pensava che nessuna manifestazione della Bontá Divina potesse essere piú convincente di quel tiepido Sole mattutino.
Ma, improvvisa come il bagliore di una folgore, e altrettanto sfuggente, un' ombra nera nascose il Sole. Fu un istante soltanto, breve come il battito di un cuore angosciato, eppure Ulf perse immediatamente il proprio buon umore, ed ebbe freddo. In qualche punto imprecisato della sua anima, un frammento di ghiaccio lo torturava incessantemente con punture di gelo mortale.
Pochi metri piú sopra, Tolbertus da Lowhills, Abate di Araxus, vide distintamente, attraverso la piccola cornice della finestra, otto minacciosi corvi neri oscurare il Sole, per poi posarsi, torvi come doccioni, sulla Doppia Croce che ornava il campanile.
- É un presagio di sventura. Una minaccia del Demonio... O la collera di Dio.
Non si rivolgeva a nessuno in particolare. In effetti, non c' era nessun altro nella stanza. Si sarebbe potuto pensare che l' Abate Tolbertus stesse parlando da solo. Ma la sua voce era cosí fioca che sembrava non voler essere udito neppure da se stesso. Sudava freddo e tremava visibilmente.
Distolse lo sguardo dalla finestra, cercando invano di cancellare i pensieri funesti che gli affollavano la mente. Si sedette al suo scrittoio, nella speranza che le tranquille occupazioni quotidiane avrebbero dato sollievo ai suoi nervi. Ma continuava a pensare ai corvi. Era intollerabile che quella progenie del Diavolo osasse stazionare sul campanile. Forse avrebbe dovuto incaricare un novizio di salire sulla torre a scacciarli.
No, troppo pericoloso. E poi se ne sarebbero andati da soli, presto o tardi.
Eppure non poteva levarsi dalla mente l' idea che si trattasse di un presagio...

Il silenzio del monastero fu turbato dagli echi di un suono martellante: piedi calzati di sandali di legno che correvano scompostamente per i corridoi. Una porta si aprí di scatto per lasciare entrare un monaco sconvolto ed urlante.
- Abate Tolbertus! Fratello Abate! Un' orribile sciagura sta per abbattersi su di noi!
La sottile penna d' oca scivoló dalle dita dell' abate, macchiando di inchiostro di bacche il ruvido foglio di pergamena. La sua mano tremava.
- Di cosa stai parlando, fratello Laurelmus? Cosa é accaduto?
- É giunto un gruppo di contadini, in cerca di protezione: recano notizie terribili! Lord Actorion von Darkwood, di cui si dice che sia chiamato "l' Empio" e "il Lupo" perfino dai suoi amici piú intimi, ha conquistato il castello di Hawkfalls. Il Duca Aurelius e i suoi vassalli sono stati tutti scannati come maiali. L' esercito del Conte Actorion marcia attraverso la vallata, saccheggiando e radendo al suolo, pietra per pietra, ogni villaggio che incontra. E i contadini dicono... che si dirige verso di noi!
- Non oserá profanare un luogo sacro!
- Se metá delle cose che si dicono di quell' uomo sono vere, allora oserá qualsiasi cosa.
In quel monento, l' Abate Tolbertus udí il grido dei corvi sul campanile. E pensó che somigliava ad una sadica, maligna risata.

Il Corvo si posó sul ramo senza vita di una antica quercia schiantata dal Fulmine e lasció spaziare lo sguardo, bramoso ma paziente, su ció che lo circondava. Schiere di soldati marciavano in formazione serrata: i loro piedi calzati di cuoio e ferro straziavano la Terra e l' erba che calpestavano. Guerrieri vestiti di nere cotte di maglia, che brandivano alabarde e asce da guerra. I loro occhi erano accesi dalla violenza e dal fanatismo, ardenti come il respiro dei demoni.
Gridavano: parole blasfeme di morte e di sciagura, bestemmie intollerabili, urla ferine. Innalzavano spavaldamente decine di stendardi, neri come le creature alate che volteggiavano nel Cielo, in ampi cerchi, stridendo. E quegli stendardi neri, orlati di un rosso simile al sangue, recavano come unico emblema l' argentea effigie di un abominevole ragno, le cui otto zampe mostruose si protendevano cupidamente verso qualcosa di ignoto.
Il Cielo buio della sera e la Terra al di sotto di esso furono accesi da mille riflessi fiammeggianti, mentre le corde di innumerevoli archi venivano tese da altrettante dita guantate per scagliare attraverso l' Aria centinaia di frecce incendiarie che si abbatterono come una pioggia infernale sui tetti e sulle guglie del monastero di Araxus. Le Doppie Croci erano avvinte dalle fiamme, come altrettanti seguaci di un Dio sconfitto e morente, condannati ad ardere sui roghi dell' Inquisizione, e, mentre crollavano insieme a quegli stessi tetti che le avevano sostenute, non piú retti da travi di legno, nell' oceano di Fuoco sottostante, molti avrebbero giurato di sentirle urlare per l' orrore di quella scellerata empietá, invocando la vendetta del Cielo e dell' Unico Dio del quale erano ritenute vicarie.
Il Corvo si sollevó in volo dal suo punto di osservazione per raggiungere i suoi compagni ed unirsi a loro nel rabbioso canto della sconfitta.

