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DEICIDIO
| di Lord Raphael
von Matsch |
- Noi
stiamo per morire. Tu sei il nostro erede.
Il vento, i tuoni e la pioggia gridavano. Le loro voci si mescolavano.
Le loro anime si contorcevano, avvolte una all' altra, in una titanica
spirale di agonia. La Luna, oscurata, attendeva di nascere.
Ma nere guglie di pietra, incrostate di sculture demoniache, fendevano
la Notte slanciandosi verso il Cielo, e possenti torrioni merlati si
ergevano immobili nella tempesta, sfidandone la furia con la propria
energia megalitica. Un' imponente fortezza sovrastava le brughiere battute
dal vento, impassibile, in quella notte di uragano.
In una stanza della torre piú alta, illuminata dalle vive fiamme di
un braciere, stava Actorion. Il signore del castello sedeva, nudo, su
morbidi cuscini di seta. I lunghi capelli corvini ricadevano sciolti
sulle spalle delicate, ma forti come l' acciaio di una lama orientale.
Le luci fiammeggianti danzavano sulla sua pelle bianchissima come il
tramonto sulle nevi del Nord, o come il respiro infuocato della fucina
sull' argento delle armature elfiche. Le dita sottili e inanellate della
sua mano sinistra carezzavano lievemente le chiome e i seni delle due
graziose danzatrici che giacevano, addormentate, al suo fianco, nude
ed ornate di gioielli.
Nella destra teneva, con delicatezza, una coppa argentea, finemente
cesellata. Con un gesto lento e teatrale, onirico, la portó alle labbra,
e assaporó un liquido rosso, dal profumo intenso ed esotico.
I suoi misteriosi occhi verdi scintillarono, per un attimo, di una luce
differente...
Actorion tese le orecchie appuntite: nessun suono lo aveva disturbato,
ma qualcosa aveva richiamato la sua attenzione. Una vibrazione dell'
Etere. Un cambiamento di umore di uno spirito invisibile. Il fuoco del
braciere vacilló, poi svaní. La stanza era buia, eccetto il bagliore
del lampo all' esterno, attraverso le preziose vetrate dai disegni terrificanti.
I sensi dello Stregone, acuti come quelli di nessun uomo potrebbero
esserlo, erano allarmati...
Nell' Aria, l' odore della tempesta si mescolava con qualcosa di assai
piú oscuro: morte.
Actorion si alzó in piedi. L' oscuritá non intralciava i suoi movimenti,
come non avrebbe disturbato un gatto.
Si avvicinó ad uno strano treppiede d' argento, modellato come un intreccio
di spire serpentine. I tre serpenti sorreggevano sulle teste triangolari
un' unica sfera iridescente, grande quanto il teschio di un uomo.
Sfiorando il cristallo con la sinistra, il suo padrone risveglió il
Demone che vi abitava. La sfera inizió a mutare di colore, ritmicamente,
come le pulsazioni vitali di un cuore.
Per lunghi istanti Actorion rimase immobile a contemplarla. Chi si fosse
trovato ad osservare quella scena, avrebbe potuto credere che anche
i tuoni all' esterno avessero assunto un andamento ritmico. Come se
il cuore del Mago, il Cristallo-Demone e la Tempesta pulsassero all'
unisono.
Poi, dopo innumerevoli battiti di questo triplice cuore, Actorion si
mosse verso una porta di legno intagliato, e la aprí, per poi arrampicarsi
sugli stretti gradini di pietra di una scala a spirale. I tuoni gridavano
ancora, tutto intorno a lui.
In piedi sul parapetto merlato della torre, al di sopra delle guglie
mostruose e delle brughiere desolate, cosí vicino al Cielo da sfiorare
le nubi temporalesche, nudo nella pioggia e nel vento, circondato dalla
voce dei tuoni, Actorion gridó al vuoto: - Verró a sferrarti il colpo
finale!
Un' aquila bianca del Nord voló attraverso il Sole, carezzando i nembi
lontani con le penne argentee all' estremitá delle ali. Era una figlia
dello Spirito del Vento, una indomabile erede degli Aesir, dall' anima
di fuoco e di ghiaccio.
