L'ULTIMA CACCIA
 
di Vincenzo Bruni
scrivi un commento scrivi all'autore versione stampabile

E' l'ultimo rimasto. Il rilevatore satellitare con il sensore armonico non mente. Rimane solo lui.
Presto il nostro compito sarà finito.
-Perche io?!- domanda la donna singhiozzando tra lacrime di terrore. Mi avvicino, lentamente. Ogni cosa al suo tempo.
-Perche'?- le domando. -Pensi di essere scevra dal peccato? Non hai mai torturato a morte una famiglia per diletto? Da bambina non hai mai fatto annegare delle formiche in un bicchiere per vedere se nuotavano? Ma anche se fossi veramente innocente poco cambierebbe.- sorrido, rivelando i miei canini aguzzi. Mi getto su di lei, pietrificata dall'orrore e poi dall'estasi del Morso. Mi nutro, senza crudeltà e senza innocenza, com'è sempre stato, come deve essere. Quando mi sono saziato la lascio andare, il suo corpo scivola sul lercio asfalto del vicolo buio. Che sia viva o morta non mi interessa. Se non la uccidessi l'ira e lo spavento la trasformerebbero da vittima a carnefice, com'è sempre stato. Ma chi sono io per decidere il fato di qualcun altro?

E' in questa città, il detector di campo empatico è quasi impazzito. La loro aura, il loro sistema di difesa e di attiramento delle prede, rivela anche la loro presenza. E' vicina la sanguisuga.
Ciro e Manuela hanno già iniziato a fare progetti per il futuro, un futuro per i loro figli. Chissà se gli diranno mai cosa facevano da giovani per campare. Sempre che non tireremo tutti le cuoia.
Io non riesco a pensare ad un futuro senza inseguimenti, senza ferite, senza amici che ti muoiono tra le braccia. Forse come un innamorato non riesce a pensare ad un futuro senza l'amata.
Finirò come tanti altri dallo specialista della Fondazione, prima di essere dichiarato socialmente pericoloso e rinchiuso nell'Istituto?
Dopotutto bisogna essere squilibrati per fare questo lavoro.

Penso di essere rimasto solo. Non riesco più a contattare Huitzi e Ras, nonostante il nostro sistema di comunicazioni funzioni perfettamente.
E' strano sentirsi l'ultimo della propria specie. Non me ne frega molto. E' così che si sentiva l'ultima tigre dai denti a sciabola o l'ultimo Neandertalesis? Superati, vinti...no, peggio: inutili? Il fatto è che io non sono inutile, faccio parte di qualcosa di più grande, come tutti gli esseri di questo pianeta. E' divertente, qualunque cosa faccia nella mia natura, per quanto orribile, è giusta. I miei desideri ed i miei capricci hanno il diritto delle decisioni divine.
E' tardi. Ne ho bisogno. Devo uscire.

Ciro mi passa il sensore termografico e lo collego alla telecamera convenzionale ottenendo una doppia immagine sullo schermo. C'è solo un ingresso dallo squallido alberghetto di periferia. Se deve uscire lo farà di qua. Aspettiamo, come abbiamo sempre fatto. Speriamo che il nostro amico non faccia tardi all'appuntamento.

La notte mi bacia come una madre bacia il figlio. Forse una madre incestuosa, ma pur sempre una genitrice amorevole. Chi sarà la vittima stasera? Un barbone od una puttana? O forse una coppietta che si è attardata al parco? Certe volte penso che mi aspettino, che siano loro i seduttori non io. Come se cercassero inconsciamente qualcuno che li liberi da tutto il dolore. Talvolta lo faccio, talvolta no. Quando li risparmio, prendendo il minimo necessario, la loro vita spesso cambia. Non resistono al ricordo e mi cercano affinchè completi l'opera o trovano in se stessi una nuova forza.
Non è sempre stato così.
Chi ricorda sacrifici degli antichi, i capri espiatori che ci venivano consegnati gioiosamente nelle Vecchie Feste, quando il liquido rosso scorreva a fiumi sulle gradinate dei templi? Chi rammenta il sacrificio delle vergini più belle e dei giovani più baldi? Non era il sangue che volevamo. Era l'energia vitale che conteneva, quella che i morti non possono più generare.
Tutto è finito. Sono qui. Sono nascosti così abilmente che non è possibile non notarli. Cominciamo.

Eccolo, è lui.
La telecamera lo indica come senza calore. Ma non c'è bisogno, lo riconosco anche se è cambiato molto dall'ultima volta che l'ho visto.
Si ferma e ci guarda, come se lo specchio oscurato fosse trasparente. Forse lo è, per lui.
Scattiamo fuori dal furgone ma si è già dileguato. Si è diffratto come la luce attraverso un prisma. Brutta rogna. Estraiamo il detector portatile di campo empatico. Non può sfuggire alla sua natura, non può sfuggire a se stesso.
-Muoviamoci- dico iniziando a correre per la strada deserta.

Sono loro, e mentre corro rido. Caccia! Caccia! Chi è il Cacciatore e chi la preda?
Mi muovo tra i vicoli bui e le strade illuminate da malate luci al neon. Che differenza c'è tra questa giungla di asfalto e cavi e quelle dell'Indonesia dove ci aggiravamo con la ferocia e la nobiltà delle tigri? Cosa cambia tra questo luogo e la Foresta Nera? L'Uomo ha cercato di ricostruire un ambiente comodo che ci potesse ospitare. Non ci vuole lontani, come un depresso cronico vuole accanto a se un flacone di pillole.

