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SETE
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Lentamente,
così lentamente da stupirsene egli stesso unì le punte
delle dita fino a formare una cupola che sovrastasse la corolla di fiore
che stava osservando.
I pollici ed i mignoli completarono il cerchio più perfetto che
riuscì a disegnare mentre le altre dita si inarcavano in una
struttura emisferica che la sua concentrazione voleva arrotondare smussando
nella calma misura del gesto l'angolosa improvvisazione di nocche e
falangi.
Quando fu certo, e certo non fu che dopo molti secondi, di aver raggiunto
la sua migliore imitazione di un cielo riportò l'attenzione,
pregno lo sguardo di irraccontabili sottintesi, sulla corolla circoscritta
delle sue mani.
Rossa di un rosso appassito, tendeva la rosa con incoerenza a colori
che l'età avanzata e lo stelo reciso provocavano, quali certi
presagi di morte: un petalo violaceo esprimeva una sete di luce, un
bisogno di più vivi e più intensi colori mentre un altro
di un bruno marcito già descriveva un concludersi, un declinare
nel buio, una nenia cromatica di rassegnazione e di oblio.
Di scatto ritrasse le mani e sputò sulla rosa, uno sputo simbolico,
senza saliva che - intonso il fiore - lo seppe ferire, ferire, ferire...
Cristo, si disse, ancora e ancora così in basso, è così
facile lasciarsi trasportare, la retorica è un veleno che sa
di miele, come quelle caramelle che chissà quali demoni si dicono
vendere ai bambini all'entrata delle scuole.
Ora di finire, ora di finirla, ora di finirla con tutte le ore, ora
di finire qualunque cosa...
piuttosto proseguire ma con l'occhio attento, con un'acuta, viscerale
disperazione (della quale per altro non valga stupirsi) che serva a
rischiarare il cammino.
Forme, ecco cosa riusciva a vedere.
Gli vibrava nel corpo e nel cuore un'urgenza, un diritto, la devastante
affermazione di uno stentoreo "certo è meglio così"
ma non sapendo decidersi restava ad osservare la rosa appassita in un
vaso stretto come un piccolo cero, intento a succhiare sopravvivenza
da pochi centimetri cubici d'acqua.
E tornò dopo un attimo a ricongiungere le mani al di sopra del
fiore, questa volta ben tese le dita in un teorema di triangoli acuti.
Cattedrale gotica. Così ovvia da essere benignamente minacciosa
come tutti gli orchi fiabeschi sempre muniti di un loro fatale foglio
di via, sempre in procinto di essere puniti, sempre nella prospettiva
di essere scomparsi.
Indenne ed inconscia, la rosa continuava la sua lenta agonia sotto i
cieli naturali che le mani di lui disegnavano, imbelle quanto si vuole
ma comunque abbastanza difesa da sapere ignorare gli umori, i destini,
le private illogiche meteorologie.
Signore quanta sete.
Questo deserto così pieno di voci,
Questa tomba così piena di luci,
Questa notte, queste notti,
Queste promesse di farci paura.
- Prenderò la tua auto.
- Fai pure, tanto oggi non esco.
Piuttosto un caffè, forse il quinto o il sesto del giorno, in
cerca di una pipata di pace nel tepido ventre di una caffettiera che
sappia amalgamare i sapori del tempo: dell'acerrimo "ormai troppo
tardi" ai melliflui "quanti anni fa' "...
Solleva lo sguardo dalla sua rosa per portarlo inquisitore su un'immagine
sacra, quella di un Cristo domestico, incoronato di spine e blandito
di polvere, scambiata la vetta del Golgota con la presa sicura di un
rampino nel muro. Oh, quel Cristo presente, brunito anche lui, come
la rosa, d'una plastica agonia, anche lui minacciato dalla perenne presenza
del giudice sordocieco che è l'uomo, e dall'uomo voluto, dall'uomo
condannato ad una croce, ad un muro, all'asfittico limite di un piccolo
vaso.
Ma è ancora lì il suo Cristo di legno, sembra quasi scomodamente
dormire ancorato alla croce e scrutare all'ombra delle spine del capo
le troppe spine del cuore.
Quanta sete, quanta sete Signore.
