IL RINNEGATO
 
di Lord Raphael von Matsch
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(Trascrizione di Lord Raphael von Matsch da un frammento di manoscritto in lingua Kwelsh attribuito all' Ultimo Bardo Silvano Élorien)

Il Sole era un semicerchio di fuoco prossimo a spegnersi, mentre scivolava lentamente oltre l' orizzonte ondulato. Nella luce paradossalmente ardente della sua quotidiana agonia, la boscaglia sembrava avvampare: una sterminata successione di ombre scheletriche avvinte da rosse, arcane fiamme.
Una di quelle ombre coronate di fuoco si mosse. Era un' ombra sottile, alta poco meno di due metri, con fiamme liquide che ondeggiavano dalla sommitá, scendendo verso il basso per un terzo della sua statura, e due ardenti braci gemelle collocate nella parte superiore.
Una seconda ombra, ancora piú affilata, pendeva lungo il suo fianco, mentre procedeva con passo sicuro e solenne tra le luci e le tenebre del crepuscolo.
Era lo Spadaccino. Era il Piromante. Era il Rinnegato delle Montagne di Cenere, un tempo Signore della Voragine e della Polvere Grigia.
Era Mordreath Blackflame.
Accanto a lui apparve un' altra ombra, enorme e spaventosa: Kfaarghn, il possente Troll delle colline.
Avevano marciato verso Ponente per due notti e due giorni, per sfuggire ai selvaggi Uomini Bestia, ed ora erano giunti al limite delle desolate Colline Pietrose, dove esse diventano verdi e fertili, digradando dolcemente nella pianura. Ormai, neppure gli occhi acuti di Mordreath avrebbero potuto scorgere gli alti picchi delle Montagne di Bronzo, alle loro spalle.
Ma egli non guardava affatto in quella direzione, bensí a Occidente, verso il rosso astro morente e verso terre misteriose, non piú abitate da mostri e tribú nomadi di Orchi, ma dallo strano popolo degli Uomini.

Il Sole era appena tramontato. Mordreath camminava insieme a Kfaarghn nell' oscuritá della foresta. Di tanto in tanto, la luce pallida della Luna faceva capolino tra i rami, ma le stelle non potevano forare la coltre di nubi che velava la Volta Celeste. La stessa Dama Argentea faticava ad aprirsi un varco per osservare la Terra, sua gemella, e appariva fioca: era insolitamente buio per una notte di Luna piena. Ma Mordreath e Kfaarghn erano due creature notturne, e i loro occhi lucenti non faticavano a trovare la via attraverso le tenebre. In lontananza il vento ululava sinistramente antiche ed orribili maledizioni di Déi morti in ere remote. Ma Mordreath e Kfaarghn non gli badavano affatto. Come potevano temere l' oscuritá e l' ululato del vento due creature talmente spaventose? Il loro aspetto era tale che il viandante che li avesse incontrati in quella sera sinistra sarebbe fuggito via, gridando di terrore, credendoli un Principe Demone e il suo deforme servitore infernale.
Una civetta oscuró la Luna per un istante. Gli strani occhi di Mordreath si volsero brevemente a seguirne il volo, poi tornarono a fissarsi nel nero nulla di fronte a lui. In quel nulla, infatti, essi vedevano. Vedevano ombre. Le ombre dei rapaci, e dei ragni, e delle altre cose senza nome che si nascondono nella notte per ghermire la loro preda. Per un istante egli pensó ironicamente a quanto quelle creature gli assomigliassero.
O almeno, si disse, somigliavano all' idea che molti di coloro che aveva incontrato nella sua vita si erano fatti di lui. Levó una mano guantata di nero ad afferrare un ramo invisibile, scostandolo di lato. Per un attimo fu consapevole solo dell' ululare del vento tra le fronde, poi il peso della spada sul fianco lo riportó a quelle amare riflessioni. Certo, pensó, spesso si era trovato ad aprirsi la spada col ferro... o col fuoco, ma raramente gli si erano presentate alternative.
Una mano scagliosa ed enorme sfioró la sua spalla sinistra in modo assurdamente leggero e la voce -solitamente possente come il rombo di un tuono, ma ora straordinariamente ridotta ad un lieve sussurro - di Kfaarghn, il suo mostruoso compagno Troll, gli bisbiglió in un orecchio: - Fai attenzione, Ferro-che-Brucia: ho scorto il bagliore di un fuoco. Laggiú! - Puntó un dito enorme ed artigliato.
