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NOTTURNA
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È la
mia seconda notte in città. Le strade sono bagnate da un acqua malsana,
fredda. O forse è solo come mi sento io. È strano come sotto Natale
le vie siano ancora più empie e quelle luci che vengono messe per commemorare
questi giorni speciali non si rivelino altro che simboli infidi di un
commercio senz'anima o dell'anima. L'asse della mia auto si ribella
ai sampietrini ed anch'io non sono abituato a questi sobbalzi. Inutili
rimasugli di ere passate, lasciati per un'infinita ipocrisia.
Nella piazza attigua alla stazione principale rallento. Anche questa
non è che un ibrido di ere diverse, lasciate accumularsi per accidia.
Dietro queste sbarre di metallo, nascoste dalle sporche serrande di
un mercato fortunatamente destinato a scomparire vi sono nascosti ruderi
antichi e nuovi obbrobri. Sento che questa empia fusione si ribella
ed urla la sua angoscia. Antichi segreti esposti allo sguardo vacuo
del popolo deridono i turisti dalla loro inaccessibilità. Sorrido alla
crudele ironia.
Trovo sin troppo facilmente posto per la BMW. Non ci sono sguardi indiscreti,
bene. Mi do un'ultima controllata con lo specchietto retrovisore. Ho
fatto un buon lavoro con il trucco, quasi non si nota il mio naturale
pallore. Come un predatore devo adattarmi all'ambiente di caccia.
Finalmente apro la portiera e le mie scarpe firmate baciano i sassi
levigati. L'aria, non filtrata dal riscaldamento, è gelida. Meglio cosi'.
Comincio a muovermi tra le colonne dei palazzi settecenteschi che poco
si sono accorti dei cambiamenti. Il lustro di un tempo è stato sommerso
da strati di immondizia accuratamente evitata con lo sguardo da spazzini
sottopagati. Ruscelli di urina animale mischiata a quella umana sono
il mio Rubicone. Le luci malate dei lampadari della galleria lateralmente
aperta mi accolgono ma non sono le scatole vuote dei costosi prodotti
esposte in vetrine addobbate con polistirolo e coccarde dietro a grigie
grate ad attirare il mio sguardo. Sono i sacchi di carne ed ossa umane,
riversi sulle piastrelle come se attendessero qualcuno, a richiamare
i miei sensi. Il tanfo degli escrementi, il lezzo del cattivo alcool
che fugge dai loro vestiti e dalle loro gole, mi provoca uno spasmo.
Mentre passo loro accanto sento un attivo ignorarmi dai pochi ancora
svegli. Mugolii, frasi inintelligibili. Qualcuno fa un peto e ride ma
il rumore che viene sembra quello di una ventola senza pale.
Comincio a muovermi nelle viuzze interne. Un gruppo di giovinastri appare
e con il vile coraggio del gruppo cominciano a cantare a squarciagola
inni di destra volgari e senza forza, autogiustificati dalle bottiglie
di birra che hanno assimilato. Dicono qualcosa sul distruggere tutte
le statue dei presepi e di un auspicabile ma tardivo aborto della Vergine,
sul fatto che dopotutto anche Gesù era Ebreo. Mi passano accanto ma
non sono io il bersaglio della loro insofferenza alla vita: sono troppo
simile ai loro standard di accettabilità. Aspetteranno la prossima visita
allo stadio per sfogare i loro istinti.
Infine lo trovo, poco più avanti, di fronte alla serranda di un negozio
mentre si prepara a coricarsi su un foglio di cartone. È zoppo, un paio
di stampelle sembrano l'unico suo possedimento di valore. Non è matto,
ma sorride stupidamente. Al mondo, credo. Mi avvicino e gli rivolgo
parola. Non capisce, pensa che gli ho chiesto dov'è la stazione e lui
cerca di indicarmelo alla bell'e meglio. È gentile. Sarà più difficile
e più semplice. Vedo di non farlo soffrire troppo, più per timore che
faccia rumore che per pietà. Approfitto di un suo attimo di distrazione
per estrarre il manganello -comprato senza problemi in un sexy shop-
e lo colpisco ripetutamente sul cranio verrucoso sino a che non cade
esanime. Un altro paio di colpi, giusto per essere sicuro poi ripongo
il manganello nella giacca. Lo trascino in un angolo buio. Un morso
e la pelle della gola si lacera come cartapecora. Un ultimo pietoso
gorgoglio ed un trittico di spasmi prima delle fine. Il sangue zampilla
ma sono attento a non sporcare la linda camicia. Trovarne una uguale
qui sarebbe una impresa.
