L'ANELLO
 
di Vincenzo Bruni
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Sono nervoso e questa è la dimostrazione che sono un veterano. Se non fossi nervoso sarei un imbecille. Io sono nervoso e gli altri sono terrorizzati. È comprensibile: non è l'idea della morte che li terrorizza, ma la sua imminente inevitabilità e la quasi certezza della sua inutilità. Koeller ed Herzog sono di guardia al portellone, armati con fucili a particelle. Non che creda che le porte possano in qualche modo reggere al prossimo attacco o che quei giocattoli risettati possano fare realmente più di un po' di luce, ma perlomeno i due potranno fingere che abbiamo una pallida possibilità di sopravvivenza. Gran cosa la mente umana.
Quello che importa, ora che sappiamo il nostro fato, è comprendere se ne vale la pena.

Tutto iniziò quattro mesi di fa. Quattro maledetti mesi fa. Avevamo salvato la buccia nonostante il fallimento dell'Operazione Folgore (come sempre sembra che la responsabilità di questi disastri militari appartenga agli alti e grassi papaveri ben distanti dalla vera azione). Fortunatamente Yussef ed i suoi cani della mezzaluna non avevano mai imparato a costruire missili a propulsione laser decenti e la Cortez aveva ricevuto solo danni superficiali prima dell'ordine di ripiego e dunque la nostra nave veniva considerata "pienamente operativa".
Pienamente operativa un cazzo: ci eravamo giocati tutte le squadre di jager, abbrustolite assieme ai moduli da rientro grazie alle difese orbitali marziane ed un colpo fortunato ci aveva mandato in corto il sistema di supporto vitale di tre sezioni per dieci minuti, tempo più che sufficiente per steccare in vari ed interessanti modi un quarto dell'equipaggio.
Pienamente operativa. Certo, rispetto alla maggior parte della flotta eravamo pienamente operativi, considerando che la maggior parte delle navi avrebbe interpretato il ruolo delle stelle cadenti su Marte nei mesi a venire.

Ma perlomeno stavamo tornando a casa, o così pensavamo. Poi da Vahallha giunsero i nuovi ordini. Si, tutto cominciò allora.
Durante i periodi tumultuosi le navi tendevano sempre a scomparire, o affondate o utilizzate per defezionare, ma la Archimede sembrava un caso a parte: era una delle poche navi scientifiche rimaste e dunque considerate in qualche modo "neutrali" e la zona in fase di esplorazione era maledettamente lontana dai teatri di guerra.
Diavolo, era maledettamente lontana da ovunque.
Saturno.
Francamente dubito che il QG tenesse veramente alla Archimede, almeno non tanto da distogliere la Cortez dalla disponibilità, ma il fatto che una nave con un sistema sensorio e di comunicazione con i controcoglioni svanisse da un giorno all'altro faceva pensare. Dopotutto la Confederazione o quelli della Sfera potevano tranquillamente voler mettere una bella bandierina su uno degli asteroidi e dire che era roba loro, tagliandoci fuori da ogni sviluppo minerario. Qualunque fosse il motivo reale gli ordini erano ordini e così finimmo tutti sotto ghiaccio.
Tre mesi e mezzo di ibernazione lasciano il segno tra quello schifo che ti sparano in vena e quella merda al lampone che ti riempie i polmoni. In ogni modo fu una traversata tranquilla. Saturno era un bello spettacolo dagli oblò. Riducemmo la velocità e la Cortez penetrò nell'anello più esterno.
Era un gran brutto lavoro muoverci in quelle condizioni, tra i sensori ostacolati dagli asteroidi ed i sassi che colpivano gli scudi, ma ne valse la pena.
Non trovammo la Archimede, ma una Zhong Lung della Sfera che come una papera seduta si muoveva beata tra gli asteroidi. Pensammo di aver trovato il motivo per cui l'Archimede non si faceva più sentire. Certo, ora sappiamo la verità, ma non ha più importanza. Li avevamo individuati prima noi: aspettammo che la Zhong Lung superasse il grosso asteroide che la copriva e facemmo fuoco con i nostri cannoni ionici.
Il primo colpo aprì come una noce la prua, decapitando effettivamente la nave. Il secondo fece un bel buco proprio al centro. Non fu un bello spettacolo vedere i musi gialli aspirati fuori mentre si contorcevano come vermi agganciati all'amo. Notammo che alcuni portavano le tute spaziali, come da regolamento.
Avremmo potuto salvare almeno quelli. Avremmo potuto almeno farli fuori con le difese antiuomo della nave, dandoci come scusa per la nostra pietà la volontà di fare del tiro al bersaglio. Ma li lasciammo lì, a morire di terrore e di asfissia tra i bellissimi colori degli anelli.
Dopotutto i musi gialli erano noti per non parlare dei loro ordini neanche sotto tortura.
Dopotutto potevano essere quei bastardi che avevano gassato la colonia di L-3.

