NOTTURNA
 
di Vincenzo Bruni
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È la mia seconda notte in città. Le strade sono bagnate da un acqua malsana, fredda. O forse è solo come mi sento io. È strano come sotto Natale le vie siano ancora più empie e quelle luci che vengono messe per commemorare questi giorni speciali non si rivelino altro che simboli infidi di un commercio senz'anima o dell'anima. L'asse della mia auto si ribella ai sampietrini ed anch'io non sono abituato a questi sobbalzi. Inutili rimasugli di ere passate, lasciati per un'infinita ipocrisia.
Nella piazza attigua alla stazione principale rallento. Anche questa non è che un ibrido di ere diverse, lasciate accumularsi per accidia. Dietro queste sbarre di metallo, nascoste dalle sporche serrande di un mercato fortunatamente destinato a scomparire vi sono nascosti ruderi antichi e nuovi obbrobri. Sento che questa empia fusione si ribella ed urla la sua angoscia. Antichi segreti esposti allo sguardo vacuo del popolo deridono i turisti dalla loro inaccessibilità. Sorrido alla crudele ironia.
Trovo sin troppo facilmente posto per la BMW. Non ci sono sguardi indiscreti, bene. Mi do un'ultima controllata con lo specchietto retrovisore. Ho fatto un buon lavoro con il trucco, quasi non si nota il mio naturale pallore. Come un predatore devo adattarmi all'ambiente di caccia.
Finalmente apro la portiera e le mie scarpe firmate baciano i sassi levigati. L'aria, non filtrata dal riscaldamento, è gelida. Meglio cosi'.
Comincio a muovermi tra le colonne dei palazzi settecenteschi che poco si sono accorti dei cambiamenti. Il lustro di un tempo è stato sommerso da strati di immondizia accuratamente evitata con lo sguardo da spazzini sottopagati. Ruscelli di urina animale mischiata a quella umana sono il mio Rubicone. Le luci malate dei lampadari della galleria lateralmente aperta mi accolgono ma non sono le scatole vuote dei costosi prodotti esposte in vetrine addobbate con polistirolo e coccarde dietro a grigie grate ad attirare il mio sguardo. Sono i sacchi di carne ed ossa umane, riversi sulle piastrelle come se attendessero qualcuno, a richiamare i miei sensi. Il tanfo degli escrementi, il lezzo del cattivo alcool che fugge dai loro vestiti e dalle loro gole, mi provoca uno spasmo. Mentre passo loro accanto sento un attivo ignorarmi dai pochi ancora svegli. Mugolii, frasi inintelligibili. Qualcuno fa un peto e ride ma il rumore che viene sembra quello di una ventola senza pale.
Comincio a muovermi nelle viuzze interne. Un gruppo di giovinastri appare e con il vile coraggio del gruppo cominciano a cantare a squarciagola inni di destra volgari e senza forza, autogiustificati dalle bottiglie di birra che hanno assimilato. Dicono qualcosa sul distruggere tutte le statue dei presepi e di un auspicabile ma tardivo aborto della Vergine, sul fatto che dopotutto anche Gesù era Ebreo. Mi passano accanto ma non sono io il bersaglio della loro insofferenza alla vita: sono troppo simile ai loro standard di accettabilità. Aspetteranno la prossima visita allo stadio per sfogare i loro istinti.
Infine lo trovo, poco più avanti, di fronte alla serranda di un negozio mentre si prepara a coricarsi su un foglio di cartone. È zoppo, un paio di stampelle sembrano l'unico suo possedimento di valore. Non è matto, ma sorride stupidamente. Al mondo, credo. Mi avvicino e gli rivolgo parola. Non capisce, pensa che gli ho chiesto dov'è la stazione e lui cerca di indicarmelo alla bell'e meglio. È gentile. Sarà più difficile e più semplice. Vedo di non farlo soffrire troppo, più per timore che faccia rumore che per pietà. Approfitto di un suo attimo di distrazione per estrarre il manganello -comprato senza problemi in un sexy shop- e lo colpisco ripetutamente sul cranio verrucoso sino a che non cade esanime. Un altro paio di colpi, giusto per essere sicuro poi ripongo il manganello nella giacca. Lo trascino in un angolo buio. Un morso e la pelle della gola si lacera come cartapecora. Un ultimo pietoso gorgoglio ed un trittico di spasmi prima delle fine. Il sangue zampilla ma sono attento a non sporcare la linda camicia. Trovarne una uguale qui sarebbe una impresa.