Quando ho finito lo trascino in un secchio della spazzatura dove lo
accolgono bucce di arance e rimanenze di pesce avariato. Mentre pulisco
con la massima attenzione i miei canini con lo specchietto noto di fronte
a me, su cartelloni per le pubblicità arrugginiti, un paio di locandine.
Il rosso ed il bianco dell'imago di San Nicola sono solo il tramite
per vendere prodotti costruiti in qualche paese del Sud-Est asiatico
da bambini che non avranno mai quei doni. Le frasi di circostanza vengono
adattate con dubbio gusto al prodotto ed alla necessità di acquisirlo.
La sveglia non mi serve più da tempo, i nuovi orari sono divenuti parte
del mio ciclo. Il proprietario rom non ha fatto storie riguardo i miei
bizzarri orari. Dubito che avrebbe il coraggio di farne con l'esosa
pigione che ha chiesto per un appartamento popolare subaffittato. Apro
le serrande e la zona peggiore della città si presenta in tutta la sua
immonda gloria sotto i miei occhi. Un campo nomadi si espande sul retro
dell'edificio, limitato a malapena dai rimasugli di vecchie reti.
Riesco ad occhio nudo e nonostante l'oscurità a scorgere i rivoli di
fognatura a cielo aperto. Sotto i lampioni donne di malaffare entrano
nelle costose macchine dei loro protettori, cercando di vendere fino
a che è possibile l'unica merce che gli avventori prenderebbero da loro.
Noto un paio di ragazzine straniere. Curde, albanesi, polacche: non
ha importanza. Hanno a malapena l'età per la prima mestruazione ed hanno
già imparato a dare via con facilità qualcosa che per ora è collegata
alla loro anima. I poliziotti di ronda fanno finta di niente, qualunque
azione significherebbe passare una notte in bianco a stilare rapporti
solo per veder andare via le disgraziate con i loro pappa il mattino
dopo. E di certo la fuga per le prostitute significherebbe solo altre
botte e forse l'uccisione dei propri cari nella terra natia.
Accendo la TV, e riesco a trovare il coraggio per superare l'apparentemente
infinita gradinata di trasmissioni di vendita. Natiche e seni, arcani
maggiori, servizi telefonici, case ai Caraibi si mescolano in un turbine
penetrante e vano. Riesco a raggiungere il telegiornale locale di una
rete minore e mi siedo di fronte allo specchio, iniziando a truccarmi
per la serata. Non c'è nulla di nuovo, mi sembra: incidenti mortali
e padri che violentano la propria prole. Noto con divertimento come
si eviti di parlare del palese coinvolgimento di una nota casa farmaceutica
in uno scandalo provocato dalla vendita di medicinali alterati e di
come le telecamere indaghino morbosamente sulle lacrime di una donna
mutilata da un marito geloso che, viene fatto notare velatamente, è
originario del Sud. Un membro del Parlamento descrivibile eufemisticamente
come di estrema Destra propone l'inasprimento delle pene per i tossicodipendenti
in un exploit palesemente spettacolare e senza conseguenze.
Riesco appena a notare, verso la fine, un veloce pezzo riguardante il
ritrovamento di un "senza fissa dimora". Parole come "regolamento di
conti" e "attenzione della Polizia" cadono vuote nelle mie orecchie.
Prima che salti fuori la definizione "serial killer" sarò già in un
altra città con un nuovo stile. Il tempo farà trovare altri colpevoli
tra gli indifendibili. Chiamo il mio agente per ricevere le ultime novità
tra i cambi -quelli veri, non gli specchietti dei giornali- e gli fornisco
le direttive per il resto della settimana.