Queste estreme menzogne e paure, circonvoluzioni blasfeme, echi egocentrici
nel lago del cuore, parole, pretese, onanismi della mente malata, malata
di un male che non si è mai saputo guarire.
Un passo. Gli sembrò di aver udito un passo scandire con militaresca
pedanteria un vuoto d'anima o di cortile a tre piani da lui, laggiù
dove un pomeriggio si consuma in manovre d'auto e Campari, un passo
non infrequente, forse quello di un amico che torni a trovarlo, forse
quello di un ladro.
Trascurando la rosa ed il Cristo si sporse a scrutare in un riquadro
d'estivo cortile un'esaltante promessa di destino, ma - anonimo al mondo
- insistette ad ignorare le spine del suo Cristo, quelle della sua rosa,
quelle del suo sangue.
Fammi stare un po' in silenzio si disse, sono stanco di parlare. E si
tacque tutta la sua storia dai primi stupori infantili agli adolescenziali
erotismi. Tacque i suoi traguardi, in silenzio ignorò le mete
raggiunte e quel talco impalpabile che gli avevano lasciato in mano.
Si raccolse, si esaminò, smise di farlo quando uno schiamazzo
assordante affermò un'altra strage, o partita o lotteria che
il circo di fuori rifiutando la scena stava giocando davvero.
Sporto ancora
alla finestra, osservò un gioco di voci gorgogliare e salire
al suo avamposto lontano, palpitanti i volti di concitata partecipazione
espressa in un incensante farnetico di gesti e di suoni. Un uomo tarchiato,
con una maglietta a righe che evidenziava lo stomaco rigonfio, insisteva
indicando un punto al di fuori della vista di lui ed altri, mimando
stupore, osservavano, si confrontavano con gli occhi l'un l'altro e
continuavano ad osservare.
Certamente con non maggiore animazione si raccoglievano intorno ad un
capo i guerrieri di un tempo di quanta quegli uomini d'oggi investivano
nel loro livoroso contendere; altrove, oltre il limite del campo visivo
nascevano altri suoni e parole, sberleffi ed oscene risate, crescendo
la lite e degenerando il linguaggio, ben presto si giunse all'apostrofe
volgare, preludio di rissa.
Uno più alto ed anziano con l'aria del saggio tratteneva, cercando
di cingergli con un braccio la schiena, l'irato tarchiato e con un moto
ondulatorio del volto ampio e sudato, gli confermava l'assenso, gli
tributava comprensione ma ... "non stare a sporcarti le mani"
...
Improvvisamente irrompeva nel cortile un militante avversario sfuggito
al controllo ed alla ragione dei suoi e presto era rissa ed altri seguivano
e la polvere, la polvere, la battaglia ... ad una ad una, in frettolosa
sequenza, facce d'altri si sporgevano intorno dall'ombra delle case,
dalle cure delle case, distolti dal rumore e dalle grida di guerra;
esclamavano, invocavano, deprecavano gli astanti mentre nell'abisso
del cortile i contendenti, ormai rimandato il buon senso alla fine del
gioco entusiasti colpivano, subivano colpi, ferivano, rischiavano.
E faceva un fresco piacevole ora che il sole tramontava, quel venticello
sottile che tanto si ama alla fine di un giorno d'estate, una gran voglia
di freschissima menta o di orzata, o limone ... che sete, Signore, che
sete.
E preferendo il caldo al rumore richiuse la finestra ovattando i clamori
della battaglia oltre la propria indifferenza, solo poco più
tardi un urlo di sirena gli riportò alla mente la scena e comprese
come un intervento di legge la stesse concludendo.
Questo è quello che rimane di ogni cosa: il tempo che inizia
quando ogni cosa finisce, si disse compiaciuto tornando ad ascoltare
il silenzio della sua stanza, della sua esistenza.
Oziosamente meditò sul suo essere solo, poco convinto di esserlo,
poco convinto.
Il Cristo sembrava ingrandito dal gioco d'ombre che il tramonto disegnava
sul muro e la rosa a sua volta beneficiava della cosmesi della luce
mutata, belletto opportuno per nascondere le sue rughe di anziana signora.