Non può sfuggirci. Non può. Non deve. Deve finire qui, oggi. Ora.
Non ci devono essere altri bambini che piangeranno la scomparsa del loro padre sotto le fauci di questi mostri. Mai più.
Ciro mi guarda. Come Manuela. Ci capiamo, abbiamo gli stessi pensieri. Lo stesso passato. La stessa rabbia.
Il detector ci guida, come un segugio. Ma quasi non ce ne sarebbe bisogno: sentiamo la fredda, logica paura nelle ossa, la presenza dell'ignoto vicina. Possiamo studiarla, possiamo esaminarla ma non la possiamo eliminare. E' dentro di noi.
Ci fa paura. Ci fa orrore e disgusto. Deve morire.

"Avanti, prendetemi!" penso mentre li osservo da una scala esterna di emergenza. E' una sfida? Un invito? Una supplica? Non lo so, non mi interessa. Le motivazioni non contano. Conta solo il sangue che scorre nelle vene, i nervi a fior di pelle, le lacrime della paura. Questa è la vita!
"Coraggio avanti, figli di Van Helsing, nipoti di Perseo, avanti ultimi Templari. Non sono io il Mostro che infesta le vostre notti? Non sono io il Male che si narra nei vostri libri sacri? Distruggete il mio corpo, bruciate la mia anima, disintegrate la mia essenza in questa bellissima notte!"

E lì sopra, lo intravediamo tra le scale. Ci attira verso di lui. So cosa vuole, la stessa cosa che vogliamo noi, qualunque cosa sia. Saliamo.
Il respiro pesante, il cuore che batte all'impazzata, l'umidità, l'odore della ruggine quasi mi stordiscono. Mi vien voglia di vomitare dalla felicità.

Salgono sul tetto, rapidamente. Sono addestrati, sono esperti. Quanti come me avranno ucciso? Due, tre? Veterani di una guerra mai dichiarata, senza vinti o vincitori. Solo sopravvissuti.
Lo sguardo pieno di morte che possiedono, formato nelle loro brevi vite, è più oscuro del mio.
Possiedono un'equipaggiamento tattico studiato. Balestre, coltelli. Bene, hanno imparato che ce ne sbattiamo di aglio e croci. Sarà stimolante.
Proviamo a farla finita.
Mi avvicino, come si possono avvicinare quelli della mia razza, rimanendo immobili e mi avvento su quello con gli occhiali. Un pugno sul lato della gabbia toracica. Sento le ossa spezzarsi nonostante la nascosta corazzatura in kevlar mentre il ragazzo viene spinto indietro di qualche metro, finendo riverso sulle mattonelle grigie.

-Deformazione del Continuum- dico tra me e me mentre osservo la cosa colpire Ciro senza spostarsi spostandosi. Fa male agli occhi vedere l'alterazione dell'area, un cambiamento che sconvolge le leggi della realtà. Mi sembra di essere per un istante in un quadro di Dalì.
Manuela ed io ci allarghiamo, accerchiandolo. Come da addestramento.

Il capo, che ha qualcosa di famigliare, si sposta alle mie spalle. Sa che posso ugualmente percepirlo ma non vuole che il mio prossimo attacco possa colpirli entrambi. Furbo.
La ragazza estrae una pistola dalla giacca. Non sanno che i proiettili d'argento sono per i cambiaforma? Potrebbe essere il suo ultimo errore. Mi lancio su di lei, zanne estratte.
Un colpo. Due. Tre. Quattro. Ottima tiratrice, mi ha colpito le giunture. I proiettilii esplodono all'impatto, aprendo la carne morta. Proiettili dum-dum. Difficili da rigenerare rapidamente. Cado come una marionetta a cui hanno tagliato i fili.
Il meraviglioso dolore mi fa esalare un respiro vecchio di settimane. La dolce agonia, la sublime sofferenza dell'amante abbandonato!
Capisco di aver commesso io l'ultimo errore ma non riesco a dolermene realmente. Con gli spasmi arrivano ricordi da tempo dimenticati e capisco.

Manuela lo blocca mentre Ciro si rialza e gli mette il piede sul ventre per costringerlo a distendersi. Alzo la balestra, il paletto guarda il suo petto ansioso. La sanguisuga non sembra preoccupata. Non si spaventano mai, i maledetti.
-Ci vediamo all'Inferno, parassita- sibilo pieno d'odio. Lui sorride. -Non sono un parassita, figlio mio. Sono un...
I suoi vaneggiamenti sono interrotti dal rumore del paletto che parte e si conficca con un rumore liquido nella gabbia toracica mentre un liquido violaceo schizza sui nostri vestiti. La bestia si scuote leggermente, la sua bocca si muove mentre il fiato viene meno. Solo Manuela capisce ciò che dice, il suo volto sconvolto.
Completiamo il lavoro, per l'ultima volta. Estraggo il machete. Un colpo netto e la testa cade rotolando. Ciro riempie la bocca muta con l'aglio, poi bruciamo le due parti separatamente.
E' finita.
Papà, è finita.
Ora puoi trovare la pace.
Ciro si avvicina zoppicante a Manuela e la stringe.
L'Uomo sarà ora l'unico padrone del suo destino, non temerà più la notte, non si muoverà più nella sua vita come un bimbo spaventato nella foresta. Gli abissi marini non ricorderanno più lo sguardo dei predatori. Così come doveva essere da sempre. Avevamo corretto l'errore della natura.
Comincia a piovere.
Ho quasi paura di non aver più paura.

Lo sguardo di Manuela è perso nel vuoto. Sussurra con voce flebile qualcosa. Ci avviciniamo preoccupati. Lo shock potrebbe essere stato troppo per lei.
-Simbiota, non parassita. Ha detto simbiota- mormora la ragazza.
Le sue silenziose lacrime si fondono con quelle degli angeli.

scrivi un commento scrivi all'autore versione stampabile