- Di qua, Kfaarghn. Evitiamolo.
Si mossero cautamente in un' altra direzione: poteva trattarsi di Umani, ma anche di una banda di briganti Orchi, venuta a Ovest per saccheggiare le fertili campagne che si stendono oltre le aride colline orientali.
Dopo alcuni minuti, inaspettatamente, incontrarono un viottolo lastricato di pietra e non troppo infestato da erbacce, che serpeggiava tra le querce secolari.
La voce di Mordreath fendette l' oscuritá: - Seguiamola verso Sud.
I mille suoni della notte tacquero per un istante.
- É una sciocchezza! - risuonó cupa, benché soffocata, la voce imperiosa del Troll. - Ci riporterá verso quel fuoco.
- E allora? Se fossero banditi non avrebbero acceso un fuoco vicino ad una strada. Andiamo a vedere di chi si tratta.
Senza attendere il compagno, si avvió in quella direzione.
Il goffo gigante volse attorno a sé un' occhiata inquieta, poi si lasció sfuggire un sospiro -simile ad un debole barrito- e si accinse a seguire l' amico, con l' andatura piú silenziosa e furtiva che i suoi piedi enormi potessero tenere su quelle lastre di granito.
Mano a mano che proseguivano lungo quella strana strada, vedevano le erbacce farsi sempre piú numerose fra le lastre di pietra, quasi ad annunciare loro, spavaldamente, che si stavano avvicinando al dominio del Tempo, lento ed inesorabile distruttore. Di tanto in tanto, un antico idolo di pietra, dalle esecrabili fattezze, lanciava loro un' occhiata torva dal margine della vegetazione, come un silenzioso guardiano di segreti ormai ridotti in polvere. Ma Mordreath non esitava: stimolato, invece che intimorito, da quel luogo tetro, e colmo di curiositá, procedeva di buon passo, fulminando le odiose sentinelle monolitiche con sguardi carichi di sfida.
Kfaarghn lo seguiva a pochi passi di distanza, simile, nell' oscuritá, a un minaccioso titano, ma i suoi occhi luminosi di creatura notturna si muovevano in ogni direzione, tradendo disagio, e giá aveva sganciato l' enorme ascia da battaglia dalle cinghie che la assicuravano alla sua schiena. Cosa mai poteva osare aggredirlo? Chi avrebbe potuto sfidare quel guerriero imponente? Eppure, il Troll non si sentiva tranquillo. Improvvisamente, videro il bagliore del fuoco. Vicino. Mordreath sfoderó la sua lunga spada. Kfaarghn brandí a due mani l' ascia. Sentivano il pericolo. Percepivano una presenza ostile.
L' aria odorava di morte.
Eppure, non intendevano tornare indietro. In pochi battiti del cuore raggiunsero il Tempio.
Attorno a loro si stendevano le vestigia devastate di un colonnato megalitico. La vegetazione stava lentamente divorando lo spazio pavimentato in pietra. Molte statue abominevoli, sfigurate dai millenni, si annidavano tra le ombre come spettri maligni. Ma la costruzione centrale era ancora in piedi: un imponente cubo di gelido granito, nel quale, proprio di fronte ai due compagni, si spalancava un immane portale, alto piú di dieci metri, ornato da sculture innominabili. Era certamente un luogo di orrori antichissimi. Il tanfo di morte e putrefazione era ora tre volte piú intenso. Ma i grandi braceri di metallo erano accesi. Nella loro luce sinistra, si paró agli occhi dei due oscuri guerrieri una visione raccapricciante. Tre giovani femmine umane, nude e ricoperte di simboli magici, erano incatenate a terra, mani e piedi, a metá strada tra loro due e il portale. Improvvisamente, nell' oscuritá impenetrabile di quella sinistra apertura, comparvero miriadi di occhi luminosi. Le fanciulle urlarono di terrore. Nel tempo di pochi respiri, dozzine di sudici tentacoli si slanciarono verso di esse da quel buio nulla. Ciascuno aveva un orrido artiglio all' estremitá, con un occhio bestiale al centro. Mordreath e Kfaarghn si gettarono contro quelle cose mostruose, con le armi in pugno. Una delle ragazze fu dilaniata da decine di artigli. Un' altra cadde priva di sensi. La spada di Mordreath tracció un arco nell' aria e colpí. Una mano artigliata rotoló sul freddo granito. Un fiotto di liquido immondo schizzó dal tentacolo tranciato. Alcune di quelle estremitá mostruose afferrarono una fanciulla urlante, ne strapparono dal suolo le catene e iniziarono a trascinarla verso il nulla del portale. Kfaarghn si paró davanti alla ragazza svenuta, tranciando tentacoli con la sua ascia.