Stava scivolando in un lieve torpore, come sospeso nel vuoto, forse
ad occhi chiusi e comunque lontano da quello che gli occhi vedevano,
andava con la mente a più nuovi paesaggi a visioni, ad altre
evanescenze dello spirito sospese nel vuoto... lo spazio ... la luce
... le voci ...
Con la violenza di un colpo di frusta uno squillo improvviso lo fece
sobbalzare, lo cacciò nell'angoscia improvvisa, quasi si dovrebbe
definirla paura. In un lungo e brevissimo istante comprese che il suono
tremendo che lo aveva sorpreso era quello del campanello... terribile
arma il cui grilletto sta esposto lì fuori, sulla porta di casa,
alla portata di tutti.
Si fece coraggio, non voleva farsene, proprio non voleva, ma si fece
coraggio, andò ad aprire la porta.
Un uomo brutto, affaticato dalle rampe di scale, vestito di un'uniforme
sudata che emanava un sentore caprino, toccandosi sbrigativo la visiera
del berretto masticò un saluto.
Rimase a guardarlo, vincendo la tentazione di tendere i polsi alle manette
che l'altro non aveva ancora esibito e quella di chiudere la porta di
scatto.
- C'è stata una rissa qui sotto, signore.
Disse il poliziotto con la voce dei poliziotti e lo sguardo dei poliziotti.
- Ho sentito le voci.
Gli rispose annuendo.
- Potrebbe dichiarare qualcosa?
- Ho solo sentito delle voci, una lite, non mi sono affacciato.
- Di che cosa si stava occupando?
- Stavo riposando.
- A quest'ora?
- A quest'ora.
- Dunque non ha sentito nulla?
- Si, ho sentito le voci.
- E cosa dicevano?
- Insulti, più che altro, ma non sono stato a sentire.
- Quindi non ha nulla da dichiarare in proposito.
- No, non ho nulla.
- Di cosa si occupa?
- Degli affari miei, di solito.
- Intendo dire qual è il suo lavoro.
- Sono uno scritt...un'insegnante.
- Ah, va bene.
Concluse la guardia sfregandosi il mento una prima, una seconda, una
terza volta.
Tendendo il collo e le spalle per vedere al di sopra delle spalle di
lui lanciò un'occhiata furtiva dentro l'appartamento.
- E' solo in casa?
- Si sono solo.
- Allora va bene. Perdoni il disturbo, un'altra volta però sarà
meglio che si affacci a guardare.
- Senz'altro, senz'altro.
- Buonasera.
- Buonasera.
Richiudendo la porta lo vide esitare...
- Ancora una parola, signore.
- Dica.
- Lo sa che c'è un ferito grave. Forse è già morto,
avevano coltelli lunghi così.
E mostrò con un gesto.
- Mi spiace.
- Buonasera.
- Buonasera.
Richiuse di scatto la porta per non dare altre opportunità al
poliziotto. Si disse che non aveva altra scelta che emigrare, se quel
tale moriva non lo avrebbero mai lasciato in pace. Altri poliziotti,
un verbale, domande, forse un giornalista indiscreto...
Scrollando la testa decise che doveva lasciar lontani da lui quei pensieri
e distrarsi, pensare ad altro.
Sedette alla sua scrivania, cercò di scrivere una pagina o due.
Non una parola, non una frase che potesse accettare. Il silenzio assoluto,
l'assoluta impossibilità di lavorare, la mente non sembrava rispondere
ad alcun comando, come un arto reciso, come una macchina rotta.
Suonarono ancora, questa volta rischiò l'infarto.
Teso ed immobile rimase seduto in attesa sperando che il visitatore
desistesse, che lo lasciassero stare.
Passò un secondo. Un sessantesimo di minuto durante il quale
il suo Cristo rimase assolutamente immobile ma sembrò prendersi
gioco di lui, non ne fu certo ma credette che la rosa perdesse durante
quel secondo ancora un poco del suo fascino effimero impercettibilmente
reclinando la corolla avvizzita.
Durante quel secondo il cuore ebbe tutto il tempo di battere almeno
tre volte pompando esose quantità di sangue nelle sue arterie
turbate, nel suo cervello ossessionato.