Quando ho finito lo trascino in un secchio della spazzatura dove lo accolgono bucce di arance e rimanenze di pesce avariato. Mentre pulisco con la massima attenzione i miei canini con lo specchietto noto di fronte a me, su cartelloni per le pubblicità arrugginiti, un paio di locandine. Il rosso ed il bianco dell'imago di San Nicola sono solo il tramite per vendere prodotti costruiti in qualche paese del Sud-Est asiatico da bambini che non avranno mai quei doni. Le frasi di circostanza vengono adattate con dubbio gusto al prodotto ed alla necessità di acquisirlo.

La sveglia non mi serve più da tempo, i nuovi orari sono divenuti parte del mio ciclo. Il proprietario rom non ha fatto storie riguardo i miei bizzarri orari. Dubito che avrebbe il coraggio di farne con l'esosa pigione che ha chiesto per un appartamento popolare subaffittato. Apro le serrande e la zona peggiore della città si presenta in tutta la sua immonda gloria sotto i miei occhi. Un campo nomadi si espande sul retro dell'edificio, limitato a malapena dai rimasugli di vecchie reti.
Riesco ad occhio nudo e nonostante l'oscurità a scorgere i rivoli di fognatura a cielo aperto. Sotto i lampioni donne di malaffare entrano nelle costose macchine dei loro protettori, cercando di vendere fino a che è possibile l'unica merce che gli avventori prenderebbero da loro. Noto un paio di ragazzine straniere. Curde, albanesi, polacche: non ha importanza. Hanno a malapena l'età per la prima mestruazione ed hanno già imparato a dare via con facilità qualcosa che per ora è collegata alla loro anima. I poliziotti di ronda fanno finta di niente, qualunque azione significherebbe passare una notte in bianco a stilare rapporti solo per veder andare via le disgraziate con i loro pappa il mattino dopo. E di certo la fuga per le prostitute significherebbe solo altre botte e forse l'uccisione dei propri cari nella terra natia.
Accendo la TV, e riesco a trovare il coraggio per superare l'apparentemente infinita gradinata di trasmissioni di vendita. Natiche e seni, arcani maggiori, servizi telefonici, case ai Caraibi si mescolano in un turbine penetrante e vano. Riesco a raggiungere il telegiornale locale di una rete minore e mi siedo di fronte allo specchio, iniziando a truccarmi per la serata. Non c'è nulla di nuovo, mi sembra: incidenti mortali e padri che violentano la propria prole. Noto con divertimento come si eviti di parlare del palese coinvolgimento di una nota casa farmaceutica in uno scandalo provocato dalla vendita di medicinali alterati e di come le telecamere indaghino morbosamente sulle lacrime di una donna mutilata da un marito geloso che, viene fatto notare velatamente, è originario del Sud. Un membro del Parlamento descrivibile eufemisticamente come di estrema Destra propone l'inasprimento delle pene per i tossicodipendenti in un exploit palesemente spettacolare e senza conseguenze.
Riesco appena a notare, verso la fine, un veloce pezzo riguardante il ritrovamento di un "senza fissa dimora". Parole come "regolamento di conti" e "attenzione della Polizia" cadono vuote nelle mie orecchie.
Prima che salti fuori la definizione "serial killer" sarò già in un altra città con un nuovo stile. Il tempo farà trovare altri colpevoli tra gli indifendibili. Chiamo il mio agente per ricevere le ultime novità tra i cambi -quelli veri, non gli specchietti dei giornali- e gli fornisco le direttive per il resto della settimana.