Mordreath chiamó il fuoco. Fiamme d' ira si irradiarono dal suo corpo, bruciando gli artigli attorno a lui. Il ferro della sua spada fu percorso da fiamme liquide. Poi, la lama ardente ricominció a danzare nell' aria.
Danzava e danzava, vorticosamente, in un turbine di fuoco. Artigli mostruosi cadevano a terra, rotolando sulla nuda pietra. Occhi bestiali si ritrassero ustionati. E grida inumane risuonarono nella notte. Grida convulse ed orribili, possenti come il rombo di un tuono si levarono piú e piú volte dall' orrida cavitá del portale. Erano grida di dolore. In quell' istante, tutti i tentacoli si volsero assieme contro Mordreath Blackflame. La spada fiammeggiante continuava a danzare. Fiotti di liquido immondo continuavano a schizzare dalle estremitá mutilate. L' ebbrezza della battaglia era in Mordreath Blackflame.
Lo possedeva. Fiamme liquide gli scorrevano nelle vene. Il suo spirito era avvolto in un turbine di fuoco. Non vedeva nulla, eccetto la danza della spada. Non udiva nulla, eccetto il sibilo del ferro attraverso la notte.
Mentre Mordreath combatteva, Kfaarghn si chinó sulla ragazza priva di sensi e, con le poderose mani, spezzó senza sforzo, una dopo l' altra, le pesanti catene di ferro. Poi, con una delicatezza paradossale in proporzione alla propria mole, sollevó l' esile corpicino, per poi adagiarlo dolcemente nell' incavo del proprio enorme braccio.
- Andiamo via, Ferro-che-Brucia!
La possente voce del Troll attraversó le dense sfere di feroce oscuritá che circondavano l' anima di Mordreath, colpendo gli strati superficiali della sua coscienza come la mazza di un gong. Da oltre le fiamme d' ira che lo avvolgevano egli sentí giungere quel grido, reso fioco dall' incommensurabile distanza siderale, e, tuttavia, ancora perfettamente udibile. Il fuoco si estinse di colpo. Mordreath Blackflame indietreggió di un passo. Devió con la spada l' assalto di un artiglio, poi arretró di un passo ancora. La lama, non piú avvinta da fiamme, danzó nell' aria per un' ultima volta, mentre Mordreath si ritirava. Nella sua mano sinistra si formó un globo fiammeggiante. La mistica sfera sfrecció attraverso la notte, fino all' immondo portale. Poi esplose in un bagliore accecante. Un orribile boato si levó dalle rovine del Tempio: un grido possente quanto la detonazione di una stella morente, carico di odio e bramoso di vendetta, che scosse le fondamenta del Cielo con la propria empia brutalitá.
Insensibili a quella minaccia ultraterrena, Mordreath e Kfaarghn svanirono tra le ombre, portando il corpo privo di sensi della fanciulla umana.

Tajleen riemerse dall' oblio nel quale era affondata. Lentamente dischiuse le palpebre, lasciando che la luce tiepida e ambrata del Sole mattutino le filtrasse tra le ciglia.
Pigramente, quasi impercettibilmente fece girare lo sguardo intorno a sé.
All' improvviso, due sfere incandescenti si fissarono nei suoi occhi, abbagliandola. Tajleen sussultó. Il suo cuore inizió a percuoterle freneticamente le costole. Colui che la fissava con occhi di fiamma non era umano!
Era seduto accanto a lei, una figura lunga e sottile, dai lineamenti affilati. La sua pelle era completamente nera, nera e lucida come quella dei Demoni d' Ossidiana del mito, e neri erano i suoi indumenti di cuoio, e l' elsa e il fodero della lunga spada che portava al fianco.
Ma i suoi lunghi capelli erano rossi come il fuoco che arde nella gola di un drago, e i suoi occhi erano straordinari: interamente rossi, iride, pupilla e cornea. E, pur sembrando incandescenti, la fissavano freddi come il ghiaccio.