Subendo la tortura di trattenere il respiro rimase ancora fermo ed incredibilmente
quel secondo passò mentre subito un altro ne sorgeva a misurare
il suo tempo, a durare ancora di più, questa volta la rosa, fu
certo, avvizzì lentamente ed un petalo si mosse verso il basso
rimanendo sospeso come un lembo lacerato di carne.
Un terzo secondo lo trovò esausto, sul bordo, gli parve, d'un'imminente
agonia.
Al quarto Cristo si volse a guardarlo. Aveva gli occhi aperti, seppure
le palpebre rimanevano strette nella smorfia di chi soffra provenendo
dall'oscurità un repentino impatto di luce.
- Che fai non vai ad aprire?
Gli disse il Nazareno con voce pedante.
- Zitto, non farti sentire.
- Chi vuoi che mi senta, non mi ascolta nessuno.
Portò un indice teso davanti alla punta del naso.
- Potrebbe essere un amico.
- Anche tu ti ci metti, stai zitto ti dico.
Sorrise il Crocifisso, sorrise in modo benevolo e tornò al suo
antico, polveroso silenzio.
Trascorsero ancora molti secondi, poi di nuovo l'urlo straziante del
campanello come la voce di un Ciclope che imprechi e ruggisca per il
rifiuto di Galatea lo lasciò impietrito, ormai preda del terrore.
Sentì un fruscio di fogli di carta che lo spaventò con
immagini di avvisi giudiziari, di neri latori di decreti terribili,
aveva la gola secca riarsa di un'aridità mortale.
Che sete, Signore, che sete...
Osservò con gli occhi spalancati il petalo staccarsi e cadere,
lo vide giacere perduto dalla mutile indifferente corolla.
Ancora rumore di passi oltre la porta, li sentì andare via...
possibile che mi lascino stare? possibile che possa essere salvo?
Dopo un tempo infinito che bastò al teatrale tramonto per concludersi
inapplaudito, nell'oscurità della stanza, escludendo l'ipotesi
di accendere un lume si mosse in silenzio, ansimando piano, fino alla
porta.
Un foglio, ecco cos'era stato il fruscio, un foglio di carta era stato
passato sotto la porta dal suo latore impaziente e ingannato che aveva
creduto la sua assenza.
Lo raccolse. Lo lesse più volte sforzando la vista nella fitta
penombra.
Tornò al crocifisso.
- Ci sei ancora? - gli chiese.
Non ottenne risposta.
Sedette cercando
di riordinare i pensieri, diluendo nella concentrazione un moto d'ansia
e nell'ansia lo stupore.
"Sappiamo che hai visto. Se parli guai a te."
Questo era il laconico messaggio del biglietto trovato sotto l'uscio,
nulla più.
Visto, si diceva, io non ho visto nulla, proprio nulla.
Sicuramente si tratta di un errore. Se avessi aperto la porta avrei
potuto spiegare... ma forse sarebbe stato peggio, certamente non avrebbero
capito, non avrebbero creduto. Deve essere stato quel maledetto poliziotto.
Certo, lo avranno notato salire qui da me.
Decise di accantonare l'idea, non era il caso di preoccuparsi, la lite,
la rissa, il delitto appartenevano ad un mondo che non era il suo e
che lui non conosceva, né mai aveva voluto esplorare. "Lasciatemi
in pace" pensò forte contro la finestra e contro tutta l'umanità.
L'umanità non rispose ma minacciò con suoni confusi, con
voci inafferrabili, con la sua stessa ombra oltre l'opale cieco della
finestra.
Qualunque cosa sia accaduto io non ne so nulla. Ecco qual è la
situazione, non mi possono coinvolgere né minacciare, non appartengo
a quella storia.
Con uno sforzo di volontà distolse il pensiero dalla strana vicenda
e rivolse l'attenzione ad un affare pratico, un fascicolo di appunti
da riordinare che aspettava con polverosa pazienza forse da molti mesi
le sue cure.
Meticolosamente distribuì i fogli di varie dimensioni sul piano
del tavolo codificando mentalmente le procedure più opportune
per catalogare i componenti del grosso incartamento. Di tanto in tanto
fermava gli occhi su un foglio, apparentemente scelto a caso, e con
fatica ne rileggeva il messaggio.