Passammo altri due giorni alla ricerca della Archimede, o ciò che ne rimaneva.
Infine, Dio ci perdoni, la trovammo. Non l'Archimede, non solo. Trovammo l'Altra nave, se così si può definire.
Era la struttura più imponente che avessimo mai visto, indescrivibile. Una specie di cattedrale, un asteroide scavato. Per la miseria, ho visto Deimos bucherellato dagli scavi minerari e Phobos brillare per le luci delle sue basi militari, ma quello che era di fronte a noi era unico. La prima nave aliena mai incontrata. E vicino a questa galleggiava l'Archimede.
Provammo a metterci in contatto con entrambe le navi, ma non ottenemmo risposta.
Cercammo di comunicare con Vahallha, ma un campo di distorsione elettromagnetica che alterava persino la frequenza dei laser ce lo impediva. Ugualmente continuammo, dopotutto siamo soldati.
La terza squadra arrivò sino all'Archimede con il minishuttle. Penetrò nella nave utilizzando i comandi manuali del portellone esterno. Dentro non c'era nessuno. Neanche cadaveri. Zero registrazioni. Cristo, era una nave con un equipaggio di trenta uomini. Morti o presunti scomparsi.
Cosa dovevamo fare? Voi avreste fatto differentemente?

I nostri in tute EVA iniziarono un esame della superficie della struttura, e fu un lavoro difficile ed estenuante. Le geometrie utilizzate per la costruzione davano un senso di nausea (uno quasi vomitò) e il fatto di cercare un comando di apertura manuale, probabilmente di forma aliena, non aiutava il morale. Alla fine, in qualche modo, trovammo una apertura. Bizzarro, quel settore l'avevamo già esplorato due volte.
Utilizzando il metodo vecchio di secoli dello stecco più corto trovammo democraticamente i nostri volontari, sei baldi giovani.
Entrarono utilizzando gli zaini a propulsione nel buio, stretto canale d'ingresso. E per stretto intendo dire veramente stretto. Poi sbucarono fuori.
Dalla sala monitor osservavamo le loro scoperte, una architettura - se cosi si poteva definire - basata su una geometria non euclidea fatta di claustrofobici corridoi e sale immensamente, impossibilmente vaste sorrette da colonne che sembravano voler sfidare ogni tipo di legge. Statue e bassorilievi che rappresentavano l'irrapresentabile sembravano uscire caoticamente dalle pareti, dal soffitto.
E il buio, mio Dio, il buio.
Non era assenza di luce, era la presenza di qualcos'altro, qualcosa di indefinibile, ma percettibile, non attraverso gli occhi, ma attraverso il sistema nervoso. E questo lo sentivamo noi nella sala monitor.
Approntammo un campo di osservazione nella prima delle grandi sale in modo da non costringere i team di esplorazione a continui rientri per mancanza d'aria. Passammo giorni persi in uno stato da sogno, oppressi dall'atmosfera eppure stranamente attratti, come se quel posto ci spingesse a smettere di ragionare linearmente.
Ci spingemmo sempre più all'interno della struttura, alla ricerca dei misteriosi Costruttori o almeno dei loro resti.
Poi entrammo nel corridoio segnato come 441/Bis ed iniziò l'Apocalisse, sebbene inizialmente non ce ne accorgemmo.
Parker sparì. Prima c'era, poi non c'era più. Non perso, non morto: sparito. Anche le registrazioni delle telecamere non diedero spiegazioni alla moviola. Eppure, cazzo, mi era accanto. Era accanto a tutti, poco oltre la coda dell'occhio del resto della squadra. Lo cercammo inutilmente, scandagliammo da cima a fondo il corridoio alla ricerca di qualche trappola. Ma non trovammo nulla. Dovemmo rientrare.
Valutammo l'opzione di lasciar perdere l'intera operazione, di uscire dall'anello e comunicare tutto al QG. Ma il messaggio poteva essere intercettato. Potevamo tornare a casa e comunicare di persona, ma quelli della Sfera avrebbero presto notato la sparizione della Zhong Lung e sarebbero venuti ad investigare. In forze.
Victor propose, metà per scherzo, di far esplodere la struttura con le cariche al cobalto: dopotutto la cattedrale era essenzialmente cava, per quello che avevamo visto, ed i corridoi erano un punto perfetto per il posizionamento delle bombe. Gli avremmo dovuto dare retta.
Invece continuammo le esplorazioni, armati, alla ricerca di un qualche cosa di tecnologico, di un qualche dispositivo. E lo trovammo, anzi li trovammo.
Il corridoio 501 sembrava identico agli altri, ma non ci volle molto prima di notare che alla fine c'era una debole fosforescenza. Rawlins non attese gli ordini e si scaraventò verso l'uscita. E rimase a bocca aperta, come noi nella sala monitor. Era una delle sale grandi. Solo che era piena di... Sfere? Uova? Non saprei definirle.
Centinaia di migliaia di ovoidi, grandi come uomini, incassati nelle pareti, emananti una luminescenza malata.
Forse neanche materiali a dire la verità, assomigliavano piuttosto a dei campi di contenimento.