Quando ho ultimato i miei meticolosi preparativi esco. Sento mentre
giro le chiavi nella toppa le occhiate attraverso gli spioncini dei
miei vicini, ma non temo. È la loro stessa voglia di sopravvivere ad
ogni costo che li tiene a distanza. L'ascensore rotto mi fa optare per
le scale nonostante ciò renda la mia discesa ancora più squallida tra
graffiti che sono pura arte e disegni di zone anatomiche indubbiamente
alterate da un Ego maschile che nasconde una insicurezza notevole ed
da una conoscenza perlopiù alimentata con la fantasia.
Scendo in strada, superando il campo di erbacce che con ostinazione
sono riuscite a crescere ben oltre le spaccature delle mattonelle ed
attraversando il dedalo di roulotte e camper stretti gli uni alle altre
come se volessero inutilmente proteggersi dal freddo. Vicino alla macchina,
eclissata da modelli ben più costosi di piccoli boss locali e protetti
dal migliore degli antifurti, un gatto mi si avvicina facendo le fusa.
Mi inginocchio e lo accarezzo un pò prima che mi venga a noia e gli
spezzi l'osso del collo. Getto il corpo ancora tremante ai piedi del
sedile anteriore del passeggero. Parto, con calma. Non c'è fretta.
Il sapore del plasma si scioglie lentamente nel mio palato, come fosse
un vino a buon mercato ma gradito. Un amico sciocco che però fa piacere
talvolta rincontrare. La stazione radio trasmette un paio di vecchi
pezzi degli Aerosmith. Non vedo alcun motivo per cambiarla.
Noto un night seminascosto in una via secondaria. Anonimo. Perché no,
penso. Mi libero di ciò che rimane dell'animale in un cassone per la
raccolta differenziata dei contenitori.
Il buttafuori mi fa passare con qualche avviso indegno di essere rammentato
ed un augurio di divertimento falso quanto l'orologio che porta. I capelli
turchesi della cassiera mi danno il benvenuto. Tessera, quota e via.
Naturalmente il nome che metto è quello vero. Non c'è bisogno di nascondere
ciò che non viene cercato e se venisse cercato il primo posto indagato
sarebbe quello più nascosto. Scendo le strette scale e la quasi più
completa oscurità si avventa su di me non appena varco la soglia del
locale vero e proprio.
Il night è pretenzioso ma è quello che la clientela vuole: metallari
con il peso degli anni sulle spalle, punk che non si rendono conto di
essere morti, yuppie in completi di Armani ed orologi sopra le maniche
che scelgono in massa questo ritrovo per dimostrare agli altri di essere
diversi, un paio di Dark con tanto cerone e fondotinta da far sembrare
il mio colorito reale come la quintessenza dell'abbronzatura.
Una New Ager grassoccia seduta ad uno dei tavoli di legno cerca di spiegare
ad amici e sconosciuti il potere curativo di un cristallo, mostrandolo
sul palmo della grossa mano. Un tizio con dei capelli che negano la
forza delle leggi fisiche grazie al generoso supporto di gelatina hard
discount mi offre del fumo a buon prezzo. L'odore muschioso del sudore
non può venire nascosto dai profumi delle più variegate marche che aleggiano
sovrapposti alla nebbiolina delle sigarette in quest'aria stantia.
Mi muovo verso il bancone.
Una tipa, poco più di una ragazzina, con più parti rifatte che originali,
mezza brilla, mi chiede se voglio fotterla nel bagno, anche senza preservativo.
Ringrazio e declino gentilmente. Mentre si allontana alle mie spalle
sento che si vendica del rifiuto dicendo alle sue amiche che sono omosessuale.
Mi siedo al bancone, volgendo le spalle alla marea umana che si dimena
cercando di dimenticare il fatto che è in grado di pensare e sembra
riuscire con successo in quest'opera, supportata dal volume della musica
che sfugge alle pareti della sala riservata al ballo.
Un televisore silenzioso mostra un video di MTV di qualche gruppo nascente.