"Sappiamo che hai visto. Se parli guai a te."
Sembravano saper dire solo questo le sue carte o forse erano i suoi
occhi che riproponevano ostinati, quale che fosse la scrittura, solo
il geroglifico di queste parole semplici e stupefacenti. Minaccia, oltraggio,
ingiustizia.
Ingiustizia, ecco. Ingiustizia.
Lui non c'entrava nulla con tutta quella storia e non era giusto essere
coinvolto.
Con indignazione si guardò intorno come in cerca di uno sguardo
di conferma, dello sguardo di un interlocutore probabile ed assente
che condividesse il suo sdegno e confermasse la sua ragione. Trovò
solo il crocefisso che quanto ad ingiustizie ne aveva subite certo più
di lui...
Masticando una bestemmia si alzò di scatto, spalancò la
porta ed uscì per le scale.
Una volta fuori si sentì indifeso, allo scoperto e desiderò
rientrare ma si impose un coraggio che gli sembrava opportuno, anzi:
risolutivo.
Ispezionò rapidamente l'angusto ed obliquo ambiente che la pendenza
delle scale in successione disegnava di ombre crepuscolari: nessuno.
Si sporse oltre la ringhiera a scrutare la teoria di piani e pianerottoli
che si inanellava sotto e sopra di lui: nessuno.
Chiuse la porta piano, senza far rumore, ma con determinazione girò
la chiave più volte nella toppa affermando ad ogni scatto la
propria saggezza e precauzione.
Aveva in mano il biglietto minatorio e lo teneva avanti a se con ostentazione
scendendo lentamente le scale. Con il rumore di un preciso lavorio meccanico
l'ascensore, sotto di lui, si mosse e cominciò a salire scorrendo
lungo i suoi binari verticali al centro della tromba delle scale. Si
fermò appoggiando la schiena al muro, quasi senza respirare.
Si trovava due piani più in basso della sua abitazione ed attese
di conoscere il piano di destinazione della cabina che passò
oltre il suo sguardo preoccupato, passò oltre il suo pianerottolo
e puntò decisa verso l'attico che si intravedeva oltre la sua
grande sagoma scura in un luminoso vortice di pulviscolo...
Sospirando di sollievo riprese a scendere più svelto, dimenticando
l'ascensore, ed in un attimo fu in strada.
Prese a camminare fra la gente come se nulla fosse accaduto e dicendosi
che nulla era in realtà accaduto, nulla accade mai, sono solo
fantasie, troppa stanchezza, forse troppa sete.
Che sete, Signore, che sete
e davvero il bisogno di bere qualcosa,
una forte pozione o medicina che alterandogli l'umore l'avesse saputo
redimere dalla sua paura della quale si vergognava ormai, come di un
peccato inconfessabile.
Gli sembrò imprudente praticare i bar del vicinato proprio in
quella sera a poche ore dal delitto, quando tutti ancora avevano certo
gli occhi spalancati dalla curiosità e l'orecchio teso a dissetare
la libidinosa pretesa di sapere, scoprire, denunciare, finalmente e
sacrosantamente punire. Tutta brava gente, gente buona ed onesta che
aveva risparmiato per una vita, che aveva rinunciato ad ogni piacere
per il piacere di poterlo raccontare e che ora con mani rozze, con voci
forti, con acredine e con sudore troneggiava sull'altare per guardare,
per vedere, per pretendere. No, certo, no. Meglio andare più
lontano, in un quartiere straniero, fra altre povertà, fra le
miserie di altre persone per bene, ignare della colpa e della macchia,
del sospetto e dell'attesa.
Attraversò il viale fingendosi distratto fra la gente e mostrandosi
ossequioso alla legge del semaforo. ALT. Fermarsi, aspettare, aspettare
zitti zitti che la vita degli altri scorra via in un meraviglioso ordine
di idrocarburi e precedenze. Ecco, questo è fatto bene, questo
ti farà sentire più al sicuro, non quel tuo ostinato startene
rinchiuso, come una bestia in gabbia come chi abbia qualcosa da nascondere.