E allora, Cristo, arrivò la cosa. Apparve dal nulla, attraverso la parete. Fu un istante di terrore assoluto.
Inizialmente pensammo che si trattasse di uno dei Costruttori. Sbagliavamo.
Era una specie di scarafaggio meccanico, grosso quanto il torso di un uomo, con chele sproporzionate.
Palesemente un drone.
Si muoveva... Ma si puo dire "muoveva"? Era come se fosse immobile e l'Universo venisse attirato nella sua direzione.
Ed attaccò. Più veloce dello sguardo uno dei nostri si ritrovò senza gambe. Sparammo, tanti di quei proiettili che anche un blindato ne sarebbe uscito male. Ma il ragno continuava a muoversi. E cominciavano a sbucarne altri.
Tanti altri. Rischiai: mi avvicinai al drone, gli assestai una serie di colpi col calcio del fucile e quando sembrò stecchito lo presi per una zampa ed iniziai a correre.
Chiudemmo la zona con tutte le porte stagne che recuperammo dalla Archimede.
Portammo il drone nel laboratorio della nave e lo sezionammo.
Cosa disse McPherson?
- Se nel 1400 avessimo avuto le conoscenze scientifiche, ma non tecnologiche di oggi avremmo potuto costruire qualcosa del genere.
Strano forte.

Poi pensammo che il nostro amico scarafaggio poteva dirci qualcosa di interessante, se sapevamo come farlo parlare.
McLuan, il nostro telepate, si bruciò il cervello. L'empate, Carpenter, finì in coma irreversibile. Infine fu Karnov a provare ad interfacciarsi. Costruimmo alla bell'e meglio un jack che si collegasse al suo impianto cranico e provammo il linkaggio . Il contatto con l'insetto lo fece letteralmente impazzire, a momenti di apatia alternava attacchi di rabbia feroce ed incontrollabile. Ma riuscimmo a tirargli fuori quello che volevamo.
Karnov ci parlò dei Costruttori della cattedrale. Ci parlò di un impero spaziale di una razza neanche lontanamente umana. Gli esponenti di questa specie erano colonie di mitocondri senzienti.
Questa razza aliena e perversa aveva deviato il proprio istinto di sopravvivenza portandolo agli estremi. Ogni forma di pensiero, struttura fisica o concezione morale anche lievemente differente portava a sanguinosissime guerre fratricide che minacciavano la stessa esistenza dei Costruttori come specie. La loro abilità nel giustificare queste loro tendenza era divenuta un'arte, una filosofia. La distruzione o l'assogettazione e assimilamento di ogni forma "inferiore" di inevitabile diversità era vista come lo scopo stesso della Natura. Una razza crudele ed aliena.
La loro brama di guerra e violenza li aveva spinti, per evitare l'estinzione, a spandersi e spargersi il più possibile per l'universo conosciuto.
La loro particolarissima struttura biologica li aiutava in ciò. Essi viaggiavano su navi-colonia come quella rinvenuta in condizione di letargo. Giunti nelle vicinanze di un pianeta ospitante qualche forma di vita si risvegliavano dal loro sonno ed iniziavano la loro silenziosa invasione.
Inizialmente catturavano degli esemplari della specie più intelligente del pianeta e poi li esaminavano per comprenderne le peculiarità biologiche, la struttura del DNA, RNA... La solita gene-merda. Quindi l'oscuro miracolo: utilizzando come base i campioni i Costruttori creavano degli equivalenti più evoluti, ma comunque compatibili con la specie autoctona. Letteralmente i mitocondri divenivano parassiti delle loro stesse creazioni.
Anzi: simbionti, considerando che le due parti si fondevano perfettamente attraverso le generazioni. I Costruttori con i loro nuovi corpi iniziavano l'infiltrazione planetaria, assimilando la cultura della razza originaria e originale prima di distruggerla e prenderne il posto, perfettamente adattati all'ambiente.