Il primo pensiero di Tajleen fu che un Demone d' Ossidiana fosse giunto dalla desolazione degli Inferi per divorare la sua anima, come in una delle storie narratele dai preti di Jewhs.
Ma poi, da quegli occhi spaventosi emanó un bagliore rassicurante di profonda nobiltá d' animo, e Tajleen si sentí al sicuro.
Il demone le parló nella lingua degli Uomini, anche se con una strana pronuncia arcaica che conferiva un tono antico e mistico ad ogni sua parola: - Spero che tu stia meglio.
- Chi sei? - La voce di Tajleen suonava esitante alle sue stesse orecchie.
Non ricevette alcuna risposta.
- Qual' é il tuo nome? - chiese ancora.
- Mordreath di Graydust.
- Da dove vieni?
- Dalle Fiamme primordiali. Dall' Orlo dell' Infinito. Dall' Abisso.
- Non riesco a capirti.
Per Tajleen quell' essere era un autentico enigma: la disorientava totalmente. La affascinava e la attraeva con irresistibile magnetismo, ma al tempo stesso le ispirava disagio e sgomento, come qualcosa di estraneo alla dimensione dello spazio e del tempo in cui è collocato. Un titano. Ma nel luogo e nell' epoca sbagliati.
Tutto questo era per lei quel Mordreath di Graydust che aveva di fronte. E, oltre a questo, il Demone di Ossidiana dei racconti spaventosi.
Tajleen vide il nero mantello che le avvolgeva il corpo, steso nell' erba morbida di una radura, e capí a chi apparteneva. Improvvisamente, seppe di dovere la propria vita alla creatura dagli occhi di fuoco. Ricordó gli avvenimenti di quell' orribile notte: l' orrore primordiale che protendeva immondi artigli verso di lei, il terrore insostenibile, poi il nulla.
- Cosa é accaduto? - domandó.
- Suppongo che ti abbiamo... salvato da un grave pericolo.
- Abbiamo? Tu e chi altro?
- Io ed il mio compagno, Kfaarghn. É andato in cerca di cibo. Oh... Non temere... il suo aspetto, quando lo vedrai. Non parla la tua lingua, ma potró fare io da...
- Interprete?
- Proprio cosí. Perdonami se non conosco perfettamente il tuo linguaggio. Quel poco che so di esso, l' ho imparato dagli Elfi Silvani.
- Sei un Elfo?
- Qualcosa di simile a loro.
In quell' istante, Tajleen avvertí il suono di passi giganteschi. Una figura mostruosa uscí dalla boscaglia.
Tajleen non poté non gridare, terrorizzata da quella mastodontica apparizione.
Eppure, in un angolo della sua mente si sentiva rassicurata e protetta dalla presenza di Mordreath, e giá immaginava il suo oscuro salvatore avventarsi contro il mostro brandendo la nera spada.
Accadde l' impensabile: Mordreath salutó amichevolmente la creatura in una lingua grottesca ed incomprensibile. Poi si rivolse alla ragazza: - Questo é Kfaarghn il Troll. - Le disse. - Il mio compagno di viaggio.
Presto Tajleen smise di temere Kfaarghn: era sí una creatura impressionante, ma il suo sguardo era cosí dolce e mite, cosí profondamente umano, che dopo poco tempo la fanciulla cominció a trovarlo molto meno inquietante del suo compagno nero.
Il Troll aveva catturato una lepre, e Mordreath la arrostí sul fuoco. Un fuoco che, con immenso stupore di Tajleen, scaturí come per magia dall' erba al centro della radura, al semplice tocco di quelle lunghe dita nere, e che, senza alcuna pietra a circoscriverlo, rimaneva comunque compostamente immobile, senza dilagare al prato circostante. Seduti insieme sull' erba umida di rugiada, mangiarono la carne rossa e calda (Tajleen vide ora che i denti di Mordreath erano aguzzi come quelli di un felino) dialogando tranquillamente come vecchi amici, con Kfaarghn che si esprimeva nella sua lingua bizzarra e Mordreath che traduceva, con poche difficoltá, nel giovane idioma degli Uomini. Era uno spettacolo davvero singolare, quel gruppetto di creature cosí diverse che conversavano assieme.