Le vette titaniche dei Monti Settentrionali riempivano l' Orizzonte:
innumerevoli scaglie aguzze di un enorme Drago Primordiale, pietrificato
in un letargo lungo Eoni, in attesa del Ragnarok, fin dagli albori del
Mondo.
Quelle sue corna megalitiche si levavano immobili a sfidare il Cielo,
ammantate di neve e di roccia, coronate di ghiacci eterni. Solo la grande
Aquila poteva dominare quella visione di enormitá cosmica. Solo l' Aquila
poteva conoscere la storia di quelle montagne senza sprofondare nella
pazzia, solo l' Aquila poteva contemplare l' Eternitá. Solo all' Aquila
spettava il dominio di quelle vette inaccessibili.
Eppure, nel profondo di una valle, una schiera di cavalieri galoppavano
come l' uragano sui loro destrieri impazziti, incuranti del peso del
Cielo su di loro, sufficiente a schiacciare la mente di un uomo comune.
Erano piú simili a Demoni che a mortali, nei loro usberghi di ferro
nero, con i mantelli agitati dal vento e l' insegna di un ragno d' argento
sui loro scudi. Alla loro testa cavalcava un guerriero privo di elmo,
con i capelli corvini sciolti e svolazzanti e uno sguardo sovrumano
negli occhi verdi. Iä! Quello era lo sguardo di un Signore del Caos
pronto a muovere guerra al Valhallha!
Actorion, Signore di Darkwood, sfidava il dominio dell' Aquila.
Sotto lo sguardo di una falce di Luna, la notte risuonava delle grida
della battaglia. Sulla ciclopica gradinata di pietra che conduceva all'
ingresso di un' antica fortezza, decine di guerrieri annegavano le proprie
vite in un' ultima orgia di sangue e follia. Spade ed ascie si alzavano
e si abbassavano, inesorabili, tranciando insieme ferro, carne ed ossa.
Rosso fluido vitale sgorgava a fiotti, riversandosi come una pioggia
sui visi e sulle corazze dei massacratori, scorrendo lungo il metallo
e la pietra, fino a mescolarsi alla neve di quelle cime, e poi filtrare
lentamente al di sotto, nutrimento per la Terra Immortale.
E al di sopra di tutto questo lampeggiava la folgore, e rombavano i
tuoni, sebbene non vi fossero che pochi filamenti di nubi nel Cielo
limpido e stellato, color cristallo.
Tra il Cielo e la Terra, pietre. Pietre antichissime, erose dalla
furia del vento, incrostate di licheni e ghiaccioli. Pietre che ignote
mani preumane avevano ammucchiato l' una sull' altra a formare un poderoso
torrione megalitico, dall' arcata dell' enorme portale cosí fittamente
incisa di segni indecifrabili di una lingua morta da far pensare a un
titanico tempio. E proprio di fronte all' entrata di questo imponente,
indecifrabile tempio, quella notte si stava combattendo uno scontro
feroce. Oltre cento biondi Guerrieri del Nord, con asce da guerra e
spade a due mani, alti e possenti nelle lucide corazze di bronzo e cuoio
coperte da manti di pelliccia d' orso o di lupo, resi ancor piú terrificanti
dai maestosi elmi cornuti, cercavano con furia da berserker di allontanare
dall' edificio i loro tenaci avversari. Questi non erano che un pugno
di cavalieri in armatura nera, armati di spade e scudi e montati su
fieri cavalli da guerra, ma il loro numero esiguo era compensato da
un valore straordinario. Per ciascun cavaliere nero che giaceva morto
sul campo di battaglia, accanto alla carcassa del proprio destriero,
un cumulo di avversari ne condivideva il destino, con fiumi di sangue
ancora caldo che fluivano dalle ferite fatali.
La carneficina proseguiva inarrestabile. Guerrieri valorosi cadevano,
continuamente, da entrambi i lati, ma i vivi avanzavano a prendere il
loro posto. Ogni fibra dell' Etere vibrava di odio e di dolore, l' Universo
gridava al Nulla la propria estasi omicida. Quell' olocausto non poteva
avere fine. Non finché gli Inferi non avessero inghiottito quei massacratori
impazziti, spalancandosi sotto di loro in una voragine. Non finché un
unico Guerriero non fosse rimasto il solo uomo vivente, immobile sulla
cima di una montagna di cadaveri.