Quando riuscimmo a ricostruire questi fatti dalla labbra sbavanti di Karnov penso che la paura attanagliò i cuori dell'equipaggio. Gli sferoidi, i contenitori dei mitocondri, erano vuoti da chissà quanto tempo. Probabilmente ci stavano già invadendo. Mi immaginavo quegli schifosi, immondi, perfidi parassiti che penetravano la nostra cultura, rubando tutto ciò che avevamo conquistato con il sangue. L'orrore dominava le nostre anime al pensiero di umanoidi, magari con due cuori e con un Q.I. pompato scalare la gerarchia della Corporazioni. Oh, certo, quella feccia non poteva alla lunga passare inosservata, ma la gente avrebbe pensato "è il prossimo passo dell'evoluzione", spinta da medici e scienziati, e avrebbe accettato la nostra violenta sostituzione per mano dei nostri "figli".

Non ci rimaneva che cercare di sapere perlomeno da quanto gli "ultracorpi" avevano iniziato a copiarci, perlomeno per renderci conto se avevamo qualche possibilità di fermarli.
Iniziammo una ricerca serrata in tutta la nave dei loro laboratori, facendo impensabili turni pur di coprire il maggior spazio possibile. E non fu facile.
Le cose (mi rifiuto di definirle in altro modo) continuavano ad attaccarci di sorpresa inseguendoci nei cunicoli, catturandoci. Uccidendoci, nella migliore delle ipotesi.

Alla fine trovammo quello che doveva essere il laboratorio. Uno spazio vasto, suddiviso in infinite stanze collegate in modo da negare tutte le leggi della fisica e della prospettiva. Battemmo a tappeto l'area, superando vasche di ambra che racchiudevano esseri neanche sognati. Infine lo trovammo.
Niente più di un osso, una tibia indubbiamente umana immersa nell'azoto liquido. Impiegammo ore con il vibrotrapano a toglierlo dalla sua prigione e facemmo un botto di casino. Ed infatti, attirati, gli scarafaggi arrivarono.
Cominciò la folle corsa e, come da piano, via via che ripiegavamo facevamo saltare i pezzi della cattedrale.
Perlomeno li rallentammo.
Uscimmo dalla nave e tornammo alla Cortez, chiudendo bene la porta.
Tornavamo a casa, a massima velocità. O così credevamo. Mentre stavamo uscendo dalla microorbita della cattedrale quando ci accorgemmo che non potevamo muoverci. E dalla nave stavano uscendo i droni, verso di noi.
Non avevamo scampo. Non c'era speranza.
Non rimaneva che cercare di avvisare casa, sperando... Pregando che almeno la nostra comunicazione raggiungesse la Terra. Ma dovevamo sapere cosa dirgli, quanto tempo avevamo. Prendemmo l'osso e lo esaminammo. Aspettammo ore, mentre gli scarafaggi masticavano lo scafo della Cortez e il suo equipaggio.

McPerson finalmente tolse i suoi occhiali dal microscopio molecolare, con una strana espressione. Strana forte.
- Perlomeno non dovremo aspettarci un'invasione - sussurrò. - Il campione è un Homo Neanderthalesis.

Il portello si aprì sotto i loro colpi come carta stagnola.

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