Quando ho ultimato i miei meticolosi preparativi esco. Sento mentre giro le chiavi nella toppa le occhiate attraverso gli spioncini dei miei vicini, ma non temo. È la loro stessa voglia di sopravvivere ad ogni costo che li tiene a distanza. L'ascensore rotto mi fa optare per le scale nonostante ciò renda la mia discesa ancora più squallida tra graffiti che sono pura arte e disegni di zone anatomiche indubbiamente alterate da un Ego maschile che nasconde una insicurezza notevole ed da una conoscenza perlopiù alimentata con la fantasia.
Scendo in strada, superando il campo di erbacce che con ostinazione sono riuscite a crescere ben oltre le spaccature delle mattonelle ed attraversando il dedalo di roulotte e camper stretti gli uni alle altre come se volessero inutilmente proteggersi dal freddo. Vicino alla macchina, eclissata da modelli ben più costosi di piccoli boss locali e protetti dal migliore degli antifurti, un gatto mi si avvicina facendo le fusa. Mi inginocchio e lo accarezzo un pò prima che mi venga a noia e gli spezzi l'osso del collo. Getto il corpo ancora tremante ai piedi del sedile anteriore del passeggero. Parto, con calma. Non c'è fretta.
Il sapore del plasma si scioglie lentamente nel mio palato, come fosse un vino a buon mercato ma gradito. Un amico sciocco che però fa piacere talvolta rincontrare. La stazione radio trasmette un paio di vecchi pezzi degli Aerosmith. Non vedo alcun motivo per cambiarla.
Noto un night seminascosto in una via secondaria. Anonimo. Perché no, penso. Mi libero di ciò che rimane dell'animale in un cassone per la raccolta differenziata dei contenitori.
Il buttafuori mi fa passare con qualche avviso indegno di essere rammentato ed un augurio di divertimento falso quanto l'orologio che porta. I capelli turchesi della cassiera mi danno il benvenuto. Tessera, quota e via. Naturalmente il nome che metto è quello vero. Non c'è bisogno di nascondere ciò che non viene cercato e se venisse cercato il primo posto indagato sarebbe quello più nascosto. Scendo le strette scale e la quasi più completa oscurità si avventa su di me non appena varco la soglia del locale vero e proprio.
Il night è pretenzioso ma è quello che la clientela vuole: metallari con il peso degli anni sulle spalle, punk che non si rendono conto di essere morti, yuppie in completi di Armani ed orologi sopra le maniche che scelgono in massa questo ritrovo per dimostrare agli altri di essere diversi, un paio di Dark con tanto cerone e fondotinta da far sembrare il mio colorito reale come la quintessenza dell'abbronzatura.
Una New Ager grassoccia seduta ad uno dei tavoli di legno cerca di spiegare ad amici e sconosciuti il potere curativo di un cristallo, mostrandolo sul palmo della grossa mano. Un tizio con dei capelli che negano la forza delle leggi fisiche grazie al generoso supporto di gelatina hard discount mi offre del fumo a buon prezzo. L'odore muschioso del sudore non può venire nascosto dai profumi delle più variegate marche che aleggiano sovrapposti alla nebbiolina delle sigarette in quest'aria stantia.
Mi muovo verso il bancone.
Una tipa, poco più di una ragazzina, con più parti rifatte che originali, mezza brilla, mi chiede se voglio fotterla nel bagno, anche senza preservativo.
Ringrazio e declino gentilmente. Mentre si allontana alle mie spalle sento che si vendica del rifiuto dicendo alle sue amiche che sono omosessuale. Mi siedo al bancone, volgendo le spalle alla marea umana che si dimena cercando di dimenticare il fatto che è in grado di pensare e sembra riuscire con successo in quest'opera, supportata dal volume della musica che sfugge alle pareti della sala riservata al ballo.