L' Abate Tolbertus camminava lentamente, con lo sguardo fisso a terra, poiché non osava volgerlo attorno a sé. Il suo collo e i suoi polsi dolevano terribilmente, avvinti da pesanti catene che gli straziavano le carni. Un soldato in livrea nera lo trascinava come una bestia al guinzaglio, strattonandolo con impazienza per forzare la sua andatura, senza ottenere altro che di farlo continuamente incespicare e cadere, per poi tirarlo ancora piú furiosamente fino a costringerlo a rialzarsi.
Procedendo in questo modo, uscirono dalle rovine del monastero, continuando poi ad avanzare in linea retta all' esterno, allontanandosi da quelle mura impassibili, che avevano osservato, mute, soldati in armatura trucidare barbaramente i pochi monaci sopravvissuti alle fiamme, deboli e inermi nelle loro fragili tuniche.
Il soldato si fermó, e, dopo un istante, tiró con forza la catena, esclamando: - Inginocchiati verme!
L' anziano abate rotoló nella polvere, dolorante, troppo avvilito per urlare.
Riaprí gli occhi, lentamente. Ogni fibra del suo corpo e della sua anima era gonfia di sofferenza. Un frammento della sua mente realizzó che il Sole stava sorgendo. Era al cospetto di un cavaliere, montato su un gigantesco stallone grigio dagli occhi sanguigni. Da un lato della sella pendeva una grande spada a due mani, dall' altro uno scudo nero dal bordo rosso, con l' unica insegna del ragno d' argento. Il Guerriero che sedeva in arcione indossava un' armatura di piastre nera, dall' apparenza impenetrabile, ed un ampio mantello dello stesso colore. Nella mano sinistra stringeva, come uno scettro, una minacciosa ascia da guerra. Non portava elmo. Il viso di quel Signore della Guerra era pallido e affilato, con lineamenti dolci e femminei, che contrastavano assurdamente con il suo abbigliamento marziale. I suoi lunghi capelli corvini ricadevano sparsi sugli spallacci dell' armatura, cinti attorno alla testa da un cerchietto d' argento arricchito da un rubino al centro della fronte, e lasciavano scoperte due orecchie curiosamente appuntite, quasi come quelle di un antico Elfo o di qualche altra creatura demoniaca.
Parló, con una voce strana ed inumana, melodiosa come l' arpa di un rapsodo eppure possente come un corno di guerra: - Il mio nome é Actorion, Signore di Darkwood, Conquistatore di Greenhills, Oakwood, Stormpike e Hawkfalls. Sei tu Tolbertus, Abate di Araxus?
Il monaco raccolse ogni minimo frammento di coraggio che possedeva, per esprimere, a voce bassa e tremante, l' orrore che riempiva il suo cuore: - Perché tutto questo? Perché questa violenza inutile? Chi sei tu per compiere un' azione cosí orrenda e blasfema? Come... Come puoi non temere la collera di Dio dopo aver commesso questo sacrilegio?
Actorion l' Empio lo fissó con i suoi occhi color smeraldo, occhi che sembravano brillare di luce propria e avere il potere di dilaniare l' anima, scrutando da infinite angolazioni i piú intimi recessi della mente.
- Vecchio! - Disse. - Sei soltanto uno sciocco idolatra! Io sono Lord Actorion. Il mio destino é il dominio assoluto. Il Crepuscolo degli Dei é giunto, ed essi dovranno perire sotto la mia lama, poiché coloro che non si piegano a me non meritano che la morte. La vita di ogni uomo, animale o dio imbelle mi appartiene: Io solo posso deciderne. Il vostro Jewhs sará il primo a cadere, gli altri lo seguiranno. Io, Lord Actorion, sono l' Unico Dio!!

Il Sole tramontó indifferente su quello scenario di cupa desolazione, sul monastero bruciato e sulla carcassa di un vecchio dalle vesti di monaco, selvaggiamente dilaniato dai corvi.

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