Eppure, dopo lunghe ore di lotta implacabile, sembró certo che gli Uomini
del Nord dovessero prevalere, semplicemente perché il loro numero era
tanto maggiore di quello degli avversari. Ma c'era, tra i cavalieri
neri, uno che spiccava tra gli altri come l' astore tra gli sparvieri.
Era un guerriero che non portava elmo, ma deviava con un piccolo scudo
rotondo le lame dirette contro la sua testa indifesa, e scuoteva beffardamente
la chioma corvina. I colpi piú letali risuonavano vanamente sugli anelli
del suo giaco: non un graffio deturpava la pelle candida di quel combattente
straordinario, mentre la sua grande spada ricurva, impugnata nella sinistra,
si esibiva in una danza micidiale, decapitando un avversario ad ogni
fendente. E, mentre i corpi mutilati si contorcevano ai suoi piedi e
le grida di guerra rimbombavano piú potenti del tuono attorno a lui,
Actorion cantava. Sí, cantava con voce dolce, quasi di fanciulla, un
abominevole inno alla morte, e i suoi occhi scintillavano di una verde
fiamma glaciale.
Il Silenzio regnava tra le vette inaccessibili. Il Tuono si era fatto
silenzioso, spirava un Vento leggero. Di fronte all' antico tempio-fortezza,
la battaglia era terminata. Corpi biondi e massicci erano sparsi a decine
sulle pietre e sulla neve, il loro sangue scorreva lentamente verso
valle.
Al centro della carneficina, venti cavalieri dalle armature nere giacevano
uno sull' altro, circondati da altrettante carcasse di possenti cavalli
da guerra. Ciascuno di loro, uomini e animali, era lacerato da innumerevoli
ferite, la carne e il ferro squarciati in piú punti. In taluni casi,
nessuna era, di per sé, mortale, e certamente il guerriero aveva continuato
a combattere fino a quando l' immane perdita di sangue non lo aveva
sopraffatto. Un uomo soltanto era ancora in piedi: l' ultimo essere
vivente in quella distesa di corpi massacrati. Indossava una nera veste
di maglia di ferro, senza il minimo graffio, né altri segni visibili
dello scontro appena sostenuto, ad eccezione di alcuni schizzi del sangue
degli avversari. Il suo mantello scuro e i suoi capelli corvini si agitavano
incessantemente, sfiorati dal soffio sottile del Vento. La sua spada,
abbassata, lasciava scivolare a terra una pioggia di goccioline rosse.
Il suo scudo giaceva, in frantumi, a pochi passi di distanza. Ai suoi
piedi l' ultimo dei guerrieri del Nord si contrasse in uno spasimo,
poi la sua anima voló al servizio degli Aesir nel Valhallha.
Actorion levó la spada al Cielo ed esultó in silenzio negli occhi verdi,
vincitore.
Poi si voltó verso i corpi dei suoi compagni. Una lacrima solitaria
scivoló lungo tutto il suo corpo, e cadde mescolandosi al sangue, che
scorreva ancora. Il condottiero gettó via la spada e si chinó ad accarezzare
il corpo di un destriero dal manto candido, accanto allo squarcio di
lama nell' armatura e nella carne viva che aveva lasciato sfuggire lo
spirito.
Rialzatosi, Actorion estrasse un pugnale e si recise una ciocca di capelli
neri. Poi la posó sul cumulo di corpi senza vita, dono funebre per morti
insepolti, e pronunció con la mente e con l' anima un silenzioso addio.
Stringendo la spada ancora gocciolante di sangue, Actorion oltrepassó
la soglia del Tempio Fortezza di Stürm-Wanaxar. Antichissimi, mostruosi
idoli di pietra, consumati dagli Eoni, lo scrutavano attraverso le ombre,
da ogni lato dell' immensa sala. Immagini deformi di Goblins e mitici
Trolls pendevano a grappoli dai pilastri megalitici. Macchie di sangue
- alcune vecchie di millenni - incrostavano gli altari di rozzo granito.
Rune magiche erano incise ovunque, raggruppate in orrende maledizioni.
Un immane portale megalitico, di dimensioni inumane e intessuto di arcani
incantesimi, si ergeva a sbarrare l' accesso alla cella del Dio.