Un televisore silenzioso mostra un video di MTV di qualche gruppo nascente. Brindo all'ampiezza della loro parabola. Li noto improvvisamente, grazie allo specchio di fronte a me. Sono seduti al tavolo alle mie spalle e fingono di bere una birra scura di cattiva qualità ed un succo di frutta la cui differenza tra valore e prezzo potrebbe mandare avanti una famiglia cubana per due settimane. Quello che li frega è la loro eccessiva bravura nel fingere, l'apparente completo disinteresse nell'ambiente che in natura non si può trovare neanche nei futuri suicidi.
Lui è di quel piacente che si discosta dalla media solo se hai l'occasione di guardarlo fuori dalla folla. Lei ha dei segni sulla faccia che non riprendono alcuno stile particolare. Per come è vestita potrebbe essere appena tornata da Woodstock. Mi basta un secondo sguardo e capisco che se ne sono accorti. Inseguitori. Mi rendo conto di essermi mosso male ieri. Cacciatori.
Cerco di controllare i nervi e mi alzo, facendomi strada tra le sacche di acqua e visceri che si frappongono tra me e l'uscita. Non dimentico la giacca al guardaroba ed approfitto del tempo che mi sembra infinitamente lungo che la cassiera impiega per collimare il numero del tagliando e quello del soprabito per focalizzare i miei pensieri e decidere il da farsi.
Sembra che non mi seguano, ma potrei sbagliarmi. Esco con passo lesto ma senza correre. Non avevo notato che fosse così freddo. Quando arrivo alla macchina, ad un centinaio di metri di distanza, mi sono quasi calmato. Forse è stata tutta immaginazione.
Accendo il motore, che impiega qualche secondo a scaldarsi. Decido di non tornare all'appartamento, non sono di umore adatto per tapparmi dentro. L'alba è ancora lontana.
Senza pensiero cosciente arrivo nel punto panoramico più alto della città, laddove un tempo due eserciti si scontrarono sino all'ultimo sangue per un lembo di terra. Trovo velocemente parcheggio. Mi sono sempre stupito della differenza tra il traffico oppressivo e caotico delle ore in cui il sole domina il cielo e la deserta tranquillità di quando è la Luna che comanda.
Scendo e schiaccio un palloncino sgonfio, a forma di pesce, che sorride ebete o maligno alla mia disattenzione. Comincio a camminare e la completa assenza di vita mobile mi porta sicurezza.
Lungo il viale i busti di infiniti e perlopiù ignoti patrioti risorgimentali stanno a muta guardia del luogo. I visi di granito sono oltraggiati da infinite scritte che si pongono come testimonianza di eterni amori di una stagione.
Escrementi di uccelli e ragnatele si fondono nei capelli impolverati e grigi delle statue, indicando quanto rispetto è rimasto per chi volle cambiare una fetta di mondo. Sono gli alberi che costeggiano il viale a suggestionarmi di più. Come mani magre e deformi di streghe che sfondano il terreno per minacciare o mendicare qualcosa al cielo notturno i legni sembrano essere diventati la nuova casa di quei volti che aspiravano all'immortalità.
Allora mi accorgo della alienità del paesaggio, dell'atmosfera, della mia presenza, come il personaggio all'interno di un quadro surrealista. Allora mi accorgo che non passano macchine nonostante il viale sia uno dei punti notturni più trafficati.
Allora mi accorgo che sono dietro di me, pur senza vederli o sentirli. Riesco a percepire la loro presenza come se fosse indivisibile dal qui e dall'ora. Non riesco a voltarmi, un terrore ancestrale si avvinghia ad ogni mio nervo. Sento che aspettano, non sono una mera preda ma attore assieme a loro di questo spettacolo. Mi rendo conto che mi hanno seguito ma che ero io a non volerli vedere. La luce li colpiva e le loro sagome raggiungevano la mia iride ma era il mio cervello a negare la loro esistenza.
Riesco a voltarmi quando mi rendo conto del mio dovere indipendentemente dai miei desideri. Ora che riesco a vederli meglio scopro che al night non ho neanche sfiorato la superficie della realtà.