Poi parlare. Parlare d'altro, ovviamente, parlare con qualcuno che incontrerai
e che ti farà bene, che non ti farà pensare.
Mi hanno detto di quella pizzeria, non ho fame però, vorrei bere
qualcosa, forse un aperitivo che mi informi sul sollievo di una cena,
che mi stimoli a clamori e bocconcini di qualche ristorante, un aperitivo,
magari un analcolico
non ho nulla da temere, temere poi e di
cosa? Dovrei forse andare in polizia, si disse passando davanti ad un
chiosco di fioraio che chiudendo l'esercizio a quell'ora della sera
stava rassettando vasi e petali, scrosciando a volte acque maleolenti
in quella ruga della strada butterata di tombini che disegna il marciapiede
e sentendone l'odore marcio pensò di avere sete, sete d'acqua
fresca e buona come non ce n'è più, come non ne fanno,
come non ne danno neanche al pranzo di natale, e natale era troppo lontano
per poterlo aspettare, è più opportuno e saggio invecchiare
in primavera ed il natale lasciatelo ai bambini che continuano a nascere
alla vita in un mondo di gore maleolenti, lungo i marciapiede.
Entrando nel caffè ebbe l'impressione di esserci già stato
ma era solo un'impressione come gli confermò la faccia estranea,
diremmo meglio aliena, del proprietario baffuto ed efficiente appollaiato
dietro un salvadanaio tintinnante che lo salutò come sempre si
saluta chi non si è mai visto.
-Vorrei un aperitivo, un analcolico.
-Bianco o rosso?
-Santo dio, ho chiesto un analcolico non una cravatta.
-Tremilaecinque - ringhiò l'uomo guardandolo male e - dà
un crodino a questo - aggiunse rivolto ad una figura di cameriere oltre
il banco.
Mentre consumava la sua bibita notò un personaggio fermo in un
angolo del bar, chino in avanti, teneva un giornale stretto sul torace
come chi volesse nascondere qualcosa e credette di conoscerlo, soprattutto
temette di esserne riconosciuto.
Mandò giù di un fiato il liquido ambrato ed effervescente
che gli lasciò in bocca un gusto amaro con una sorpresa melliflua
di melassa appiccicosa, uscì dal bar più assetato e meno
affamato di prima.
Il Cinema. Ecco. Andare al cinema, gran posto per nascondersi una sala
tutta buia dove nessuno bada agli altri, doveva essercene uno dopo due
isolati, al cinema avrebbe trovato la soluzione, il luogo sicuro per
riflettere.
Affrettò il passo.
Si stava alzando un vento insolito per la città e la stagione
e turbinava di carte sporche e di una polvere arida metallica nei riflessi,
pesante.
Credevo fosse più vicino si disse dopo un po' che camminava.
La gente affrettava il passo preoccupata dalla promessa temporalesca
del vento ed una vecchia, che a correre non riusciva, strisciava lungo
il muro nascondendo il volto con lo scialle. Un gruppo di ragazzini
gli corse intorno urtandolo più volte mentre lo superava, le
auto nella strada cominciarono a suonare un dies irae di clackson quando
il semaforo si ruppe e l'urgenza del diluvio non concedeva più
rinvii.
Arrivavano, alle sue spalle folti gruppi di persone, alcuni portavano
un megafono e parlavano di rivendicazioni, altri distribuivano volantini
ed ammiccavano, la strada si andava affollando e gli sembrò di
intravedere che il grasso rosticciere uscito dalla sua bottega a guardare
la confusione, della confusione approfittasse per palpare la cassiera
all'insaputa del marito, sospettò di essere proprio lui il marito
ma non riuscendo a ricordare di essersi sposato si unì al coro
che ormai invasava la calca ... che sete Signore, che sete.
Improvvisamente, dopo aver corso a lungo si avvide di aver smarrito
il biglietto che aveva sempre portato nella mano. Si girò di
scatto, appena in tempo per vedere l'assassino.
- Non ho detto nulla - farfugliò guardando fisso negli occhi
il suo sicario.
- Non c'è mai stato nulla da dire - disse l'altro. E piano, per
non fargli troppo male, affondò il pugnale nel suo cuore in fiamme.
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