Al centro del salone, Actorion avvertí l' Etere vibrare. Si immobilizzó,
con la spada pronta, simile per un momento agli idoli spaventosi, nella
sua energia di guerriero. Di fronte a lui, l' Etere si stabilizzó in
una figura dalla lunga veste grigia: un uomo anziano e canuto, dal viso
ornato di una venerabile barba, ma con gli occhi accesi da una furia
sanguinaria, fanatica.
- Finalmente sei giunto, Lord Actorion von Darkwood.
- Se fossi in te me ne dispiacerei , prete. - La voce di Actorion risuonó
imperiosa e irridente tra le statue e le colonne. - La mia venuta significa
la fine, per te e per il tuo vecchio Dio rinsecchito!
- Pazzo! Empio! - Il sacerdote sembrava fremere di rabbia: - Pensi davvero
di essere superiore agli Déi? Sei solo un semplice uomo, anzi, sei l'
ultimo degli idioti. La tua folle ambizione ti ha reso cieco al punto
di sfidare la collera divina? La tua anima é nera e la tua mente offuscata:
non ci sará un Valhallha per te, Actorion. La progenie di Helgezad divorerá
eternamente il tuo cuore negli Otto Inferni Ghiacciati!
Il pallido Stregone Guerriero dai capelli neri scoppió a ridere. Quella
risata era la bestemmia peggiore, ma l' allegria nei suoi occhi verdi
era innocente, infantile: - Vecchio sciocco! Credi di ingannarmi con
le tue favolette? Il tuo Dio é giá agonizzante! Il mio compito è semplicemente
di porre fine al suo tormento. Credevi che gli Déi fossero immortali
vecchio? Nulla é eterno... Tranne me. Basterá un colpo di spada,
poi dovrai cambiare mestiere, vecchiaccio, perché Io sono il nuovo Dio
della Tempesta, e non mi serve a nulla averti al mio servizio.
- Taci, eretico bestemmiatore! Ora vedrai chi morirá!
Actorion vide il sacerdote tendere le braccia verso il Cielo e percepí
chiaramente il Mana che stava accentrando in sé. Salmodiava in qualche
lingua morta da millenni. Il nobile si avventó, con la scimitarra levata,
ma era giá troppo tardi.
- Onnipotente Stürm-Wanaxar, Signore delle Tempeste e del Cielo del
Nord, annienta i Tuoi nemici con il potere del Tuo sguardo divino.
Il prete-mago aveva completato il suo incantesimo, indicando con entrambe
le mani l' avversario. La Quintessenza fu plasmata in Aria e in Fuoco:
lo spazio circostante si riempí di energia impetuosa e vibrante che
fluí attraverso il corpo del vecchio prete e fu scagliata attraverso
il Piano Materiale a velocitá sorprendente. Actorion fu abbagliato dal
terribile splendore del Fulmine Globulare che volava verso di lui.
Non sembrava esserci scampo. La velocitá di quel proiettile mistico
era cosí enorme da non lasciare alcuna speranza di poterlo evitare.
Agí di istinto: rimase immobile, opponendo il petto corazzato. Era un
confronto diretto di potenza pura, Lord Actorion contro il Dio morente.
Era trascorso solo il tempo di un respiro, quando giunse l' impatto.
Nell' istante successivo, Actorion si ergeva incolume di fronte al sacerdote,
nell' antico salone del Tempio-Fortezza. Adesso era privo dell' usbergo:
un gran numero di anelli metallici giacevano sparsi al suolo intorno
a lui, parzialmente fusi o del tutto carbonizzati da un calore smisurato.
L'armatura-Demone dello Stregone Guerriero si era sacrificata per proteggere
il proprio padrone.
Prima che il vecchio prete potesse pronunciare una seconda Invocazione,
Actorion sferró un fendente mortale con la spada demoniaca, che sibiló
nell' Aria la propria sete.
La testa amputata del Gran Sacerdote Borogär fu scagliata attraverso
la sala fino a colpire un altare. Il Sangue fluí copioso a bagnare la
pietra. Il Sangue di un carnefice lavó il Sangue di molte vittime.