Sotto una luce comune li scopro pallidi quanto me ma di un pallore che non indica l'assenza di vita ma la sua più sublime opera. Senza più bisogno di nascondersi mi mostrano tutta la differenza tra noi. Il loro aspetto non muta ma il mio Universo si. Lei ride e danza come una baccante in un giorno di festa. I suoi movimenti sono tanto fluidi che sembra negare di avere una muscolatura fissa ma piuttosto di essere composta da miriadi di fili senzienti. Lui rimane fisso ma il suo non movimento è già una azione rapidissima.
Capisco che nessuno ha delle regole ed è questa la loro sicurezza.
Improvvisamente mi guardano, ed io riconosco quello sguardo che non ho mai visto. È lo sguardo che, da bambino, pensavo avessero gli adulti ma che in seguito scoprii non essere altro che lo sguardo del timoroso mascherato da severità. Con la velocità del vento ed i colori dell'ombra la donna mi giunge al lato, entro la portata del mio braccio ma irraggiungibile come un sogno al momento di destarsi. Sono io invece ad avvicinarmi all'uomo senza muovermi, come se lo spazio li servisse.
Egli parla, e la sua voce seppur mortale è contemporaneamente oltre l'Umanità.
- Tu non giudicherai il prossimo tuo.
Solo quando mi rendo conto del significato delle parole e le faccio mie egli mi dà un calcio verticale sullo stinco. Tae Kwon Do, mi sembra. Sento le ossa che si frantumano ma non riesco a gridare. Il dolore è così forte che sull'istante non lo avverto. Ha limitato la sua forza, non per giocare come il gatto fa con il topo ma per farmi comprendere la situazione ed il nostro ruolo. Cado all'indietro. Cerco di raccogliere la forza di volontà per guardarli. Come un bambino trovo una giustificazione, non so a cosa.
- Io...sono come voi. È nella nostra natura, ho cercato solo di prendere il minimo indispensabile dagli avanzi, senza dare fastidio. Forse addirittura ho fatto del bene.
Lei smette di ridere e danzare e mi guarda seria. È troppo sviluppata per provare ira, disgusto o pena.
- Tu? Tu non sei come noi. Sei ancora da questo lato del velo, mai toccato da nulla che non fosse la tua stessa deliziosa follia. Che beffarda e spietata ironia! Essere vivo e credersi morto.
L'uomo riprende il discorso, lo stesso ma diverso, mentre cerco di venire a patti con la mia consapevolezza.
- Uccidere non è un male assoluto fino a che si viene a patti con la coscienza. Ignorare i diritti degli altri, imporre violentemente od astutamente la propria volontà, mancare di rispetto alla stessa realtà vivente sono atti perfettamente naturali nelle creature imperfette e limitate. Sono solo giochi di bimbi che abbiamo imparato ad accettare. Ma tu hai giudicato gli altri senza giudicare te stesso, non hai accettato ne negato il flusso, lo hai solo denigrato. E questo è inammissibile, tra i vivi come tra i morti.
Lo shock ed il dolore lancinante finalmente sopraggiunto mi fanno vuotare la vescica. Il mio sguardo cade sul busto rovinato dallo smog di fianco a me e riconosco incredulo i lineamenti. I miei occhi si spostano per conferma su colui che ora conosco per nome e sulla sua compagna che non ne necessita uno ma che ora so nascosto tra le pagine di vecchie se non antiche lettere d'amore.
La ragazza mi sorride dolcemente, un'ultima volta poiché non è in suo potere nascondere ciò che mi ero illuso di non avere.
Mi sussurra delicatamente all'orecchio: - Forse un'altra volta - e capisco cosa intende.
Guardo il Caduto mentre stringendo la mano piange lacrime di sangue per una azione che il suo stato obbliga a compiere. Sente il mio fallimento come il suo, come di tutto ciò che ci circonda. Chiudo gli occhi e reclino la testa, in attesa. Le ultime parole che odo sono di voci gemelle:
- Tu non ignorerai gli altri come ignori te stesso.

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