Brindo all'ampiezza della loro parabola. Li noto improvvisamente, grazie
allo specchio di fronte a me. Sono seduti al tavolo alle mie spalle
e fingono di bere una birra scura di cattiva qualità ed un succo di
frutta la cui differenza tra valore e prezzo potrebbe mandare avanti
una famiglia cubana per due settimane. Quello che li frega è la loro
eccessiva bravura nel fingere, l'apparente completo disinteresse nell'ambiente
che in natura non si può trovare neanche nei futuri suicidi.
Lui è di quel piacente che si discosta dalla media solo se hai l'occasione
di guardarlo fuori dalla folla. Lei ha dei segni sulla faccia che non
riprendono alcuno stile particolare. Per come è vestita potrebbe essere
appena tornata da Woodstock. Mi basta un secondo sguardo e capisco che
se ne sono accorti. Inseguitori. Mi rendo conto di essermi mosso male
ieri. Cacciatori.
Cerco di controllare i nervi e mi alzo, facendomi strada tra le sacche
di acqua e visceri che si frappongono tra me e l'uscita. Non dimentico
la giacca al guardaroba ed approfitto del tempo che mi sembra infinitamente
lungo che la cassiera impiega per collimare il numero del tagliando
e quello del soprabito per focalizzare i miei pensieri e decidere il
da farsi.
Sembra che non mi seguano, ma potrei sbagliarmi. Esco con passo lesto
ma senza correre. Non avevo notato che fosse così freddo. Quando arrivo
alla macchina, ad un centinaio di metri di distanza, mi sono quasi calmato.
Forse è stata tutta immaginazione.
Accendo il motore, che impiega qualche secondo a scaldarsi. Decido di
non tornare all'appartamento, non sono di umore adatto per tapparmi
dentro. L'alba è ancora lontana.
Senza pensiero cosciente arrivo nel punto panoramico più alto della
città, laddove un tempo due eserciti si scontrarono sino all'ultimo
sangue per un lembo di terra. Trovo velocemente parcheggio. Mi sono
sempre stupito della differenza tra il traffico oppressivo e caotico
delle ore in cui il sole domina il cielo e la deserta tranquillità di
quando è la Luna che comanda.
Scendo e schiaccio un palloncino sgonfio, a forma di pesce, che sorride
ebete o maligno alla mia disattenzione. Comincio a camminare e la completa
assenza di vita mobile mi porta sicurezza.
Lungo il viale i busti di infiniti e perlopiù ignoti patrioti risorgimentali
stanno a muta guardia del luogo. I visi di granito sono oltraggiati
da infinite scritte che si pongono come testimonianza di eterni amori
di una stagione.
Escrementi di uccelli e ragnatele si fondono nei capelli impolverati
e grigi delle statue, indicando quanto rispetto è rimasto per chi volle
cambiare una fetta di mondo. Sono gli alberi che costeggiano il viale
a suggestionarmi di più. Come mani magre e deformi di streghe che sfondano
il terreno per minacciare o mendicare qualcosa al cielo notturno i legni
sembrano essere diventati la nuova casa di quei volti che aspiravano
all'immortalità.
Allora mi accorgo della alienità del paesaggio, dell'atmosfera, della
mia presenza, come il personaggio all'interno di un quadro surrealista.
Allora mi accorgo che non passano macchine nonostante il viale sia uno
dei punti notturni più trafficati.
Allora mi accorgo che sono dietro di me, pur senza vederli o sentirli.
Riesco a percepire la loro presenza come se fosse indivisibile dal qui
e dall'ora. Non riesco a voltarmi, un terrore ancestrale si avvinghia
ad ogni mio nervo. Sento che aspettano, non sono una mera preda ma attore
assieme a loro di questo spettacolo. Mi rendo conto che mi hanno seguito
ma che ero io a non volerli vedere. La luce li colpiva e le loro sagome
raggiungevano la mia iride ma era il mio cervello a negare la loro esistenza.
Riesco a voltarmi quando mi rendo conto del mio dovere indipendentemente
dai miei desideri. Ora che riesco a vederli meglio scopro che al night
non ho neanche sfiorato la superficie della realtà.