L' interno oscuro del Tempio-Fortezza di Stürm-Wanaxar era acceso di
un bagliore cangiante ed elettrico, che colmava di una vita orribile
le grottesche creature di pietra sparse nella sala. Quella luce azzurra
e verde, quella fiamma gelida, era il Fulmine. Il portale di pietra
era aperto: da esso irradiava la Luce. Actorion fronteggiava il Dio.
Il Dio di pietra era in parte umano, in parte Aquila, in parte Orso.
Il Dragone dell' Aria sedeva alla sua sinistra. Il Dragone del Fuoco,
ai suoi piedi, copriva con le spire e gli artigli un' antica Arca granitica.
Nella destra il Dio stringeva una scure, e un diadema gli cingeva il
capo semi-umano.
I neri capelli di Actorion ricadevano sciolti sulle spalle nude. Dal
suo torace pallido traspariva agilitá piuttosto che potenza. Era una
sottile lama d' acciaio, Colui che stava ritto e immobile tra le antiche
colonne, risplendendo per il riflesso del Fulmine sulla pelle chiara.
Eppure, la sua maestá non era inferiore a quella del Dio marmoreo che,
assiso in trono, gli stava di fronte.
Per molti e molti attimi la scena fu immobile. Infine Actorion parló:
- Bentrovato, Signore delle Tempeste che Regna dalle Alte Vette. A quanto
ho saputo, sei morto.
Non ebbe risposta, salvo l' eco delle proprie parole sulla pietra.
Allora levó la sinistra, stringendo in pugno la Spada-Demone: Ar'Knu'whal-Tiris,
dalla lunga lama a taglio singolo, ricurva come una falce di Luna. Sebbene
macchiata di sangue, sfavillava feroce in quella Luce mistica.
- Fratello Dio, io non ti odio, ma la tua ora é giunta. L' Entropia
Eterna, che é sovrana dei nostri destini, ti ha sfiorato. Dissetando
questa Spada nel tuo Sangue, saró il tuo Successore. Addio.
La lama si alzó e si abbassó, e colpí la pietra. Gli Universi tremarono
e vibrarono. Schegge di metallo sospese nell' Aria. Una mano pallida
che impugnava l' elsa di una spada spezzata. L' ombra fugace di un Demone
morente. Un fedele servitore perduto. E la pietra, spaccata. Una fenditura
dalla spalla della statua fino al centro del petto. Zampilli di liquido
iridescente. Urla di agonia. Urla che riempivano il Cielo e la Terra.
Urla che spezzavano le Montagne. Urla che abbattevano le Foreste. Urla
che sospingevano le Nubi. Urla che fulminavano i cuori degli Uomini.
Urla.
La Morte di un Dio. Deicidio! Deicidio! Il culmine di ogni empietá.
Deicidio...
Una statua crollata in frantumi. Dita sottili che spalancavano uno scrigno
di pietra.
Profanazione...
Un Cerchio d' Argento cinto attorno a capelli corvini. Un' Ascia da
Guerra stretta da una mano aggraziata.
Teogonia...
Actorion il Deicida era solo nell' antico Tempio. Un sottile cerchietto
d'argento gli cingeva il capo come una corona, e aveva un rubino al
centro della fronte. Impugnava una grande ascia da battaglia di un metallo
quasi nero, coperta di incisioni runiche. La teneva alta, come un emblema
di vittoria. I suoi occhi verdi scintillavano folli. Le Folgori di tutti
i temporali dell' Etenitá gli danzavano attorno. I Venti di infiniti
Eoni percorrevano l' Universo ululando.
Ma innumerevoli Sfere Celesti non cessavano di gridare d' orrore. L'Etere
pulsava come una ferita lancinante.
- Smettetela di schiamazzare, idioti! - tuonó Actorion, e i Fulmini
si schiantarono sulle cime dei Monti.
- Io sono il Dio della Tempesta, ora! Nessuno di voi ammuffite carcasse
puó impedirlo! Tutti voi siete morti o moribondi! Io vi finiró! Io stesso
saró il vostro erede! Forse non era questa la vostra volontá? Non mi
avevate chiesto questo, codardi? Io, e soltanto Io, saró l' Unico
Dio! Divoreró le vostre anime putrescenti di vecchi Déi ottusi!
Questa é la vostra fine, e il mio trionfo!
Cosí nacque Colui che fu chiamato Actorion l' Empio.
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