Tajleen narró del tributo in vite umane che gli abitanti della regione offrivano al mostro, di come - per secoli - né le armi, né gli esorcismi dei preti del culto di Jewhs fossero serviti a nulla contro quella cosa, e di come, ad ogni plenilunio, da tempo immemorabile, tre vergini venissero date in pasto alla creatura per placarla.
Gioí nell' udire come i suoi salvatori avevano combattuto, e probabilmente ucciso, quel mostro orribile: provó per loro una profonda ammirazione. Ora quei due esseri le sembravano eroi di leggenda.
Ma poi Tajleen posó lo sguardo sulle proprie braccia, e sul seno. E vide gli esecrabili, osceni simboli di maledizione che le contaminavano il corpo. Rabbrividí.
Si lavó in un vicino ruscello. Sentí l' acqua fredda attraversarla, purificandola nel corpo e nello spirito. Si sdraió sull' erba soffice, e lasció che i tiepidi raggi del Sole completassero il rito.
Infine, quando giá il Signore della Vita cominciava a raffreddarsi, provó la nostalgia.
Espresse un desiderio: ritornare a casa. E i due oscuri paladini, con suo immenso ed incredulo sollievo, si offrirono di scortarla.

Lo stendardo splendente del Signore della Vita stava ormai oltrepassando la Soglia dell' Aldilá. Le forme contorte degli alberi protendevano artigli scheletrici verso i tre viandanti. Il vento ululava, folle, tra le colline. Non c' erano altri suoni. Nessun suono eccetto il vento, e i loro passi. E videro.
Una atroce, infernale scia, di proporzioni titaniche, tracciata dalle orrende secrezioni bavose di qualcosa di abominevolmente enorme che aveva strisciato attraverso la boscaglia, devastandola. Alberi antichissimi erano spezzati. Liquami fetidi corrodevano il suolo, bruciandolo, segnandolo con cicatrici profonde, corrompendo l' intima vitalitá della Terra stessa.
Mordreath Blackflame tacque. Sapeva della battaglia apocalittica che lo attendeva.
Il Cielo notturno era nero, oscurato da foschi pensieri. Il vento continuava a gridare. Ma altre strida coprirono le sue: grida d' orrore di centinaia di Uomini, grida di esaltazione e rabbia di qualcosa che sotto il Cielo non dovrebbe poter esistere. La fanciulla, il Troll e l' Elfo Nero erano giunti al villaggio.
Gli abitanti, impazziti di terrore, sciamavano urlando dalle loro case come ratti da una fogna che si stia riempiendo d' acqua. Tanto erano sconvolti, da calpestare quelli che cadevano a terra. L' uomo spaventato da un simile orrore non riconosce piú il proprio fratello, la donna abbandona i propri bambini. Ovunque il panico, l' apoteosi del Caos infernale. E al centro di quella visione d' incubo, tra gli edifici devastati e le torme di folli, sotto la cupola di piombo fuso del Cielo nero, strisciava quella cosa ripugnante. Era la cosa che muggiva orrendamente quei suoni blasfemi, quelle immense bestemmie contro l' Universo stesso, con voce cosí possente da far tremare il suolo. Era la cosa che i due avventurieri avevano creduto morta. Il suo aspetto era di un verme titanico, dalla nauseabonda massa amorfa ed albina striata di un verde malato. Ad una estremitá aveva un rostro impressionante, piú spaventevole delle fauci di un drago, circondato da innumerevoli tentacoli che si contorcevano scompostamente, distruggendo ogni cosa ed afferrando decine di vittime per quelle mascelle poderose. All' estremitá di ogni tentacolo, un artiglio a tre dita. Al centro di ogni artiglio, un occhio bestiale. Era lí, ad insozzare il Mondo con la propria esistenza. Mordreath Blackflame avanzó verso il mostro, con incedere lento e maestoso. L' immagine di un potere straordinario era in ogni suo passo. Il fuoco degli Inferi piú profondi era nel suo sguardo. Coloro che lo videro caddero in ginocchio, imploranti, schiacciati dalla superioritá di quella figura, fissandone con occhi sbarrati l' assoluta grandiositá.
Ma la cosa non si accorse neppure di lui, cieca nella propria furia folle.
Mordreath Blackflame sguainó la spada.