Sotto una luce comune li scopro pallidi quanto me ma di un pallore che
non indica l'assenza di vita ma la sua più sublime opera. Senza più
bisogno di nascondersi mi mostrano tutta la differenza tra noi. Il loro
aspetto non muta ma il mio Universo si. Lei ride e danza come una baccante
in un giorno di festa. I suoi movimenti sono tanto fluidi che sembra
negare di avere una muscolatura fissa ma piuttosto di essere composta
da miriadi di fili senzienti. Lui rimane fisso ma il suo non movimento
è già una azione rapidissima.
Capisco che nessuno ha delle regole ed è questa la loro sicurezza.
Improvvisamente mi guardano, ed io riconosco quello sguardo che non
ho mai visto. È lo sguardo che, da bambino, pensavo avessero gli adulti
ma che in seguito scoprii non essere altro che lo sguardo del timoroso
mascherato da severità. Con la velocità del vento ed i colori dell'ombra
la donna mi giunge al lato, entro la portata del mio braccio ma irraggiungibile
come un sogno al momento di destarsi. Sono io invece ad avvicinarmi
all'uomo senza muovermi, come se lo spazio li servisse.
Egli parla, e la sua voce seppur mortale è contemporaneamente oltre
l'Umanità.
- Tu non giudicherai il prossimo tuo.
Solo quando mi rendo conto del significato delle parole e le faccio
mie egli mi dà un calcio verticale sullo stinco. Tae Kwon Do, mi sembra.
Sento le ossa che si frantumano ma non riesco a gridare. Il dolore è
così forte che sull'istante non lo avverto. Ha limitato la sua forza,
non per giocare come il gatto fa con il topo ma per farmi comprendere
la situazione ed il nostro ruolo. Cado all'indietro. Cerco di raccogliere
la forza di volontà per guardarli. Come un bambino trovo una giustificazione,
non so a cosa.
- Io...sono come voi. È nella nostra natura, ho cercato solo di prendere
il minimo indispensabile dagli avanzi, senza dare fastidio. Forse addirittura
ho fatto del bene.
Lei smette di ridere e danzare e mi guarda seria. È troppo sviluppata
per provare ira, disgusto o pena.
- Tu? Tu non sei come noi. Sei ancora da questo lato del velo, mai toccato
da nulla che non fosse la tua stessa deliziosa follia. Che beffarda
e spietata ironia! Essere vivo e credersi morto.
L'uomo riprende il discorso, lo stesso ma diverso, mentre cerco di venire
a patti con la mia consapevolezza.
- Uccidere non è un male assoluto fino a che si viene a patti con la
coscienza. Ignorare i diritti degli altri, imporre violentemente od
astutamente la propria volontà, mancare di rispetto alla stessa realtà
vivente sono atti perfettamente naturali nelle creature imperfette e
limitate. Sono solo giochi di bimbi che abbiamo imparato ad accettare.
Ma tu hai giudicato gli altri senza giudicare te stesso, non hai accettato
ne negato il flusso, lo hai solo denigrato. E questo è inammissibile,
tra i vivi come tra i morti.
Lo shock ed il dolore lancinante finalmente sopraggiunto mi fanno vuotare
la vescica. Il mio sguardo cade sul busto rovinato dallo smog di fianco
a me e riconosco incredulo i lineamenti. I miei occhi si spostano per
conferma su colui che ora conosco per nome e sulla sua compagna che
non ne necessita uno ma che ora so nascosto tra le pagine di vecchie
se non antiche lettere d'amore.
La ragazza mi sorride dolcemente, un'ultima volta poiché non è in suo
potere nascondere ciò che mi ero illuso di non avere.
Mi sussurra delicatamente all'orecchio: - Forse un'altra volta - e capisco
cosa intende.
Guardo il Caduto mentre stringendo la mano piange lacrime di sangue
per una azione che il suo stato obbliga a compiere. Sente il mio fallimento
come il suo, come di tutto ciò che ci circonda. Chiudo gli occhi e reclino
la testa, in attesa. Le ultime parole che odo sono di voci gemelle:
- Tu non ignorerai gli altri come ignori te stesso.
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