Il suono del metallo che scivolava fuori dal fodero risuonó in quella devastazione apocalittica come avrebbe fatto nel silenzio piú completo. Allora la cosa protese all' indietro le immonde appendici e vide il proprio avversario. Un tremito di puro terrore percorse quella massa orripilante, ed essa scaglió gli artigli verso lo spadaccino, iniziando contemporaneamente a girare il proprio osceno corpo per volgere verso l' avversario le orride fauci.
Ma era troppo lenta.
Mordreath Blackflame scattó: tranció con un solo arco letale della nera lama i primi sei tentacoli che lo fronteggiavano, poi trafisse il fianco nudo e molle, conficcando la spada fino all' elsa nelle carni viscide. Un abominevole liquido verde coló dallo squarcio, tracciando strinature sul guanto di cuoio. Il mostro sibiló di dolore.
Allora Mordreath Blackflame chiamó il fuoco! Liquide fiamme si originarono dal suo cuore, percorsero il suo braccio e poi la lama, incendiarono gli innominabili visceri di quella cosa che non avrebbe dovuto esistere.
Ed essa gridó, di un grido che fece crollare capanne e tremare fortezze lontane, e che raggiunse il cuore di uomini robusti facendoli stramazzare al suolo, morti.
L' orrore senza nome era divenuto la propria pira funebre e illuminava d' incubo l' oscuritá di quella nera notte.

Era tutto finito. Aveva vinto. Quella gente era salva. Mordreath rimase in silenzio a guardare le fiamme. In quelle fiamme si consumava l' orrore che aveva combattuto. Speró di essersi guadagnato l' amicizia del popolo degli Uomini, liberandoli da quella cosa. Tajleen e Kfaarghn lo raggiunsero, felici della sua vittoria.
Gli abitanti del villaggio, cessato il terrore, si fecero attorno a loro, sbucando dalle macerie delle proprie case, devastate dalla furia del mostro. Ma i loro sguardi erano apertamente ostili!
Qualcuno additó Tajleen, gridando: - Ecco! La riconosco! É una delle ragazze che erano state scelte per il sacrificio!
Si fece avanti una figura dalle lunghe vesti bianche: un uomo anziano che recava le insegne del culto di Jewhs. Parló ai tre compagni in tono sprezzante: - Demoni! Andatevene! Avete offeso il mostro sottraendogli il sacrificio che noi gli avevamo offerto: guardate ora cosa ne é venuto! La sua collera ha causato la rovina del nostro villaggio. Andatevene, emissari del Demonio! E anche tu, donna, che sei divenuta amante di diavoli e strega! Qui non c' é posto per voi.
La folla inizió a inveire contro i tre amici:
- Andatevene demoni!
- Avrai il fatto tuo, puttana del diavolo!
- Vi uccideremo!
- Coraggio! Lapidiamoli!
Immediatamente una pioggia di pietre si abbatté su di loro! Mordreath schivó agilmente quei proiettili, che rimbalzarono vanamente sulla pelle coriacea di Kfaarghn, ma Tajleen fu colpita alla testa. Con un grido che era insieme di dolore e di sorpresa, la fanciulla cadde in un lago di sangue, con il cranio frantumato dall' impatto. Allora Kfaarghn lanció un ruggito terrificante.
Urlava il proprio furore contro il Cielo, nella lingua ancestrale dei Troll. Tutto il suo essere ribolliva di rabbia.
Al suo possente grido di guerra risposero grida stridule di terrore, e quella gente meschina fuggí da quel luogo di sciagure urlando.
Poi, il guerriero gigantesco si chinó a raccogliere tra le braccia quell' esile cadavere straziato, e cosí rimase, ululando al vento notturno la morte che aveva nell' anima.
Nel frattempo, Mordreath Blackflame era immobile. Non poteva fare altro che guardare, con gli occhi fiammeggianti e imperscrutabili, quella scena di devastazione e morte, le fiamme del suo odio che divoravano la cosa sconfitta, e il Cielo nero.
Infine gridó, contro quel Cielo, tutto il furore che era nel suo spirito. Gridó tutto il proprio disprezzo verso la razza umana, maledicendone l' ingratitudine e la codardia. Gridó la propria sfida al Fato impietoso, in un' orrenda bestemmia contro gli Dei e i loro giochi. E il suo grido squarció quel Cielo come un arco di fiamma.
E fu, ancora una volta, e per sempre, un rinnegato.
Mordreath Blackflame e Kfaarghn il Troll scomparvero fra le ombre notturne.

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